Una poetica dell’attesa (II)

Adriano Marchetti
Simone Weil

Astres en feu peuplant la nuit les cieux lointains, / Astres muets tournant sans voir toujours glacés, / Vous arrachez hors de nos cœurs les jours d’hier, / Vous nous jetez aux lendemains sans notre aveu, / Et nous pleurons et tous nos cris vers vous sont vains. / Puisqu’il le faut, nous vous suivrons, les bras liés, / Les yeux tournés vers votre éclat pur mais amer. / À votre aspect toute douleur importe peu. / Nous nous taisons, nous chancelons sur nos chemins. / Il est là dans le cœur soudain, leur feu divin.

 

Adriano Marchetti
SIMONE WEIL
Poetica attenta

Con una scelta di testi
Napoli, Liguori Editore, 2010

 

Una poetica dell’attesa

     Sarebbe riduttivo annoverare Simone Weil fra i pensatori più incisivi e originali del Novecento, se tale riconoscimento non fosse innanzitutto suggerito dalle qualità della scrittura. La sua opera, che è piuttosto l’attesa di un’opera, si sviluppa principalmente su due stesure distinte e inseparabili: da una parte, i saggi, dall’altra i Cahiers, quaderni di appunti che senza voler coincidere con la forma aforistica e frammentata ne richiamano, a tratti, ritmo e intonazione. Le due linee di scrittura s’illuminano reciprocamente come in una notazione contrappuntistica. La meditazione in atto affidata alla pagina, nella varietà dei modi e delle cadenze sintattiche, imprime ai Cahiers la fisionomia di un laboratorio di pensiero, come se alla scrittura fosse affidato il compito, non di fissare in una forma definitiva la verità assoluta, ma di segnare, in senso musicale, il ritmo delle approssimazioni e la scansione dei significati giustapposti in rapporto ai vari piani.
     Le brevi riflessioni, interrotte spesso da citazioni attinte ai diversi campi del sapere, inseguono il pensiero sul modo della variazione. Di certo, la scrittura dei Cahiers presenta un volto emblematico e inconfondibile: una scrittura che insegue se stessa, come un gesto, un desiderio d’unità e insieme di dislocazione, come una maniera di resistere nella separazione che soffre l’essere. In quelle pagine sono versati lampi di pensiero, schegge sparse di linguaggio che domandano una continuità di lettura in grado di reintegrarle in una durata temporale. La forma breve che ne ritma la trasposizione non potrebbe essere definita in una prospettiva archeologica come l’equivalente di residuo, di rovina o vestigia memoriale di una totalità irrimediabilmente perduta; né in una prospettiva escatologica come la traccia precorritrice di una totalità a venire. Non credo nemmeno che essa si assuma la responsabilità riconoscibile nei sintomi di certa modernità teoretica che si richiama all’esigenza formale e strutturale della frammentazione.
     La scrittura di Simone Weil è pienamente investita della questione che lega il pensiero alla poesia. Attinge alla sorgente del reale al fine di renderla inesauribile con la certezza che un segno di verità è depositato in un qualunque punto infinitesimale – naturalmente verità non è da intendere come essenza, ma come immanente processo dinamico che prende senso nella scrittura stessa, animando un esercizio di rettificazione e metamorfosi continue; non puro gioco con l’intertesto, ma possibilità inarrestabile di emendamento e d’insorgenza. Fuggevole, provvisoria, intermittente come una fosforescenza, la verità non è la risoluzione del mistero che la costituisce. Le riflessioni, discontinue e irregolari, raccolte nei 17 Cahiers e nel Carnet londinese sono certamente più esposte e vulnerabili, cioè più facilmente utilizzabili – soprattutto se isolate dall’insieme – fino alla dissimulazione, rispetto alla prosa più compatta e percussiva sviluppata nei saggi. Nulla si fissa in modo definitivo, tutto avviene nel segno di una doppia prova necessaria: la sottrazione e la tensione nei confronti dell’unità. Occorre però precisare che la privazione non conduce al ritiro totale della parola; né l’attenzione tende alla ricomposizione della totalità; entrambe turbano l’immagine rassicurante e gratificante di un linguaggio-dispositivo a servizio di un sistema totalizzante, sfaldando l’idea di opera compiuta. Le riflessioni, sovente ridotte a linee di un’architettura essenziale o ellittica, si diramano in una estesa varietà tematica, in risonanza. Riflettono nella loro luce obliqua l’intuizione poetica senza tuttavia assumere i canoni di un preciso genere letterario. La loro sequenza, indipendente da ogni sapere preliminare, non impone alcuna verità; s’impone, impercettibilmente, come movimento di poesia che dà al pensiero da pensare, rapsodicamente, in forma musicale.
     La lingua di Simone Weil non è riducibile a mera argomentazione discorsiva o a speculazione teorica, è anche e soprattutto intuitiva e poetica: «Tutte le volte che un frammento di verità inesprimibile passa nelle parole che, senza poter contenere la verità che le ha ispirate, hanno con essa una corrispondenza così perfetta grazie alla loro disposizione, che forniscono un supporto ad ogni spirito desideroso di ritrovarla, tutte le volte che questo accade, un bagliore di bellezza è cosparso sulle parole» (Écrits de Londres, p. 37). Il punto fondamentale è l’armonia, non la sintesi, tra spirito ed espressione, tra fondo e forma. Quest’armonia si nutre della contraddizione, collocandosi a distanza tanto dai contemporanei programmi sperimentali del surrealismo quanto da ogni abbandono di classicismo estatico. L’illusione della retorica classica, e in una certa ottica rovesciata anche quella delle avanguardie, hanno assegnato alla poesia il compito di spingersi al di là delle parole nel tentativo di realizzare quella totalità irraggiungibile e virtuale che è il linguaggio stesso, fatto coincidere con l’essere. Diversamente, la poetica di Simone Weil è dal suo interno una ‘disciplina’, una domanda di passione e di resistenza che non favorisce la divaricazione tra parole, cose e significati, alludendo inoltre alla misteriosa presenza d’infinito nell’infimo.
     Se poetare e pensare sono distinti e insieme coappartenenti, questo si deve intendere in modo non filosofico e neppure estetico. La comprensione dell’unità nella loro distinzione tra pensiero e poesia comporta anche la rinuncia al primato tanto di una poesia filosofica quanto di una filosofia poetica. Ambedue errano, come esiliate da una loro unità immemoriale. La scrittura di Simone Weil attraversa il patimento della ‘separazione’ e fa segno all’unità originaria: quel tanto di pensante che rivelano le sue lucide riflessioni coincide con una certa bellezza poetica poiché poesia e pensiero traducono il dire silenzioso della «reale realtà». La relazione, non dialettica, ma dialogica, fra poetare e pensare presuppone una rivoluzione poetica permanente del pensare: il pensiero, si potrebbe dire, sottrae la poesia alla dimensione estetica; e la poesia a sua volta, fattasi pensiero cantato, preserva il pensiero dalle tentazioni del dogmatismo logico.
     Pensare l’uomo, il mondo e la loro relazione vuol dire entrare nella responsabilità della parola senza esercitare su di essa alcuna forma di dominio, ma spezzando la convenzione poetica che fa cominciare l’opera dall’iniziativa letteraria dello scrittore. Per Simone Weil la scrittura è piuttosto un dettato, una traduzione attraverso l’esercizio esigente dell’attenzione al reale e nella certezza che il linguaggio offra un modo di corrispondere all’appello dell’evento. Non è semplicemente una forma prodotta né un insieme di segni espressivi, è piuttosto la trasposizione di letture, un intermediario che fa segno alla verità senza appropriarsene. «Non essere che un intermediario fra la terra incolta e il campo arato, fra i dati del problema e la soluzione, fra la pagina bianca e la poesia, fra lo sventurato che ha fame e lo sventurato saziato» (La Pesanteur et la Grâce, p. 54). In questa esortazione risuona un’aspirazione al bene, all’impensabile, al senza nome, al vuoto. «Il vuoto è la pienezza suprema, ma l’uomo non ha diritto di saperlo» (Cahiers II, p. 17). Il vuoto si configura come dimora in cui la verità è custodita contro tutti i suoi mascheramenti e tradimenti messi in opera dalla ragione dell’“io” per afferrarla.
     La scrittura di Simone Weil non è prodotta o cercata, ma trovata nella forma dell’ascolto e del raccoglimento. Radicata tanto nel rifiuto delle tesi conformiste o di moda quanto nell’esclusione di acrobazie formali o di preziosismi lessicali, rappresenta nei suoi esiti una prova di pensiero e di poesia, capace di scuotere i fondamenti, rinunciando a quella forza antropocentrica e razionalistica che, sulla base di una gigantesca rimozione del dolore e della morte, ha prodotto i sistemi teorici e le dissimulazioni più ingegnose della nostra cultura.
     Il movimento di verità di questa scrittura non appartiene ad una credenza né ad un sistema d’idee. Si rivela nella qualità di una relazione col mondo, del rapporto giusto, libero ed eretico, estraneo ad ogni autorità precostituita, obbediente solo all’appello irrinunciabile di “dire vero” pur sapendo che la verità sfugge ad ogni rappresentazione. Occorre presupporre, in senso ontologico, che ci sia un dire senza parole e che la poesia traduce in parole umane.  Alain affermava la necessità di una fede nuda, anche in mancanza delle parole. Le strutture cognitive, elaborate nel corso di tutto l’arco storico della civiltà occidentale, sono nate per formare uno schermo alla contraddizione che Simone Weil, per contro, considera una condizione ontologica: la condizione sovrana che è insieme barriera e passaggio alla conoscenza. «La contraddizione è la nostra miseria, e il sentimento della nostra miseria è il sentimento della realtà. Poiché non siamo noi a fabbricarla, la nostra miseria è vera. Ecco perché occorre prediligerla. Tutto il resto è immaginario» (La Pesanteur et la Grâce, p. 100). L’enorme apparato retorico e ideologico esistente sembra finalizzato a fronteggiare, attraverso dispositivi di compensazione, il terrore del vuoto; si giustificano così i caratteri feroci della struttura sociale, teologicamente i dogmi delle istituzioni religiose, esteticamente la funzione personalistica dell’arte, scientificamente il pensiero calcolante della ricerca. «La menzogna è la fuga del pensiero umano di fronte alla contraddizione essenziale, irrimediabile». Al vuoto e alla contraddizione, Simone Weil non oppone una letteratura dell’immaginazione, né festiva né dolorosa, ma la consapevolezza che non si possa rimuovere, non senza mentirsi, quella oscurità che ci comprende.
     Le parole non sono tanto chiamate a svolgere la funzione strumentale dell’espressione o dell’involucro delle idee, quanto piuttosto a suggerire ciò che dà da pensare al pensiero. Se il concetto di filosofia – amore della saggezza – ha significato amore della verità nella storia della metafisica, la conoscenza, richiesta dall’amore, implica a sua volta il rifiuto dell’idea che la verità possa essere oggettivata persino dall’amore stesso: «Amore della verità è un’espressione impropria. La verità non è un oggetto d’amore. Non è un oggetto. Ciò che si ama è qualcosa che esiste, che si pensa, e che per questo può essere occasione di verità o di errore. Una verità è sempre la verità di qualcosa. La verità è la presenza reale della realtà. L’oggetto dell’amore non è la verità, ma la realtà. Desiderare la verità è desiderare un contatto diretto con la realtà. Desiderare un contatto con la realtà è amarla. Si desidera la verità unicamente per amare nella verità. Si desidera conoscere la verità di ciò che si ama. Invece di parlare d’amore della verità è meglio parlare di uno spirito di verità nell’amore» (L’enracinement, p. 319).
     La poesia, «rimossa per diverse ragioni fin dall’adolescenza», ritorna, nella sua forma più involontaria e più inattesa nella prosa dei Cahiers, incaricata di trasmettere qualcosa di puro, con lo scrupolo e il rigore di chi sorveglia ogni accento. Lo stile nudo ed elementare sembra voler impedire che s’infiltri nella pagina la menzogna onnipresente del ‘poetico’. Viene alla mente una massima di un altro genio, Max Jacob, ebreo cattolico, morto in un campo di deportazione: «L’arte è menzogna, ma un buon artista non mente». Nel caso di Simone Weil meglio sarebbe dire una non-volontà di stile nel senso che la scrittura procede nel modo impersonale in cui la soggettività finisce per contrarsi, lasciando la voce al vero della lingua, spogliata dei rituali retorici della letteratura. La scrittura si dispone su molteplici piani, in definitiva polimorfa ma come retta da un unico timbro che soffoca, fin dal nascere, ogni astuzia o artificio di seduzione etica ed estetica, poiché: «Il passaggio al trascendente accade quando le facoltà umane – intelligenza, volontà, amore umano – cozzano contro un limite, e l’essere umano resta sulla soglia, al di là della quale non può compiere un passo, e ciò senza lasciarsene distogliere, senza sapere quel che desidera e teso nell’attesa» (Cahiers IV, 4, p. 362). L’attesa non è a termine, è un’impostazione della vita che cambia il modo di pensare e di scrivere.
     La composizione su vari piani – tale è la configurazione nel loro insieme dei Cahiers – non è predisposta; è un cammino, un tracciare, a rapide arcate, di originali congiunzioni analogiche a cui ritornare incessantemente. Mai del tutto esaurita od esautorata, l’analogia riemerge, come certi corsi d’acqua sotterranei, soprattutto nei periodi dei grandi sistemi o delle tentazioni totalitarie, resuscitando la questione dell’uno e dei molti, la parte e il tutto; il tutto, non come somma delle parti, ma come armonia conclusiva ed essenziale, profonda e invisibile della visibilità simbolica. L’analogia in Simone Weil, richiamandosi a un’intelligenza di proporzione, è un’esperienza del pensiero che intuisce nessi tra le cose.
     Forse la critica non ha ancora valutato abbastanza la segreta vocazione di questa scrittura, la sua pronuncia poetica. L’affermazione delle linguistiche è uno dei caratteri nuovi delle culture europee che si affaccia nella prima metà del secolo scorso; Simone Weil non sembra voler sostenere di fronte alla scienza del linguaggio i diritti non-scientifici o meta-scientifici della poesia. Né si potrebbe interpretare questa vocazione «rimossa» come il desiderio di affermare il privilegio o il predominio del linguaggio poetico in termini idealistici di poesia, o in termini stilistici di ‘scarto dalla norma’, o di funzione comunicativa. C’è invece l’intuizione di una concezione ontologica del linguaggio, in virtù della quale la poesia degna di questo nome è un dire che mostra la «reale realtà». «Quando si parla del potere delle parole si tratta di un potere d’illusione e d’errore. Ma, per effetto di una disposizione provvidenziale e a condizione che se ne faccia buon uso, vi sono alcune parole che racchiudono in se stesse la virtù d’illuminare e di sollevare verso il bene. Sone le parole alle quali corrisponde una perfezione assoluta e per noi inafferrabile […] Ciò che esprimono è inconcepibile » (Écrits de Londres, p. 42).

     Non a caso il Prologue, che è forse dei Cahiers la pagina di poesia più alta, nelle intenzioni dell’autrice doveva essere la chiave di quel libro impossibile da scrivere di cui Simone Weil ci ha lasciato «una massa non ordinata di frammenti». La poesia in prosa racconta un’esperienza interiore. Una certa luce si dissimula nella semplicità della forma e nella nudità delle parole che tentano di affermare la necessità del mondo la cui bellezza effimera è promessa alla sparizione, alla morte. Nella cornice sobria di una mansarda accade un incontro, promessa inattesa e stupefacente di un’amicizia o di un amore. Immediatamente cade l’infinita distanza che separa i due convitati. L’ospite è dapprima accolto alla tavola frugale dello sconosciuto, come in un interno di Van Gogh, per mangiare e bere la bellezza del mondo, per poco tempo. Lo sconosciuto diventa improvvisamente severo, poi brutale e violento. L’ospitalità dell’Amore è un’esperienza fuggevole che svanisce come un sogno difficile da ricordare nei suoi particolari. Ciascuno degli ospiti sembra dissolversi per rinascere, nella separazione con l’altro, in forma di assenza.
     Simone Weil stessa era convinta che «la grazia colma, ma può entrare soltanto là dove c’è un vuoto per riceverla, ed è essa stessa che compie quel vuoto» (La Pesanteur et la Grâce, p. 20). Attendere nell’attenzione e in presenza del vuoto, è forse questo il senso del Prologo e della poesia dei Cahiers.
     E per Simone Weil questa esperienza non costituisce una responsabilità ontoteologica dottrinale poiché «Una poesia deve voler dire qualcosa, e allo stesso tempo nulla – il nulla che è dall’alto» (Cahiers IV, 3, p. 110).

 

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Prologo (*)

 

Il entra dans ma chambre et dit: «Misérable, qui ne comprends rien, qui ne sais rien. Viens avec moi et je t’enseignerai des choses dont tu ne te doutes pas». Je le suivis…

Entrò nella mia camera e disse: «Miserabile, che non comprendi nulla, che non sai nulla. Vieni con me, t’insegnerò cose che tu nemmeno sospetti». Lo seguii.
Mi condusse in una chiesa. Era nuova e brutta. Mi portò davanti all’altare e mi disse: «Inginocchiati». Gli dissi: «Io non sono stato battezzato». Disse: «Cadi in ginocchio davanti a questo luogo con amore come davanti al luogo dove esiste la verità». Obbedii.
Mi fece uscire e salire fin sopra una soffitta da dove si vedeva attraverso la finestra aperta tutta la città, delle impalcature di legno, il fiume dove alcune imbarcazioni venivano scaricate. Nella soffitta c’erano solo un tavolo e due sedie.
Mi fece sedere.
Eravamo soli. Lui parlò. Ogni tanto qualcuno entrava, si univa alla conversazione, poi se ne andava.
Non era più inverno, non era ancora primavera. I rami degli alberi erano spogli, senza gemme, in un’aria fredda e piena di sole.
La luce saliva, risplendeva, diminuiva, poi le stelle e la luna entravano dalla finestra. Poi sorgeva nuovamente l’aurora.
Talora lui taceva, da una credenza prendeva un pane, lo dividevamo. Quel pane aveva realmente il gusto del pane.
Non ho mai più ritrovato quel gusto.
Mi versava del vino che aveva il gusto del sole e della terra dove sorgeva quella città.
Talvolta ci stendevamo sul pavimento della soffitta e la dolcezza del sonno scendeva su di me. Poi mi risvegliavo e bevevo la luce del sole.
Mi aveva promesso un insegnamento, ma non m’insegnò nulla. Parlavamo di tutto, passando da una cosa all’altra, come vecchi amici.
Un giorno mi disse: «Adesso vattene». Caddi in ginocchio, abbracciai le sue gambe, lo supplicai di non scacciarmi. Ma lui mi buttò giù per le scale. Discesi le scale senza capire nulla, col cuore a pezzi. Camminai per le strade. Mi accorsi poi che non avevo nessuna idea dove fosse quella casa.
Non ho mai provato a ritrovarla. Mi rendevo conto che era venuto a cercarmi per errore. Il mio posto non è in quella soffitta. Esso è ovunque, nella cella di un carcere, in uno dei quei salotti borghesi pieni di ninnoli e di peluche rossa, nella sala d’aspetto di una stazione. Ovunque, ma non in quella soffitta.
A volte non posso impedirmi, con timore e rimorso, di ripetere a me stesso un po’ di quello che mi ha detto. Come sapere se mi ricordo con precisione? Lui non c’è per dirmelo.
Lo so che non mi ama. Come potrebbe amarmi? Eppure dentro di me qualcosa, un punto di me stesso, non può fare a meno di pensare tremando di paura che malgrado tutto, forse, mi ama.

 

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Nota

(*) Simone Weil, Prologue, in La connaissance surnaturelle, Paris, Gallimard, 1950, pp. 9-10 e in ŒC, VI, 3, pp. 369-370. Traduzione di Adriano Marchetti, in Simone Weil, Poesie e altri scritti, Milano, Crocetti Editore, 1989, pp. 19, 21.

Nello stesso volume si trova (pp. 60-61) la poesia Les Astres (1942-43) di cui si dà la traduzione:

Astri

Astri di fuoco che abitate la notte i cieli lontani,
Astri muti e freddi che ciecamente ruotate,
Voi strappate i giorni di ieri dai nostri cuori,
Nel domani ci gettate senza il nostro consenso.
E noi gemiamo e i nostri lamenti a voi sono vani.
Poiché dobbiamo, vi seguiremo, le braccia legate,
Gli occhi rivolti al vostro scintillio puro e amaro.
Al vostro cospetto poco importa ogni dolore.
Senza parole, vacilliamo sul nostro cammino.
D’improvviso è qui nel cuore il loro fuoco divino.

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5 pensieri riguardo “Una poetica dell’attesa (II)”

  1. Leggerò con calma questo lungo e interessante post. Ora scrivo qui per segnalare una mia richiesta nella pagina di about, di qualche giorno fa.
    Grazie, nell’attesa.
    Carmen Lama

  2. Non desiderare; attendere. E’ questa la sintesi estrema della poetica 8e della ricerca) di Simone Weil. Grazie per questo bellissimo post. Alessandra Paganardi.

  3. Molto interessante, in particolare mi sono soffermata sull’unità inscindibile di pensiero e poesia, anché perché ne ho parlato in un mio Saggio appena pubblicato da Aletti (Verso la poesia alla ricerca del senso), avvalendomi di una preziosa opera di Maria Zambrano, Poesia e Filosofia, appunto.
    Grazie,
    Carmen Lama

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