Terra estrema

Mauro Germani

Questi che vanno e vengono
e dicono forse la vita
forse l’enigma
dei loro corpi
oscillanti
in questa fine di cielo
e di terra,
tu che per gioco
ti cerchi
e ti senti fantasma,
vento
che ti cancella
maledetto.

La scelta di un linguaggio spoglio, tessuto di termini semplici, non è scelta minimale. La lingua scarna, lessicalmente monocorde di Germani, è il contrario di una lingua “barocca” che procede per accumulo e analogie. Il poeta vuole consapevolmente elevare il minimo di maschere fra il suo io e quello che esprime: la presenza evidente e perturbante del corpo, dell’altro da sé – il corpo visto come la propria stessa ombra. L’epigrafe celiniana ne è l’indizio evidente: “Tutto quel che è interessante avviene nell’ombra: decisamente nulla si sa dell’autentica storia degli uomini”.
(Marco Ercolani)

Mauro Germani sembra chiederci di operare una torsione del nostro sguardo, un rovesciamento preliminare del nostro consueto stile di orientamento nel mondo. Rovesciamento quale potrebbe prodursi, giusto, “nello specchio rovesciato del mondo”. Il mondo sarebbe allora, per la scrittura poetica, “come lo specchio”, dal cui originario rovesciamento sarebbero prodotte successioni di immagini, o più verosimilmente, vi si rifletterebbero delle immagini. Immagini a loro volta capovolte, come di consueto accade sulla rétina oculare o nel rifrangersi dei raggi luminosi attraverso la lente fotografica. Le leggi della fisiologia e della fisica non possiedono certo per il poeta la facoltà di rassicurarci circa la fedeltà delle immagini speculari rispetto al mondo.
Il “ricevere immagini”, da parte della scrittura poetica attorno al corpo, sarebbe allora configurabile, a tutti gli effetti, come la poetica sottesa a quella “speculazione” sul senso del mondo. Poetica che, chiedendo al mondo di rovesciarsi per lasciarsi ricevere nei margini di una più ampia riflessione sull’invisibile, lo restituirebbe “in immagini capovolte” rispetto a una presunta “naturalità del vedere”, tutta da verificare peraltro.
(Fabio Botto)

 

Mauro Germani, Terra estrema
Interventi di Marco Ercolani e Fabio Botto
Forlì, Editrice L’Arcolaio, 2011

 

L’IGNOTO SANGUE

 

Là dove il corpo appare
nella fredda fiamma
del nulla
o più lontano in fondo
nel pozzo segreto
e senza nome,
ecco l’attrito
ecco
il lampo improvviso e vero
che dice adesso,
adesso è il destino,
guarda,
ancora trema
è qui, è in te
ancora per poco,
prima del buio.

*

La bellezza che non sai dire
e le vene, tutta l’infanzia, gli anni,
gli anni a capofitto
in questo
gettato divenire,
questo abisso che hai amato
in silenzio, tu
altro da te, altro nell’altro,
solo, a frantumi,
nello specchio rovesciato
del mondo.

*

Com’è il cielo dei morti,
la loro leggenda.

Come sono i lumi
allineati nell’ombra,
i volti lontani,
quegli addii senza parole.

Come tutto è fermo
negli occhi, tutto
nell’ora che chiama
e li sceglie, l’innalza
nel pianto per sempre
senza di noi.

*

Non sappiamo il corpo
l’assoluta verità del sangue.

Com’è sola la carne
e noi assenti in lei
e lei nel mondo.

Oh esistere davvero,
essere veramente
le nostre parole,
noi appartenenti
per sempre alla terra
come un respiro
alla vita…

*

Non so quale risorta carne
quale vita eterna.

Qui ancora passano gli anni
come delitti,
non li conta più
la terra
e dai camposanti si leva
una nebbia oscura
che entra piano
nelle nostre case.

Com’è lento per noi,
com’è lontano
il perdono dei morti
che sulla soglia
attendiamo.

*

Sognare la tua differenza
essere in te, nell’acqua
e nella terra
del tuo corpo.

Non avere alfabeto
in queste sere
di giugno,
mentre la città
chiede perdono,
si ferma nelle luci
o nelle macchie dei visi
dice
che tutto è accaduto
senza di te
e ancora accadrà
nell’ombra che sei,
nel capovolto mondo
che non ha confini.

*

Sei tu la domanda
l’imperscrutabile notte
la carne ferita, il morso
che ti sottrae alla luce.

Sei tu la parola
il verbo impronunciabile
il lamento incessante, il grido
che scuote l’universo.

Sei tu il silenzio
che toglie il respiro
il cielo muto
il dio assente nell’ombra

tu il tremore antico
del tuo volto

tu l’ignoto sangue
della tua vita.

*

Le vene che ti scelsero
in ogni lacrima
come a benedire
il tuo nulla segreto

le vene senza mare
e senza porti
solitarie sorelle perdute
figlie di nessun paese

le vene infelici e capovolte
spezzate nella febbre
e nell’urto dei polsi

le vene che sognano
la tua fatale alleanza
il tuo addio e la tua pace,

le vene mortali
e assassine

*

Che cosa appare
alla finestra di un altro.

Figure saltate
nell’orbita vuota,
cerchi d’attesa
in un processo di luce.

Non c’è fantasma
più di questa scintilla,
di questa
spoglia di mondo.

Non c’è condanna
più del vostro corpo
del vostro
semplice andare.

 

VOCI

 

Conosco tutti i miei corpi sepolti, dice la Terra, sono le mie ossa bianche e la mia polvere, l’eternità perduta che è nell’erba e nei fiori, ogni stagione del mondo.
A me vengono tutti quelli che furono e che saranno, i nomi i volti gli sguardi i drammi gli amori le bocche sospirate i sogni i baci i deliri.
Oh, mio grembo capovolto, mia disperata legione, mia incessante moltitudine!
Ogni destino è questo ritorno senza ritorno, questo buio profondo di tutti e di nessuno…

*

Ci sono macchie di sangue in tutte le case, dice la Notte, io le nascondo e le rubo insieme al sonno degli uomini, ai loro delitti segreti e mai avvenuti.
Le avvolgo piano nel mio mantello e a poco a poco diventano ombre, ombre addolorate e parlanti, spose infelici che raccontano i loro corpi perduti: una mano, una gola, un occhio, un cuore o soltanto un brevissimo sogno.
Vorrebbero tornare nelle vene, portare la vita dove l’hanno perduta, essere il loro antico essere, ma non possono.
Sono ormai nel mio destino e come me precipitano, precipitano sempre più in fondo all’abisso…

*

Io che corro e non ho direzione, dice il Vento, io innamorato di ogni corpo e di ogni terra, dolce e furioso di nulla, io senza senno e senza dimora, io senza io, come farò mai ad avere voi, maledetti di vita e di morte, voi feriti dal destino e dalla parola, oppure voi smisurate pianure e boschi e infinite montagne che appartenete all’ignota maestà della terra.
Come farò a possedere i vostri corpi, una volta per sempre, senza la mia offesa e il mio incessante desiderio, io che da sempre vi amo e vi odio invano, e corro, corro senza riposo…

*

Sapessi dove inizio e dove finisco, dice il Cielo, qual è il mio corpo immenso, io che vivo solo le altezze, i disegni delle nuvole, il canto silenzioso delle stelle o quello infuocato del sole.
Non so chi sono, come cambio, come sarò, non ho memoria, e ogni giorno dimentico la mia vita. Da sempre ignoro il destino che m’accompagna.
Tutto avviene senza di me e senza di voi che credete alla mia patria inesistente, mia stessa illusione, mia potenza e mio nulla, come queste parole che ora vi confesso e che nessuno potrà sentire…

*

Condanna condanna, dice il Fuoco, vi porto questa luce assassina, questa profezia senza dio, questo dono strappato all’ignoto.
Ecco il mio verbo che divampa e consuma, la mia lingua che s’accende nelle tenebre, che balla la vita e la morte.
Oh, condanna d’aria e di terra, risata eterna del destino!
Io brucio e divoro la carne del mondo, io innalzo la purezza che non c’è, l’addio di ogni canto e di ogni voce. Per voi una forza mi vuole e mi perde, una magia m’incarna e mi vince…

 

TERRA ESTREMA

 

I

Nella stanza cresceva l’ombra, il sonno come un addio. Lui ripeteva il dolore di quelle scale come fosse per sempre, come un gesto scampato al disastro di fuori. Lei aveva pochi minuti, oppure una vita intera, lo guardava e lo ricordava senza trattenerlo, con calma, nella vertigine chiusa di quello spazio segreto.

II

C’era stato un giuramento lì, un attimo assoluto.
C’era stato un amore incurabile, la luce tremante dei volti, la strada lontana. Un abbraccio senza mondo, vicino alla carie dei muri, dove era più facile perdere, non avere giorni, non avere nomi.

III

Lei vendeva il suo corpo per essere infelice e poter dormire. Trovava sempre un sorriso, anche nella fame disperata, negli appuntamenti veloci. Chiedeva aiuto da quei cassetti aperti e confusi, da una foto ingiallita, da una borsetta dimenticata.
Per sé aveva qualche stagione, un albero che sorrideva, un po’ di neve, una rosa gialla, un piccolo ramo spezzato.
Per sé piangeva in silenzio.

IV

Lui era un poeta e le sue parole, le sue domande non uscivano da quella stanza.
A volte la notte gli rispondeva dicendo: “Verrà l’ora onnipotente, verrà come una ladra e sarà una bambina dai capelli bianchi. Ti riconoscerà e ti porterà con sé per sempre. Andrete lontano, andrete dove non c’è ritorno e la vostra solitudine sarà immensa e gloriosa…”.

V

“Ti mentirò sempre il male, l’urto delle moltitudini”, le diceva quando era bello non essere lì, sognare una casa lontana, un destino senza destino, una fiamma e un vento solo per loro.
Lei si perdeva e si ritrovava come in un’infanzia di terra e di nuvole, una meraviglia buona e solitaria, un patto raccontato dal cielo.

 

***

17 pensieri riguardo “Terra estrema”

  1. Dice bene Marco Ercolani:

    “La scelta di un linguaggio spoglio, tessuto di termini semplici, non è scelta minimale”.

    Difatti l’intensità e l’energia infuse nelle parole ne dilatano i contorni, il linguaggio condensa lirica e pensiero: da leggere e rileggere.

    Complimenti a Mauro e grazie a Francesco per la proposta. E in bocca al lupo al nuovo libro!

  2. Ringrazio Mauro per avermi chiesto di presentare il suo libro e Francesco per la preziosa ospitalità. Colgo l’occasione per salutare Fabio Botto, che non conosco, ma le cui parole completano bene i testi del libro.

    m

  3. Terra estrema è un libro che fa onore al mio catalogo.
    Ringrazio gli autori dei commenti, in particolare l’ospite Francesco e il raffinato critico Marco Ercolani.
    Un particolare saluto al mio autore Mauro.
    Gianfranco

  4. Non sappiamo il corpo
    l’assoluta verità del sangue.

    Com’è sola la carne
    e noi assenti in lei
    e lei nel mondo.

    Una scrittura che segna, incide in profondità. Stupende le “Voci”. Sì, da leggere e rileggere.

    Grazie, un caro saluto
    Stefania

  5. Ringrazio Natalia Castaldi, Giorgio, Marco, Gianfranco, Stefania C. per le loro parole.
    Un grazie particolare a Francesco per la sua attenzione e per questo spazio davvero prezioso.
    Mauro

  6. Leggendo le poesie ho avuto la sensazione di percorrere una terra desolata, malinconica; certamente il titolo del libro è in assoluta sintonia con le immagini che prepotenti si aprono a chi legge.
    Terra estrema , stremata. Quando la riflessione si fa esattezza, si fa un disegno che si svela al sensibile con la sua oscurità e le sue ombre e ci parla delle nostre fragilità tramite una voce sincera, autentica.
    Liliana

  7. “il nome perduto/del mondo”.
    basterebbe questo splendido verso finale e il titolo “Terra estrema” per connotare il libro di Mauro Germani che ha scritto veramente un’opera importante come la definisce Francesco, forse tra le sue più belle.
    E complimenti anche a Gianfranco Fabbri per la sua elegante collana.
    lucetta

  8. Ciao, Lucetta, mi associo ai tuoi complimenti a Gianfranco: la migliore poesia italiana odierna la “fanno” ormai pochi piccoli editori, animati da passione, cultura, capacità di scelta.

    fm

  9. Ho avuto la fortuna di assistere al primo sgorgare di questa scrittura, dalle viscere di quel continente sommerso da cui proviene, e in direzione del quale ci invita a seguirla.
    Allora mi sono letteralmente mancate le parole, tale fu la commozione. Non sono del tutto sicuro di averle trovate. Nel frattempo, l’impatto emotivo, le immagini, il ritrovamento di ricordi che forse non sono neppure i miei è cresciuto di intensità…
    Un grazie a Mauro, con ogni fibra del mio essere, per avermi aiutato ad avvicinarmi a quel luogo verso il quale, da solo, forse non avrei mai osato spingermi.
    Molto bella l’introduzione di Marco Ercolani, che saluto e ringrazio per le sue parole.

  10. Un grazie a tutti gli intervenuti! In particolare saluto Lucetta Frisa (mi tengo stretto il complimento!) e al caro Francesco, sempre disponibile, generoso. Stimabile. (Il tuo parere, per me, è fondamentale, caro amico).
    Un abbraccio e un grazie ai due autori che hanno firmato gli interventi eccezionali: Marco Ercolani e Fabio Botto.
    Gianfranco

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