Murales

Marco Saya

Sapientemente ironico e sfuggente, pieno di irresoluti interrogativi, di utopie irraggiungibili, di memorie di una gioia che affranca e che dispera: è questo il regno liquido, felicemente malinconico, entro il quale si muove e si esprime Marco Saya, una voce lontana dalle mode, un poeta che sa trasformare la scrittura in uno strano gioco fitto di un’amarezza repentina e, insieme, di un’inattesa e impreveduta felicità. (Mario Fresa)

 

Marco Saya, Murales
Interventi visivi di Marco Vecchio
Salerno, Edizioni L’Arca Felice
Collana «Coincidenze», 2010

[Libro di arte-poesia a tiratura limitata
(199 esemplari numerati a mano)
pp. 40, più una litografia fuori testo.]

 

Testi

 

ascoltiamo il ricordo
di vecchie tracce,
il vinile sostituito
da un veloce youtube,
videovedo in un quadratino,
brodo star per insipide
– insipienze –

 

*

 

esiste un magma
del centro,
calore ri-proiettato
nei neuroni
di superfici aride,
langhe desolate
della mente.
solo brevi shopping
nell’escursione diurna,
prima del rientro.

 

*

 

raccolta differenziata
di accessori stile impero: nokia,
ipod, iphone, keyboard,
navigatori, satellitari,
digitali e quello che verrà.

tutto nel sacco nero, grazie.

 

*

 

e se la periferia incontra il centro
o se il centro incontra la periferia
e se la via incontra un’altra via
o se la via incontra una piazza
e se la piazza è un dedalo di strade
o se una strada non ha un’uscita
e se alla fine qualcuno aspetta
o se quel qualcuno cerca un centro
e se confonderlo nel passeggio
o se celare la direzione
e se una ciclabile, a misura d’uomo, Ecce Homo.

 

*

 

sempre e nel dopo poi
nel cielo si intravvede
il dipinto della natura:
nell’infinita slot
di stelle e stelline
ogni combinazione è possibile,
talvolta si vince
ma il tempo sbanca
e il sommo croupier
tiene banco
e arricchisce la cassa
delle false aspettative.

 

*

 

dove ci si deve riappropriare
di quella lallazione
per reiniziare un cammino
tra sillabe ripetute
di prime vere verità?

 

*

 

chissà se questo frastuono
della città potrà mai, un giorno,
sturare le orecchie sor(di)de
ché gli occhi ciechi
e le bocche mute
e l’inodore ferrarelle
e mani flaccide
sono il condimento
di un pasto unico
e che per ora
non ha un migliore ingrediente?

 

*

 

che parola dilatata l’uunniivveerrssoo:
una regia a noi ignota
e così ci fidiamo
della presunzione
di un acaro infinitesimale,
insediato nelle stoffe
ingiallite di una poltrona
di questa grande sala.

 

*

 

quale incedere, ora, nel buio
della ragione, lontana da noi
ma più vicina alla notte
della solitudine che a essa
ci si approssima per il gran finale?

 

*

 

accado nel magma del passaggio
tra detriti di comunicazione,
rovina di confezioni sparse
lasciate lì, per caso,
nel tiramolla quotidiano.

(leggere attentamente il foglietto illustrativo, tenere lontano dalla portata dei bambini e controllare, sempre, la data di scadenza)

 

*

 

si potrebbe sgaiattolare
da questo mercatino
dell’usato e abbordare
quell’incognita che già si fiuta
nel profumo di nuove stagioni

chissà che non ne nasca una duratura storia d’amore

 

______________________________
Nota biobibliografica

Marco Saya è nato a Buenos Aires il 3 aprile 1953. Dal ’63 risiede a Milano. Musicista jazz e scrittore. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Bambole di Cera (2000), edito da Antitesi-Laura Vichi Publisher; Raccontarsi (2002), raccolta di poesie edita dall’Istituto Italiano di Cultura di Napoli; 4-poets, silloge poetica edita dalle Edizioni Il Filo (2003); Noi, atomi alla ricerca di un nucleo (2005) sempre con le Edizioni Il Filo e Situazione temporanea edita da Puntoacapo Editrice (2009). Ha condotto una rubrica musicale sul sito della Rizzoli Speaker’s Corner. Raccoglie, poi, importanti risultati nei vari concorsi proposti (poesie e raccolta edita Situazione Temporanea segnalate nelle ultime quattro edizioni del premio nazionale Lorenzo Montano, curato da «Anterem») ed è risultato vincitore della XXIV edizione del premio Nuove Lettere a cura dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli, sempre con la raccolta poetica Situazione Temporanea.
______________________________

 

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11 pensieri su “Murales”

  1. Mi piace davvero. Uno stile fresco e non per questo privo di profondità. Un intercalare di parole “nuove” che pochi poeti compreso io, non usano molto. Lettura interessante e da approfondire. Grazie e complimenti

  2. La poesia di Saya ha ( credo ) il grosso merito di occuparsi del prossimo e del palc(oscenico)scazonte che lo ospita . Se poi non è esattamente “oscenico”, è latore di punti di domanda a buona ragione non esattamente tranquillizzanti ma certamente prodromi di un momento di riflessione intelligente e responsabile .
    Questo poteva tradursi in un epicedio di languore recriminatorio / elegiaco.
    Al contrario , qui si perviene ad una tutt’altro che supina disamina esistenziale a cui non difetta oggettività e perspicacia ( mossa dalla fresca modernità del linguaggio ) .

  3. Concordo con quello che dice Attolico, ricerca in bilico e non frequente che sa camminare cartavetrando la superficie per cercare spiragli non arresi di critica e profondità. Rispetto al diluvio di cose che ci inonda e ci spinge a diventare loro protesi, viene difeso nonostante tutto uno sguardo, appunto in bilico, di disincanto che non cede alla tetraggine piangente, ma protegge una tensione a orizzonti più umani, per quanto oggi poco visibili.
    Il tutto con un linguaggio, che anch’esso nel tempo ha saputo porsi su un crinale di levità e densità.

  4. Grazie, come sempre, a Francesco che gentilmente mi ospita nelle sue pagine e a coloro che hanno commentato in modo così analitico e preciso.

    In effetti la realtà è il mio punto di osservazione, lo sguardo percepisce la molteplicità delle angolazioni del nostro raffrontarci con l’esterno, un rapporto complesso che richiede presenza e attenzione, un ascolto che sfocia in dialoghi diretti con un mondo fatto di percezioni, sensazioni, punti “deboli” che si tramutano in pensieri che rincorrono altri pensieri in una danza vorticosa accompagnata dai ritmi del proprio habitat. Il testo pensiero prende così forma nella sua eterna contraddizione come una partitura dove il tempo non è mai stabilito a priori ma è ogni singola misura o battuta a scandirne le trame, sempre diverse ma vicine perché vogliono capire, cercare di prevenire le misure successive. Questo richiede una totale simbiosi con il proprio reale, un mondo “working in progress” che costruisce il racconto, lo sviluppa, lo articola, lo canta nel gusto del vissuto e di “quello che rimane da vivere”, una forbice strettissima che non lascia spazi a voli siderali e pindarici “fuori dall’io, dagli altri e dalle cose”.

  5. Ringrazio tutti per gli interventi, a iniziare dal carissimo Marco. Un grazie particolare, poi, a Mario Fresa – per il grande lavoro di diffusione della poesia e per l’eccellente catalogo che sta costruendo.

    fm

  6. “dove ci si deve riappropriare
    di quella lallazione
    per reiniziare un cammino
    tra sillabe ripetute
    di prime vere verità?”

    la ricerca passa attraverso il linguaggio, che è fondamento del pensiero, e si spinge su di un territorio inesplorato dai più: i vocaboli della nostra contemporaneità, di un mondo così largo, così globale, eppur così stretto all’uomo d’oggi, nell’isicurezza della sua condizione “nuova” in rapporto agli strumenti “terribili” del mondo di un oggi, che l’uomo non ritrova a misura di esso ma che rischiano di alienarlo completamente annientanto l’umanitas che ci fece tali.
    Temi molto attuali e che andranno percorsi se il poeta deve essere la voce al risveglio delle coscienza in mezzo al buio della storia.
    Complimenti a Marco.
    Grazie Francesco per la proposta.
    Un saluto,
    francesca

  7. Grazie Francesca per la tua saggia riflessione, in effetti per lallazione si intende la produzione pre-linguistica dei neonati a partire dal settimo mese… C’è da recuperare un linguaggio “embedded” nella nostra coscienza collettiva ma perso tra quei strumenti “terribili” che noi umani non riusciamo più a controllare e che rappresentano un nuovo linguaggio ancor più terribile perchè utilizza vocaboli che non appartengono più e da tempo al nostro comune dizionario.

    Marco

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