La bestia di Lascaux

René Char
Maurice Blanchot

Ainsi m’apparaît
dans la frise
de Lascaux,
mère
fantastiquement
déguisée,
La Sagesse aux yeux
pleins de larmes.

“Le langage en qui parle l’origine, est essentiellement prophétique. Cela ne signifie pas qu’il dicte les événements futurs, cela veut dire qu’il ne prend pas appui sur quelque chose qui soit déjà, ni sur une vérité en cours, ni sur le seul langage déjà dit ou vérifié. Il annonce, parce qu’il commence. Il indique l’avenir, parce qu’il ne parle pas encore, langage du futur, en cela qu’il est lui-même comme un langage futur, qui toujours se devance, n’ayant son sens et sa légitimité qu’en avant de soi.”

Maurice Blanchot, La Bête de Lascaux

 

Il linguaggio in cui l’origine parla è essenzialmente profetico. Ciò non significa che esso predice gli avvenimenti futuri, ma che non parte da qualcosa che già c’è, né da una verità in corso, né dal solo linguaggio già detto e verificato. E’ un linguaggio che annuncia, poiché comincia. Indica l’avvenire, poiché non parla ancora, come un linguaggio futuro, e in quanto tale assume senso e valore solo innanzi a sé.

 

 

HOMME-OISEAU MORT ET BISON MOURANT

Long corps qui eut l’enthousiasme exigeant,
À présent perpendiculaire à la Brute blessée.

Ô tué sans entrailles!
Tué par celle qui fut tout et, réconciliée, se meurt;
Lui, danseur d’abîme, esprit, toujours à naître,
Oiseau et fruit pervers des magies cruellement sauvé.

 

UOMO-UCCELLO MORTO E BISONTE MORENTE

Lungo corpo che ebbe l’entusiasmo esigente,
perpendicolare, ora, alla Bestia ferita.

Oh ucciso senza viscere!
Ucciso da colei che fu tutto e, riconciliata, muore.
Lui, danzatore d’abisso, spirito, sempre pronto a nascere,
uccello e frutto perverso di magie, crudelmente salvato.

 

Il lungo corpo che ebbe slancio potente,
perpendicolare, ora, alla Bestia ferita.

Ucciso senza pietà!
Ucciso da colei che fu tutto e, appagata, se ne muore.
Lui, acrobata d’abisso, spirito, ogni volta rinato,
uccello e frutto perverso di riti, crudelmente esposto.

[Questa versione nasce da una serie di suggestioni ricavate dalla lettura di Georges Bataille, La peinture préhistorique, Lascaux ou la naissance de l’art, Paris, Flammarion, 1980 (I ed., Albert Skira, 1955), ora in Oeuvres complètes, vol. IX, Paris, Gallimard, 1970-1988.]

 

***

 

“Dans chacune des oeuvres de René Char, nous entendons la poésie prononcer le serment qui, dans l’anxiété et l’incertitude, l’unit à l’avenir d’elle-même, l’oblige à ne parler qu’à partir de cet avenir, pour donner, par avance, à cette venue, la fermeté et la promesse de sa parole.”

Maurice Blanchot, op. cit.

 

In ogni opera di René Char sentiamo la poesia pronunciare il giuramento che, nell’ansia e nell’incertezza, la lega al suo avvenire, la obbliga a parlare solo partendo da questo avvenire, per donare in anticipo a questo avvento la fermezza e la promessa della sua parola.

 

 

LES CERFS NOIRS

Les eaux parlaient à l’oreille du ciel.
Cerfs, vous avez franchi l’espace millénaire,
Des ténèbres du roc aux caresses de l’air.

Le chasseur qui vous pousse, le génie qui vous voit,
Que j’aime leur passion, de mon large rivage!
Et si j’avais leurs yeux, dans l’instant où j’espère?

 

I CERVI NERI

Le acque parlavano all’orecchio del cielo.
Cervi, avete attraversato lo spazio millenario
dalle tenebre della roccia alle carezze dell’aria.

Il cacciatore che vi incalza, il dio che vi guarda:
quanto mi è cara, dalla mia ampia riva, la loro passione!
E se avessi i loro occhi, nel momento della speranza?

 

***

 

“Toute parole commençante, bien qu’elle soit le mouvement le plus doux et le plus secret, est, parce qu’elle nous devance infiniment, celle qui ébranle et qui exige le plus: tel le plus tendre lever du jour en qui se déclare toute la violence d’une première clarté, et telle la parole oraculaire qui ne dicte rien, qui n’oblige en rien, qui ne parle même pas, mais fait de ce silence le doigt impérieusement fixé vers l’inconnu.”

Maurice Blanchot, op. cit.

 

Ogni parola iniziale, quantunque sia il movimento più dolce e segreto, è quella che sconvolge ed esige di più, perché infinitamente ci supera: come il più lieve sorgere del giorno in cui si manifesta tutta la violenza di un primo chiarore; come la parola dell’oracolo che non detta niente, che niente impone e neppure parla, ma fa di questo silenzio il dito imperiosamente puntato verso l’ignoto.

 

 

LA BÊTE INNOMMABLE

La Bête innommable ferme la marche du gracieux troupeau,
comme un cyclope bouffe.]
Huit quolibets font sa parure, divisent sa folie.
La Bête rote dévotement dans l’air rustique.
Ses flancs bourrés et tombants sont douloureux,
vont se vider de leur grossesse.]
De son sabot à ses vaines défenses,
elle est enveloppée de fétidité.]

Ainsi m’apparaît dans la frise de Lascaux,
mère fantastiquement déguisée,]
La Sagesse aux yeux pleins de larmes.

 

LA BESTIA INNOMINABILE

La Bestia innominabile chiude la marcia del grazioso gregge
come un ciclope buffo.
Otto lazzi le fanno da corona, dividono la sua follia.
La Bestia rutta devotamente nell’aria campestre.
I suoi fianchi grassi e cadenti sono dolorosi,
vanno a svuotarsi della gravidanza.
Dallo zoccolo alle vane difese, è tutta avvolta di fetore.

Così mi appare nel fregio di Lascaux,
madre fantasticamente travestita,
la Saggezza dagli occhi pieni di lacrime.

 

***

 

“La nature est puissante sur cette oeuvre, et la nature, ce n’est pas seulement les solides choses terriennes, le soleil, les eaux, la sagesse des hommes durables, ce n’est pas même toutes choses, ni la plénitude universelle, ni l’infini du cosmos, mais ce qui est déjà avant tout, l’immédiat et le très lointain, ce qui est plus réel que toutes choses réelles et qui s’oublie en chaque chose, le lien qu’on ne peut lier et par qui tout, le tout, se lie. La nature est, dans l’oeuvre de René Char, cette épreuve de l’origine, et c’est dans cette épreuve où elle est exposée au jaillissement d’une liberté sans mesure et à la profondeur de l’absence de temps que la poésie connaît l’éveil et, devenant parole commençante, devient la parole du commencement, celle qui est le serment de l’avenir.”

Maurice Blanchot, op. cit.

 

La natura distende la sua potenza su quest’opera, una natura che non è solo le solide cose terrene, il sole, le acque, la saggezza degli uomini immortali, e non è nemmeno la totalità, la pienezza universale, né il cosmo infinito, ma ciò che è già prima di ogni cosa, l’immediato e l’estremamente lontano, ciò che è più reale di ogni realtà e in ogni cosa si oblìa, il legame che non si può legare e attraverso il quale tutto, il tutto, si lega. La natura è, nell’opera di René Char, questa prova dell’origine, e proprio in questa prova, in cui è esposta allo zampillare di una libertà senza confini e alla profondità dell’assenza di tempo, la poesia conosce il risveglio e, divenendo parola che inizia, si trasforma nella parola dell’inizio, quella che è promessa di futuro.

 

 

JEUNE CHEVAL À LA CRINIÈRE VAPOREUSE

Que tu es beau, printemps, cheval,
Criblant le ciel de ta crinière,
Couvrant d’écume les roseaux!
Tout l’amour tient dans ton poitrail:
De la Dame blanche d’Afrique
À la Madeleine au miroir,
L’idole qui combat, la grâce qui médite.

 

GIOVANE CAVALLO DALA CRINIERA VAPOROSA

Quanta bellezza in te, primavera, cavallo
che trapassi il cielo con la tua criniera
e di schiuma ricopri i canneti.
Tutto l’amore dimora nel tuo petto:
dalla Dama bianca d’Africa
alla Maddalena allo specchio,
l’idolo che combatte, la grazia che medita.

 

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Nota

I testi di René Char sono tratti da La paroi et la prairie (1952), poi in La parole en archipel (1962), ora in Oeuvres Complètes, 1991 (I Ed., 1983), Paris, Gallimard, “Bibliothèque de la Pléiade”, pag. 351-353.

I passi in prosa sono tratti da Maurice Blanchot, La bête de Lascaux, Montpellier, Fata Morgana, 1982.
Il saggio, che reca in esergo il testo di La bête innommable, contiene una profonda riflessione sul linguaggio, il tempo e la parola poetica a partire dallo specifico dell’opera di Char.

Le traduzioni sono state condotte sui due testi citati.
______________________________

***

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23 pensieri riguardo “La bestia di Lascaux”

  1. uno dei più bei post de La dimora. intercetta la nostra alba. lo sguardo di Char e la lettura di Blanchot, una sinergia che benedice ancora una volta il pensiero poetico. che mi spinge inesorabile alla lettura di questi imperdibili testi.
    anche per esplorare se le domande cruciali che istintivamente mi pongo possano mai avere risposta: oggi, come allora, il pianto dell’uomo e della natura. quale il progresso, se non nel pianto dilatato, globalizzato? forse nel persistere tenue della speranza?
    intensamente grazie ancora una volta, Francesco.
    annamaria

  2. “La natura è, nell’opera di René Char, questa prova dell’origine, e proprio in questa prova, in cui è esposta allo zampillare di una libertà senza confini e alla profondità dell’assenza di tempo, la poesia conosce il risveglio e, divenendo parola che inizia, si trasforma nella parola dell’inizio, quella che è promessa di futuro”. La dis-misura direbbe P.Quignard nell’opera immanente di natura naturans, nella trama visibile-invisibile avviene il mistero dell’inizio, riflesso già dela fine, nell’ unico tempo indiviso e ‘immediato’ del tempo in natura e in poesia.
    Grazie per il post molto interessante.
    Un caro saluto
    SR

  3. questo silenzio”
    generato dal primo movimento “più dolce e segreto” di “ogni parola iniziale” che è quella che ” sconvolge ed esige di più, perché infinitamente ci supera: come il più lieve sorgere del giorno in cui si manifesta tutta la violenza di un primo chiarore”
    questo silenzio” che è quel primo dito “imperiosamente puntato verso l’ignoto”
    (come è anche il dito di Dio che genera ma anche spinge via Adamo)

    un primo dito tracciato che lascia una traccia
    (“La natura distende la sua potenza su quest’opera”…)

    questo silenzio è esso stesso generante e generato del ” linguaggio in cui l’origine parla […] un linguaggio che annuncia, poiché comincia.”

    Questi i passaggi superlativi di questo post, bellissimo per le voci che lo compongono (compresa quella del traduttore) bellissimo per le pitture di Lascaux scelte in modo davvero accurato.

    grazie!
    un caro saluto

  4. Solo nel nostro “tempo inattuale”, Francesco, puoi “trovare” Char e Blanchot. Questo Char e questo Blanchot. Che io, personalmente, e non solo io, abbiamo prediletto come fonte stessa della poesia e della riflessione sulla poesia. Ma impaginarlo come hai fatto tu mi/ci porta indietro, ai tempi della nostra rivista, “Arca” e di ciò che cercavamo e amavamo con una passione che talvolta abbiamo dimenticato.

    m

  5. Ignorando sia Char sia Blanchot, mi sono lasciata fluttuare tra queste riflessioni ( ma son di più ) come una sacrosanta pregnitudine che incorporo ora leggendo, rigo dopo rigo, frammento dopo frammento, scoprendo la eccezionale verità di un dipinto che avevo ridotto a mero studio antropologico.
    Invece c’è tanto alle spalle.
    Grazie

  6. Lasciami riportare due passaggi su tutti:
    “Il linguaggio in cui l’origine parla è essenzialmente profetico. Ciò non significa che esso predice gli avvenimenti futuri, ma che non parte da qualcosa che già c’è, né da una verità in corso, né dal solo linguaggio già detto e verificato. ”
    E
    “Ogni parola iniziale, quantunque sia il movimento più dolce e segreto, è quella che sconvolge ed esige di più, perché infinitamente ci supera”

  7. Splendido questo post, Francesco.Ispiratissimo sia come testo- tradotto come meglio non si potrebbe- sia per le immagini che rapiscono l’occhio e lo fanno vagare dentro il loro mondo reale e visionario insieme.
    GRAZIE mille volte
    lucetta

  8. Quando la parola sa diventare cuore pulsante, direzione verso cui tendere – o meglio, verso sui si è lanciati -, dove l’ascolto diventa corpo che tocca, aria che fiata.
    L’incontro di due sguardi che si fanno lama e percorso rivelano quanto sia vasto l’oceano “sentire”.

    Bellissima proposta!
    Preziosissimo sempre il tuo blog, Francesco!
    Grazie.
    iole

  9. ..la parole oraculaire qui ne dicte rien, qui n’oblige en rien, qui ne parle même pas, mais fait de ce silence le doigt impérieusement fixé vers l’inconnu.” (M.Blanchot) “Ô poésie…La première parole après le long silence..”(Y.Bonnefoy);entrambi parlano della terra natale,principiale,dello stupore aurorale in cui la parola prima di essere senso-significato è suono-ritmo-mondo-presenza,qualcosa che ci supera e ci precede (qui nous devance..), la parola profetica-shamana che nel silenzio annuncia l’in-dicibile, l’in-conoscibile.”Car écrire de la poésie, c’est rendre le monde au visage de sa présence.”(Yves Bonnefoy).
    Si tratta forse di una presenza che solo i poeti e gli shamani conoscono.
    Un saluto a tutti.
    SR

  10. Grazie a tutti per i preziosi interventi.

    “Les poèmes sont des bouts d’existence incorruptibles que nous lançons à la gueule répugnante de la mort, mais assez haut pour que, ricochant sur elle, ils tombent dans le monde nominateur de l’unité”.

    (Le rempart de brindilles)

    fm

  11. Mi associo a quanto dice Marco. Siamo sprofondati in queste scritture/scrittori maestri per il nostro pensiero e la nostra poesia.
    Conservo e rileggo e ripenso una usurata edizione italiana del saggio
    di Blanchot pubblicato a Bologna nel 1983 dalle edizioni Il cavaliere azzurro. Credo introvabile. Ed è quindi un dono prezioso questo che ci ha fatto Francesco. Questo saggio è talmente illuminante e denso di meditazione sul pensiero poetico e la sua scrittura da portare a una lettura infinita. Ci si può ritornare sempre e sempre ci si trova qualcosa
    per una riflessione ulteriore. Accade raramente ma accade. Ci sono scrittori (un altro è Paul Celan, con il saggio “Il meridiano”) che pur nella brevità, o forse proprio grazie a questa, sono fonti inesauribili.

    Ciao. Giorgio Bonacini

  12. Pingback: Alchimie
  13. Ho deciso di evidenziare questa perla dalla quale c’è tanto da assorbire e sulla quale tanto c’è da riflettere.
    Ho scelto di evidenziare parte del commento di Stefania Roncari( spero non le spiaccia) che mi pare esaustivo della pregevolezza che leggo.
    Ti son grata.

  14. L’idea era quella di pubblicare tutto il saggio di Blanchot tradotto; ma non sapendo “come l’avrebbe presa” chi detiene i diritti dell’opera, ho lasciato perdere.

    Più avanti metterò, di Char, le traduzioni dei “Quatre fascinants” (“le taureau, la truite, le serpent, l’alouette”), animali della “prairie” che fanno da contraltare a quelli della “paroi”.

    fm

  15. Mi associo a quanto dice Giorgio su certi libri fondamentali per la nostra “poetica” e ormai introvabili. Anch’io possiedo quella copia, nelle Edizioni del Cavaliere Azzurro, e ho la sensazione che sia quella la vera e unica edizione del libro, come “La folie du jour” sarà sempre, per me, quella pubblciata in “In forma di parole”. Certi libri, quando si invecchia, hanno certe fisionomie inconfondibili, come i volti umani.

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