Il riparo che non ho

Giovanni Fierro
Francesco Tomada

Il riparo che non ho (Le Voci della Luna, 2011) è la seconda raccolta del poeta goriziano Giovanni Fierro, e rappresenta un notevole passo in avanti lungo lo stesso percorso che già ne aveva caratterizzato l’esordio alcuni anni fa con Lasciami così. Giovanni Fierro amplifica i tratti distintivi della propria scrittura, che è una scrittura frantumata, che procede a scatti: se la bellezza sta nell’imperfezione, è proprio questo (ed è un pregio, non una critica) il valore della sua poesia, che si espone nella propria nudità privilegiando la tensione etica e morale che nasce dal vivere intensamente e totalmente le situazioni ed i luoghi. Non è il contenuto ad adattarsi alla forma, ma fortunatamente il contrario: le parole diventano livide, impietose, a volte dolcissime, a volte estremamente dure nel gridare quelle verità che normalmente vengono taciute. La fragilità dell’esistenza però non assume mai la declinazione di un auto-compatimento, quanto piuttosto suggerisce la ricerca di una profondità che vada oltre, che dia senso e giustificazione, nel rapporto di coppia, in quello padre-figlia, nei momenti in cui il percorso del poeta incrocia i luoghi dove si è fatta la grande storia. Ed è quella stessa fragilità che talora si apre a momenti di improvvisa tenerezza e al desiderio di assoluto che è lo spazio aperto dentro e fuori, il mare, il cielo, il volo delle rondini che con ogni partenza “iniziano il loro ritorno”.

 

Testi

 

Memoria

Che non è possibile
mercoledì sera non sapevo più
dove avevo parcheggiato la macchina
tre quarti d’ora a cercarla per via Angiolina
e nelle strade tutte attorno

e adesso, i cinquanta euro che avevo in tascata
dove sono andati, dove li hai messi

ma hai problemi di memoria
non è che sarà la ciste dietro il tuo orecchio sinistro
mi dici mi chiedi mi appelli.

Mi sento offeso, prendo il cappotto
e esco di casa
metto in moto l’auto, che poi l’ho ritrovata
guido per più di un’ora

e tutto questo tempo continuo a domandarti
sottovoce, con le parole che non si sporgono
di più di un centimetro, dalle mie labbra

ma tu, non ti ricordi di volermi bene?

 

La laguna di Grado

È dove mi fermo un po’
e penso che ci posso rimanere per sempre

l’acqua si alza di marea
e mai di onda

la brevità del tempo
la raccolgo nella lentezza
a piene mani, come a bere nella sete finita

il silenzio è questa quiete che si riverbera
nella cenere di ogni buio che guardo
e di ogni cercare, negli occhi
e dietro.

Qui
è dove posso, finalmente
svelare il dubbio degli affetti
che mi porto nel cuore

è l’indecisione del gabbiano

non sa mai se il suo volo
è di terra
o è di mare.

 

Imparare

Dirti che sarà per sempre
mostrarti la sicurezza di ciò che provo
forse è questo che ti aspetti da me

e penso che hai ragione.

Ma io prendo tempo, mi nascondo
balbetto una forza
e senza dirtelo penso alla
fedeltà delle rondini.

Con ogni loro partenza
iniziano il loro ritorno.

 

Mi piacevi

Per te sono stato la fermata d’autobus
che non arriva mai
ma che permette al viaggiatore di guardare il paesaggio.

Il nostro amarci non è mai stato amore

tu lo hai desiderato e hai creduto
che poteva essere un fiore.

Avevi ragione

era una rosa.
Già nel seme aveva tutte le sue spine.

 

Cosa sono le nuvole

Ogni volta mi auguro che ci siano sempre almeno un po’ di nuvole

mi dà sicurezza, è una protezione
sapere che c’è qualcosa che ammorbidisce l’impatto
quando perdo l’equilibrio, rompo
la forza di gravità, mi gira la testa
e cado nel cielo.

Prima di tornare a casa mi sono fermato in osteria

ho trovato alcuni amici
e qualcuno che non conosco proprio

abbiamo bevuto un bicchiere di vino
e ancora un altro e ancora un altro, ancora e ancora
un altro, per tutti.
Forse poteva essere una festa.

Le labbra sono diventate viola la lingua anche
nella testa le idee a migliaia
le arrabbiature a semina di grano a mano gettata nell’aria
l’amore per te invincibile.

Quando sono arrivato a casa
mi sono spento

‘ecco, hai buttato via il giorno
non ti rimane che andare a letto’ mi
hai gridato.

Sono le due e mezzo
il pomeriggio è questa improvvisa notte.

Prima vado a dormire
prima inizio a sognare.

 

Fine anno

Siamo arrivati per festeggiare il capodanno.

Ti dico che bisogna avere fiducia per vivere in questa città
i grandi viali sono la misura per parate militari
da un momento all’altro sembra possa rombare
il passo marziale dei soldati inquadrati

ma questa è la città della ragazza della poesia di Bertold Brecht
era così innamorata da sentirsi vulnerabile
e aveva paura che le semplici gocce di pioggia
la potessero far morire e perdere il suo innamorato.

Vorrei sapere dove abita e andarla a trovare, portarle dei fiori,
chiederle come si chiama.

Intanto ascolto questa lingua chiusa
esposta, asciutta e fatta di storture e angoli acuti
mi pungono i timpani

eppure le parole di questa giovane madre di fronte a me
hanno la dolce attenzione della piccola figlia, le sciolgono il sorriso
le fanno accarezzare i petali del fiore che ha in mano con maggiore
delicatezza.
Io non capisco come è possibile.

Berlino nel quarantacinque è stata rasa al suolo, le abitazioni,
le case popolari,
le fiamme e i morti, le piazze e gli alberi
poi è stata completamente ricostruita

ma dove c’erano gli edifici del Terzo Reich,
le sedi del nazionalsocialismo di Hitler
ora c’è ghiaia ed erba e tutto è vuoto

vedi Cristina, sul dolore si può sempre costruire qualcosa

sulla vergogna è impossibile.

        Berlino

 

Dopo il sogno

Qui c’era la Cecoslovacchia
il partito comunista il piano quinquennale
la riforma economica la dittatura del proletariato
irreversibile moto di libertà

ma forse il sole dell’avvenire
è stato troppo forte
impossibile da guardare ad occhi aperti
intensamente, ha portato alla cecità

così penso, a quanto è stato
a quanto non è stato
le bandiere rosse e il socialismo
da nazione

in quanti ci hanno creduto.

Ma è il prato che trovo e cammino
per arrivare al castello di Krakovec
viene ai miei occhi mi raccoglie il giorno
mi dice la verità della verità

mi spiega cosa tiene insieme il mondo

la prima margherita che vedo
i suoi petali da contare
è la domanda a cui mi affido

m’ama non m’ama.

        al Castello di Krakovec

 

Pioggia

Mi chiedi le parole dell’amore che io non dico
perché non ho braccia robuste
e poca forza nelle mani
per poterle proteggere.

Ma è stato il tuo ‘ti amo Giovanni, incondizionatamente”
ha messo il seme nel mio istinto.
Poi io sono stato capace di un unico gesto animale
ho voluto fare del tuo ventre un nido.

Se amore è quando noi due finiamo di pranzare e cenare
sui piatti vuoti e sulla tovaglia rimangono le briciole

se le mettiamo assieme fanno un pezzetto di pane
da sole sono la fame.

 

A mia figlia

Onora sempre le bolle di sapone

come l’uomo sono fatte di fiato
provengono da un respiro

come il corpo umano sono una tessitura di acqua

con trasparenza mostrano il silenzio.

Un soffio le fa volare nell’aria e vanno
si rincorrono come baci

come la vita non ritornano.

 

***

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24 pensieri riguardo “Il riparo che non ho”

  1. Le parole pronunciate e ricevute nel quotidiano lacerano la superficie, scendono, vengono “lavorate” nel profondo e tornano, senza difese, in forma di poesia. Poesia che ho molto, molto apprezzato.
    Un grande in bocca al lupo per questa nuova creatura.

    Un caro saluto
    Stefania

  2. Penso a molti anni fa ormai, quando ci incontravamo con Fierro, Tomada, a leggere in questi luoghi ancora oscurati da pesantissimi confini. Penso alla mia, chiamiamola così, preveggenza, quando mi chiedevano chi fossero i poeti più interessanti della nostra regione, ed io sempre li ricordavo quando, in realtà, non avevano ancora pubblicato niente. Perché? Perché riconoscevo in loro dei compagni di viaggio; e non occorre essere andati al Polo Nord per avere, negli occhi, il lampo di chi vuole scoprire, dentro e fuori di sé, mondi nuovi e nuovi modi per guardarli. Un caro abbraccio a Giovanni, sempre bravo e vero.

  3. W la scrittura antiletteraria nella sua espressione migliore come questa .
    Sono parole che creano – soprattutto – tanta , tanta libertà, trasmettono la sensazione che non vi sia a monte un ordito o un progetto di scrittura ; che lo stesso comandamento metrico non abbia nulla dell’invasività che detta i tempi della produzione di senso . Quindi non spontaneismo creativo , ma esemplare , umanissimo understatement linguistico .
    Un OK molto sentito all’Autore e a Francesco Marotta .

  4. “Dopo il sogno” e il verso iniziale di “A mia figlia” hanno ‘colpito e affondato’ in una scrittura solida e chiara, sempre, particolarmente cara (per un inevitabile meccanismo di identificazione) in “Memoria”

  5. “Intanto ascolto questa lingua chiusa
    esposta, asciutta e fatta di storture e angoli acuti
    mi pungono i timpani”…è poesia che si manifesta tra le contraddizioni del quotidiano e della storia, ma piena di fiducia, piana e positiva che accoglie gli elementi della natura come punto di riferimento imprescindibile per l’umano esistere. Relazioni come frammenti di cielo!

    Un saluto,

    Rosaria Di Donato

  6. Sono molto felice di questa pubblicazione!
    Ritrovo un autore che ho potuto apprezzare già in “LASCIAMI COSI’” e che qui acquista velocità in altezza. E ritrovo una casa editrice che amo ( la dedizione di Fabrizio Bianchi, la sua grande passione per la poesia rende il suo lavoro sempre eccellente). E trovo Tomada, la cui semplicità come autore è pari a quella con cui “legge” la poesia.

    Un grande augurio a tutti voi!
    i.

  7. Titolo stupendo per una raccolta che lascerà il segno. La “naturalezza” spuria di Giovanni sa di vita, di tutti gli ingredienti di una vita, di una verità fondata sulla parola eppure ancorata alla tenace fragilità del dubbio. Concordo appieno col commento di Ivan Crico: l’est ci dà una poesia senza fronzoli, una lezione di come la parola possa essere limpida, e allo stesso tempo profonda.
    Un carissimo saluto. FF

  8. molto semplicemente: mi piace da morire! forse perché vengo dal nordest?
    “a mia figlia”, avendone una di fantastica, vorrei averla scritta io. solo una persona superiore può lasciare pensieri così in eredità: onorare la labilità, fatta di trasparenze e fiati. onorare l’umano. ma che bello!

  9. A nome mio e di Giovanni, che credo passerà da qui presto, vi ringrazio per i segni del vostro passaggio, che sottolineano il valore di questa poesia. E ancora di più ringrazio fm, che come sempre si dimostra di una disponibilità rara.

    Francesco t.

  10. Lingua esatta, asciutta, scene che restano nella mente, un lavoro sulla parola lieve ma profondo: una poesia importante, che non conoscevo.

  11. Mi associo ai complimenti a questo autore e anche ai due Francesco.
    Credo anche io che il nordest, abbia qualcosa di particolare nell’aria, perchè sta producendo alcuni tra i più interessanti poeti contempoaranei.
    Noto una capacità di ri-costruire con la semplicità e la forza di un dopo terremoto, rinnovando anche un linguaggio comunicativo intercostale.
    vincenzo celli

  12. non posso che ringraziare francesco marotta per l’importante spazio che mi ha concesso, e le significative parole di francesco tomada che danno luce agli scritti di questo mio libro.
    mi fanno bene le parole di chi ha lasciato il proprio pensiero.
    sono tutte emozioni che vivo direttamente, che mi aiutano nel percorso di scrittura e respiro che con ‘il riparo che non ho’ aggiunge una nuova possibilità.
    un sincero abbraccio a voi
    giovanni fierro

  13. La raccolta di poesie di Fierro non ha alcuna difficoltà a trovare la strada per raggiungere lo spirito del lettore. Alcune poesie tagliano, la maggior parte accarezzano. Alcune separano, la maggior parte uniscono. E di questi tempi si ha bisogno di carezze e condivisione. Complimenti

  14. Si sente la maturità nei versi di Giovanni senza mai perdere la tenerezza vista nel quotidiano. Leggere le sue poesie è un buon motivo per cominciare una bella giornata

  15. CIAO POETA! SONO SIMONE DEL TABACCHINO,SPERO DI FAR USO PRIVATO DI MEZZO PUBBLICO IN MANIERA CORRETTA,..NON TROVO IL TUO NUMERO…E AVREI BISOGNO DI CONTATTARTI!! CIAO CIAO CIAO

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