Per Ernesto Sábato (1911-2011)

Massimo Rizzante

Oggi 30 aprile è morto Ernesto Sábato, l’autore della trilogia romanzesca composta da Il tunnel (1948), Sopra eroi e tombe (1961) e L’angelo dell’abisso (Abaddón el exterminador, 1974) e di saggi come Lo scrittore e i suoi fantasmi, Prima della fine, Resistenza. In realtà gli editori italiani avrebbero dovuto fare di più e meglio per il maestro argentino. Ma mai come in questo caso sono rimasti sordi ai miei richiami. Non che la mia voce abbia per loro un qualche peso, ma questi mirabili capi d’azienda, la cui presunzione spesso supera quella dei loro editor, la quale a sua volta supera quella dei loro scrittori, dovrebbero qualche volta alzare il naso al di là dei nostri confini e del nostro presente.

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Il dialogo e il silenzio

Giuseppe Zuccarino
Maurice Blanchot

Blanchot: il dialogo e il silenzio

       L’amicizia a distanza

     Quando si parla dell’opera critica di Maurice Blanchot, e in particolare dei volumi da lui pubblicati nella seconda parte della vita, è quasi inevitabile chiamare in causa, assieme ad altre, anche la nozione di amicizia. E in effetti, nelle ultime grandi raccolte saggistiche, l’importanza del colloquio fra amici viene posta in forte evidenza(1). Per capire meglio che ruolo giochino in ciò – o, almeno in apparenza, contro ciò – la personalità riservata dell’autore ed anche la sua concezione austera della letteratura, converrà precisare che per lui l’amicizia non comporta necessariamente la frequentazione personale. Continua a leggere Il dialogo e il silenzio

Dissolvenza

Paolo Ruffilli

Dissolvenza

Labile specchio
schermo di paura
su cui campeggia il vuoto.
Imprime alla freccia
il moto e glissa a lato
la mano timorosa.
E il mondo incappa
nella rete
tolto alla nebbia
colto e richiamato
nei tratti del gesso
che si incide, gratta,
striscia, stride:
mostro di scrittura.
Così, dal buio fermo,
la lastra polverosa
fissa su dal fondo
il bordo della cosa.

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Controfigure 2 / La casa al mare

Antonio Scavone

Il bagno è senza finestra, la cucina è piccola, le camere sono mal disposte, ci si arriva con una scala in pietra tortuosa e sdrucciolevole, la terrazza si affaccia sulla linea ferroviaria trafficatissima, il panorama è invitante ma il mare è lontano, ci vuole l’auto e tanta pazienza per trovare un posto libero sulla spiaggia libera: questa è la casa che ho comprato al mare. Gianni, mio marito, mi aveva pregato di riflettere, di ponderare bene la decisione e di considerare soprattutto i soldi che avremmo speso, che abbiamo poi speso, per comprare questa casa al mare sulla riviera bussentina ma io ero sicura di aver ponderato, di aver riflettuto, di aver considerato, solo che alla fine mi sono ritrovata incerta e indecisa. In pratica, non so se questa casa al mare mi soddisfa, se mi piace, se mi accontenta. Non lo so e sto cercando di capirlo. Continua a leggere Controfigure 2 / La casa al mare

L’orologiaio

Hans Henny Jahnn

«Apparse presso Rowohlt nel 1954, le 13 storie inospitali chiudono il cerchio delle opere narrative di Hans Henny Jahnn. Questi torsi di prosa ritagliati da Perrudja (1929) e dallo sterminato corpo di Fiume senza rive (1949-61) affidano alle carte una costellazione minima dei temi e delle ossessioni dell’autore. Baedeker di Atlantide, canzoniere ultimo e, insieme, per la sua natura testamentaria, maschera funebre dello stesso Jahnn, le Storie rappresentano l’ideale viatico a un continente inabissato.

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La casa del mais

Fausto Marchetti
Cristina Bove

Nella casa del mais il mare d’erba si fonde con il cielo.
Due uomini nudi sotto la doccia.
Il vecchio non si lava più da solo, l’ultima volta è scivolato, ha paura, orgoglio e pudore gli impediscono di chiedere aiuto alle figlie, sono io l’unico cui affida le confidenze della sua intimità da quando l’ho stretto tra le braccia, mentre gli annunciavo la morte improvvisa della moglie sei anni fa.

Se non fosse stato per te, gli sarebbe venuto un colpo subito, già allora, fu solo grazie al tuo affetto e al tuo abbraccio amorevole che riuscì a sopravvivere al dolore della mia perdita, e io ti ho benedetto, per tutto quello che ci avevi dato, per tutto il cuore che ci avevi messo a cercare di capirci e di amarci entrambi.

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Gadda, Carlo Emilio (VI)

Giancarlo Mazzacurati
Carlo Emilio Gadda
Giovanni Campi

10-12-1986

Il linguaggio d’uno scrittore certamente è la fonte da cui discende quel flusso naturale della sua lingua che alcuni manuali poi fanno rientrare in un genere letterario naturalmente considerato. Gli appunti privati, raccolti nel ”Giornale” o nel “Racconto”, sono tipicamente personali, propri dell’uomo Gadda. Mandare alle stampe un libro, e dunque pubblicare, significa arrivare ad una comunicazione con un pubblico di lettori la cui attesa per certi versi può dirsi spasmodica. Continua a leggere Gadda, Carlo Emilio (VI)

La casa delle fiabe

Marco Ercolani
Lucetta Frisa

“Ma chi sono io – per essere sempre costretto a curare e mai a essere curato? Chi mi dà la forza di vivere nella nostra casa e cancellare il sangue dalle pareti, dai pensieri, dalle parole, dai libri, come se non fosse mai stato versato?”

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Taglio di mondo

Rosa Pierno
Gilberto Isella

Nota critica a Taglio di mondo
di Gilberto Isella

Avanziamo immediata un’ipotesi: che la Sfinge nominata da Gilberto Isella nel suo “Taglio di mondo” Manni, 2007, sia la poesia, la quale come ogni amore è fatto di cieca aderenza e di crudele consapevolezza: “Tiene in mani la sfinge / nel tempo dell’impostura / la carica talvolta come un orologio / ma lei sgòmita balza e non ha più misura / o s’innalza per scherzo al suo viso / lui sa di avere per ogni giorno schiusa / la casa dove ogni passione brucia / per troppa consonanza / con ciò che deve rimanere oscuro, / innominabile”. E come dirla la poesia, come dire che cos’è se non mostrandola? Lo sguardo del lettore corre sulle pagine facendo appello a tutte le proprie forze. Continua a leggere Taglio di mondo

Ciao, Vittorio

“Questo figlio perduto, ma così vivo come forse non lo è stato mai, che come il seme che nella terra marcisce e muore, darà frutti rigogliosi. Lo vedo e lo sento già dalle parole degli amici, soprattutto dei giovani, alcuni vicini, altri lontanissimi che attraverso Vittorio hanno conosciuto e capito, tanto più ora, come si può dare un senso ad «Utopia», come la sete di giustizia e di pace, la fratellanza e la solidarietà abbiano ancora cittadinanza e che, come diceva Vittorio, «la Palestina può anche essere fuori dell’uscio di casa».” (Egidia Beretta Arrigoni)

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Restiamo umani (II)

Jeff Halper
Moni Ovadia

Dopo aver perso un altro amico e compagno meno di due settimane fa, Juliano Mer-Khamis, mi tocca piangere e ricordare il collega e compagno di bordo in Free Gaza, Vittorio (Vik) Arrigoni, brutalmente assassinato la notte scorsa da estremisti religiosi a Gaza (in realtà Vittorio e Juliano si somigliavano, nell’aspetto fisico, per il carattere vivace e allegro, e per l’insistenza nello “stare lì” quando gli oppressi avevano bisogno di loro). Vik era davvero una persona esagerata. Continua a leggere Restiamo umani (II)

Oratorio bizantino

Franco Arminio

La paesologia, la disciplina che Arminio ha messo al mondo un po’ per gioco un po’ sul serio, è una «scienza arresa», non mira a vendere, ma a far capire, non è seduzione, ma un gesto di amore doloroso e insieme inaffondabile. In questo Oratorio bizantino, che raccoglie scritti che attraversano più di un decennio, s’incontrano all’improvviso delle descrizioni commoventi, ci s’imbatte nell’Irpinia d’Oriente, una terra alta e battuta dai venti, una vera e propria «Mecca dei venti», uno dei pochi luoghi nei quali può venire in mente l’idea di un Museo dell’aria. Ma questi venti, che prendono la rincorsa da altre terre alte e arrivano da lontano, sono anche e soprattutto un luogo dell’anima, sottolineano la distanza dell’altura dai riti fescenninici della costa, dall’opulenza volgare e rumorosa di un mare fatto non più da marinai e navigatori, ma dalle plebi estive notturne e accaldate, dai terremoti sonori scagliati nel buio a decine di miglia di distanza, testimonianza di quella perdita del rapporto con i luoghi che li rende una discarica dello stordimento, un fondale dove il rumore annega in un solo colpo la bellezza e la coscienza, «una fossa comune dello spirito». Continua a leggere Oratorio bizantino

Vulnus

Rosa Pierno

si perde in sabbiose minuzie
in un vociare stento di clausura
che non basta la vita a definirne
il senso la grammatica visibile
dell’esistente eppure quanta anagrafica
purezza cova l’imperfezione
che rileggi materna lo sghembo
tenace ornamento che ricopre
a malapena la lesione del ventre
la cicatrice sepolta nel bianco
del foglio lo smorire dell’orma
l’inganno senza memoria della riva

“Scavare nella scrittura non può che restituirne i segni più superficiali. Non esiste un fondo della scrittura come pure della necessità di scrivere. Tutti i segni sono gettati sulla tavola, li si può scompigliare e con essi ricostruire un’altra conformazione…”

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L’inizio perduto del film

Giorgio Bonacini

“Improbabile allora il colore che affonda / condanna l’oceano alla stessa follia che disturba / nel cielo le nuvole scritte, i fantasmi, i giganti / segnati – è la storia di un uomo e del sonno / un interprete nudo, l’attore più oscuro / di luci e di volti, di pietre sconnesse e parole / che uniscono voci alla musica, al senso…”

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Utopia (Vittorio Arrigoni)

Utopia (Vittorio Arrigoni)

Forse non tutti apprezzano i confini
che ci hanno abituato a registrare
con dovizia di carte, il favore
di armamenti pronti a sorprendere
chi ha fame, chi non può permettersi di stare
dove dicono gli altri se non c’è – non c’è –
più di che vivere. E’ un buon motivo
per credere in qualcosa che i trattati
non possono trattare. Se il nome di battesimo
non basta, è dovere di chi spera
– non di chi spara e chi separa –
inventare l’Utopia di una guerriglia
che rende bersaglio dei cecchini
israeliani, a cui puoi opporre solo
un tatuaggio, il tuo restiamo umani,
detto nel sangue, prima che venga maggio,
e sia già in volo.

(Fabrizio Centofanti)