Una poetica dell’attesa (III)

Adriano Marchetti
Simone Weil

Astres en feu peuplant la nuit les cieux lointains, / Astres muets tournant sans voir toujours glacés, / Vous arrachez hors de nos cœurs les jours d’hier, / Vous nous jetez aux lendemains sans notre aveu, / Et nous pleurons et tous nos cris vers vous sont vains. / Puisqu’il le faut, nous vous suivrons, les bras liés, / Les yeux tournés vers votre éclat pur mais amer. / À votre aspect toute douleur importe peu. / Nous nous taisons, nous chancelons sur nos chemins. / Il est là dans le cœur soudain, leur feu divin.

Adriano Marchetti
SIMONE WEIL
Poetica attenta

Con una scelta di testi
Napoli, Liguori Editore, 2010

Quaderni

Dal Volume Primo

     Fare l’inventario o la critica della nostra civiltà, che vuol dire? Cercare di chiarire in modo preciso la trappola che ha fatto dell’uomo lo schiavo delle proprie creazioni. In che modo l’incoscienza si è in filtrata nel pensiero e nell’azione metodica. L’evasione nella vita selvaggia è una soluzione pigra. Ritrovare il patto originario tra lo spirito e il mondo attraverso la civiltà stessa in cui viviamo. Del resto è un compito impossibile da realizzare, a causa della brevità della vita umana e dell’impossibilità della collaborazione o della successione. Non è una ragione per non intraprenderlo. Tutti, anche i più giovani, siamo in una situazione analoga a quella di Socrate, quando attendeva la morte nella sua prigione e imparava a suonare la lira. Del resto, anche senza collaborazione, sono possibili degli scambi. Bisognerebbe che studiosi, tecnici, operai qualificati, tentassero di dominare scienza e tecnica… (158-159)

*

     Il fatto essenziale è questo. Il discredito del lavoro porta alla fine della civiltà. Questo è il vero materialismo. La forma di sfruttamento non è un fenomeno materiale. Quel che vi è di materiale nella storia è la tecnica, non l’economia. (159)

*

     L’arte non ha avvenire [immediato], perché ogni forma d’arte è collettiva, e non c’è vita collettiva [non ci sono che collettività morte], e anche a causa di quella rottura del vero patto tra il corpo e l’anima. (Nota che l’arte greca ha coinciso con gli inizi della geometria e con l’atletica. L’arte del medio Evo con l’artigianato. L’arte del rinascimento con gli inizi della meccanica. L’arte del XVIII e XIX secolo con il risveglio del sentimento popolare. L’«umanesimo» stesso non era possibile che prima della guerra… Dopo il 1914 vi è una cesura completa). La commedia è pressoché impossibile, perché non vi è posto per la satira (quando mi è stato più facile capire Giovenale?) l’arte non potrà rinascere che dall’interno della grande anarchia – epica, senza dubbio, perché la sventura avrà semplificato parecchie cose. Teatro scaturito dalle profonde sorgenti popolari – architettura. È, dunque, del tutto inutile da parte tua invidiare Leonardo, o Bach – (o…). La grandezza, ai nostri giorni, deve prendere altre vie. Per altro essa non può che essere solitaria, oscura e senza eco…[ma non vi è arte senza eco]. (160-161)

*

     Solitudine. Qual è dunque il suo valore? Dal momento che si è in presenza della semplice materia (anche il cielo, le stelle, la luna, gli alberi in fiore), di cose di valore inferiore [forse] a uno spirito umano. Il suo valore consiste nella possibilità superiore di attenzione. Se si potesse avere lo stesso grado di attenzione in presenza di un essere umano… (?) (205)

*

Imitare l’abbandono al tempo delle cose inerti. (237)

*

     L’altro. Percepire ogni essere umano (immagine di se stessi) come una prigione in cui abita un prigioniero, con tutto l’universo attorno. (239)

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     Giustizia. Essere continuamente pronti ad ammettere che un altro è altra cosa da ciò che si legge quando egli è presente (ovvero quando si pensa a lui). O piuttosto: leggere in lui anche (e continuamente) che egli è certamente altra cosa, forse tutt’altra cosa, da quel che in lui si legge. (257)

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     Non leggere. Leggere la non-lettura.
Arte suprema, ordine senza forma né nome. Negazione della forma nella grande arte. In che modo? Analizzare. Forma in Michelangelo, non nella statua greca. Come avviene questo?
Poesia. Immagini e parole che riflettono lo stato senza immagini e senza parole. Musica. Suoni che riflettono lo stato senza suoni. Parole e suoni equivalenti al silenzio. Ma in che modo?
Riflettono per il solo fatto che si succedono, data la conformità della natura umana in tutti gli uomini. Lo stesso mistero della retta.
Ma nella statua greca?
Ogni parte è per sé e non per collegare altre parti. Che si colleghino è un sovrappiù. (283)

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     Luce e ombra, bene e male – immagini, nel mondo, della correlazione dei contrari. Contrari per noi. Se si pensano gli atomi, la luce e l’ombra non sono dei contrari. E questa è un’immagine di un’altra verità. (304)

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     Essere e avere. L’uomo non ha essere, ha soltanto l’avere. L’essere dell’uomo è situato dietro al sipario, dalla parte del soprannaturale. Ciò che può conoscere di se stesso è solo ciò che gli è prestato dalle circostanze. Io è nascosto per me (e per gli altri); è dalla parte di Dio… è in Dio… è Dio (ātman). Essere orgogliosi significa dimenticare che si è Dio… il sipario è la miseria umana: anche per il Cristo esisteva un sipario. (374)

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     Tutti gli uomini sono sottoposti alla forza di gravità anche se si raccontano, a torto o a ragione, storie di saggi o di santi che levitano o camminano sulle acque.
     Così pure per la gravità morale, cosa che, in genere, si ignora o si dimentica. Tentare di enumerarne gli effetti. (376)

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     Il pensiero è incatenato da cose che sono il contrario del pensiero, e tuttavia sono solo pensieri (spazio e tempo). (382)

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     Analogia tra algebra e denaro. Ambedue livellano. Le distanze verticali non vi sono rappresentate. (395)

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Dal Volume Secondo

     Adorazione dei grandi da parte del popolo nel XVII secolo (La Bruyère). Era un effetto dell’immaginario che colma il vuoto, effetto svanito da quando il denaro vi si è sostituito. Due effetti bassi, ma il denaro di più. (32)

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     L’oggetto della mia ricerca non è il soprannaturale, ma questo mondo. Il soprannaturale è la luce. Non si deve osare di farne un oggetto, altrimenti lo si abbassa. (72)

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     La gioia perfetta esclude il sentimento stesso di gioia, perché nell’anima, colmata dall’oggetto, non resta nessun angolo disponibile per dire «io».
Tali gioie non sono immaginabili quando sono assenti; manca così lo stimolo per cercarle. (78-79)

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     La sofferenza e il godimento come fonti del sapere. Il serpente ha offerto la conoscenza a Adamo ed Eva. Le sirene hanno offerto la conoscenza a Ulisse. Queste storie insegnano che l’anima si perde quando cerca la conoscenza nel piacere. Perché? – Il piacere è forse innocente a condizione che non vi si cerchi la conoscenza. Ma è permesso cercarla nella sofferenza. (135-136)

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     La gioia è la pienezza del sentimento del reale.
Ma soffrire conservando il sentimento del reale è meglio. Soffrire senza sprofondare nell’incubo. Che il dolore sia, per un verso, puramente esteriore; per l’altro, puramente interiore. Che esso sia unicamente nella sensibilità; esteriore, come al di fuori delle parti non sensibili dell’anima; interiore, come al di fuori dell’universo. (Io ne sono molto lontana). Il dolore è il tempo e lo spazio che sprofondano nella sensibilità.
Vi sono tre specie di dolore. Il dolore inutile (degradante). Il dolore espiatorio. Il dolore che redime (questo è privilegio degli innocenti). Noi constatiamo che Dio li infligge tutti e tre. (Perché?). All’uomo è permesso infliggere solo il secondo. (Perché?). (144)

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     Ogni religione è l’unica vera, vale a dire che nel momento in cui la si pensa è necessario applicarle così tanta attenzione, come se non vi fosse nient’altro; allo stesso modo ogni paesaggio, ogni quadro, ogni poesia, ecc. è l’unico bello. La «sintesi» delle religioni implica una qualità di attenzione inferiore. (152-153)

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     La pienezza dell’essere è identica al nulla per il pensiero astratto, ma non mentre si fugge dal nulla e ci si dirige verso l’essere. C’è il nulla da cui si fugge e il nulla verso cui ci si dirige. (157)

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     La contemplazione della miseria umana è l’unica forma della felicità soprannaturale. (158)

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     La conoscenza della nostra miseria è l’unica cosa in noi che non sia miserabile. (162)

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     La scienza, l’arte e la religione sono congiunte dalla nozione di ordine del mondo, che noi abbiamo completamente perduta. (180)

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Il verbo è il silenzio di Dio. (205)

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La necessità è il velo di Dio. (205)

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     Come in generale il bello è l’immagine del bene, così la purezza è l’immagine dell’umiltà. (216)

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     La conoscenza della miseria umana è difficile per il ricco, perché è quasi invincibilmente portato a credere di essere qualcosa. È difficile per il miserabile, perché è quasi invincibilmente portato a credere che il ricco, il potente è qualcosa. (218)

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     È necessario accettare tutto, ogni cosa, senza eccezione alcuna, in sé e fuori di sé, in tutto l’universo, con lo stesso grado di amore; ma il male in quanto male e il bene in quanto bene. Due piani perpendicolari. Spazio. La lunghezza, la larghezza, l’altezza e la profondità, e la conoscenza della carità che supera ogni conoscenza. (258)

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     «Il tempo è un fanciullo che gioca a tric-trac»(1). Noi siamo le pedine di un bambino. (288)

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     Il bello è un’attrazione carnale che tiene a distanza e implica una rinuncia. Compresa la rinuncia più intima, quella dell’immaginazione. Si vuol mangiare tutti gli altri oggetti di desiderio. Il bello è ciò che si desidera senza volerlo mangiare. Desideriamo che esso sia. (294)

***

Dal Volume Terzo

     La giustizia che appare nuda e morta in un essere vivente. Una vita pura come la morte. (40)

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     La danza è il ritorno dal movimento retto al movimento circolare. (Così pure la corsa a piedi, quando è bella: Ladoumègue(2). È lo stile). È un movimento non diretto, senza intenzione, e che tuttavia non si produce a caso, ma è sottomesso a una necessità rigorosa più di un movimento che procede da un’intenzione. (78)

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     Poesia: dolore e gioia impossibili. Tocco straziante, nostalgia. Tale è la poesia provenzale e inglese. Una gioia che a forza di essere pura e incontaminata fa male. (Un dolore che a forza di essere puro e incontaminato placa; questo è greco). (129)

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     La tecnica è un adattamento dei mezzi ai fini. Ma l’arte autentica è finalità priva di fine. La tecnica dell’artista autentico è dunque tecnica trascendente. La tecnica trascendente e l’ispirazione sono la medesima cosa. Per un verso, nell’arte non c’è che ispirazione, perché la tecnica non trascendente non vi deve giocare alcun ruolo. Per l’altro, non c’è che tecnica, perché l’ispirazione è tecnica. (Legame fra le nozioni di ordine e tecnica). (280)

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     La fonte principale della bellezza matematica è la docilità degli enti matematici. Se ci resistono non è capriccio, ma docilità alla loro legge. Docilità laddove non c’è alcuna forza, alcuna costrizione. Obbedienza.
Imitare questa obbedienza.
Osservazione dei limiti e degli àmbiti.
La materi imita questa obbedienza. Così la forza non è più forza.
Musica? (328-329)

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     Imitare la pazienza della materia.
L’obbedienza della materia non ha bisogno di legge. Ma noi abbiamo bisogno di leggi per rappresentarcela. Altrimenti la scambieremmo per capriccio, dal momento che l’incontriamo con i nostri desideri, ai quali è compiacente o contraria. (346)

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     L’uso della ragione rende le cose trasparenti allo spirito. Ma il trasparente non si vede. Si vede l’opaco attraverso il trasparente, l’opaco che era nascosto quando il trasparente non era trasparente. Si vede o la polvere sul vetro o il paesaggio dietro al vetro, mai il vetro. Togliere la polvere serve solo a vedere il paesaggio. La ragione non deve esercitare la sua funzione dimostrativa se non per giungere a scontrarsi con i veri misteri, con i veri indimostrabili, che sono il reale. Il non compreso nasconde l’incomprensibile e per questo deve essere eliminato. (351)

*

Dolcezza della natura.
Una dolcezza fatta di necessità. (353)

*

     L’estetica è generalmente considerata come una disciplina particolare, mentre è la chiave delle verità soprannaturali. (364)

*

     Bellezza – Operazione dell’intelligenza pura nella concezione della necessità teorica, e incarnazione nella conoscenza concreta del mondo e nella tecnica – sprazzi di giustizia, di compassione, di gratitudine tra uomini di giustizia, di compassione, di gratitudine tra uomini. Tre misteri soprannaturali costantemente presenti al centro della natura. Tre porte aperte sulla porta centrale che è il Cristo. (415)

*

Nell’arte e nella scienza di prim’ordine, la creazione è rinuncia di sé. (418)

*

Onde. Tutto e parti. Stesso e Altro. (418)

***

Dal Volume Quarto

     La contemplazione del tempo è la chiave della vita umana. È il mistero irriducibile sul quale nessuna scienza fa presa. L’umiltà è inevitabile quando si sa di non essere sicuri di sé per l’avvenire. Si raggiunge la stabilità soltanto abbandonando l’io che è soggetto al tempo e modificabile.
Due cose irriducibili a ogni razionalismo: il tempo e la bellezza. È da qui che occorre partire. (65)

*

Il fine della vita umana è costruire un’architettura nell’anima. (104)

*

     L’eternità si trova al termine di un tempo infinito. Il dolore, la fatica, la fame danno al tempo il colore dell’infinito. (106)

*

     Il metodo proprio della filosofia consiste nel concepire in modo chiaro i problemi insolubili nella loro insolubilità, quindi nel contemplarli senz’altro, fissamente, instancabilmente, per anni, senza nessuna speranza, nell’attesa.
Se ci atteniamo a questo criterio, ci sono pochi filosofi. Pochi è dire già tanto.
Il passaggio al trascendente avviene quando le facoltà umane – intelligenza, volontà, amore umano – cozzano contro un limite, e l’essere umano resta sulla soglia, al di là della quale non può fare un passo, e questo senza lasciarsene distogliere, senza sapere ciò che desidera e teso nell’attesa.
È uno stato di estrema umiliazione. Impossibile a chi non è capace di accettare l’umiliazione.
Il genio è la virtù soprannaturale di umiltà nell’ambito del pensiero. Lo si può dimostrare.
Finché il pensiero di un uomo circola nella regione in cui abitano gli spiriti di un ambiente molto raffinato, esso è passibile di controllo umano, è limitato da giudizi umani.
Appena passa al di sopra di questa regione, niente di umano può più servirgli da controllo né da limite.
La tentazione dell’orgoglio è a questo punto più forte di prima.
Chi si trova in una simile situazione può sfuggire allo smarrimento, all’illusione, alla menzogna, solo con la grazia di dio, se la implora dal fondo del cuore, con una fede e una umiltà totali.
Altrimenti bisogna che egli ridiscenda un poco per ritrovarsi nella regione in cui i suoi amici possono entrare, oppure occorre che si lasci afferrare dal diavolo.
In ambedue i casi, egli può dare l’illusione del genio, e cingere il suo nome di una gloria che attraversa i secoli.
Ma è blasfemo chiamare genio chi non è capace di verità.
Il legame tra l’umiltà e la filosofia autentica era noto nell’antichità. Tra i filosofi socratici, cinici, stoici, l’essere ingiuriati, colpiti e anche schiaffeggiati sopportando tutto ciò senza la minima reazione di dignità istintiva era considerato parte del dovere professionale.
Poiché l’apostolato cristiano è una professione vicina o identica a quella di filosofo, il precetto di Cristo ai discepoli :«porgete l’altra guancia»(3), deve essere considerato allo stesso modo, come un obbligo della particolare funzione di apostolato, non come un obbligo della vita cristiana. (364)

*

     Meccanismo indiretto di un crimine.
Il mio errore criminale prima del 1939 sugli ambienti pacifisti e la loro azione è stato la conseguenza dell’incapacità dovuta per tanti anni alla prostrazioni per il dolore fisico. Trovandomi in uno stato che non mi permetteva di seguire da vicino le loro azioni, di frequentarli, di discutere con essi, non ho riconosciuto la loro inclinazione al tradimento.  Certo, avrei potuto rendermi facilmente conto che lo stato in cui mi trovavo mi vietava responsabilità gravi e mi imponeva di astenermi. Ciò che ha fatto lo schermo tra questa evidenza e me stessa, era il peccato di pigrizia, la tentazione dell’inerzia. Desideravo così intensamente una simile astensione che non potevo permettermi uno sguardo imparziale sulle origini legittime che me la consigliavano; come un seminarista che in preda alle più violente tentazioni della carne non osa guardare una donna.
Proprio perché la pigrizia e l’inerzia mi avevano spesso dominata nelle piccole cose, ho creduto di dover reagire ciecamente in una grande cosa contro la tentazione dell’inerzia, invece di esaminare freddamente i vantaggi e gli inconvenienti possibili dell’azione o dell’astensione.
Dunque non averne avuto il coraggio, in un giorno di stanchezza, di scrivere una lettera, di fare il mio letto – e questo accumulato giorno dopo giorno, mi ha infine gettato nell’orrore della negligenza criminale nei riguardi della patria.
È un esempio di un collegamento che è universale.
Quando si è capito come mediante questo meccanismo minuscoli errori privati diventino crimini pubblici, non ci sono più minuscoli errori privati. Si possono commettere solo dei crimini.
È spaventoso, perché se ne commettono.
Bisogna sentirsi perpetuamente criminali finché non si ha la perfezione, e gridare continuamente con tutta l’anima nel silenzio per ottenerla, finché la morte mette fine a questa tortura, o finché Dio, esasperato, manda la perfezione.
Quando si è giunti a questo grado di comprensione, si è realmente – eccetto quanti si trovano in una disposizione simile – il più criminale degli esseri umani. Perché tutte le piccole mancanze sono realmente dei crimini, dal momento che si è stati chiaramente costretti dalla ragione a considerarli tali. I grandi criminali commettono pochi crimini. Si commettono molte piccole mancanze. Vale a dire che, se per una volta si è saputo riconoscerle per quel che sono, si commettono ogni giorno molti crimini.
L’unico rimedio è portare la sventura finché Dio si impietosisca. Perché la volontà umana, per quanto tesa, non si avvicina alla perfezione. (377-378)

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Note

(*) Cahiers, ŒC VI/1, 2. 3. 4. Traduzione di G: Gaeta, Quaderni, voll. I, II, III, IV, Milano, Adelphi, 1982-1993.
La numerazione che segue ogni citazione indica le pagine dei rispettivi volumi da cui sono state tratte.

(1) Eraclito, frammento 52, Diels.

(2) Jules Ladoumègue (1906-1973): atleta francese, vice campione olimpionico dei 1500 m. nel 1928, ma squalificato per professionismo alla vigilia delle Olimpiadi del 1932.

(3) Matteo, v,. 39; Luca, VI, 29.
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8 pensieri riguardo “Una poetica dell’attesa (III)”

  1. “La contemplazione del tempo è la chiave della vita umana. È il mistero irriducibile sul quale nessuna scienza fa presa. L’umiltà è inevitabile quando si sa di non essere sicuri di sé per l’avvenire. Si raggiunge la stabilità soltanto abbandonando l’io che è soggetto al tempo e modificabile.Due cose irriducibili a ogni razionalismo: il tempo e la bellezza. È da qui che occorre partire”. Una voce profonda, metafisica, spirituale quella di S.Weil, un pensiero trasversale, nell’unico universale, riflesso costante di una bellezza più grande..Solo eliminando l’io si conosce l’umiltà, quello stare e sentire vicino alla terra (humus), la consapevolezza della nostra imperfezione. Grazie per il post molto interessante e ricco di’ spunti; aggiungerei, se mi è permesso, un terzo elemento irriducibile a ogni razionalismo:il pensiero come immaginazione e conoscenza. Mirabile anche questa volta, A.Marchetti nella scelta dei testi, per la traduzione e per l’attenzione costante verso Simone Weil.
    Un caro saluto
    SR

  2. Quanto leggo è talmente vertiginoso da obbligarmi a leggerne a tratti…
    Ne esprapolo solo in punta di piedi un frammento che si è insinuato ( per legge di natura e prepotentemente) dentro di me..
    “L’estetica è generalmente considerata come una disciplina particolare, mentre è la chiave delle verità soprannaturali. ”
    Affresco di un’anima attraverso l’autore della sua biografia?
    Di più, di più…

  3. Un ‘ occasione per tenere in esercizio i neuroni ed evitarne l’invecchiamento . La loro gioventù è un bene prezioso , bisogna evitare che ci scappino di mano .
    Se anche i nostri politici leggessero e si dessero un’assestatina . . .

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