Controfigure 1 / Un altro film

Antonio Scavone

     Quei due che vedete per questa strada assolata in un caldo pomeriggio di primavera tra i soffi rari ma pungenti di una brezza capricciosa siamo io e Daniele: la macchina da presa ci riprende mentre scendiamo lentamente lungo via Martucci come cavalli lipizzani imbolsiti all’improvviso: Daniele dinoccolato, smanioso, come un frenetico ballerino di paso doble, io compassato, le mani in tasca, gli occhi sui basoli del marciapiede, fischiettando in sordina, debolmente attirato dalle teorie che Daniele snocciola sugli investimenti remunerativi del breve periodo.
        “Guido, mi ascolti o no?”.
        “Sì, certo, parla.”.
        “Che parlo? Siamo arrivati.”.
     Alzo la testa, guardo il punto ideale di quell’ideale macchina da presa che avrebbe dovuto riprendere l’inizio del film, mi accorgo che ovviamente non c’è e decido che la prima scena la farò un’altra volta, la prossima volta: il tempo di ripensarla.
     I nostri passi rintoccano sordi sullo scenario deserto della strada, poi cambiano direzione, si affrettano, saltano su due scalini e infine ci fermano al cospetto di un portone monumentale, dai battenti levigati, con i pomi lucidi come l’oro, in un palazzo signorile, con un portiere in divisa. Avrei potuto cominciarlo così il film: una carrellata leggera, i dettagli (il pendìo del selciato, i capelli ricci di Daniele, i miei baffi spioventi), una nuvola che si inerpica nel cielo gonfiandosi e un bel primo piano di questo portiere, di questa sua faccia lunga da cane, gli occhi azzurri ma spenti, la figura asciutta da maggiordomo ma non se ne fa niente perché Daniele spezza il breve incanto chiedendo: “Il colonnello Venturini?”.
        “Innanzi tutto non è colonnello risponde il portiere e poi …Voi chi siete?”.
        “Siamo dell’assicurazione.”.
        “Assicurazione … ormai…”.
     Il colonnello Venturini, anzi il generale Venturini, come ci corregge gravemente il portiere, è spirato nella notte, un infarto, mentre guardava la tivvù.
     “Càspita!” è la replica istintiva di Daniele: i suoi occhi mi cercano per sollecitare un’azione qualsiasi e io dico che, dopo tutto, dovremmo porgere comunque le nostre condoglianze.
        “A chi?”.
     “Alla vedova – soggiunge il portiere – anche se erano separati.”. Poi ci indica le scale – “Ultimo piano” – perché l’ascensore è fuori servizio. Daniele approva, si convince e cominciamo a salire: come avrete capito, sono costretto a bloccare di nuovo l’ideazione del film.
     Ma dal mio sembra che io sia capitato, o stia per capitare, in un altro film: lo deduco da sensazioni indefinibili e inspiegabilmente suadenti, come se fossi entrato in un teatro di posa, in uno studio di Cinecittà, anziché in un palazzo patrizio dall’architettura neo-classica.
     Tutt’intorno è silenzio, spazio, luce: l’irrealtà si taglia a fette, si misura a peso, si tocca con mano. Sono partito dall’idea di scrivere un film sulla realtà, di delineare una storia comune, attingendo magari dal repertorio autobiografico (la decisione di abbandonare il lavoro di assicuratore, di trovarmene un altro, di non fare niente) e mi ritrovo, invece – qui, ora – spaesato, in una dimensione che non sento mia, preso e confuso da suggestioni che non mi appaiono né fascinose né protettive. E continuiamo a salire, a salire…
     Questo silenzio che ammanta lo spazio in un chiarore da cattedrale mi sgomenta, mi irrita: tutto è molto, fin troppo ovvio ma, come dire?, inconcludente: le scale sono le scale, le vetrate alle finestre sono vetrate, le porte degli appartamenti sono quelle che sono e poi? Mi lascio andare a un sospiro di noia, di fastidio. Insomma, la storia del mio film – che non è ancora una storia – si sta dimostrando manchevole, irrilevante, pretestuosa… Già, ma rispetto a che?
     E le scale girano, girano interminabilmente e tuttavia senza fatica: si sale come se non dovessimo mai arrivare: le nostre scarpe sfregano, scivolano, slittano sui marmi degli scalini finché dico: “Basta!”.
        “Che ti prende?”.
        “Questa torre di Babele non finisce mai?!”.
     Il mio film è bloccato, d’accordo, ma l’altro continua, si manifesta: Daniele è sorpreso dalla mia foga e con la mano mi indica che stiamo al primo piano. Sono costretto ad annuire, a far decantare quel disappunto eccessivo che mi aveva fittiziamente ringalluzzito e mi dedico, pedissequo, all’altra realtà, all’altro film.
     Ecco allora una porta socchiusa, dalla quale si espande la solita luce intensa, azzurrina, come lo squarcio di un arcobaleno nelle giornate di pioggia: devo fermarmi, succederà qualcosa di importante, lo sento e difatti mi fermo. La porta si apre silenziosamente, come nei film: ecco l’occhio dell’arcobaleno che gira su se stesso, come quello di una tromba d’aria, un vortice denso di pulviscolo cinerino. Non posso far altro che entrare, seguire la scìa della luce, scoprirne la fonte: guardo nelle stanze, tutte vuote, e mi dirigo verso il punto finale del vortice e lì, nell’ultima stanza di questo disadorno labirinto, vedo due persone che fanno l’amore su un divano. La donna mi è sconosciuta ma l’uomo no: sono io. Che significa? Un secondo me stesso? Una proiezione fantastica?
     Quest’altro film si presenta convenientemente enigmatico, correttamente inquietante.
        “Daniele, guarda…”.
        “Cosa? Ma dove ti sei cacciato?”.
     Daniele mi raggiunge e resta esterrefatto: si meraviglia che io stia osservando incantato un divano vuoto in una stanza vuota.
        “E allora? Che c’è?”.
     Devo sviare il discorso: “Niente, è una bella stanza vuota.”.
        “Dài, dài. Andiamo su dal colonnello, cioè dal generale.”.
     Usciamo sul pianerottolo, ricominciamo a salire ma non riesco a distogliere l’attenzione dalla scena cui ho assistito: chi era quella donna? E perché ero io?
        “Ti muovi o no?”.
     Mi muovo, lo seguo, mi dico che, in fondo, mi sono suggestionato: chi vuole fare un film comincia a vedere immagini dappertutto, anche se non le ha create, anche se non sono sue.
     Mi fermo, tiro dalla tasca il quaderno degli appunti e annoto questa frase: ‘Cominciano le visioni. Che senso hanno?’.
        “Santo cielo, Guido! Ti pare questo il momento di scrivere?”.
     No, non mi pare il momento di scrivere, ma di interrogarmi sì. Che cos’è questo film che si perpetra alle mie spalle, a mia insaputa? È un segnale? Un’avvisaglia? Un monito? Mi sto ficcando davvero in un dedalo senz’uscite? Mi sto crogiolando blandamente nel progetto fatuo di un Narciso astratto? Di un astratto narcisismo?… Niente, non mi so dare risposte e non credo, neppure, che l’interrogarmi sia stato, o possa essere, un segno di consapevolezza, di una tormentata ed eccentrica consapevolezza.. E allora perché mi interrogo?
     Ecco il secondo piano: le porte, le vetrate, le scale, i marmi lucidi. Ecco il terzo piano: i nostri passi sono un po’ più lenti, le stille di sudore sulla fronte di Daniele, le stringhe delle mie scarpe che si slacciano: mi inginocchio, le riannodo, riparto. Ecco il quarto piano, poi il quinto e poi chissà quanti altri e finalmente siamo davanti alla porta del generale defunto: esiste!
     Il sopraffiato di Daniele fa da contrappunto al silenzio che emana da questa porta socchiusa e la sua voce si fa roca:  “Dài, entriamo”. Come lo invidio, Daniele! Ha visto e notato quanto ho visto e notato io: le scale vuote, le vetrate colorate, la luce intensa e tuttavia è rimasto tranquillo, ordinario, solo un po’ di affanno.
     Entriamo in casa, passiamo tra due ali di parenti e amici dolenti, afflitti. Le facce? Quelle solite: devastate dalla vecchiaia, dal trucco esagerato, da pinguedini sofferte ma trascurate, da magrezze insane, da abiti gualciti, da camicie gialle, da cravatte sgonfie. Che mondo è questo? E perché non parlano?
     Ci guardano con sufficienza, con distacco, come cani da guardia pronti ad azzannare, come se avessero capito che stiamo lì, in mezzo a loro, per curiosare. Daniele è ossequioso con tutti, si inchina, stringe le mani e chiede della vedova: gliela indicano nella stanza attigua a quella della veglia funebre. Lui ringrazia e la raggiunge, mi accodo alla sua intraprendenza e quando passo, sotto l’arco della porta, davanti al catafalco dove giace il generale, mi dico che dovrei subire un’altra visione. No, nessuna visione: sul letto di morte c’è proprio un generale, un uomo sui cinquantacinque anni vestito da militare, in un ultimo e rigido Attenti! da alzabandiera.
     Continuo a sentirmi fuori posto, fuori storia, in una situazione che non cercavo e non mi riconosco nei volti degli altri, negli atteggiamenti che hanno. Sono anche loro falsi come sono falso io, qui, in casa di un morto dal quale avremmo dovuto esigere l’ultima rata di una polizza sulla vita.
     Ed ecco la vedova e le visioni ritornano: ha il volto di mia madre rugoso, flaccido, triste –, la sua stessa voce – querula, sgradevole – ma non è lei, non mi riconosce perché non mi conosce. Daniele se la cava con le solite frasi di circostanza, poi mi presenta e io mi lascio andare ad una provocazione: “Lei non è mia madre, vero?”. Daniele si inchina con deferenza, gira sui tacchi e mi porta fuori come si porta fuori un pazzo.
        “Ma che ti salta in mente?!”.
        “Niente, pensavo che avesse il volto di mia madre.”.
        “E che significa?”.
        “Che il mio film è già stato pensato e realizzato.”.
     Lascia passare qualche secondo prima di chiedermi con raccapriccio, con disgusto: “Il film? Quale film? Ma che vuoi dire?”. Voglio dire, ma lo tengo per me, che non ha senso pensare di fare un film sulla realtà quando la realtà, per conto suo, è già narrativa, immaginifica, espressiva. Ci arrovelliamo a decodificarla: perché? A risistemarla, a caricarla di significati che, a mala pena, nutriamo dentro di noi: perché? E ora glielo chiedo.
     “Tu non ci stai con la testa!” è la sua risposta dettata dalla stizza. Annuisco, gli dò ragione e vado a sedermi su una poltrona nel salone pieno di corone funebri.
        “Che fai? Ti siedi? Dobbiamo andarcene!”.
        “E la polizza?”.
     Ed ecco un uomo dall’età indefinibile, il figlio del generale, che ci viene incontro come trascinandosi, con degli occhietti increduli, opachi dietro gli occhialetti spessi e lattiginosi: sa già perché siamo lì e ci fa capire, con una vocina striminzita e da sagrestano, che non è il momento di onorare la quota dovuta, domani forse, o magari dopodomani.  Daniele ne prende atto e si sofferma in una estemporanea conversazione formale. Io non avverto di questi doveri e chiedo al sagrestano come sia morto il padre.
        “Guardava la tivvù…”.
        “E cosa? Quale programma?”
     L’occhiataccia di Daniele mi fa desistere, mi allontano per farmi un’idea di questo scenario, di quell’alito di vita che, pur in contrasto col catafalco mortuario, si è diffuso persuasivo in questa casa.
     Come prevedevo, mi smarrisco (chi di voi non l’avrebbe fatto?) nei saloni, nelle stanze, sui balconi, tra i corridoi: come se non fossi io, come se fosse quel secondo me stesso che faceva l’amore con quella bella sconosciuta o come se, al posto mio, vi fosse la mia ideale macchina da presa che, inseguendo immagini, finisce per farle sue, per crearle davvero, fissandole per così dire in corsa, al volo. Questo sì che sarebbe il mio film!
     Eppure – ed è senz’altro strano che sia io a dirlo – eppure, dicevo, non riesco a cogliere l’arredamento delle stanze, i quadri, le modanature, i finimenti, i materiali impiegati: guardo le cose e non le afferro, non riesco a descriverle, quasi esistessero per conto loro, sospese, fluttuanti, inconsistenti. Mi passano davanti agli occhi, ma ne avverto il brivido anche sulla pelle, immagini e visioni inestricabili, come tavole da disegno animato in movimento, lampi, oggetti vaganti, volti deformati, insomma il peggio della convenzione cinematografica. Sullo schermo, queste concatenazioni di metafore, rimandi, allusioni più o meno oniriche vengono chiamate effetti speciali e sono appunto trucchi, artifici, diavolerìe tecnologiche ma qui che cosa sono?
     In altre parole, sono gli effetti di quale causa e perché dovrebbero essere speciali se, rispecchiandomi in essi, osservandoli da vicino, non vi ravviso alcuna peculiarità, nessuna attrazione elettiva o congeniale?
     Daniele mi rincorre, mi tira per il braccio, mi strattona, mi redarguisce come un sergente con la recluta imbelle, un docente con l’alunno svogliato, un assicuratore serio con un collega astruso e lunatico. Come dargli torto? Già, ma perché dargli ragione, poi?
     Il sagrestano, il figlio del generale, ci osserva con apprensione, aspettandosi, da un momento all’altro, una scena madre, una scena rivelatrice che ristabilisca le distanze, facendo rinsavire me e rassicurare la sua ansia. Sono costretto (ma perché nel mio film sono sempre costretto a fare qualcosa?), dunque sono costretto a dichiarare il mio progetto e, con la stessa riluttanza, la sensazione di inadeguatezza che l’ideazione del film mi ha procurato.
     “Mi scusi, signor Venturini, e mi perdoni ma, sa com’è?, avevo pensato di realizzare un film su me stesso, sulla mia realtà attuale e invece, venendo qui, in questo palazzo, in questa casa, mi sono accorto che il mio film era già stato pensato da qualcun altro, che non valeva la pena di farlo, per cui, cosa vuole?, mi vedo… mi sento sciolto da qualsiasi impegno. Ho notato tante cose, troppe, e ne devo dedurre che la realtà degli altri, anche la sua, signor Venturini, è molto più importante e articolata di quella che io, forse dilettantisticamente, mi illudevo di poter rappresentare. Non basta il proposito di fare un film per farlo davvero, è d’accordo?”.
     L’ometto si stringe nelle spalle, annuisce debolmente, guarda Daniele che rinserra la mascella più volte per impedirsi di aprire la bocca e di seppellirmi con parole di rabbia.
        “Sì, sono d’accordo, almeno credo…”.
        “La ringrazio.”.
        “Ma lei è… è un regista?”.
        “Lasciamo perdere. Piuttosto mi dica: per il terrazzo?”.
        “Per il terrazzo!?”.
     Interviene Daniele: “Guido, vogliamo andare?” e mi tira di nuovo.
        “Un momento… Per il terrazzo ci sono le scale, vero?”.
        “Sì, per il terrazzo ci sono le scale, ancora due rampe.”.
        “Arrivederla e ancora condoglianze.”.
     Ho pensato al terrazzo perché ho pensato che questo palazzo dalle scale infinite, questa torre di Babele sulla quale si è aggrovigliato l’altro film, arrampicandosi sui suoi significati oscuri, possa avere solo alla sommità, sul terrazzo, il disvelamento finale, il senso primario, il suo nucleo espressivo.
     È una sensazione, arbitraria e campata in aria, certo, ma le sensazioni così si presentano, così sono, e non posso sottrarmi alla plausibile convinzione di dover trovare solo lì, in alto, in aria, un riscontro oggettivo alle mie confuse astrattezze.
     Sono già per le scale, che supero a salti, come se dovessi scacciarle, ributtarle alle mie spalle dove risuona la voce di Daniele: “Guido! Guido!” e i suoi passi sempre più vicini, sempre più ostili. Dopo le due rampe, mi accorgo che ce ne sono altre più piccole, più strette – prevedibile! – ed ecco la porticina di ferro che dà sul terrazzo, è chiusa con un catenaccio: con un calcio la sradico dai gangheri e la porticina ricade con un tonfo da film dell’orrore. Anche Daniele è spaventato: “Ma che vuoi fare?”, gli dico di tacere, di aspettare ed esco sul terrazzo e qui… – e confesso che non sarei stato capace di immaginare la scena che segue – …sono allibito ancora una volta: davanti a noi si stende il panorama della città, morbido, carezzevole, quieto. Che ci crediate o no, è notte, è già notte! Ecco laggiù la litoranea sfavillante di luci, le scie rosse delle automobili, i punti bianchi dei fari, le sagome nere degli alberi, la luna che si riverbera nel mare con una striscia d’argento come un tappeto increspato da grinze: solo il vento si fa sentire, nessun altro rumore, nessun suono.
        “Non è bello?”.
        “Guido, ma che cos’è questa storia?”.
        “E come faccio a spiegartela? Bisognerebbe vederla.”.
        “Ho capito. Ci parlerò io col direttore, gli dirò di… sì, insomma di soprassedere al tuo licenziamento.”.
        “Credi che abbia fatto tutto questo per la paura di essere licenziato?”.
        “No… però anche tu hai la tua parte di colpa! Sempre in ritardo, sempre disinteressato. Il lavoro è lavoro, Guido!”.
        “Il lavoro è lavoro ma il cinema è cinema! Perché stai banalizzando tutto? Io voglio restare qua, sul set di questo film.”.
        “Ma quale film, non dire stronzate! Se hai dei problemi, ti prendi un po’ di riposo e tutto passa.”.
        “No, tutto è già passato: io non voglio morire come il generale guardando la tivvù.”.
        “Ma che diavolo dici! Dài, torniamo giù, s’è fatto tardi, abbiamo altri appuntamenti.”.
     Si affaccia il figlio del generale, si aggiusta gli occhialetti, ci guarda e ci dice che ha controllato: l’ultima quota era stata regolarmente pagata e ci mostra un pezzo di carta, per cui… Per cui non devo far altro, e stavolta senza costrizioni, che aderire all’altro film, completamente, perdutamente…
     La mia ideale macchina da presa inquadra il panorama del golfo, lo scenario intatto di una storia di là da venire e mi restituisce un rinnovato vigore, un proposito ancor più esaltante: salgo sul parapetto del terrazzo, apro le braccia come farebbe un albatro prima di spiccare il volo con un decollo incerto e mi lascio cadere nel vuoto ma non precipito, veleggio come un deltaplano senz’ali, come quegli aerei di carta che fanno i bambini e che volano planando senza direzione. Ecco la realtà sotto di me, ecco la mia città, le sue luci, il suo silenzio, il suo mare, tutto rarefatto eppure tutto vivo, placido, magicamente incomprensibile. Volteggio nell’aria, m’innalzo, ricado, ancora una piroetta: guardo Daniele e il figlio del generale che sono rimasti muti e mi dico che non c’era bisogno di farlo il film: nel mio film ero solo il creatore, in quest’altro sono anche interprete, anche protagonista. Non è meglio?
     Ora devo tornare sul terrazzo, salutare il sagrestano, scusarmi per l’inconveniente della polizza già pagata e tornare, con Daniele, al pomeriggio afoso, agli altri appuntamenti ma, ditemi la verità, voi lo fareste? Lascereste questo eccitante smarrimento? Io devo pensarci e aspettare la parola Fine.

***

5 pensieri riguardo “Controfigure 1 / Un altro film”

  1. Daniele “tuttavia è rimasto tranquillo”.
    Ho sempre saputo che per salvaguardare l’equilibrio mentale bisognerebbe obbligarsi ad astrazioni come queste, a sognare ad occhi aperti.
    Mi è garbato non poco questo viaggio nel quale conduci il lettore.
    E non solo perchè con mio marito cerco di produrre documentari…
    Bravo Antonio.

  2. Una narrazione che cresce su se stessa trasmettendo un senso di imponderabilità , di attesa quanto mai intrigante nella sua dimensione sospesa tra possibile e probabile .
    Difficile lasciare “questo eccitante smarrimento”, bisogna rileggerselo .
    Grazie
    L.

  3. Tra il “possibile” e il “probabile” si consuma l’esistenza delle “controfigure”: l’attimo in cui lo “sguardo”, da sempre immobile davanti a una parete, scorge la vampa del suo stesso rogo.

    fm

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