Punto di fuga

Lucetta Frisa

Punto di fuga

 

La dame à la licorne

(Museo di Cluny, Parigi)

 

Perverso un soffio penetra la trama
del silenzioso arazzo scompiglia imprevedibile
il disegno dell’isola perfetta oh bella dama
e l’unicorno si sveglia alza la zampa snella
dal tuo impeccabile grembo oh mia bella
ed attraversa il prato calpestandone il fiore
dentro lo specchio si è precipitato e bianco
più non è ahimé e c’è rumore di prato di fiore
di specchio rotto sporcato e sparito è il disegno
e la trama oh brutta dama bella di un’altra dolcezza.

 

 

Guidoriccio da Fogliano all’assedio di Montemassi

(Simone Martini, Museo civico, Siena)

 

Se alba o notte se per vittoria o caduta
non so il luogo del tempo che mi attraversa
e il mio cavallo illude nel futuro sospeso dei passi.
Giace l’accampamento spoglio di me
in un punto alle mie spalle e va
tacendo l’immobile strada tacendo
l’aria, gli sterpi e i sassi
e queste torri da sempre vuote se nulla
o tutto è avvenuto.
Chi cammina allora chi pugnerà
o pugnò, chi m’insegue o inseguirà
chi spia alza o alzò già gli scudi,
ha dato o darà inizio alla battaglia
e mi chiedo dov’è l’assedio di Montemassi
se solo il peso di un’armatura tutta d’oro
mi ricorda Guidoriccio, un guerriero.

 

 

Specchio

(Jan van Eick, Ritratto dei coniugi Arnolfini,
National Gallery, Londra)

 

Nel silenzio lo specchio mostra figure rovesciate
se è vero che siamo qui a bisbigliarci qualcosa
di molto elegante scandendo sillabe leggere
dove l’eco si cancella sulle labbra e pure le mani
appena sfiorandosi, non osano farsi domande.
Se questo fosse il sogno di un’altra coppia,un mistero
cortese che invisibile soffoca nel quieto disegno
delle cose per svelarsi solo di là, nell’ardore
di gesti dissennati in ombre e profili capovolti.
Ma è così che ci immagina il nostro desiderio.

 

 

Il sogno di sant’Orsola

(Carpaccio, Gallerie dell’Accademia, Venezia)

 

Eccomi appena in tempo sulla scena del sogno. Questa stanza socchiusa come una conchiglia è in attesa della mia voce. Chi mi ha chiamato è lì, distesa, con la mano appoggiata all’orecchio, soglia delle parole. So che le mie battute – poche e profonde – risuoneranno in questi colori non ancora alterati dal timbro della voce e la voce muterà la stanza silenziosa e il destino muterà quella donna addormentata, così minuta e pallida. E lentamente levo il braccio per dare enfasi al messaggio ma, di colpo, la mia parola si ferma – ala pronta a volare che non ricorda il volo. Forse la tiene prigioniera la sognatrice? Che continua a sognarmi sul punto di parlare perché ancora nulla vuole sapere, e affida al sonno il suo destino?

 

 

La tempesta

(Giorgione, Gallerie dell’Accademia, Venezia)

 

Il mio presente è una scena:
case vuote piante dipinte
attendono uomini e vento.
Un ponte lega le rive come il tempo
rivela uno sguardo ad un altro.
Vaga nell’aria il mio se non approda
a una luce di donna, se una guerra
o una grande chimera non lo afferra:
solo allora il paesaggio – avanzando dal fondo –
si disincanterà e il disordine
trapasserà la grazia immobile dei gesti:
e io sognerò un altro sogno.

 

 

Fiamma

(Georges de la Tour, Maddalena Fabius,
National Gallery of Art, Washington)

 

Meditare davanti a oggetti chiusi
l’apertura del mondo:
uno specchio, un teschio, il mio corpo
in mezzo alla notte della stanza.
L’occhio e il teschio per incantamento
si fissavano immobili allo specchio
mentre cadevano i miei lunghi capelli.
E lentamente smemorando i nomi
le cose allusero ad altro
la notte simulò un buio più vasto.
L’aria accesa vibrando mutava
le certezze visibili in ombre
che tornavano in luce inconosciute
al buio ritornando:
e uno sguardo fui nello spazio.

 

 

Anamorfosi

(Hans Holbein, I due ambasciatori,
National Gallery, Londra)

 

A noi non interessano i progressi della scienza:
ci portano onore e danaro? Altrimenti non servono.
Certi messaggi complessi neppure il re li comprende
li inviano demoni e angeli a sovvertire le imprese.
Oggi fa molto freddo, ci riscalda la pelliccia
Adeguata a questa stagione come il nostro atteggiamento
e nulla di obliquo traversa cose e velluti.
Noi diciamo quello che abbiamo da dire,
facciamo quello che ci ordina il re.
Non guardate nient’altro, non c’è nulla da scoprire.
E’ il 1553.
Siamo Jean de Dinteville e Georges de Selve –
due ambasciatori.

 

 

Santa Maria Egiziaca

(Tintoretto, Scuola di S. Rocco, Venezia)

 

Calmo e chiaro è il mio libro sono sola con lui
mentre fremiti d’alberi e ombre si insinuano
tra abiti e pagine e sento
la seta del foglio e dei riccioli sciolti sulla tempia.
Dove sono?
Nella casa sicura del libro o in questa ardente
inquietudine se ora
tutto brucia bisbiglia d’oro e rosso e strana
una luce è entrata nella carne
e non posso più leggere. Tutti i confini
si disfano senza interrogarsi.

 

 

Atalanta e Ippomene

(Guido Reni, Museo di Capodimonte, Napoli)

 

Ippomene:   Come saprò chi sei, se non consumando il tempo della gara? E sarebbe vittoria. Sconfitta è questa corsa incatenata che ad ogni passo mi fa sempre più schiavo della distanza.

Atalanta:   Diventerò vento. È il mio trionfo: l’unica condizione del mio esistere. So che appena guardata, morirò. Ma è possibile un altro destino? Invertire la corsa, i desideri? Io, la desiderata, chi inseguirò, se davanti a me non ho nessuna figura?

Ippomene:   Ti fermerò con un imprevisto, sottrarrò tempo alla gara. Tu ti concederai alla meraviglia, che traversa questo percorso risaputo e lo sospenderà; con energia ancora ignota, segnerai ritmi più lenti, illanguiditi. La mia sfida è solo questa: vòltati e guardami.

 

 

Sfera

(Jan Vermeer, L’astronomo,
Gallerie del Louvre, Parigi)

 

Fuori
abisso e infinito calmano
il mio occhio nella stanza.
Spazio e corpo uguali
si muovono se mi muovo
si fermano se mi fermo.
Brividi di luce e gelo
mi turbano appena le idee.
Sordo a qualunque rumore
se non a quello dei fluttuanti numeri
appoggio la mano sulla sfera.
So le mie tortuose finzioni
per approdare in un luogo dove le curve
da pianeta a pianeta
da teorema a teorema
riposano
rotonde
in questa liscia luce di luna.
Gli scricchiolii del legno
le incrinature del vetro
la polvere
dicono che il vuoto è entrato anche qui
lasciandomi a più fini torture.
Da questa trincea lo tengo stretto
e qualche affilata ipotesi sospende
la mia scomposizione.

 

 

Il soldato e la ragazza che ride

(Jan Vermeer, Collezione Frick, New York)

 

Soldato, hai viso e cappello scuri
di strade impervie e cavalli ansanti
sudore e polvere dalle distanti
guarnigioni: non credere mai alle carte
sui muri: non indicano strade serene.
Te lo dice una donna che viaggiando
libera nella sua casa impara
certi segreti che tu ignori. Ma infine
sei giunto qui da me battendo
spavaldo il tacco dei tuoi stivali,
e un bicchiere ti porto di fresco vino
poi apro la finestra e faccio entrare la luce.
Lei arriva anche qui, diversa
da quella che incontri sul cammino.
Ecco, dal tuo mantello scivola
sull’elsa della spada e tra la barba
tenera e ride dai tuoi occhi ai miei
dentro i nostri bicchieri e per tutta la stanza.
Ti prego non farmi la domanda
che hai sulle labbra non voglio
sapere ancora il mio destino lascialo
tremare nascosto nella luce.

 

 

Un uomo con una grande lente

(Rembrandt van Rijn, Metropolitan Museum, New York)

 

Da un effimero regno di ombre i miei occhi
ti guardano per annodare quel filo ambiguo
che lega la mia immagine alla tua.
Tra te e me il tempo non è che il bàttito
di una palpebra: secoli e secoli
continuano in mezzo a scorrere e ti domando
che cosa saprai leggere di me (che con questa lente
precisa tutto volevo sapere del mondo e degli uomini
senza mai sbagliare) e di quel luogo turbolento
da dove io scruto chi mi guarda
chi ogni volta m’inventa e tradisce.

 

 

Il bacio furtivo

(Honoré de Fragonard, Museo Hermitage, San Pietroburgo)

 

Nasconderci fu inutile se per l’eternità
mi bacerà il mio amante
sopra la guancia destra.
Davanti a chi è curioso della nostra intimità
recitiamo il pudore
la febbre il batticuore.
Noi sempre qui a baciarci
voi sempre lì a spiarci.
Non lasciateci mai:
il sipario cadrebbe
    sopra una scena vuota.

 

 

Don Manuel Osorio de Zuniga

(Francisco Goya, Metropolitan Museum, New York)

 

Ero solo nella mia stanza, accarezzavo i miei tre gatti, facevo passeggiare la gazza che con un filo tengo legata alla zampina (quando la libero devo fare molta attenzione perché i gatti la fissano), ero contento anche se l’abito mi stringe in vita e le scarpe mi danno fastidio quando cammino. Poi, tutto a un tratto, loro entrano, restano immobili di fronte a me. Cosa vorranno? – mi sono chiesto – e chi è quel signore un po’ strano, che continua a guardarmi, a scrutare me e i miei animali? Ne avevo quasi paura, volevo scappare. Ma tutti, tra vezzi e moine, mi dicono di non muovermi, di fare il bravo, perché quel signore, quel forestiero che continua a guardarmi e a nascondersi dietro una tela, deve farmi il ritratto.
Gli occhi sbigottiti, capelli lisci e pettinati, eccomi con la gazza e i gatti, davanti a voi, vicino alla gabbia – chiusa – dei cardellini. (Però certe volte, mentre i gatti dormono, io la spalanco per farli volare intorno a me). Quel signore che mi guardava e guardava e tutti gli altri se ne sono andati. Hanno chiuso la porta e noi siamo più soli di prima.
E anche voi che cosa volete? Perché non smettete di guardarci e ci fate uscire di qui?

 

 

Riva del Mediterraneo

(Isaac Levitan, Galleria Tret’jakov, Mosca)

 

Ti ricordi il piccolo gabbiano
si discuteva di Baudelaire
e di chi sempre è colpito a morte
quando tenta di alzarsi un poco.
Quel gabbiano volava
senza la superbia dell’aquila
che sente della montagna
la verticale euforia, lui invece
sentiva il mare e la terra
che dopo ogni volo lo attendono.
Questo viaggio a metà
un po’ prima della poesia di Baudelaire
(che non si accontentava di gabbiani
ma parlava di albàtri troppo grandi
per non avere sogni d’infinito),
tu ricordalo sempre – breve com’è – e pensa
ai suoi pochi, grigi colori, e a me.

 

______________________________
I testi di Lucetta Frisa sono tratti da Notte alta, Book,1997 e da Siamo appena figure, Ged, 2003.
______________________________

 

***

16 pensieri su “Punto di fuga”

  1. Comincio subito col ringraziare infinite volte Francesco, per la sua mirabile accoglienza e per il suo altrettanto mirabile lavoro di ricerca iconografica. Le poesie senza i quadri di riferimento non sarebbero state “complete”.
    Questa mia lettura dei quadri mi ha sedotto per parecchio tempo. ora non ho più quell’ entusiasmo che si prova per un’esperienza nuova.
    Ancora Grazie per l’attenzione
    lucetta

  2. lucetta: letture sofisticate in forma poetica da forme iconiche, senza retoriche (in)utili ma con garbo e gusto, eccellente modo di navigare tra pezzi di storia dell’arte e delle idee, ti suggerirei di scorrere le pagine di J. Itten dedicate a sue letture nel suo testo fondante: ARTE DEL COLORE, Il Saggiatore editore in Milano.. con stima immensa
    r.m.

  3. Il “viaggio” tra parola e pittura si riverbera sempre nella parola. I quadri visti agiscono come “specchi necessari” di un dire che non commenta quelle immagini ma se ne fa eco, ascolto e restituzione, come ogni autentico dire poetico. Credo che Lucetta abbia “fatto parola” di quei quadri che di solito “tolgono la parola” per un qualche loro originale incanto.

  4. Molto bello e puntuale il rilievo di Marco sul:
    “fare parola”, come restituzione, eco, di quei quadri che di solito “tolgono la parola”

    Altrettanto significativo il tutto, già a partire dal titolo (ho sempre trovato strepitoso, a livello semantico. di “parola”, che il punto di fuga, sia un punto di proiezione dell’incontro – punto improprio -di infinito)

    perciò mi viene incontro l’eco del quale parla Marco, come trasformazione proiettiva (anche deformazione secondo il proprio ascolto e sentire) che cmq mantiene, anzi traduce, degli invarianti, che poi sono gli “originali incanti” dei quali di nuovo dice Marco

    così che quel

    “e nulla di obliquo traversa cose e velluti”
    è tanto bello (e appropriato per i due ambasciatori “Noi diciamo quello che abbiamo da dire, /facciamo quello che ci ordina il re” che devono ostentare l’affidabilità e l’autorevolezza del loro rango) quanto per forza disatteso. fin dall’inizio, dalla “Anamorfosi” stessa, appunto dall’obliquo.

    grazie anche a Francesco per le immagini a corredo e la cura del post.
    un saluto a tutti.

  5. Non posso ringraziare Marco, sarebbe ridicolo, ma anche a me le sue parole mi hanno un po’ sorpreso.
    Ma ringrazio tanto Roberto-maestro,lui,di raffinate vibrazioni cromatiche- e Margherita, sempre puntuale e saettante, sempre regina, nei suoi commenti magistrali, di un punto di vista obliquo,per l’appunto.
    lucetta

  6. Stavo scrivendo un breve racconto dove parlo di una gara di corsa tra studenti e sono passato di qua per caso seguendo la segnalazione di Cristina Bove, e mi sono bloccato sulla poesia di Atalanta e Ippomene, come mi piacerebbe copiaincollarla tra le mie parole!
    Complimenti! Bellissimo post d’immagini e parole.

  7. La forza espressiva e suggestiva dei quadri non ha “soggiogato” l’impronta ed il taglio del tutto personale e riconoscibile dei versi di Lucetta, che ha saputo restare coerente ai temi e ai ritmi a lei cari. Pur assimilando con passione le forme e le sfumature delle opere d’arte e facendole proprie. Un saluto a Lucetta, a Francesco e a tutti gli amici de “La dimora”.

  8. Un viaggio che attraversa e collega galassie di linguaggi e segni, moltiplica e rende aguzze le percezioni, invita l’ingegno a uscire dai confini della ‘pura ragione’, senza tuttavia ripudiarla. Non posso che esprimere gratitudine.

  9. Dopo i commenti precedenti resta poco da dire, se non condividerli e aggiungere che i versi di Lucetta sono splendidamente in armonia con i dipinti.
    Ma forse anche questo è già stato detto.
    Grazie a lei e a Francesco.
    cb

  10. Ringrazio tutti per gli interventi. E a Lucetta dico che la scrittura “vera” non ha mai scadenze, ci parla sempre, e ogni volta con voci nuove. Questa è tale, nel senso più pieno.

    fm

  11. con un certo ritardo mi preme dire di avere omesso di segnalare chi fu il destinatario del dipinto di Isaac Levitan, che qui compare come ultimo nel mio “Punto di Fuga”: Anton Checòv, suo grande amico – e penso l’abbia fatto proprio in omaggio al suo “Gabbiano!.
    Ho avuto la fortuna di vederlo in una mostra a Genova.
    Grazie per la costante e sensibile attenzione
    lf.

  12. Arte che dialoga con arte, parole che incontra l’immagine, la ingloba, gli dona una vita altra , una storia che Lucetta coglie, un dialogo che stava sottotraccia.
    Sono punti di incontro e non di fuga, sono emersioni della carne che il dipinto ricopre, emersioni del taciuto, maestria di ha saputo farlo. Trasformazione proiettiva? Come non farla? ma tutta la poesia non è che un’affabulazione sulle esperienze , anche le più intime, vissute o anche soltanto intuite.
    Bravissima , Lucetta.
    Narda

  13. che meraviglia! da leggere e rileggere, vedere guardare e riguardare; Lucetta crea con sapienza e sensibilità un gioco di rimandi – come è stato scritto – una personalissima rivisitazione di mondi artistici e non solo, creando così a sua volta altri mondi che ci regala
    marina

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...