Conglomerati

Andrea Zanzotto

troppe troppe candeline

Candelete, inciampi
venir meno in strappi
e dolori ed escoriazioni
cadute rattratte
di corpi per baricentri sbilanciati
osteoporosi no, ostinazione
di gomiti e stinchi crudi
di presenze
semmai debolezze, amori brevi
per la dura terra che senza
far moto o motto ci risucchia
e noi pinocchi dai violenti occhi
dal peso dei disfatti baricentri
facciamo ballare gl’indecenti ventri

 

Roberto Ranieri
I nuovi “Conglomerati” poetici di Andrea Zanzotto

L’officina letteraria di Andrea Zanzotto, messa in archivio l’integrale della sua produzione poetica novecentesca nell’ormai parzialissima “opera omnia” del Meridiano Mondadori, non cessa di stupire, sfornando nel nuovo millennio prove inaudite di fecondità; dopo la sorpresa delle sue “Sovrimpressioni” (Mondadori, 2001), algoritmo creativo ad infinitum della topografia poetica di un paesaggio in bilico fra idyllion e lacerazione, ecco sopraggiungere ora un nuovo, voluminoso carico di versi, a spazzare di poeticissima veritas nuove piaghe oscure, «labirinti lerci» del nostro tempo, in scivolosa rotazione sulle apparenti «lievissime rotelle del 2000».

Se si dà oggi una qualche idea di ecologia che non solo fissi e preservi i segni (in)visibili di un paesaggio a misura d’uomo, ma se ne addentri e ne addenti empaticamente i più virtuosi, per non disperdere alcuna residua osmosi con l’idea stessa di humanitas, Zanzotto ne detiene oggi i registri poetici più alti, fino a risuonare ormai come voce assoluta, “fuoricampo” inoltrato negli interstizi molecolari-linguistici di ogni “campo”, attraverso l’«ostinazione dell’ipnosi chiamata poesia». “Conglomerati” (Mondadori, 2009) cala nel titolo l’asso di una nuova parola composta, anche qui declinata in un plurale indefinito, ove si condensa l’orizzonte fisico-psichico di un attraversamento finale, a partire dal “peso” potenziale della preposizione che precedeva il “paesaggio” nel titolo della prima raccolta, all’inizio ormai remoto della sua avventura letteraria. “Dietro il paesaggio” (1951), infatti, erano disseminate già allora trappole e doppifondi virtuosi per fiutare molteplici baricentri di resistenza alla vertigine dei tempi; solo che, a più di mezzo secolo di distanza, l’esplorazione degli interstizi di un paesaggio violentato ormai nelle sue stesse radici, deprivato di ogni funzione veritativa del soggetto che lo abita, non può che portare in superficie “immondizie”, dove il lume ironico più disincantato può anche trovare «tracce del sublime / buone per tutte le rime».”

Conglomerati” di «non-sostanze», quindi; attributo geologico che dalle qualità delle rocce sedimentarie vira lessicalmente a designare le proprietà di cementi e bitumi e, più estesamente, del potere corruttivo che insidia, nella lingua, le virtù riconcilianti degli ossimori, raffazzonando «serie di scrigni o paccottiglie o spazzame di avvenimenti». Ma Zanzotto di fronte alle incrinature più irreversibili affina e moltiplica, come al solito, le sue armi linguistiche, feconda i suoi scrigni poetici di prodigiosi contravveleni, armando il segno di ogni potere evocativo di infiniti contro i “rifiniti”, i “kitsches”, le “paccottiglie”, addentrandosi fra coloritissimi e anaforici metapaesaggi, monoliti di ghiaccio, prismi lacustri evocati a racchiudere e preservare, dentro e fuori, ciò che ne resta.

 

 

Andrea Zanzotto, Conglomerati
Milano, Mondadori Editore
“Lo specchio”, 2009

 

Lacustri

 

“Mai” delle sere “mai”
del procedere ansioso e
           infinito stare – o distare – delle sere
“Mai” della glissata, fredda, sterile-via
      ma accompagnatrice
      ma dove fanno gruppo
         ma dove incicaliscono
      fosfeni e imperanti e pur
         sacrosante parole.
“Mai” del quieto dilavarsi
         o rizzarsi a cristallo
         o ricuperarsi – ricoverarsi
      in fini nebbie intempestive
      in vallette che lune intempestive
      ammirando, traggono
Intempestivo imperio-ratto di
      erbe, ratto di verde VERDI
              ratto e riscatto-colori
E dove quell’univocità risarcita, benigna
                 reciprocità, per anse e poi
                                 felici allagamenti
                   sogno/stimolo/salto
                   favore/soffio/scarico di
trionfati e pur trionfali paesaggi parti
E partorire pigramente è dato al
lato più inadatto, all’ancorato
ritorno – come d’artiglio semplice di uncinato
            gastro, di fuori, fuori, fuori, fuori.

 

*

 

Le notti fremono di ladri e di ghiacci
zero sempre più verificanti, immagine
ladra di una rifrazione
inedita del nulla
le notti millezero come pack insqualano
tetri ruggiti di urti     ma i ladri
resistono suggono da vermi di ghiaccio
e da splendori sepolti di ghiaccio
e d’acque sotto il ghiaccio
e da insistenze sotto il ghiaccio.
Se su quel ghiaccio scivoli entri in un passaggio
da un mondo a un antimondo dalle nere scinbell.
I ladri fruttificano a mille
miglia e miglia fanno strade
e ponti di Königsberg
come se fossero fatali squali
E tu senti la morsa che nulla perdona
e pietrifica l’altissimo fremito della luce
(poi lo schiaccia come radioattiva noce)

Denti di squali e segnali fatali.
Zampe dovunque guantate
perché sopravvivano, agli animali.
Animarsi, animarsi nello scricchiolio del pack
del casalingo bussare del pack che s’infrange alle porte.
Non è più questione di vita né di morte
ma di ladri che fin l’ultimo centesimino
aspirano a far da bottoncino bottino
alla propria cravatta a farfalla.
strangolino
che ti farà esplodere naso e occhi
come dentro il più ripetitivo
telehorror per gli utenti più sciocchi:
ma assorditi dagli urti dei sottozeri notturni
dell’infido del lago impietrato
assiderato battere di denti e portenti
e di farfalle vampiriche
e polveri piriche di ghiaccio e sul confine
la non remissione senza fine, scritta con perline
e conterie provenienti in modo e momento perso
dai forzieri della MAGRA LADY
che secondo Goffredo regge l’universo
                      (stridori, squittii di tane di ladri
                                  e di padri di ladri)

 

*

 

Sacramento pericolo
che in pace di gemma cupa
o cupissima madreperla si trasforma
e non è più pericolo, ma per
qualcuno sì, lo è. Onde gelate
in pietra blu là verso i bassi fondi
del lago che fiu eterno e lo è e lo sarà
del lago mai pago
di darsi in cupi virginei baratri
di purissima assenza. Oh ponticelli
oh tenui millepiedi per l’approdo di barche
che nel fuoco già mezzo sepolto della sera
che nell’albume e nerume dell’atmosfera
si protendono incerti sul, nel ghiaccio dei fondali.
Tutto il diverso, lo scoppiettante-immoto
stare di perla-nera del lago ora ci assale
e circonvolve come per partenze verso sopramondi
da inventività torbide invernali
quel fremito bloccato eppure vivo, pauroso,
perché velato di torve antinomie
perché nutrito di torbide euforie.
Ecco il nostro raggiungimento di quidditas
mai più, mai più animata né animale
né vegetale, né australe, né boreale

Coinvolti nel madrevetro, madreperla madrevento
signori delle cinque passerelle con le gambine
così debitamente bambine che
stazioni vere di trasmissioni ai cosmi
fonti del vero lago-perla e del suo cielo incaponito
nell’ultimo anelito di rosso
messaggi e neri raggi a buchi neri
ad oltretombe a cimiteri o più
forse a lontananze fatte di tabù
pur ci fate beati, me, prillante nel
nero nulla beato, spolpato dalle ultime o penultime
immagini, di ogni immaginario
o simbolico, da te, lago, superato.
E nel rotolio degli zeri del duemila addolcito
tramonto,
d’infinito agglutinato

 

*

 

E così ti rintracciammo

       immensa madreperla, definito lisciare
       forte di uno spessore
       tra i dieci e i cinquanta ciemme.
No, non c’è posto qui per una misura
ma solo per l’assidua genitura
e cattura e fuga di luci fuse in una
fornace fredda tagliaocchi di sole
alle 5 della sera. E sul lago brughiera
ripulitad’ogni cannuccia e tutte intreccio
di cannucce di luce – no – non ci sono
c’è abbondanza abbondanza di spazio gelato in già-lago
e pur sempre più lago.
       In tanto calamitarsi di lacustrità
       varie di vari passati, ogni anno divaricati
       Oh pacate virtù di mosse minime
           di bimbi e omíni immobili –
           o quasi per timore di sdrucciole
           bolle il sottoghiaccio e prega prega
           o bestemmia – o goda solamente di sé
           e della sua proiezione di possente crosta lùcea.
– Dormire, sognare forse, – in piedi, sulla riva
a vedere chi fiammiferi di fotografie ricava
da questa distesa di cerulea lava
tra bolla e bolla, sordità di ricordi, iperfonie
scadenze, latenze, fitte ubbie
di chissà quanti minuti di chissà
quali profondità d’intenso
sforzo che già qui morda ai piedi
e tre lampi di fotofiammiferi e bolle d’aria
minime nell’erculeo spessore del ghiaccio e quante
       metamorfosi o lago ti adorai
       per i tuoi mai-così fitti e ripetuti
       per i tuoi no (serissimi) senza remissione
       per il catalogo, l’empito di stagioni
       in ipnosi.
       Luce finalmente fusa e sfusa
       in fase di rallentamento eterno
       di tormento e di gioia
       eterna – e di un ricordo, di una stella
       qui nel lago di ghiaccio abbandonata
       là verso il lato opposto ove tutto
       allontana da sé il sole morente in folgorio,
       tutto è turbato ma
       quali ampi spazi qui si dà
       tra insettini-figure, come in una radura
       protetta da dieci e più eternità.

 

***

5 pensieri su “Conglomerati”

  1. L’immagine da copia è diventata cosa, per quanto artefatta, non a caso proprio Heidegger definisce la modernità come quell’epoca in cui il mondo si riduce – o piuttosto si costituisce – ad immagini (col fattivo contributo della lingua): da “Dietro il paesaggio” a “Conglomerati”
    Zanzotto ne è stato il più coerente e vigile interprete, criticamente situato dietro l’apparenza paesaggistica (e linguistica), dietro cioè la figura retorica d’un io che non si dà ragione, se non retorica appunto, dell’agonia della lirica, identificata tout court con la poesia. A tal punto ha cercato di rivelare la nudità del simulacro da rimanerne scotomizzato. A tale oltranza tanto di oltraggio, ma “nel pericolo cresce anche ciò che salva” (Hölderlin). In ciò sta la grandezza uranica, che è però anche una salutare debolezza tellurica, nonostante il “petèl”, il bosco del Montello (pure esso decaduto da querceto dellacasiano ad acacieto incasinato), e il “sublime” scavo geolinguistico, dell’opus maximum zanzottiano.

  2. Grazie per l’intervento, Pier Franco.
    Credo veramente che ci troviamo davanti a un’opera-mondo di portata incommensurabile. E’ un libro, questo, da cui non si esce più.

    fm

  3. Qui lo “scavo geolinguistico” di Zanzotto ha qualcosa dell’ipnosi visionaria che detta al grande Senex pagine laviche, telluriche (da rileggere…)

  4. Un “grande senex” che, a quanto pare, molti “giovani” non leggono o ignorano completamente. Peccato – ma per loro.

    fm

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