L’inizio perduto del film

Giorgio Bonacini

“Improbabile allora il colore che affonda / condanna l’oceano alla stessa follia che disturba / nel cielo le nuvole scritte, i fantasmi, i giganti / segnati – è la storia di un uomo e del sonno / un interprete nudo, l’attore più oscuro / di luci e di volti, di pietre sconnesse e parole / che uniscono voci alla musica, al senso…”

 

L’inizio perduto del film

Ci sono storie involontarie
e persone che fanno di tutto per essere tali

(Anonimo)

Se mai/ tu vivi/ estraneo/agli altri/ dona/ ricordi
(Amelia Rosselli)

 

Arriviamo che il film è iniziato…

e così si richiudono gli occhi, gli odori
e da qui andiamo tutti in sonnambula noi
esibiti in strutture d’oceano e di sonno in un gioco
che è il gioco di un uomo che è un uomo
nell’acqua, e se piove sull’erba è proteso in avanti
che scopre un giardino che cerca di andare.

 

*

 

Ma l’uomo che ha freddo si sente perduto –
non vedi dagli occhi se va per uccidere o pensa
o resta indeciso a tentare un saluto…
conosce qualcosa che sembra abbastanza
ma un segno lo spoglia, lo taglia, lo scuote di colpo
e lo investe – per questo si volta, si muove
inventa quel passo e l’immagine sporca, sfinita.

 

*

 

Il corpo che vedi ha struttura d’oceano
ricorda chi ha scritto e chi pensa, chi tenta
l’oceano che vede e spaventa, e sorprende –
è una forma d’insonnia, un chiarore riflesso nel volto
di un uomo che osserva nel bianco il suo cielo
scavato, il risveglio, lo sguardo inaudito, sospeso
nel freddo di un giorno che elimina e spinge.

 

*

 

Ma l’altro che passa, nel film che è iniziato
non muore – si vede che pensa e ricorda, e il paese
che sembra non sembra lontano – ascolta
le cose e convince, divide la polvere e legge…
e considera il vento, le case, dispone il suo gesto
nel caldo – ma ovunque lo vedi lo scopri che affanna
che sbraccia, che sposta le foglie e controlla.

 

*

 

E l’oceano è una cosa – di sé derelitto nei sogni
ma quando lo scrivi, non sai dove scrivi
né se hai memoria o resisti, o esisti soltanto
nel sole che sporca o che acceca – e allora ci pensi
se l’uomo nel film che è passato dovessi toccarlo
abbracciarlo o anche solo di poco sfiorarlo…
che occhi, che ciglia, che istante sbandato.

 

*

 

Perché quell’odore impossibile, acceso
più rosso del corpo che invade, dimezza
il respiro – accalora il montaggio, lo brucia, disperde
il colore e consegna al deserto una lenta deriva
in cui tu, in questo esilio di film ti dissolvi –
non porti coscienza né cuore, misuri il passaggio
in quel luogo lontano e non sei, non rimani.

 

*

 

E se fosse quel bianco di cielo inventato, se fosse
lo scavo a bloccarmi a deviarmi a rincorrermi
lento… che idea che visione, che vuoto spettacolo
assurdo – nel freddo di un basso riparo le mani
ora ostentano forma, intelletto, conoscono
i segni allungati sul corpo, scoperti a frugare
la pelle, a mischiare naufragi e affondare.

 

*

 

Ho davanti una scritta che ha un no sull’insegna
e quel film lascia graffi, sistemi, coriandoli
d’arte e congiure, manie, verità sconsolate
gettate in un di visioni che il troppo e indistinto
osservare rimuove dal fondo e scombina –
e confonde il riquadro, l’inganno di fondo
e gli occhietti furiosi di mille poesie.

 

*

 

Le stesse in cui vanno a finire i deserti
e le cose – un dolore mediocre, un amore per finta
un esempio nel tipico modo in cui vanno a finire
i deserti e le cose
… in uguali poesie
in un dolore del tempo, un amore tagliato
e passato a scrutare pudori e distanze
modelli sofferti in un semplice errare, mutare…

 

*

 

Corri allora, corri forte e rotola e sbaraglia
fatti forte dei tuoi corpi e le lanugini
e cospargi – ricopri il fotogramma che si addensa
e specula, e trascrivi sulle nostre intelligenze
sulle nostre compravendite la goccia
di una nuvola che accende, il vento portentoso
che diffonde il viso attento ad ogni posa.

 

*

 

Il fascio della luce, nell’istanza soggettiva
della macchina, ci guarda ma non nutre, non insegna
lascia sintomi e poc’altro – non ci inghiotte
quando muore e non ci dà quell’illusione, né
il ricordo del disastro che hai previsto di sognare
né il segreto di un congegno intermittente
il ritmo antico che non smette di fluttuare.

 

***

5 pensieri su “L’inizio perduto del film”

  1. La scena sfumava su un cahier di viaggio
    che racchiudeva l’esistenza
    tra l’incertezza del tratto
    e le acque torbide del lago
    poco prima del mattino.

    Non si capiva bene la possibilità del finale,
    era una di quelle occasioni aperte a tutto
    o semplicemente alla fine

    Come quando la nebbia avvolge le strade
    e l’attore diventa copione
    di una verosimile incertezza
    recitata] dal muro di luce di un lampione

    fintanto che non si sappia mai bene
    se quella sospensione significhi fine
    o solo principio o continuazione

    – – –

    risonanze. belle.

  2. I miei progetti per il futuro? Film brevi e a colori, basati su semplici impressioni, estemporanei. Sento sempre di più l’insofferenza del soggetto. Il soggetto è angosciante da cercare; e, quando lo si trova, diventa un ostacolo, una costruzione artefatta, che mortifica l’invenzione. Vorrei fare documentari, impressionare gesti, registrare suoni. Essere libero di «girare». Il regista non è forse un giramondo? E chi guarda film dovrebbe guardare nuvole e volti, pascoli e fiumi, con trasognata pigrizia, ora abbassando, ora sollevando il capo, senza fissare l’occhio in un punto di vista. I panorami non sono mica prigioni…

    (da un apocrifo di Jean Renoir)

    ciao, marco

  3. Ringrazio Francesco, innanzitutto, per la sua ospitalità.
    E grazie a a Nàtalia, Alessandro e Marco per le parole che hanno colto
    il senso di un percorso nella poesia di un film immaginato e perso.
    Un caro saluto a tutti. Giorgio

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