Taglio di mondo

Rosa Pierno
Gilberto Isella

Nota critica a Taglio di mondo
di Gilberto Isella

Avanziamo immediata un’ipotesi: che la Sfinge nominata da Gilberto Isella nel suo “Taglio di mondo” Manni, 2007, sia la poesia, la quale come ogni amore è fatto di cieca aderenza e di crudele consapevolezza: “Tiene in mani la sfinge / nel tempo dell’impostura / la carica talvolta come un orologio / ma lei sgòmita balza e non ha più misura / o s’innalza per scherzo al suo viso / lui sa di avere per ogni giorno schiusa / la casa dove ogni passione brucia / per troppa consonanza / con ciò che deve rimanere oscuro, / innominabile”. E come dirla la poesia, come dire che cos’è se non mostrandola? Lo sguardo del lettore corre sulle pagine facendo appello a tutte le proprie forze. E’ una decrittazione, una lettura sub specie simbolica, una mareggiata di metafore, distantissime eppure convergenti verso un unico centro, un mulinello in cui precipitano le varie forme: dall’enigma alla canzone, dall’epica ai modi retorici. Tavole classificatorie dove “né i rossi né i neri” si lasciano distinguere. Nella polifonia mentale di un poeta le immagini si susseguono con la consequenzialità del pensiero, quasi una geometria impossibile se lo scopo fosse quello di portare a soluzione l’enigma, anziché dare un esempio – e tanto più prezioso in quest’epoca inflazionata da pseudo-poesia – come è invece in questo caso. Qui, infatti, la poesia – apertone il vaso di Pandora – è libera di coagulare zone del linguaggio distanti, di portare caos e disordine in ciò che si credeva consolidato e fisso. Ma seguiamolo, il poeta, nella perlustrazione delle possibilità offerte dal linguaggio e da lui utilizzate. “In un angolo d’io bisbiglia / la biscia, / contro maglie di sabbia / ha gli scatti dell’angelo / da non rivelare”. D’altronde, è lo stesso Isella a puntellare il proprio quotidiano con una resistenza poetica, a trovare per ognuna delle azioni consolidate l’altra faccia della medaglia, quella per cui il carro dell’immondizia se pulisce le strade non fa che spostare l’immondizia in un’altra parte dell’ecumene e se il giornale cambia nella cassetta null’altro cambia. A dire il vero per Isella c’è una frattura tra poesia e realtà e “actio non equivale a reactio”. Ma d’altronde la stessa realtà offre continuamente appigli da interpretare, nulla è mai scontato, persino “il pane che uscito dal forno / dispensa selezione naturale / semina briciole a capriccio / fino a colmare sapienti istogrammi”, dove non solo il lettore si avvede di quanto Isella frequenti la scienza, ma anche di come inglobi questa disciplina in quella più ampia della cultura. E come tutto venga utilizzato dalla poesia per arricchire il suo portato conoscitivo e allo stesso tempo demistificante. Non perché sia una poesia appartenente all’ambito del relativismo, il quale abbatta qualsiasi fondamento, ma perché è compito precipuo della poesia spostare sempre il punto di vista, disintonizzare audio e messa a fuoco, ricombinare gli elementi linguistici e quindi di senso per formare nuove prospettive e nuove strategie di senso. In questo senso, leggendo c’è di che sentirsi smuovere la terra sotto i piedi, qualsiasi oggetto che venga a contatto con il potere immaginifico e concettuale di Isella si carica positivamente e diviene scossa emotiva per il lettore: “ecco stuoie con ‘salve’ / prender piede nel sangue / defluito da storie / con trame ambivalenti”. E’ come mettere il piede in fallo, dicevamo, qualcosa che scuote e ci costringe a non essere pietre, ammassi sedimentati di ovvietà.

La stessa città non è teatro neutrale: assume le sembianze di un organismo, con viadotti sanguigni, con arterie per lo scorrimento di piastrine. L’idea di far emergere la vita organica dall’oggetto/meccanismo città (recuperata dalle esperienze di Hugo, Zola, Baudelaire, Benjamin, Moholy-Nagy, in cui si fa anche riferimento all’allargamento di un campo percettivo che diviene campo sensoriale, campo del pathos e della dimensione psichica): “amnio raso, archivio / delle nostre ali / inchiostro che gorgoglia / nell’orizzonte di due odalische / improvvise”, è legata in Gilberto Isella alla scrittura come cornice e termine di confronto, come ragione ultima dello sguardo sulle cose: “l’idoletto cicladico / avvolge il mito / nel lunghissimo pennino / mentre sale da tenebre a marmo”. Riverbera, quindi, anche nelle diverse sezioni del libro, quell’indecidibilità tra bianco e nero che avevamo richiamato all’inizio e che simbolicamente si trasferisce ai materiali eterogenei della realtà. E che nella sezione “Madrigali per albe e crepuscoli” saggia i limiti del linguaggio nel tentativo di descrivere quelle aree indomabili che sono i quadri, la definizione dei colori, e le più sfinite sfumature della sensibilità percettiva, mentre nella sezione “Nel lento involvere” l’oggetto sarà collocato a metà strada tra il pensiero e il corpo, e più che tra pensiero e corpo, tra l’ombra dei due. Poiché è un pensiero quasi onirico, condotto non tra i materiali del sogno, ma tra quelli della tradizione culturale e dove i corpi sono quelli che hanno esistenza solo perché immaginati. Isella sottopone il linguaggio a una vorticizzazione in cui il materiale verbale viene trasformato quasi attraverso un’alchemica trasmutazione: “cresce la dissonanza / nell’orologio che i falchi colmano / di piume / e fan rullare col vento”. E tutto questo viene ricondotto al “non è che un dettaglio / un taglio di mondo”. Ove a ricondurre il tutto a necessità esistenziale è ancóra in qualche modo il linguaggio.

 

Gilberto Isella, Taglio di mondo
Prefazione di Giorgio Luzzi
Lecce, Manni Editori, 2007

 

Testi

 

Nel segno di Ofelia

Posa ogni notte i suoi strumenti
il sogno
invade i capelli della dama
sosta nelle curve appena può

dodici canne smistano
verso l’ombelico

una carcassa equina
toccata al rifluire
spinge con zoccoli
il corpo in fraterna postura

alghe galleggiano
albe sfumano

bolle opache riparano nell’anima
il tempo se ne va con le figure

 

Anatomia di una scossa

Versi sparsi nella cenere
dove si odono scosse
che canti di palme furono nel tempio,
o forse sotto muschi e piastrelle
senza gravità
l’imponderabile moto
delle cause.
E già il plenilunio sbanda
come un portello ostile,
erbe e fiori si svuotano di vento
e degli odori inconciliabili dei vivi.

 

Crocevia di uno spettacolo

Circola il sostanzioso midollo
nel teatrino del mondo
ma presto, saziati palchi e sipari,
ogni spettatore perde la sua reazione.
Si ascoltano in basse frequenze i pomi d’Adamo.
Qualcuno comincia a sognare giraffe,
va indietro con la mente,
toglie orsettti dalle nicchie
mentre la stanza dei bambini splende nella notte
altalenante. C’è un finto giardino, la fata
turchina che allunga i nasi.
Non sappiamo se palchi e sipari reagiranno
alle ventate di Dionìso.

 

***

 

(Tre inediti di Gilberto Isella, tratti da Passato in frattali, sul blog Trasversale, con una nota critica di Rosa Pierno.)

 

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Nota biobibliografica

Gilberto Isella (Lugano 1943) è poeta e critico. Laureato in lettere e filosofia all’Università di Ginevra, ha insegnato nel Liceo cantonale di Lugano. E’ coredattore della rivista di cultura “Bloc notes” e collabora a giornali e a riviste letterarie svizzere ed estere, e al festival luganese Poestate. Ha tradotto dal francese Charles Racine e Jacques Dupin, e curato un’antologia di scritti dell’artista Mario Marioni. Tra le ultime raccolte poetiche si segnalano: Nominare il caos (Locarno, Dadò, 2001), Fondamento dell’arco in cielo (Lugano, alla chiarafonte, 2005), Corridoio polare (Castel Maggiore, Book, 2006) e Taglio di mondo (Lecce, Manni, 2007). Per il teatro ha scritto Messer Bianco vuole partire (Lugano, alla chiarafonte, 2008). Di imminente pubblicazione: Mappe in controluce (Book Editore) e Variabili spessori (alla chiarafonte).
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1 commento su “Taglio di mondo”

  1. Di Gilberto Isella vi consiglio di leggere anche il bellissimo “Corridoio polare”.

    Ringrazio Rosa per la sua pregevole nota critica. As usual.

    fm

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