La casa delle fiabe

Marco Ercolani
Lucetta Frisa

“Ma chi sono io – per essere sempre costretto a curare e mai a essere curato? Chi mi dà la forza di vivere nella nostra casa e cancellare il sangue dalle pareti, dai pensieri, dalle parole, dai libri, come se non fosse mai stato versato?”

 

La casa delle fiabe
Lettere immaginarie tra Charles e Mary Lamb

 

Lettera di Mary a Charles

13 dicembre 1806, ore 5,30 a.m.

Fratellino caro,

    

ti sento camminare nella stanza, dunque sei già sveglio in queste prime ore dell’alba, in queste tremende prime luci del mattino. Sei sveglio, quindi puoi leggere la mia lettera e correre subito qui, vicino a me. Sì, hai capito bene, potrai finalmente correre da me, perché io ti ho liberato.
     Tremo tutta, ma obbedisco ai consigli che mi hai sempre ripetuto: scrivere calma i cuori più agitati, lenisce ogni sofferenza e allontana da noi le atrocità del presente.
     Sono calma – stai tranquillo per me – sono calmissima mentre scrivo anche se per ciò che scrivo non ci sono parole adeguate e non oso quasi toccare il foglio con lo stesso strumento con cui ho compiuto un atto innominabile.
     Ma, credimi, era necessario. Tu, di là, prigioniero, e io di qua, a farle da serva, a obbedire a ogni suo capriccio.
     Come si poteva continuare così?
     Perdonami, ti scongiuro. Sei così paziente, tu. Lascia che ti racconti:

    

Le prime, tremende luci dell’alba penetravano dalle fessure delle imposte, subito dopo il canto del gallo che squarcia il silenzio così greve della casa, quando ho udito uno strano rumore. Mi sono svegliata del tutto, ho aperto bene gli occhi. E che cosa ho visto? No, non era un incubo, era mattino e io perfettamente sveglia; lei, la mia vecchia bambola, la mia dolce, tenera Mary che sta seduta nell’angolo del divano da quando ero piccola – ha cominciato a fissarmi con i suoi occhi azzurri, mi guardava ostinatamente con i suoi occhi azzurri e feroci, finchè non si è alzata e si è messa a camminare verso di me sempre fissandomi – camminava verso di me con aria spaventosa facendo orribili smorfie e alzando le sue manine rosate che si ingrandivano, si ingrandivano…
     Lo so che ti è difficile crederlo, ma è la verità, te lo giuro. Io cercavo di alzarmi dal letto e fuggire ma non potevo, non potevo, ero inchiodata sul materasso, la testa piombata contro il guanciale e il cuore mi batteva così forte da scoppiare. Ma come! La mia dolce, tenera Mary che una volta sapeva cullarmi e mi cantava la ninnananna tutte le sere, che mi nutriva del suo dolce latte tutte le mattine, voleva uccidermi?! Se uccide prima me, ho pensato, non c’è più nessuna possibile salvezza per te, Hansel, così piccolo piccolo, indifeso… Allora – non so come ho fatto – sono riuscita a svincolarmi dalla sua stretta – mentre mi dominava un solo pensiero: trovare qualcosa di tagliente e di acuminato, per trafiggerla.
     In tutta la stanza non ho nulla di simile, tu lo sai, nulla. Ma mentre lei mi afferrava per la gola, per i capelli, lottando disperatamente, ci siamo trovate davanti alla scrivania – io e lei avvinte – e cosa ho visto? La mia penna in piedi, dritta nel calamaio, sottile e affilata.
     Hai capito, vero, caro?
     Sì, l’ho colpita più volte, ripetutamente, non mi ricordo più, sono stanchissima, ora, e dopo…

    

Ho riacceso piano piano il camino, mio caro fratellino, mentre lei se ne stava lì, morta sul tappeto, una cosa di pezza così floscia e brutta da farmi quasi pietà.
     Che bel fuoco, finalmente! Che bel fuoco! Mai visto uno più bello! Devi venire subito, caro Hänsel, ho buttato dentro la vecchia strega! Mentre ti scrivo sta ancora bruciando.
     Vieni subito, spalanca la porta, le finestre, i muri di questa casa terribile.  Voglio che anche tu la veda bruciare, non devi perderti questo straordinario spettacolo.
     D’altra parte, stai tranquillo, qui non c’è sangue, neppure una goccia! La strega non aveva sangue nelle vene, ma latte, latte bianchissimo. Ne sono tutta coperta, redenta, purificata dal suo latte. Mi affaccio dalla finestra e fuori, vedo il giardino tutto bianco, immacolato Che meraviglia! Chi si copre di bianco non è umano, ma una fata o un angelo – liberi dalle pericolose passioni.
     Così sono io, adesso. Così sarai tu, grazie a me.

    

Ora che sono riuscita a scrivere tutto questo mi sento leggera, leggerissima. È una sensazione esattamente simile a quella che ho provato dopo il fatto.

                              Tua Gretel

P.S.   Come d’abitudine, passo la lettera sotto la tua porta con il solito segnale: due piccoli colpi sulla maniglia.

 

***

 

Lettera di Charles a Mary

13 dicembre 1806, ore 6,30 a.m.

Cara Gretel,

    

c’era una volta una vecchia che viveva in una casa bianca in un piccolo paese, e sapeva tutto di tutti. Nello stesso paesino viveva una donna di nome Emily che aveva una figlia di nome Mary. Il giorno del suo compleanno Emily regalò a Mary una penna dalla piuma di pavone. «Stai attenta a non perderla – le raccomandò. Mary, orgogliosa della sua penna, promise. Ma purtroppo era una bimba sventata e un giorno la smarrì nel bosco. Allora andò a bussare di casa in casa, chiedendo a tutti se l’avevano vista. Ma tutti scrollavano il capo. Mary chiedeva e chiedeva, ma nessuno ne sapeva niente. Disperata, scoppiò in lacrime. Allora un giovane contadino le consigliò di chiedere alla vecchia della casa bianca.
     Mary corse a perdifiato e in un baleno raggiunse la casa bianca e chiese alla vecchia se aveva visto la penna di pavone. Quella rispose – «Ce l’ho io, la tua penna, e te la restituirò. Ma non dovrai dire a nessuno dove l’hai trovata. E ricordati che, se mi disubbidirai, io verrò a prenderti nel tuo letto, a mezzanotte in punto». E le restituì la penna.
     Ma la madre, che sapeva della sbadataggine di Mary, al suo ritorno le chiese:
     -Dove l’hai trovata?
     -Non posso dirlo, mamma.
     -Perché?
     -Se osassi dirtelo, la vecchia verrebbe a prendermi nel mio letto a mezzanotte in punto.
     -Sbarrerò porte e finestre, così non potrà entrare e non ti prenderà.
     E così Mary si convinse a dirle dove aveva trovato la penna di pavone. La madre la accarezzò e la baciò: poi sbarrò porta e finestre.
     Mary alle dieci andò a letto. Nascose la penna sotto il cuscino e si addormentò. Le ore passavano lentissime. Al primo tocco di mezzanotte sentì un fruscìo.
     -Mary, salgo il primo gradino.
     Era la voce della vecchia.
     -Mary, salgo il secondo gradino.
     Il fruscìo divenne passo.
     -Mary, salgo il terzo gradino.
     Il passo echeggiò.
     -Mary, salgo il quarto gradino.
     La voce divenne rauca.
     -Mary, salgo il quinto gradino.
     Il passo era sempre più vicino.
     -Mary, salgo il sesto gradino.
     La voce quasi gridava.
     -Mary, salgo il settimo gradino.
     -MARY, ECCOMI CHE TI PRENDOOOO !!!
     Fu in quel momento che Mary vide la faccia della vecchia che viveva nella casa bianca. Spaventata, agitò la penna di pavone nell’aria e al posto di quella faccia terribile apparve il volto chiaro della madre: che le sorrise, si chinò su Mary e la colmò di carezze e parole deliziose. Mary aprì le dita e lasciò cadere la penna sul pavimento: che si trasformò in prato, un prato pieno di fiori di ogni colore, incantevole.
     Così finisce la fiaba, Mary.
     Ma ora torniamo subito a lavorare al nostro Racconto d’inverno.   Entreremo nella nostra bella biblioteca, affacciata sul giardino. Fuori nevica, ma la brutta stagione presto passerà. Dalla terra bianca nasceranno, come splendide piante, leggende e fiabe da raccontare, e che continueremo a raccontare insieme. Rassicurati: sto bene. Non mi è successo nulla. Non ti è successo nulla. Non è successo nulla. E tra poco, come sempre, risveglieremo la nostra penna, che ora sta dormendo sulla scrivania.
     Quante cose è una penna! Può calmare l’anima e scrivere fiabe, scaldando il cuore nei giorni troppo freddi; può trasformarsi nel ventaglio che ci rinfrescherà il viso nei giorni troppo caldi.
     Tra poco accenderemo insieme il camino nella biblioteca e faremo un fuoco caldo e bellissimo. Poi riprenderemo a riscrivere per i bambini il  Racconto d’inverno di Shakespeare.

     

Buongiorno, Mary cara. Stai calma, molto calma e aspettami.

                                          Tuo Hänsel

 

***

 

A Samuel Coleridge

14 dicembre 1806

Caro Samuel,

    

hai presente un uomo disperato, con la verità sulla punta della lingua, ma costretto a tacere? Io e Mary passiamo troppe ore insieme, chiusi nella nostra casa a scrivere di orfani infelici che trovano scuole accoglienti, di bambine scambiate che ritrovano la famiglia originaria, di zie streghe che perdono il loro potere maligno, di figlie di mercanti che fanno traversate avventurose e approdano a porti stupendi; descriviamo teatri favolosi dove si accendono tutte le candele ed è bello vedere gli orchestrali che spuntano da sotto il palcoscenico, e mentre il sipario si alza al suono di una musica soave una signora sussurra: «La musica ha incanti che placano un cuore affannato».
     Ma io non posso dimenticare. Accadde il 26 settembre 1796. L’Evening Post riporta nome, cognome, professione dell’assassina. Il Morning Chronicle, più melodrammatico e volgare, descrive la scena: «La madre trafitta al cuore, accasciata senza vita sulla sedia, la figlia ancora su di lei, col fatale coltello in mano, completamente fuori di sé, il vecchio padre in lacrime, lì accanto, sanguinante per una ferita alla fronte procuratagli da una delle forchette che la giovane donna, in preda alla furia, aveva lanciato per tutta la stanza».
     Per quanto tempo potrò guardare la casa di oggi, piena di favole e incanti, e non ricordare la casa di allora, sigillata dal silenzio del delitto?
     Mia sorella Mary ha ucciso nostra madre.
     Mi prendo la responsabilità di dirlo, Samuel, e l’angoscia si attenua. Dopo il matricidio, Mary passò tre settimane nel manicomio di Islington. Fu liberata solo perchè io mi feci garante della sua salute e della sua vita davanti alle autorità inglesi. Da allora, come una di quelle severe precettrici che censurano i racconti paurosi e li sostituiscono con fiabe edulcorate, sorveglio mia sorella. È il mio compito morale e il mio dovere poliziesco.
     Ma chi sono io – per essere sempre costretto a curare e mai a essere curato? Chi mi dà la forza di vivere nella nostra casa e cancellare il sangue dalle pareti, dai pensieri, dalle parole, dai libri, come se non fosse mai stato versato? Io, che per tutta l’esistenza ho avuto orrore della paura e mi sono svegliato più di una volta in preda agli incubi, devo essere il guardiano di un’assassina e lenire il suo dolore. Io, che non vorrei pensare ad altro che alla mia malinconia, io che ho sempre desiderato leggere e bere e fumare in un giardino pieno d’aria, mi trovo a passare tutti i miei giorni prigioniero di un mefitico ufficio buio, all’India House, dannato a copiare elenchi di mercanzie – cotone, spezie, caffé – e sotto i piedi mi si agita un inferno; continuo a copiare numeri e nomi, ed è come se vivessi sopra una galera: sento strani rumori, come di gente trascinata lungo scale che non vedo, e penso a corpi di schiavi, a cadaveri, a pazzi furiosi che vengono portati via, per pudore, dalla vista degli uomini.
     Forse Mary migliorerà, Samuel, ma sarà sempre soggetta a ricadute, e ciò è spaventoso. Che anche il vicinato conosca la nostra storia non è il minore dei nostri mali. Noi siamo, in un certo modo, segnati. Io sono un naufrago alla deriva. La testa mi duole sempre. Quasi mi augurerei che Mary fosse morta. E io con lei.
     Tu, Samuel, che ecciti le tue visioni con l’oppio, sai quanto sia impossibile non vedere: si deve parlare, confessare, gridare, se occorre, e io non finirei mai questa lettera e ti parlerei sempre di Mary, se non fossero già le due di notte e una stanchezza mortale non mi assalisse e dovessi, fra qualche istante, vegliare la sua stanza e controllare se lei dorme veramente o se ha ancora riafferrato il coltello per sventrare la pancia della bambola…
     Per fortuna la mia Gretel sta ancora dormendo. Ma temo sempre che, da un momento all’altro, possa alzarsi e accostarsi al mio letto e, credendo che io sia una di quelle figure di santi che bruciano nel rogo delle fiamme dipinte del Libro dei Martiri, dare fuoco, sorridendo, al mio letto, e ripetere così l’antico delitto.
     Per questo, quando la vedo più inquieta, riempio la casa con le nostre fiabe, costruisco paradisi di parole, divento il saggio e divagante Elia. Ho strappato da tutti i libri della biblioteca tutte le pagine che parlano di delitti. Otello non strangola mai Desdemona e Macbeth non uccide mai Banquo.  Così deve essere, ma io sono esausto, Samuel, e vorrei fondare con te quella repubblica ideale, in America, sulle rive del Potomac, noi due soli; sono esausto di vivere qui, in questa casa di pandizucchero, la casa della strega…  Come vorrei non dover più cancellare dietro di me le tracce di sangue che colano dall’abitino della piccola Gretel. La vedi? Non si è accorta di nulla e corre lontano, tutta felice, nel bosco! Io, il suo Hänsel, devo ancora trovare la strada per uscirne.

                   Addio.

Charles

 

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Nota

In un acuto episodio di follia, la trentaduenne Mary Lamb accoltella a morte la madre Mary. Il fratello più giovane, Charles, il futuro autore degli Essays of Elia, la prende sotto la sua tutela, vegliandone le periodiche ricadute nella malattia mentale. Insieme cureranno i Tales of Shakespeare (1807), riscritture per ragazzi delle trame shakespeariane, Children’s poems (1809), un libro di poesie per bambini, e i dieci racconti di Mrs. Leicester’s School (1809), ispirati a comuni ricordi d’infanzia. Charles Lamb morrà nel 1834 e Mary gli sopravviverà di tredici anni.

I testi sono tratti da: Marco Ercolani / Lucetta Frisa, Nodi del cuore, Milano, Greco & Greco Editori, 2000.

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***

8 pensieri su “La casa delle fiabe”

  1. Grazie, Francesco.
    Il destino di Charles e Mary Lamb, negli anni in cui scrivevamo “Nodi del cuore” identificandoci con gioie e angosce di artisti, ci aveva particolarmente “turbati”. Riproporlo adesso ci è sembrato un modo per “rivivere”, con te e con i lettori della Dimora, la bella incandescenza, il laboratorio segreto di quel libro molto immaginato e molto reale.
    Lucetta e Marco

  2. Ci ho pensato, Francesco.
    Forse potremmo chiedere all’editore. Si può fare.

    Ma sai, a volte si ha la sensazione che certe cose, sempre attuali nella loro inattualità, siano comunque passate. Pensa che io e Lucetta avaveamo pensato anche a un nuovo “Nodi del cuore”, con altre coppie, un po’ più “senile”, sul tema del tempus fugit…

    Ciao, Marco

  3. grande senso ideativo quello di ercolani e frisa che qui propongono una superba e toccante (ri)scrittura realistica partendo da pura fantasia intellettiva senza scivolare nei possibili equivoci del gioco intellettuale fine a se stesso..

  4. Grazie, Roberto. Io e Lucetta abbiamo pensato soprattutto a questo scrivendo “Nodi del cuore”: a non creare un gioco letterario fine a se stesso ma una riscrittura verosimile che evidenziasse il “nodo segreto” di certi rapporti e di certe personalità. Una serie di ritratti psichici à rébours, realistici nella struttura e nell’invenzione, fantastici nella voglia di “turbare” il passato.
    Ciao

    m

  5. Certamente un epistolario saggiamente composto, con gli elementi più appropriati per ogni “attore” dei fatti di questa vicenda, dove il nero sbiadisce nel rosso, del cuore, che fa da scudo a voler venire incontro a qualcosa di così tremendamente drammatico come la follia: improvvisa, fulminea, agghiacciante. E fuori da ogni logica, come le favole.

    Grazie!

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