L’uscio del sonno

Giacomo Leronni

Non è mutabile
non ossequia
il tempo. Schiuma
o concetto, non assilla
per radicarsi
per alimentare
la pelle. Fisso
con lui la profondità
azzardo il calcolo
un’erba
si dirama da noi
un vento sublime
ci confida
la gravità

La poesia di Giacomo Leronni manifesta apertamente la sfida di accettare l’eredità del Novecento come soglia di continuità da cui trarre slancio per il nuovo millennio. Viene da pensare a Vincenzo Cardarelli un secolo prima: la stessa posizione di lontananza e di diffidenza riservata alla furia futurista è qui rivolta ai facili risarcimenti contenutistici proposti dalla poesia dell’esperienza e del quotidiano. Lo stesso amore per il fasto espressivo del secolo d’oro, è qui manifestato nella convinzione radicata che l’invenzione vada avvalorata dalla memoria ridiscussa e ridefinita del passato. Leronni parte dalla soglia di una letteratura che si è esalata nel nulla, e che è giunta ad annichilirsi nella dispersione totale dell’io e nell’impossibilità di definire l’etica della bellezza, la sua presunta utilità o quanto meno neutralità di fronte al male e all’inganno. Leronni parte, dunque, dalla polvere del secolo, dall’eredità di macerie e di consunzioni, di abusi e di intolleranze. Leronni si siede al capezzale della maga agonizzante, sprofondata nei suoi vizi e stravizi che la resero superba affascinante futile e totalmente inutile: e osserva con profonda pietas la letteratura del Novecento. Sembra che dica: “non abbiamo null’altro che questo corpo disfatto, malato e sucido: tutto il resto è inganno, anzi è la rinuncia a capire che cosa abbiamo e chi siamo”. Detto così, allora si può intendere perché questa polvere che avanza dal festino secolare rappresenti tuttavia il “bene” su cui si possa e si debba lavorare. La prima proposizione di Leronni è il decoro di un linguaggio essenziale, bene agganciato al dire alluso per metafore simboli e analogie. È il grande riscatto dell’autonomia della poesia dalla prosa, dalla ragione logica, dallo schema scientifico: innesco combinazioni / ma il latte è folle, ci dice subito. Ma poi c’è la metamorfosi sciamanica, il parlare per sentenze ermetiche, l’elaborazione di parole d’ordine misteriche – “tempriamo il silenzio” – che restituisce alla poesia lo spazio del sogno, l’incanto di Orfeo, e che libera la poesia dalla condizione di meretricio nei confronti della politica, dei meccanismi di consenso, delle verifiche di interesse. Leronni restituisce alla poesia il tono che le compete: quello di un discorso arduo, appagante per il suo tenore di difficoltà quasi impossibile. (Sandro Gros-Pietro)

 

L’uscio del sonno

 

Dove tormento
l’uscio del sonno
dove stipo i segreti


sciolto il sasso
del degrado

infilo
sangue e ombra

frumento d’ore avide

e il dolore
come una parola insana

ormai necessario

 

*

 

Per ordinare
giungo al respiro
alla mandorla in fiamme

c’è poco da scandire

nella palude
si smorzano gli occhi

ancora qualche veto
con i denti giusti

un passeggero tenue
che odora d’intonaco

il regno, il contratto
con la polvere

ma tu
che ne hai cavato vento
al mio grazie stringi forte

non passare

 

*

 

Braccando
la costola possibile
già nel tramonto
alla deriva

lesa
la promessa
della filiazione

saggiando l’orlo
confuso, inattendibile

frantumato nel suono

ecco l’apparenza

il cardo che splende

la sua tazza
d’oro

risorto abisso

 

*

 

Accarezzo il colore
la tenacia
ci apparenta

gioco e mulino
trasudo il giglio fulgente

non voglio clamori
non pretendo

un frego d’alba
una crepa da occludere

piombo poi nel giudizio

fulmineo
competente

 

*

 

Una quieta gabella

ho rimosso
i tuoi passi
li ho dispersi

e ora

labbro cieco

una porzione
d’abbaglio

membra anche
rinate per fingere

ora guarda
puoi scorgere
come tutto stordito finisce

 

*

 

Fra chi recita
e chi parte

guido protervo

ma non placo

il mio piatto
d’insonnia

con il tatto ordisco
innesco combinazioni

ma il latte è folle

annotta

ritorna crudele
il cuore del grano

 

*

 

Slitto sull’inno

labbra incupite
senza svago

inopportune

accosto il ventaglio

mulina la luce
impavida

quando ripeto
al tuo orecchio

dissacrando
spoglio
ciò che non ha nome

non l’avrà

 

*

 

Algida preghiera
del gatto

ai piedi dell’estate

chi ha fame avanza
e cala il suo tormento

fiori indistinguibili

imprecando
quanto basta
per saltare
da porta a notte

silenzio
non sprecare l’offesa

non dormire

vuoi la rampa

eccotela

 

*

 

Il fagotto scuro del mare
saggia la presa

la belva lo matura

sono sacro e spento

in tutto uguale
alla mia larva

addento con cura
mi identificano

come quando per gioco
biascicando il suo verbo

calca più a fondo
il piede della notte

 

*

 

Frantumi di necessità

dispersi in una
sequenza illogica

di rovi, di sonde

già copioso
dilaga
il sangue moro
della pestilenza

hai sospeso
il giudizio

sai che non verrà
a sorreggerti
la tua consueta
scorta d’occhi

 

*

 

Un paese azzardato

un nucleo eroso
d’incombenze

di titubanze

progredendo
disconosco

attivo quella morsa
che in parole minute

in brani di negligenza

storpia il dettato

dei raggi
degli storni

abrade la fermezza

 

(I testi di Giacomo Leronni, dall’opera inedita L’uscio del sonno, e la nota critica di Sandro Gros-Pietro sono tratti da: “Vernice”, Anno XV, n. 42, dicembre 2009)

 

***

 

Neige française

 

Il s’agit
de trembler
pendant
que l’on vole
maintenant
autour de la place
parmi la foule
qui paraît un lys
les écrivains des tuiles
sont lointains
rien ne bouge
sur les autels
le sacrifice parfume
la souris en rit
le siège confirme
la dureté des astres

 

*

 

Veux-tu m’apparaître
le jargon de la nuit
bien tendu
la crise parfaite
des plate-bandes
quelqu’un demeure
petrifié
on le dirait
un escalier de chair
remué du ciel
et puis la foudre
singeant les poisons
la réclusion du verre
pas loin d’ici
un sanglot est un sanglot
n’est-ce pas
je grimpe l’être
qui s’écroule
veux-tu m’apparaître ?

 

*

 

Ceux qui profitent
de leur essence
pour remettre
une oreille plus docile
au silence
ceux qui forment
le barrage muet
de la poussière
encore plus lucides
que leur tourment
fleuri
ce sont eux
qui boivent l’or
et débitent
leur fade constance
ils prêtent volontiers
leur mince âpreté
ils progressent
la tête pleine
de neige

 

*

 

La vierge des soldats
– où est-elle, je
ne me rappelle plus –
dans quel abîme
derrière quelle conjuration
si on pouvait vraiment
s’acharner
le risque, l’haleine
dîneraient avec nous
le bois nous mérite
et ploie le consentement
la vierge des soldats
n’importe où
fond en larmes
en définitive
c’est une pluie bienveillante
car
la poussière nous devance
et nous suit

 

*

 

L’aventure de la taupe
recommence
il manque
peu de temps
elle fouille bien
sa tanière
le ciel est gris
ou peut-être lumineux
d’ailleurs
elle n’a rien
à regarder
rien à déclarer
elle avance
vers son soleil de terre
les hommes la contemplent
quand elle embrasse
des racines
ils soupçonnent
que par sa mort continuelle
elle va de quelque manière
survivre

 

*

 

Elle prépare son corps
pour la bataille
son corps souple
qui tend des pièges
au coin de la rue
un essaim d’ambre
estompé dans la grâce
précoce du ciel
je suis désolé
madame
tourbillon caramélisé
je n’ai pas de corps
pour vous
ma chair est éparpillée
on la dissèque
maintenant
le feu qui me brûle
n’est pas le vôtre
il dévore tout de même
comme seul les fauves
savent faire

 

(I testi dell’opera inedita Neige française sono tratti dalla rivista telematica “Le Méridien/Stanze”, n. 2, dicembre 2009.)

 

______________________________
Nota biobibliografica

Giacomo Leronni è nato nel 1963 a Gioia del Colle, dove vive. E’ laureato in lingue e letterature straniere ed insegna francese.
Ha vinto vari e importanti premi letterari e la sua produzione poetica, in buona parte inedita in volume, è presente in antologie e prestigiose riviste italiane e straniere (“Hebenon”, “L’immaginazione”, “Il Cobold”, “L’Area di Broca”, “Frontiera”, “Pagine”, etc.)
Il suo primo libro è Polvere del bene (Lecce, Manni, 2008), che ha ricevuto numerosi riconoscimenti. (Qui una recensione di Stefano Guglielmin e una selezione di testi tratti dal libro; altri testi sul blog di Chiara De Luca.)

______________________________

 

***

22 pensieri su “L’uscio del sonno”

  1. Una proposta che mi lascia appesa alle parole, ai versi, ben costruiti, così ordinati, che eppure sembrano in cerca di un nuovo equilibrio che possa procedere anche sulle vie del sonno, un terreno nel quale non abbiamo potere, ma il solo abbandono ad occhi persi e mente rassegnata. Un lavoro oniricamente “sveglio”.

  2. Questa “vis” per legge di natura ( detesto i futuristi) era destinata ad attrarmi; l’autore draga e scompiglia l’animo umano, attigendo ad archetipi, mi vien da pensare..
    Vincenzo Cardarelli, ecco un nome che evoca in me il nocciuolo di un poeta che morì povero..
    Mi suonano forti quest emetafore..
    “il cardo che splende

    la sua tazza
    d’oro”
    ..
    “Per ordinare
    giungo al respiro
    alla mandorla in fiamme”
    e
    “ritorna crudele
    il cuore del grano”

  3. Lascio in omaggio a Giacomo Leronni qualche passaggio digitato da un libro al quale mi sono avvicinato con timore e tremore..
    “La folla dell’accampamento lasciò cadere ogni cosa per avvicinarsi. Tutto cadde di mano tranne i bambini dal braccio delle madri.

    Accorsero in un subbuglio di passi. Il silenzio seguente fu quello del latte che si caglia. Nella pace di un pozzo, nella circoncisione di Abramo su se stesso, in un palmo di mano passato sugli occhi, esiste un silenzio di condensa. Respiravano solo dal naso per non fare rumore in se stessi. Senza nessun comando uno dei primi accorsi tolse i sandali,mossa di chi entra nella tenda”.
    ( tratto da “E disse” di Erri De Luca)

  4. ottima poesia.

    /a Marzia che detesta i futuristi (tutti?), le chiedo se li ha mai letti, e dico ‘letti’ in profondità, superando le pseudoletture (ahimé) togliattiane o della scuola media inferiore italiana che tagliava e ri-cuciva a piacere frasi e gesti e manifesti. -senza polemica-./

    un abbraccio

    1. Alessandro, non ho letture togliattiane alle spalle, mi spiace. Ma, comprendo che vuoi dire.
      Naturalmente salvo i pittori come Balla e Depero che collaborò con Campari e ne venne fuori il genio anche nel settore produttivo e pubblicitario: la bottiglietta classica del Campari fu una intuizione di Fortunato, come saprai.
      Non li gradisco dall’aggressione a “Le Giubbe Rosse” e dalla reazione a Soffici, in poi.
      Intendiamoci , Alessandro, sono una potenziale “brigatista” per passionalità e desiderio di cambiamento, ma i loro eccessi sono da esecrare.

  5. Una scrittura di grande spessore, sorretta da un impianto teorico-progettuale ben preciso e definito, che si traduce in “ricerca” dentro la parola, in una sorta di recupero del “nocciolo essenziale” che si rifiuta, e sopravvive, all’impermanenza. Il residuo refrattario alle logiche (naturali o artificiali che siano) del trapasso e della trascoloranza, è il lampo che permette di ridisegnare (cioè: di riscoprire), ad ogni passaggio, il “senso” del nostro legame profondo con le cose, col mondo, con noi stessi.

    Qui una nota di Giuseppe Panella su “Polvere del bene”:

    http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/01/10/quel-che-resta-del-verso-n-61-la-cifra-del-vuoto-l%e2%80%99onore-del-silenzio-giacomo-leronni-polvere-del-bene/

    fm

  6. La talpa scotomizzata dal sole ctonio in simmetria con l’occhio rovescio, lassù, de la neige française. Ad ognuno il suo cartesianesimo!

  7. Notarella a margine
    Avendo abbracciato la campagna e la vita “slow” non posso gradire nè velocità nè la tendenza guerrafondaia che li contraddistinse.

    Buona festa a tutti, Francesco in testa!

    1. cara Marzia,
      la ‘velocità’ non la inventarono, la capirono, come capirono il passaggio dalla campagna alla città (non furono gli unici, ovviamente, vedi futuristi russi che finirono per essere poi sovietici, come i nostri finirono nel fascismo -sarà una casualità… in Russia divennero comunisti e in Italia fascisti-). per quanto riguarda la tendenza ‘guerrafondaia’, all’epoca ce l’avevano un po’ tutti dagli anarchici (ahimé), ai socialisti, sindacalisti, nazionalisti, imperialisti… insomma, se ora nella nostra epoca l’estetica è la pace (anche se poi…), all’epoca era la guerra. i dadaisti dopo la prima guerra mondiale urlavano: “vogliamo un’altra guerra con più morti!” peccato che non lo si ricordi (quasi) mai.

      un abbraccio

  8. Per ora un cordialissimo ringraziamento a tutti coloro che hanno pubblicato i loro commenti ai miei versi: ne sono davvero onorato. Colgo l’occasione per augurare a tutti buona Pasqua. Che la poesia possa sempre circolare libera per il mondo, arricchendoci reciprocamente e mettendo in relazione la ricerca di ciascuno. Un particolare saluto e ringraziamento a Francesco Marotta per aver selezionato i testi fra il materiale che gli ho inviato e per il suo commento ma, al di là di questo, sono davvero grato a tutti.

    Giacomo

  9. Certo che loro “caldeggiarono” e interpretarono il concetto di velocità, ma oggi, pur scansando la retorica bucolica del “buon contadino” ect, ci si proietta verso un “downshifting” che trova sempre maggiori consensi.
    A 56 anni, salvando Boccioni e Balla, tanto per citare i più acclarati, mi accorgo che per dirsi intellettuale si debba inneggiare ai futuristi ed essere comtenti in jazz, non concordi?
    Alessandro, per carità, nulla da eccepire alle tue precisazioni, ma vivendo in questo momento attuale ( vissuto con difficoltà un pò da tutti perchè di cambiamento, almeno io lo spero..) , percepisco il loro messaggio come anacronistico, inattuale.
    Beghe a parte.
    Buona Pasqua!

  10. Se queste liriche trascritte sono come avanguardia di cavalleria leggera, figurarsi cosa si ricava da tutto il libro!
    Leronni che ho conosciuto di persona, è già fisicamente una persona solida , dal volto franco e cordiale e anche nella sua inquieta ricerca poetica i versi sono tagliati ma non scarni, sembrano saette scoccate e in attesa di giungere a bersaglio. Piace il piglio mobile che fa da bilanciere ai lemmi studiati con acribia, si coinvolge nei testi e pare attendere il lettore al varco, per una risposta che non può essere elusiva perchè da poeta vero ha messo in gioco le sue carte migliori, i suoi versi più acconci. Una prova? “Algida preghiera/del gatto//ai piedi dell’estate//chi ha fame avanza/e cala il suo tormento”. Questa è poesia “mediterranea”, di gente e di terra assolate, mi viene in mente Bartolo Cattafi, un poeta che ho molto ammirato. E dunque grazie Giacomo perche ti fai leggere “stando in piedi”.

  11. Ringrazio Carmelo Pirrera per le sue parole, graditissime. E ad Eugenio Nastasi dico che magari riuscissi a mettere insieme un libro con testi tutti dello stesso livello di quelli qui pubblicati… Sarebbe davvero un miracolo.Comunque il libro, in sé, sarebbe pronto, ma bisogna vedere cosa ne pensano gli editori… Comunque grazie, Eugenio, per la tua stima, che mi hai manifestato anche di persona (particolare che certo non dimentico). Aggiungo, per Roberto Maggiani, che mi sento molto più carico di responsabilità ora che ho scoperto (addirittura!) di essere fra i suoi poeti preferiti… Grazie ancora, a tutti. In fondo si vive anche per queste piccole/grandi gratificazioni e io, in questo senso, sono molto fortunato…

  12. “calca più a fondo/il piede della notte/” … Credo che sia questo il movimento maestro che disegna lo spazio e l’azione entro cui aggirarsi in queste nuove, preziose liriche di Giacomo Leronni. Ho provato a farlo con discrezione, attento a non svegliare i sogni.
    Versi verticali e orizzontali hanno contato le mie pecore; e alla fine ho avuto sete, come di notte un’arsura. Grazie Giacomo per questo anticipo d’estate!

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