I cipressi di Van Gogh

Liliana Zinetti

     Se devo parlare da critico professionale, affermo subito che I cipressi di Van Gogh di Liliana Zinetti è l’apice di un lungo e fecondo processo di apprendistato, che porta qui l’autrice a una sintesi compiuta di varietà linguistica, competente memoria storica, efficacia figurale, riuscito equilibrio ritmico-prosodico. Tale sintesi produce un libro da collocare con piena sicurezza entro il quadro qualitativamente più alto dell’attuale produzione poetica italiana, in questo problematico scorcio inaugurale di secolo/millennio.
     I pronomi personali – per esempio – vi rimandano a statuti dubbi di identità; i paesaggi riuniscono efficacemente i mondi dell’esperienza reale e i soprassalti di un’interiorità accesa, coinvolta, ansiosa, non di rado spinta fino ai labirinti del sogno e dell’incubo; le elencazioni sovrappongono eventi, gesti, oggetti di provenienza e di matrice diverse, non di rado eterogenee; la cognizione metalinguistica della parola pensata, pronunciata, soffiata, sussurrata si salda con grande proprietà compositiva al sentimento del tempo e delle persone, tra alternanza del giorno e della notte, idioletti bambini, mondi animali e costanti meteorologiche della neve, della pioggia, del vento.
     Già, il vento: in realtà, il Leitmotiv più solido e presente dell’intero libro. Così, se ripercorro all’indietro questi Cipressi di Van Gogh, e torno a indossare i panni del lettore semplice e coinvolto che ognuno deve saper essere davanti a un libro di poesia tanto comunicativo e coinvolgente, mi piace lasciarmi baciare, trascinare, talvolta travolgere dal soffio continuo del loro vento. Certo, un mio collega molto bravo mi ha detto una volta che proibirebbe l’uso della parola “vento” in poesia, in quanto cliché troppo abusato. Quella volta, mi è venuto di dargli ragione, ma il pensiero ha continuato ad agitarmi anche nelle ore successive: e, alla fine dell’insonnia, mi sono addormentato pensando che aveva (avevamo) invece completamente torto. Il vento in poesia non solo è legittimo, ma forse addirittura auspicabile.
     Liliana Zinetti, col suo libro, mi ha definitivamente persuaso che c’è un diritto al vento, per i poeti bravi: da conquistarsi, certo, proprio come il diritto al verso. A lei – allora – voglio dedicare una mia strofa, tratta da una poesia mai portata a termine, che descrive lo stato di atonìa totale nel quale cadeva mia nonna, quei rari giorni di stravento che percorrevano la pianura all’avvento della primavera. Quei giorni lì, lei – casalinga di solito inappuntabile – abbassava le persiane e restava distesa per lunghe ore, del tutto incapace anche di un minimo gesto:

           Solo in marzo o in aprile
stavi a letto anche giorni interi
appena tirava lo stravento
fischiava l’erba cantavano i panni
le canzoni dei vivi

     Poca cosa, davvero, a fronte di un passaggio come questo, animato dal vento metafisico che è bravissima a suscitare Liliana Zinetti, in uno dei molti passaggi felici dei suoi Cipressi di Van Gogh:

           Tira un vento cattivo, si dice, ma il vento
è solo vento
e se morde gli alberi non lascia ferite.

Alberto Bertoni

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Liliana Zinetti, I cipressi di Van Gogh
Nota introduttiva di Alberto Bertoni
Borgomanero (NO), Ladolfi Editore, 2011
______________________________

Testi

Senza un dove, un luogo,
il suo andare si confonde
– sosta, mentre veloce
muove il paesaggio attorno
fino a svanire.

Le navi solcano gli oceani
lasciando dietro luci a pezzi, morsi
di buio, la scia subito ricomposta.

Questi versi smarriti nell’inspiegabile,
i sentieri della luna in primavere
di grondaie ricolme.
Orme di vuoto, nome
cancellato dallo specchio,
l’agonia fiorita dei giardini.

Abbiamo troppi senza, somme
senza resto, troppo vento ai balconi
che protende le mani.

*

La ragazza sale lungo il sentiero,
triste e bianca come la luna.
Ascolta i fischi lontani delle navi
rompere la notte,
i graffi delle unghie ai muri.
Lei voleva vedere la musica.
La curva con gli abeti
è il posto dove per sempre
potrebbe rimanere
come una pietra viva
con il volto girato tra gli alberi leggeri
e la luna delle erbe.

*

Credeva con le parole
di tenere gli alberi fermi
nella bufera, il paesaggio senza crolli
non sapendo
che solo la perdita si lascia afferrare.
Rispondeva all’appello delle cose
con uno sguardo lontano, oltrepassandole
fino al silenzio. Un silenzio scabro, sottile,
senza pensiero, come un pianto
o un sonno invincibile.

*

Perdersi sono le mani
senza musica, la distanza intollerabile
dei pronomi.

Si fa tardi – dice la residua tenerezza –
impara dalla terra arsa, infertile, impara
il silenzio di ogni cosa, ora
che una diversa luce
disfa il panorama, rovescia fondali
imprecisi negli occhi
che hanno portato i colori.

Tacciano i suoni
della stagione illusa, è tempo di innevati
silenzi, di ombre che chiudono gli occhi
che non esiste salvezza
e la pietà è lo sparo tra gli occhi del cane.

*

Accumula polvere nelle case disabitate, incurante cancella impronte, respiri. Non ha memoria, la sua esistenza è misteriosa, è fatta d’aria e stagioni. Pensarlo dà un po’ di vertigine. Si è nascosto con le foglie cadute e l’inattraversato, i volti girati sulla terra. Ha rubato i giochi e le corse, le declinazioni del latino e le sere d’estate, gli amori. Non conosce l’equità: regala a pienemani bufere e piccole morti, brevi lampi gioiosi. Provo a cercare quel che ne resta sotto il letto, tra la polvere negli angoli della stanza. Irritante nella sua in / esistenza, affetto da coazione a ripetere, lascia tracce e le cancella, accade ed è già perduto. E se non so stare al suo gioco crudele (si nasconde, si assottiglia nel rincorrerlo) al suo passo veloce, infine che importa? non è che un’ombra che consuma. Più fastidiosa di altre, un’abitudine comune… ci fermerà un giorno, entrerà in altri passi, in mattini non nostri.
Ma negli alberi resiste, con lemani torce i tronchi, entra nelle fessure – scultore d’aria e polvere.
Quell’albero curvo, avvinto alla pietra, lo eterna. Le pietre, le pietre e gli alberi ricorderanno.

*

Dove rimani escluso
è il lungo interminabile richiamo
le notti curve, zoppicanti, il gesto
troppe volte ripetuto per significare.
L’imperfezione
accende il fuoco degli insorti, ma io
scavo la morte
dove si scontrano buio e segni
per uno scarto minimo
che ammutolisca il silenzio.
Ti parlavo di qualcuno
che non ero io
in una sera scesa troppo presto
dove le case giravano gli occhi
su strade finite e i muri
colavano occhi ciechi.

Poi era silenzio, la pietra
per guanciale.
Luoghi
indecifrabili, notte nella notte.

*

Ci sono giorni con un poco
più di morte, dentro, dove
una betoniera gira le ore, le schizza
nelle mani spente di un padre.
Giorni che si esce dal tempo
con qualcosa guardato troppo a lungo
tra la pioggia e la curva
delle colline, tra
l’alone delle parole e
il neon freddo delle insegne.
Si addossano per essere
meno sole le case, perché oltre
è inchiostro nero, liquida polla
tra i balconi illuminati, a sera.
Oltre è il volto al muro
i colori esplosi. Ninnananna
piccola morte nuova, custodisci
ogni nulla, il volto amato. Ma preserva
il sole del mattino, quel poco
che rende viva la vita, il cielo alto
e le stelle.

*

Tradiscono per indifferenza, quelli
più morti, i noncuranti. Slegano pensieri
volubili, appena intuiscono le linee dei volti.
Parlo di corpi, di spazi violati
dove ogni fiore appassisce e le ali
si fanno catene. Così
si coniuga l’errore orrore che evoca i corpi
murati nelle statue, la voce incorrotta
affievolita come l’eco
del primo suono.
Il delitto è perfetto e non lascia indizi,
ben occultati da un lento morire.

Esiste una geometria fragile:
stanze protese nel vento
come mani cieche, luoghi
inaccessibili o perduti
una linea oscillante tra terra e cielo.

Folle funambolo dei sogni
ma qui è terra terra terra.

______________________________
Nota biobibliografica

Liliana Zinetti risiede a Casazza (Bg) dove è nata nel 1954.
Ha pubblicato le raccolte di poesia: Volo di terra, LietoColle 2004; L’ultima neve, Lietocolle 2007; la plaquette Una poesia, Pulcinoelefante, 2008; l’eBook Due (I giorni del sole fermo) Clepsydra Edizioni, 2009; Nel solo ordine riconosciuto, L’Arcolaio, 2009.
Sue poesie e/o recensioni sono apparse su Incroci, Le Voci della Luna, Poesia, Soglie e altre riviste letterarie, nonché in varie antologie, in rete, in quotidiani.
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23 pensieri riguardo “I cipressi di Van Gogh”

  1. come si può abolire il “vento” in poesia? ma come si potrebbe abolire una qualsiasi parola e relativo concetto? mi chiedo. Anche le parole più scontate possono suonare nuove, se si sa rigenerare, direi ancora meglio estrarre da esse qualcosa di vero, di nuovo, di pulsante, di vivo, di alt(r)o.
    come nel caso di questo “stravento” che non taglia, non morde, ma a-ttra-versa il tempo/ con qualcosa guardato troppo a lungo/ tra la pioggia e la curva/ delle colline, tra/ l’alone delle parole e/ il neon freddo delle insegne. mentre Credeva con le parole/ di tenere gli alberi fermi/ nella bufera, il paesaggio senza crolli/ non sapendo/ che solo la perdita si lascia afferrare./ Rispondeva all’appello delle cose/ con uno sguardo lontano, oltrepassandole/ fino al silenzio. Un silenzio scabro, sottile,/ senza pensiero, come un pianto/ o un sonno invincibile.

    Dunque come prescindere da questo vento, se esso risiede nello stesso sguardo (silenzioso e sibilante) della Zinetti?

  2. Libro che conto di leggere presto e che da quanto il post anticipa promette benissimo. A Liliana complimenti e auguri per il libro.
    A tutti un saluto.

  3. Tacciano i suoni
    della stagione illusa, è tempo di innevati
    silenzi, di ombre che chiudono gli occhi
    che non esiste salvezza
    e la pietà è lo sparo tra gli occhi del cane.

    E’ bello ritrovare la poesia, lo sguardo di Liliana. Spero anch’io di leggere presto il suo nuovo libro.
    Nel frattempo, la saluto con affetto (e saluto fm, grazie).
    Stefania

  4. Buona scelta, Francesco, dei testi. L’ultimo mi è particolarmente vicino, o forse dovrei dire pericolosamente. Grazie per l’accoglienza nella Dimora,
    un saluto a te, Natàlia, Nadia e Stefania.
    Ciao!
    Liliana

  5. Anche io saluto con affetto Liliana, di cui ho apprezzato molto la scrittura in altre occasioni, e per questo spero di riuscire a leggere il libro prima possibile. Come dice Nadia, questi testi promettono sicuramente bene.
    E un abbraccio a fm.

    Francesco t.

  6. Proprio oggi mi è arrivato il libro, che leggerò con grande interesse. I testi qui pubblicati confermano il valore e l’autenticità di questa scrittura…
    Un caro saluto a Liliana e a Francesco.
    Mauro

  7. Tradiscono per indifferenza, quelli
    più morti, i noncuranti. Slegano pensieri
    volubili, appena intuiscono le linee dei volti.
    Parlo di corpi, di spazi violati
    dove ogni fiore appassisce e le ali
    si fanno catene.

    Porto con me questi versi.
    Bellissime poesie.

    Complimenti Liliana, di cuore

  8. Il vento in tante sue declinazioni , o , meglio , le declinazioni del vento che suscita , sommuove , sinergizza ; che da’ del tu alle parole della poesia , ricambiato con lodevole e sorvegliata partecipazione emotiva .
    Un ordito prezioso che sembra scritto a due mani .
    Grazie a Liliana e a Francesco
    L.

  9. Passo di qui e mi cattura la poesia di Liliana, quella sua indicibile prossimità alla dimensione dell’oltre. dove il vento mi appare metafora del soffio che alimenta la sua percezione, questa rara capacità di vedere-restituire i moti sottili. che avverto con tremore, riconoscendo una lingua al limite dell’inesprimibile:

    Ti parlavo di qualcuno
    che non ero io
    in una sera scesa troppo presto
    dove le case giravano gli occhi
    su strade finite e i muri
    colavano occhi ciechi.

    Poi era silenzio, la pietra
    per guanciale.
    Luoghi
    indecifrabili, notte nella notte.

    ***
    Esiste una geometria fragile:
    stanze protese nel vento
    come mani cieche, luoghi
    inaccessibili o perduti
    una linea oscillante tra terra e cielo.

    Così, quasi in addiction, sono curiosissima di leggere il resto.
    un abbraccio a Liliana, Francesco e a tutti i sensibili che qui lasciano tracce,
    annamaria

  10. Un procedere in verticale, quello di Liliana.
    Sempre più luminosa e intensa, la sua poesia acquista un riverbero sottilissimo ogni volta più preciso, levigando le parole, offrendole come doni a cui accostarsi più e più volte.

    complimenti vivissimi, Lil, per questo ottimo lavoro.

    iole

  11. per ringraziare Francesco Mauro Vincenzo Leopoldo Annamaria e Iole per le loro parole, per aver raccolto alcune mie parole, oggi che m’interrogo e non trovo risposte, ma domande. Anche sulla poesia. Ha ancora senso pubblicare poesia? Quale il movente? Non di certo , per quanto mi riguarda, per avere riconoscimenti e/o apprezzamenti. Forse per sentirsi “parte” di qualcosa? Forse per questo: perchè anche uno solo raccolga le tue parole e le senta, “ti” senta.
    Più l’età avanza e meno ho certezze, pensavo dovesse accadere il contrario. Probabilmente non ha senso neppure questa bislacca riflessione, dovrei adattarmi ad una rassicurante “noncuranza”, ma mi è geneticamente impossibile.
    Un saluto a tutti
    Liliana

      1. Natàlia, il tuo commento, per cui ti ringrazio, mi dà occasione di dire che mi ha fatto molto piacere che Alberto Bertoni mi abbia riconosciuto “un diritto al vento”. Lo trovo molto poetico, seppur faticoso.
        Ciao
        Liliana

  12. Ha ancora senso pubblicare poesia?

    Non lo so, cara Liliana, probabilmente no.

    Ha senso, però, scriverla. “Incuranti del nulla / che ci precede e segue / in forma di stagioni”.

    Grazie a te per i tuoi testi e a tutti gli intervenuti per i loro commenti.

    fm

  13. Concordo con Bertoni, leggendo questi testi così preziosi, che Liliana abbia raggiunto un apice nella sua scrittura (non l’unico, ci mancherebbe, ogni voce, nel suo percorso, crea un diagramma, come lo skyline di una catena montuosa). Qui trovo che il segno che abbia raggiunto/trovato l’accordo con le creature, e ne partecipo con la gioia che è per un lettore sentirsi chiamare dentro, afferrare.
    Con stima profonda, e con rinnovato affetto. FF

  14. … perchè anche uno solo raccolga le tue parole e le senta,“ti” senta.

    come ti sono vicina in queste parole, Liliana. anch’io spesso mi chiedo se davvero oggi abbia senso pubblicare, se nel marasma di parole-rumore e di angoscia che circonda quel che conserva un residuo di senso resta soltanto quel “sentirsi”, sia pure tra pochissimi, anche solo con uno sguardo o un minimo gesto, senza il minimo sapore autoreferenziale che purtroppo la scrittura porta con sè.
    e ancora è verissimo, “più l’età avanza, meno ho certezze”. abbiamo gli stessi geni, Liliana. con la sola consolazione di saperli condivisi con tanti altri. dopo tutto, però, se non avessimo scritto, non ci saremmo incontrate/i e non staremmo qui, in questa dimora, a ri-conoscerci. forse solo per questo ha senso scrivere. con tutto il mio “sentirti” affettuoso,
    annamaria
    li condividono

  15. oh la disattenzione è imperdonabile!! mi scuso con Stefania, Nadia e Natalia, colpevolmente omesse.

    Francesco, scrivere assolutamente, questo sì.
    Fabio, il “nostro” poeta al quale vanno congratulazioni vivissime per l’importante risultato conseguito con l’ultimo libro (ho dei problemi, mi perdonerà il nostro, con la scrittura del dialetto , italianizzo “con le mani mozzate” , corretto?). Ti ringrazio e così pure Annamaria, che mi fa sentire la sua vicinanza, la sensibilità.
    Buon fine settimana a tutti e soprattutto sempre nuovi inizi
    ciao
    liliana

  16. Se riflettiamo troppo non scriviamo più, ci castriamo da soli. E’ come dare ragione a tutto quanto non è noi, non è come noi, ci è profondamente alieno. Noi dobbiamo continuare a scrivere seppure con una consapevolezza tragica in più, di volta in volta, per ogni poesia scritta, per ogni libro pubblicato o meno. In particolare quando i risultati sono simili a quelli di Liliana. Li condividiamo con gioia, solidarietà, e approvazione. E lei condividerà con noi questo cibo prezioso, non per un hortus conclusus, ma….se anche lo fosse? Carpe diem.
    lucetta

  17. mi complimento con Liliana, per questi testi che catturano, che sanno catturare che danno voce a un dolore o semplicemente a un sentimento per qualcuno o qualcosa, un sentimento che non abbandona.
    grazie per la proposta e complimenti sinceri.
    roberto

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