Il senso dell’arte e il compito dell’artista

Rosaria Di Donato

Il senso dell’arte e il compito dell’artista

Noi siamo liberi. E ci rifiutarono
dove ci credevamo ben accolti.

R. M. Rilke, Sonetti a Orfeo 2, XXIII

     Ritengo che si possa essere d’accordo sul fatto che l’arte sia, innanzi tutto, una forma di comunicazione, oltre che un atto creativo, libero e liberante, che ci consente di esprimere noi stessi e di plasmare la realtà secondo un punto di vista personalissimo, perciò critico. Già Croce parlava in senso artistico di “un’intuizione che si fa espressione” (1), ma, certamente, critico vuol dire anche, in senso sartriano, “non neutrale” (2), cioè che prende posizione politica.

     La creazione artistica è, indubbiamente, una forma di linguaggio autonomo che interpreta e che conosce il mondo. Lontano dall’idea di un’arte meramente decorativa o mimetica, l’intellettuale esprime con il suo canone un punto di vista, un insieme di significati che lui stesso rinviene nella realtà.

     Anche quando l’arte è intimista, penso si possa parlare di angolo privilegiato della ricerca estetica che, senza mediazioni logico-deduttive, si fa specchio del mondo o, comunque, di un universo, di un cosmo in cui l’artista è l’artefice di una visione originale che lo avvicina al lettore nel momento del godimento del bello, nella fruizione dell’opera. Se così non fosse, non si realizzerebbe il fine principale dell’arte che è, come dicevo prima, quello di comunicare. Accade che il lettore trovi nel testo artistico, scritto o visivo o sonoro che sia, anche significati diversi da quelli che l’autore voleva intendere: ma ciò è sempre comunicazione, risveglio, tensione intellettuale ed etica, distacco e distanziamento dalla realtà, prospettivismo.

Lieve offerta (3)

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera
come le estreme foglie
dei pioppi, che s’accendono di sole
in cima ai tronchi fasciati
di nebbia –

Vorrei condurti con le mie parole
per un deserto viale, segnato
d’esili ombre –
fino a una valle d’erboso silenzio,
al lago –
ove tinnisce per un fiato d’aria
il canneto
e le libellule si trastullano
con l’acqua non profonda –

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera,
che la mia poesia ti fosse un ponte,
sottile e saldo,
bianco –
sulle oscure voragini
della terra.

Antonia Pozzi
(5 dicembre 1934)

     Certo che all’arte è affidato, da sempre, anche il compito di cantare il dolore, di ri-plasmare eventi tragici dell’umanità o della storia, oppure conflitti personali che nella realizzazione pratica dell’opera trovano uno sbocco ed una sublimazione senza i quali resterebbero inenarrabili ed inaccettabili. Pensiamo a Guernica di Picasso oppure alla Pietà di Michelangelo o alla Zattera della Medusa di Géricault. Sono emblemi di tragiche vicende collettive o intime in cui il simbolo assurge a metafora del dolore e dello smarrimento del centro: di un punto di riferimento esistenziale ed umano a cui ancorarsi. L’arte rappresenta e propone, raffigura e mostra l’incontenibile e il devastante, l’orrido e l’imprevedibile, il dis-umano e la calamità nella misura voluta dall’artista, col metro del suo poiein. Ciò scioglie il pianto nella comprensione, l’urlo nella visione, l’angoscia nella contemplazione di un evento che si fa universale. Lungimirante e penetrante, lo sguardo del poeta-artista accoglie i fatti in un tempo sospeso, ri-tagliato dalla cronologia e proiettato nel presente di ciascuno di noi: un tempo indimenticabile, fuori della storia, ma dentro la memoria per sempre. Il dolore, filtrato dalla bellezza, diventa sonda e scandaglio dell’animo umano, giudizio e meditazione. Che dire di forme plastiche rinvenute in materia e non più obliate quali l’Inferno di Dante? Cosa del coro del Nabucco, del Va pensiero di Verdi? Cos’altro di sequenze cinematografiche quali la morte di Teresa Gullace (Anna Magnani) in Roma città aperta di Rossellini? Sono immagini, suoni e parole che sempre parleranno ai lettori, alle generazioni di ogni epoca ris-vegliando sentimenti, passioni, suscitando idee.


Anna Magnani in Roma città aperta, R. Rossellini (1945)

     L’arte, come “specchio del mondo”, ri-conduce il reale a forme mitiche elaborate dalla fantasia dell’artista o anche tratte dalla vita quotidiana – si pensi alla Fontana di Duchamp – e pro-pone icone di bellezza, a volte provocatorie o sorprendenti oppure, semplicemente, non-belle, come suggerisce A. Danto (4). E’ il linguaggio estetico che non accetta mediazioni di alcun tipo e che, sempre, esprime il vissuto, il sentito, il pensato in modo unico, irripetibile, originale.  Anche, come nel caso della Pop Art, la volontà di rompere con la tradizione volgendosi alla società dei consumi e mostrando, magari ripetuti all’infinito, quei prodotti che i media propongono come valori, è una scelta ed una proposta di ri-flessione. Se l’arte è una forma di conoscenza, il suo “contenuto reale” comporta un mutamento necessario negli oggetti e nelle tecniche che pone in atto. Sarà poi il “contenuto di verità”, come sostengono sia Adorno (5) sia Benjamin (6), elaborato dagli esperti del settore, a determinare il significato dell’opera, che è tale perché scelta e collocata in un ambito appropriato dall’artista, piuttosto che per la sua originalità o “sacralità”. La Non-arte, la Non–pittura, la Non-bellezza delle avanguardie dis-sacrano il concetto di arte tradizionale, di storia dell’arte, ma questo non vuol dire che non siano significative.

     Ciò che importa è che l’arte attraverso il suo linguaggio desti le coscienze, ci scuota dal torpore in cui le mode ed il con-testo socio/politico ci appiattiscono… in una parola, l’importante è che l’arte ci ri-conduca alla persona che noi siamo, alla nostra integrità gnoseologica e pratica.

     L’Estetica è Etica e moralità, modus vivendi e pensiero, filosofia e storia, spiritualità e concretezza del vivere, espressione ed autonomia. E’ ovvio che l’ educazione artistica contribuisca alla realizzazione di un soggetto dis-alienato, portatore di valori propri e critico nei confronti di qualsiasi forma di omologazione e di manipolazione. Non si tratta di an-archia, ma di libertà di giudizio e di interpretazione, di dis-sonanza, di punto di vista alternativo. E’ in conseguenza di ciò che il margine di accettazione e di condivisione, da parte del potere politico, della funzione trasgressiva dell’evento creativo, della trasparenza e della forza di un “canto” poetico, dell’ incisività dell’artificio artistico che viola tutti i divieti in nome di un potere abusivo, non costituito, ma che fa presa direttamente sulle facoltà del sentire e del pensare comuni a tutti gli esseri umani, è molto ristretto. La storia ci testimonia che, nei fatti, è inesistente.

M’è dato un corpo… (7)

M’è dato un corpo – che ne farò io
di questo dono così unico e mio?

Sommessa gioia di respirare, esistere:
a chi ne debbo essere grato? Ditemi.

Io sono il giardiniere, e sono fiore;
nel mondo-carcere io non languo solo.

Già sui vetri dell’eternità è posato
il mio respiro, il caldo del mio fiato.

L’impronta lasceranno di un disegno,
e più non si saprà che mi appartiene.

Scoli via la fanghiglia dell’istante:
rimarrà il caro disegno intatto.

Osip Mandel’stam
(1909)

     Nonostate ciò gli artisti, i poeti, intellettuali per vocazione e non, soltanto per mestiere autarchicamente sopravvivono alle mode, ai regimi, alle difficoltà, agli ostracismi, alle censure. L’esilio o la solitudine, la povertà o le difficoltà della vita, la malattia o le incomprensioni, a volte la morte, non inibiscono la loro interiorità estrinsecata sul foglio o sulle tele, tra le righe del pentagramma o nelle immagini. E spesso, a distanza di tempo, il loro messaggio giunge attuale e compiuto ad illuminare il presente di generazioni successive a quella in cui loro sono vissuti.

     E’ l’arte una guida? Penso di sì, assai più della storia. Già Aristotele sosteneva questo(8), ma non voglio ripetere le parole di un gigante del pensiero, bensì soltanto evidenziare come la grande sensibilità unita al talento ed alla tecnica espressiva possano leggere le mappe del mondo ed anticipare eventi precorrendo i tempi. Non è l’esasperata ri-cerca del nuovo, che è il fine della pubblicità, ma la consapevolezza del proprio essere calato nel presente come prigioniero, come pro-fugo che li rende, gli artisti attenti e svegli, acuti lettori della propria epoca. Torno a citare dei nomi: Caravaggio, Rilke, Pasolini, ma potrei scriverne tanti, tanti altri. Se vogliamo arginare il nichilismo imperante è necessario volgersi all’Arte! Alla cultura, perché l’arte è Cultura.

Il Poeta (9)

Da lontano – il poeta prende la parola.
Le parole lo portano – lontano.

Per pianeti, sogni, segni… Per le traverse vie
dell’allusione. Tra il sì e il no il poeta,
anche spiccando il volo da un balcone
trova un appiglio. Giacché il suo

è passo di cometa. E negli sparsi anelli
della causalità è il suo nesso. Disperate –
voi che guardate il cielo! L’eclisse del poeta
non c’è sui calendari. Il poeta è quello

che imbroglia in tavola le carte,
che inganna i conti e ruba il peso.
Quello che interroga dal banco,
che sbaraglia Kant,

che sta nella bara di Bastiglie
come un albero nella sua bellezza…
E’ quello che non lascia tracce,
il treno a cui non uno arriva
in tempo…
Giacché il suo

è passo di cometa: brucia e non scalda,
cuoce e non matura – furto! scasso! –
tortuoso sentiero chiomato
ignoto a tutti i calendari…

Marina Cvetaeva
(8 aprile 1923)

______________________________
Note

(1) Benedetto Croce, Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale. Teoria e storia, a cura di Giuseppe Galasso, Milano, 1990.
(2) Jean-Paul Sarte, Che cos’è la letteratura?, Milano, 2004.
(3) Antonia Pozzi, Parole, a cura di A. Cenni e O. Dino, Milano, 2001.
(4) Arthur C. Danto, The End of Art, Princeton, 1997.
(5) T. W. Adorno, Teoria estetica, a cura di F. Desideri e G. Matteucci, Torino, 2009.
(6) Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, prefazione di Cesare Cases, trad. di Enrico Filippini, Torino, 2000.
(7) Osip Mandel’stam, Poesie, a cura di Remo Faccani, Torino, 2009.
(8) Aristotele, Poetica, introd. e trad. di D. Lanza, Bergamo, 2000.
(9) Marina Cvetaeva, Dopo la Russia, a cura di S. Vitale, Milano, 1988.
_____________________________

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27 pensieri su “Il senso dell’arte e il compito dell’artista”

  1. mi è piaciuto molto leggere questo bellissimo post, l’arte è ciò che rompe lo status, l’unica forse vera libertà, liberata dal mercato e dalle sue talvolta crudeli leggi. Anche se la sua diffusione ne subisce inevitabilmente le regole, l’evento scaturito dall’artista rimarrà sempre qualcosa di unico e insindacabile.
    Grazie

  2. Uno sguardo ampio e articolato che rivela anche quanto la concezione di arte di Rosaria sia in perfetta sintonia con la sua poetica, caratterizzata da una fiducia nel “bello”; una luce che va oltre, e riesce a trafiggere, la barbarie dei tempi. Credo anche, tuttavia, che l’arte sia tutte quelle zone grigie che fanno sì che l’autore stesso non sia consapevole della sua opera, che un’opera venga intesa in maniera sempre diversa, e non solo a secondo dei tempi, anche da uno stesso individuo. Ovvero pur trovandomi sostanzialmente d’accordo con la funzione “etica” dell’arte (ce n’è tanto bisogno al momento), credo che l’arte non sempre sciolga “il pianto nella comprensione” o “l’urlo nella visione”, e in questo non risolversi, in questa continua tensione, è anche la forza dell’arte.
    Un caro saluto a Rosaria e Francesco
    Abele

  3. Scrive Paul Ricoeur: “In che modo il linguaggio è capace di usi così differenti come la matematica e il mito, la fisica e l’arte? Non è un caso se è proprio oggi che ci poniamo questa domanda. Noi siamo appunto quegli uomini che dispongono di una logica simbolica, di una scienza esegetica, di una antropologia e di una psicoanalisi e che, forse per la prima volta, sono in grado di abbracciare come una questione unica quella della ricomposizione del discorso umano; di fatto, lo smembramento di questo discorso è contemporaneamente reso manifesto e inasprito dallo stesso progresso di discipline tanto diverse come quelle che abbiamo nominato. L’unità del parlare umano forma oggi un problema”.

    L’arte, più di ogni altra forma dies-pressione,non aveva e non ha, amio avviso,il compito di comunicare ma di tenere intero il corpo smembrato da linguaggi che cercano nella differenza della specializzazione speculativa, e in fondo nelle modalità e nella tecnica, ma non nelle profondità della sostanza, di arrivare a toccare quello che è il vuoto della genesi,la materia e l’antimateria, l’a-del tomo in cui l’atomo si è qualificato in corpi e forme ed è arrivato a complesse simulazioni della vita.L’arte non ha necessità di comunicare agli altri o con gli altri,esibendo uno dei suoi tanti mutevoli corpi, o le sue assenze, o…i vuoti che dicono quanto tutto il resto,l’arte anzi deve mantenere distanza da ogni comunicato,farsi comunicante con l’assurdo, piuttosto, e con l’utopia, magari,tutto ciò che per ogni altro è irraggiungibile e fuori dai canoni di ogni logica,perché l’arte non è matematica, che pure è straordinariamente distante dai linguaggi comuni e della comunicazione e segna comunque il passaggio verso futuri inimmaginabili fattisi poi realtà in cui oggi ci troviamo. Ecco, l’arte sta ancora oltre, oltre la ricaduta,oltre l’utile, sta dove tutto ciò che ci compone è ancora,per fortuna, così lontano da permettere sempre nuove forme d’essere, e d’essere dell’arte. ferni


  4. Vi è una obbligatorietà avvertita dall’artista, che, con i mezzi di cui dispone, tenta una risposta all’appello percepito. L’aspetto sorprendente, secondo Ricœur, è che vi sia dell’universalità in questa singolarità. In termini kantiani, nell’opera dell’artista e nel suo parlare dell’opera si esprime una singolarità in cerca della sua normatività, che trova solo nella capacità di comunicarsi indefinitamente agli altri. La ricerca dell’universale si realizza dunque nella comunicazione e la comunicabilità viene resa possibile dall’apprensione pre-riflessiva della convenienza della risposta a una domanda avvertita come urgente. Lo specifico dell’arte è dunque la sua manifestatività che si struttura in senso metaforico secondo il principio della convenienza. L’opera non rappresenta il mondo, ma iconizza il rapporto emozionale singolare dell’artista al mondo”.[39]

    [39] P. Ricœur, La critique et la conviction,Paris, Calmann-Lévy, 1995, trad. it. di D. Jannotta, La critica e la convinzione, Milano, 1997.

    Cara Ferni, conosco la posizione di Ricoeur sull’arte e sui linguaggi, ma volendomi esprimere su un tema a me così caro ho preferito seguire una linea mia: quello che penso e quello che sento dell’arte suffragando il tutto con una bibliografia circoscritta, ma non riduttiva.
    Non volevo scrivere un trattato o una tesi di laurea. So bene che vi sono altre posizioni e mi rende lieta che la questione sia dibattuta con infinite varianti.
    Ti ringrazio per l’opportunità di riflessione ulteriore e di approfondimento che proponi.

    Ti abbraccio,

    Rosaria

  5. Da lontano – il poeta prende la parola.
    Le parole lo portano – lontano.

    Per pianeti, sogni, segni… Per le traverse vie
    dell’allusione.

    Il poeta è quello

    che imbroglia in tavola le carte,
    che inganna i conti e ruba il peso.

    E’ quello che non lascia tracce,
    il treno a cui non uno arriva
    in tempo…
    Giacché il suo

    è passo di cometa: brucia e non scalda,
    cuoce e non matura …

    Trovo che in questi passaggi di Cvetaeva ci sia quanto ho cercato di dire prima, quando affermavo che,per fortuna,ciò che lavoriamo non è propriamente terra, ovvero la sostanza che ci compone,sia essa anche cosmo come infatti è, ma tecnica, e in quella ci si è persi,perdendo il fulcro che è l’irraggiungibilità,data l’infinità di cui siamo… composti,sia pur sempre scomposta-mente. Ciao Rosaria e grazie per l’interessante tracciato.ferni

  6. “Nonostate ciò gli artisti, i poeti, intellettuali per vocazione e non, soltanto per mestiere autarchicamente sopravvivono alle mode, ai regimi, alle difficoltà, agli ostracismi, alle censure. L’esilio o la solitudine, la povertà o le difficoltà della vita, la malattia o le incomprensioni, a volte la morte, non inibiscono la loro interiorità estrinsecata sul foglio o sulle tele, tra le righe del pentagramma o nelle immagini. E spesso, a distanza di tempo, il loro messaggio giunge attuale e compiuto ad illuminare il presente di generazioni successive a quella in cui loro sono vissuti.”

    Un post che merita di essere riletto perchè offre spunti importanti. Sopra incollo un paragrafo, una tra diverse cose rilevanti. Ti lascio un saluto e un grazie Rosaria, anche a Francesco. Ciao.

  7. Ottimo testo, punteggiato da poesie che segnano e segneranno per sempre la nostra cultura. Complimenti a Rosaria e a ciò che l’arte rende sempre attuale: la sua inconciliabilità con i canoni del tempo.

    m

  8. Un articolo scritto molto bene, cara Rosaria, grazie.
    Nel groppo inestricabile in cui viviamo, l’arte e la poesia si mescolano al mercato, alla politica, alla vanità personale, all’invidia e al risentimento. A volte sembra di non capirci più niente, eppure basta un bagliore di luce, e il buio è sconfitto.
    Dobbiamo raccogliere quel bagliore tra le mani, dobbiamo proteggerlo, e donarlo come un messaggio d’amore.

  9. ottimo il tuo breve ma corposo saggio sui possibili sensi dell’arte (in senso lato), sugli artisti e ul fare, condito da poesie molto significative e completo, l’insieme, da rimandi colti e raffinati, i miei complimenti rosaria anche se, oggi, più passa il tempo e più cerco di comprendere, sto giungendo alla conclusione che non so cosa sia il colore, la poesia, l’impegno.. crisi da maturità?, forse..

  10. Riporto di seguito alcuni dei passi che maggiormente ho apprezzato:
    Lontano dall’idea di un’arte meramente decorativa o mimetica, l’intellettuale esprime con il suo canone un punto
    di vista, un insieme di significati.
    Se l’arte è una forma di conoscenza, il suo “contenuto reale” comporta un mutamento necessario negli oggetti
    e nelle tecniche che pone in atto. Sarà poi il “contenuto di verità”, come sostengono sia Adorno sia Benjamin,
    a determinare il significato dell’opera.
    Spesso, a distanza di tempo, il loro messaggio giunge attuale e compiuto ad illuminare il presente di generazioni successive a quella in cui loro sono vissuti.
    Un abbraccio a Rosaria e a Francesco e un caro saluto a tutti,
    Marco Scalabrino.

  11. Affrontare questo argomento, significa esporsi naturalmente – visto l’oggetto – al rischio inevitabie di parzialità: ma è un rischio che va consapevolmente corso, perseguito, ricercato – perché, a prescindere dall’angolo visuale da cui l’osservazione parte – essa non può che incrociare prospettive diverse di senso e di significazione, e con esse interagire, rendendo più ampio il ventaglio delle possibilità di “lettura” e di possibile definizione dell’oggetto. E’ esattamente quello che qui sta avvenendo, e della cosa ringrazio tutti – autrice e interlocutori.

    fm

  12. Nel realizzare questo articolo non avrei mai immaginato che ne sarebbe scaturito un tale dibattito: ne sono felice! perché il dibattito è più proficuo del consenso: è più costruttivo in quanto propone diversi punti di vista manifestando una pluralità di idee.
    Concordo con quanto scrive Francesco Marotta e gli sono grata per il forum della “Dimora” sull’arte come anche a tutti coloro che vi partecipano.
    Saluto, in particolare, Marco Scalabrino che ha aprrezzato diversi aspetti del mio discorso.

    Rosaria Di Donato

    Grazie!

  13. Ciao Rosaria
    grazie mille per questo articolo, del quale lodo, fra le altre qualità (chiarezza, filo espositivo coerente ecc..) la scelta delle poesie a corredo (soprattutto quelle di Mandel’stam e Cvetaeva – la poesia di quest’ultima dice particolarmente rispetto al tema)
    Anch’io evidenzio come nodi i passaggi già apprezzati da Marco Scalabrino
    Per il resto, un compendio mi pare questa frase di Beckett «Se si fosse potuto esprimere l’argomento dei miei romanzi in termini filosofici, non avrei avuto nessuna ragione per scriverli»
    (in nodi: “potere” “esprimere” e “ragione” anche nel senso di necessità)

    un caro saluto a tutti

  14. Margherita grazie a te! quello che volevo dire, fondamentalmente, è che l’arte è una cosa “dura” e non futile: spero di esserci riuscita, oltre le parole, attraverso gli artisti e le opere che ho citato non casualmente.

    Un bacio,

    Rosaria

  15. Le riflessioni interessanti proposte dall’articolo di Rosaria mi hanno riportato alla memoria queste parole, elaborate da Maria Grazia Lenisa , dal titolo emblematico di :”Il futuro della poesia non ostante tutto è la poesia”. Riporto perciò la sua posizione per rimarcare la profondità del discorso affrontato:
    “…Penso che le due linee interpretative di poesia come coscienza-conoscenza ed espressione linguistica privilegiata siano inscindibili. La poesia va studiata in relazione al suo andar oltre le frontiere del conoscere, sempre un pò più in là, in sè, all’esterno, nell’uso della lingua, esorcizzando l’abuso. Processi, grazie a Dio, abbastanza spontanei nel vero poeta, non plagiato da steccati in qualche modo imposti.

    Si avverte che il viaggio della poesia non si svolge in aree definite sicure, indirizzate dalla società capitalistica, dal Despota, come direbbe Giudici, che ha certamente i suoi poeti definiti e sicuri, i quali hanno ragioni molto pratiche per sfuggire i rischi. I veri poeti rischiano invece, accrescono la ricchezza del mondo, allargano l’uso del linguaggio, umanizzano la vita, ampliano il significato astratto e concreto di libertà. Perciò non senso e umorismo sono importanti (che ridere è togliere potere, insinuare dubbi!), ai confini, quasi un prendere respiro nel viaggio, mosso dall’amorosa voglia che fa cedere i limiti della parola, dell’esperienza umana come di quella linguistica. La Poesia cammina alle frontiere della lingua con l’amore, con l’umorismo, penetra anche violentemente la parola e penetrare equivale a conoscere, aprendo sè all’altro. Il tema di ricerca sul futuro della poesia, a parte le contingenze, è che la poesia ha futuro `finchè il sole risplenderà sulle sciagure umane’. Chi può dirlo? [MARIA GRAZIA LENISA, 1983; riv. “La Rosa”]

    Passando a chiarire il mio pensiero, ritengo, tra le feconde idee analizzate da Rosaria, di segnalare il concetto di “specchio del mondo” è un elemento centrale del discorso. Uno specchio infatti non è la realtà, nemmeno la sua esatta rappresentazione, piuttosto l’immagine rovesciata e speculare che conserva aspetti importanti, ma ne ribalta la posizione.
    In senso concettuale possiamo attribuire dunque al poeta il compito di ‘rovesciare come un guanto’ il suo tempo, evidenziandone le reticenze i limiti o le positività trascurate dai più, in modo totalizzante.
    Non si tratta di resuscitare i mitici ‘vati’ o ‘veggenti’ della poesia, sebbene non si voglia, in fondo, escludere alcuna posizione ‘a priori’. E’ piuttosto il caso di comprendere che vi sono aspetti fenomenologici fatti per essere colti dall’ispirazione, tangenzialmente al percorso praticato dal filosofo e dall’uomo di fede.
    In una parola, assunta con una certa cautela, innovativamente, l’idea di ispirazione poetica, se ne scopre il valore ermeneutico e decostruente la nostra realtà. Semplificando scherzosamente: “Se Dio non gioca a dadi …il poeta si! Marzia Alunni

  16. Grazie Marzia, credo che questo contributo arricchisca ulteriormente il contenuto complessivo di questo thread.

    Un grazie e un saluto a tutti.

    fm

  17. Cara Marzia, apprezzo moilto ciò che Maria Grazia Lenisa dice del riso e del non-senso ed anche l’dea che tu e lei avete in comune, di arte come gioco che decostruisce la realtà, ma, al tempo stesso, propone nuove interpretazioni. L’immagine del poeta che “rovescia come un guanto il suo tempo” è estremamente significativa e la trovo stupenda!

    Grazie per il tuo passaggio,

    Rosaria

  18. Mi interrogo, Rosaria, su come interpretare le parole “La Non-arte, Non-pittura, Non- bellezza delle avanguardie dis-sacrano il concetto di arte tradizionale[….] ma questo non vuol dire che non siano significative”
    Ti riferisci alle avanguardie storiche?
    Se è così, penso sia un giudizio un po’ limitatante dire che esse siano comunque “significative”. Costituiscono invece a mio avviso proprio quei movimenti di rottura che, rivissuti poi in mille modi, permettono determinativamente l’avanzamento, rigenerato, della stessa vita dell’arte. La quale, se non ha come oggetto il divino, non è e non deve essere sacra, essendo fatta dagli uomini per gli uomini, quindi storica, quindi sperimentale nel senso più intimo di sè. Esiste l’arte sacra (e anche qui con Caravaggio si vede che può esistere una certa innovazione), ma non la sacralità dell’arte o della tradizione dell’arte. Sarebbe un ossimoro, io credo. Mi sembra che questo punto tu l’abbia “giustificato” ma non spiegato. O mi sbaglio?

  19. Cara Cristina, mi riferisco alla tesi di Benjamin espressa in “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, in cui i l filosofo dice che la riproducibilità toglie all’ opera d’arte quell’ “aura” di sacralità che invece aveva in passato, non al soggetto dell’opera.
    Inoltre, A. Danto, sostiene in “The End of Art” che la fine dell’ arte, è da intendersi come fine della storia dell’arte. Il che non significa che l’ arte sia finita, ma anzi che essa ha ora raggiunto finalmente quel grado di estrema libertà che ne favorisce uno sviluppo ricco ed onnilaterale… Inoltre, Brillo Boxes di Warhol, secondo Danto, è arte perché ispira una riflessione sul concetto di arte, ed è un contro-esempio alle definizioni precedenti di arte. Dunque, con i l termine non-arte volevo intendere qualcosa di diverso dal passato: di estremamente diverso, ma non qualcosa di negativo o di nichilistico.
    Mi spiace di avere dato adito ad incomprensione, ma non era mia intenzione: spero di essermi chiarita.

    Un saluto,

    Rosaria

    Rosaria

  20. Cara Rosaria, ci siamo capite solo a metà, ma non importa. Conosco gli ottimi libri che citi, e infatti non mi opponevo ad alcun giudizio che questi contengono. L’equivoco è nato forse
    per una distribuzione un po’ scomposta di citazioni.
    Ti ringrazio comunque della risposta.

    Cristina.

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