Discorso sulla via estetica alla liberazione

Flavio Ermini

Discorso sulla via estetica alla liberazione

Cominciamo con un’osservazione di Rousseau del 1762 e tuttora tragicamente attuale:
«L’essere umano è nato libero e ovunque è in catene». E sono catene stringenti, come ognuno di noi ben sa.
Domandiamoci: dove iniziano queste catene? Iniziano nella dottrina borghese che domanda all’essere umano: «Quanto paghi?» invece di chiedergli: «Cosa pensi?».

Un secolo dopo Rousseau, nel 1883, Balzac giunge a chiedersi: «Se una dottrina simile si diffonderà dalla borghesia al popolo, che ne sarà del mondo?».
Oggi, che quella dottrina è penetrata in ogni piega del tessuto umano, la rivoluzione non va più immaginata soltanto come rovesciamento del potere della classe dominante. Oggi, va soprattutto pensata per indurre i singoli individui – di tutte le classi oppresse – a spezzare le proprie gerarchie repressive interne.
Oggi la rivoluzione va pensata a partire da una resistenza “estetica”.

Credetemi: alla lotta contro lo strapotere delle strutture sociali va unita una lotta – ancor più radicale, se possibile – contro le repressioni individuali.
Credetemi: l’idea di un’uscita “estetica” dall’alienazione – così com’è stata propugnata da Marcuse – può ancora indicare una direzione realisticamente percorribile.

Vanno realizzate zone di esistenza autentica; vanno prospettate forme di vita che non si lascino integrare da nessun potere.
La via estetica alla liberazione: percorrerla significa farci vicini all’idea che questo mondo va salvato, protetto, accudito, testimoniando lo scandalo della violenza e dell’ingiustizia. Significa farci prossimi a una parola che sia capace di farsi civitas, luogo, dimora; mantenendo a ogni biforcazione del sentiero, il dubbio sulla strada da prendere, senza arrendersi alle illusioni.

Ascoltatemi bene: l’essere umano deve uscire da se stesso, perdere la propria identità egoistica, fino a parlare il linguaggio dell’altro; fino a sostituirsi a lui.
Ogni parola aperta all’altro manifesta la responsabilità verso il prossimo e sollecita a pensare l’alterità: una parola prelogica, ante-rem, che precede ogni tematizzazione concettuale: quasi una stretta di mano.

Riprendiamo ad ascendere. Torniamo all’originario progetto di mandare al potere l’immaginazione. Non può nascere un essere umano nuovo senza un nuovo linguaggio.
Ecco perché va percorsa fino in fondo la via estetica alla liberazione.
Il che vuol dire che all’amore per il prossimo va aggiunto l’amore per il più remoto. Il che è come dire che alla disposizione etica va unita l’esperienza poetica del pensiero.

Le relazioni tra individui avvengono ormai in qualità di titolari di interessi economici. A questo proposito Marx può legittimamente constatare: «Le persone esistono l’una per l’altra soltanto come rappresentanti delle merci». Su questo piano, non si dà “interiorità” se non come accoglimento dell’esteriorità; non si dà “dentro” se non come riflesso del fuori.
Come negarlo? Abbiamo smarrito le vie di accesso al soliloquio dell’anima.

Torniamo a essere ciò che siamo. Non c’è altra strada.
Per sottrarsi all’ordine codificato c’è un atto di opposizione che l’essere umano deve compiere su se stesso, ancor prima che sulla realtà da afferrare. È un’opzione di ordine ideologico e plasma quella di ordine estetico.

La realtà vera è quella in cui le mie parole, le mie azioni, i miei sentimenti hanno precise conseguenze: sono già lì che mi difendono dalla volgarità del potere economico. E questo accade ogni volta che parlo, sento, desidero. È a quei difensori che è necessario guardare.
Ognuno di noi ha bisogno del singolare e del plurale. E il plurale sarà armonico solo se noi avremo la consapevolezza delle conseguenze che hanno le nostre azioni, quando le nostre azioni sono guidate dall’immaginazione estetica.

Imparo a scrivere ai margini del discorso e del pensiero (ovvero ai margini della liberazione) per dare loro parola (cioè per dare parola alla liberazione). Le crepe aperte nel linguaggio da parte del ribelle hanno uno statuto positivo e con esse va stabilita una relazione per cambiare le cose. Questo rischio è essenziale a noi, come al ribelle; così come la relazione con le cose è essenziale alla liberazione, in quanto rapporta il ribelle costantemente al suo limite, alla finitezza.

L’essere umano è un’invenzione recente. Ruota ancora nello spazio d’acqua del ventre materno e ancora non sa trasformare in orizzonte il battito del mondo che lo avvolge: in quello slancio del salire, in quel brivido del discendere.

Parliamo anche di uguaglianza: la necessità che i bisogni degli uomini e delle donne siano ugualmente soddisfatti suppone non una società perfetta, ma il principio di un’umanità prodotta essenzialmente da se stessa; un’umanità «immanente» – come suggerisce di definirla Nancy –, fondata sulla gioia e sulla generosità: immanenza dell’essere umano per il proprio simile e per l’altro: prossimo o remoto che sia.

Credimi: l’essere umano è tale se diventa la propria opera, l’opera sempre da compiere di se stesso.

Ti invito a raggiungermi, per vivere quell’instabile conoscenza che solo nell’opera da compiere e sulla via estetica alla liberazione si può incontrare.

***

34 pensieri su “Discorso sulla via estetica alla liberazione”

  1. zone e forme di vita senza potere, con legami anche meno che “puerili” con “il mondo del potere” e la sua “volgarità”. un testo in una lingua nuova, semplice come le parabole. non sarà estranea la vena naturale dello Schütze – il Sagittario? Flavio E. lo *è*. grazie, di cuore,
    massimo

  2. Sono d’accordo con la resistenza estetica: c’è un urgente bisogno di essa. Non si tratta soltanto di educare al “bello”, ma anche dell’immaginazione nei confronti degli altri, dei remoti: si tratta di mettersi nei loro panni, al loro posto.

    Un saluto,

    Rosaria Di Donato

  3. Un approccio di questo tipo e’ giocoforza radicale, insostenibile ai piu’ svariati raggruppamenti e forse anche alla minima comunita’ umana. Anni fa avrei suggerito trattarsi di differenze antropologiche, mentre oggi sono convinto che si tratti di una consapevole scelta, portata avanti giorno dopo giorno. Piu’ che coraggio, occorre dignita’, quella di tenere riservata la propria sfera piu’ intima di fronte a chi ti offre qualcosa per metterla in piazza e le da un prezzo: qualche nocciolina, due minuti di celebrita’, un posto da sottosegretario o 500mila euro in gettoni d’oro.

  4. “Ogni parola aperta all’altro manifesta la responsabilità verso il prossimo
    e sollecita a pensare l’alterità…”. Una liberazione dell’uomo e dell’umano attraverso la poesia: che è ribelle in sé, con il suo fare che si manifesta
    di/traverso, rispetto al luogo sociale che è omologazione e prezzo.
    Flavio coglie il segno più difficile, ma percorribile se si vuole: aprire crepe nel linguaggio e dislocare continuamente la conoscenza. E’ un atto di ribellione puro. E deve essere fatto. In un mondo che ti offre “noccioline”, “due minuti di celebrità” e “un posto da sottosegretario”, bisogna, come diceva Roland Barthes, “enunciare l’interiorità senza concedere l’intimità”. Con fermezza e gentilezza.
    Grazie a Flavio per questo intervento. Un saluto a tutti.
    Giorgio Bonacini

  5. E’ un invito importante, Flavio. Difficile non accoglierlo, così come è difficile infrangere la vita quotidiana che lascia spesso muti piuttosto che consapevolmente silenti.
    Grazie, comunque
    Matilde Tobia

  6. Caro Flavio Ermini, come non essere d’accordo ? Fai tornare d’attualità i nomi e le parole più autentiche degli anni ’60: irripetibili, ma forse superabili da una realtà (virtuale) che incalza e ci sradica vieppiù da un luogo. Apparteniamo al GLOBO, siamo cosmopoliti, già una ventina di secoli fa lo si sapeva ad Alessandria, eppure straziarono Ipazia. La Liberazione non è individuale né collettiva, il linguaggio la aiuta, come qualsiasi altro medium (il viaggio, l’estasi, l’ascesi), ma finché noi siamo Lei non c’è e quando Lei giunge noi non siamo più (come diceva Epicuro della morte), finché i libici sono Altri che c’invadono non vi è possibile soluzione all’incontro; solo quando non sono più altri, ma fratelli nostri, coi quali vi è necessariamente scambio, inizia la Liberazione dai nostri FARDELLI (anziché fratelli), dal nostro criminale tautologhein.

  7. Non è l’intervento del poeta, non del pensatore, forse dell’uomo che alla fine vuole soltanto smettere di essere troppo umano, per attingere alla simpatia, all’entusiasmo. Il testo, nel movimento di espansione, sfonda gli steccati dell’opportunismo e del buon senso di comune ragionevolezza, che di solito alimentano, e rendono accattivanti, i discorsi religiosi. Non è intenzione del dichiarante, mi pare, vantare autorevolezza, ma desiderio, speranza: l’essere umano -ci dice- è roba troppo recente.

  8. bellissima questa ripresa, con lente marcusiana, della singolarità umana immanente e condivisa grazie all’estetica, thanks Flavio :)))

  9. Sarebbe già radicale per il singolo individuo comprendere l’inponderabile portata che ogni nostra singola azione compone nell’arco di tempo immediatamente successivo al suo espletamento e che comporta mutamenti; pertanto, è altresì radicale prendere coscienza del fatto, di per sé fondante, che senza un’educazione a evadere dalle gabbie di insofferenza, si rafforza il giogo alla condizione estetica libera. Ma la condizione estetica, per non essere mantenuta statica, dipende anche dall’apporto del singolo in relazione al tutto, primo perché ne è parte integrante, secondo perché ne è esso stesso strumento e utilizzatore. Pertanto, il tentativo di accedere allo spazio concreto di liberazione delle menti dovrebbe essere completato dall’istituirsi di una nuova complessità umana posta al centro dell’attenzione estetica, affinché si riesca anche a disfarsi di tutta quell’interminabile caricatura di miti e leggende puerili, che già sono stati precedentemente ricordati, nonché da tutti quei fronzoli inutili che non sono parte dell’estasi del bello, ma ne costituiscono la zavorra. Un nuovo umanesimo, insomma, che si identifichi anche, e soprattutto, attraverso il mondo naturale e sociale che lo circonda.

  10. Sono molto preoccupato della mercificazione dell’essere umano. ma non credo nel dettato di Marx e tanto meno in quello di Marcuse. Non credo neanche nell’utopia della Liberazione. Ma credo nella testimonianza di un modo passabilmente dignitoso di essere nel mondo.

  11. Ecco, molto in sintesi, cosa penso.
    Il poeta, per via di un linguaggio dalle spiccate valenze estetiche, percorre itinerari che tendono a liberare chi lo ascolta da una sempre più diffusa banalità idiomatica immiserente e umiliante.
    Le cose sono come sono, ma anche (e soprattutto) come potrebbero essere: questo mostra il poeta.
    Grazie Flavio

  12. l’immanenza della liberazione, purtroppo, non esiste. è la schiavitù il massimo database. nella morte che mi circonda, la nascita è un residuo.
    grazie, comunque

  13. La libertà è la stella polare. Ma come ha insegnato Ludovico Geymonat è anche un concetto astratto e relativo. Ad esempio, libertà di o libertà da?Sul piano della politica, ad esempio, il più alto profilo di utopia umana (il comunismo) ha realizzato il grado più basso di libertà (contraddicendo essa stessa), come il più elevato grado di libertà individuale perseguito (le società post-capitaliste) hanno prodotto il basso livello di umanità (alienazione massima). Ogni nuova teoria e principalmente prassi storica deve fare i conti con questa coppia di contraddizioni.
    Nella città greca estetica ed etica coincidevano. Forse neppure questa identità oggi – nell’epoca della forma assoluta – è proponibile.
    Forse un approfondimento inedito e senza pregiudizi meriterebbe il concetto di persona e di testiominanza. Si comincia ad essere liberi quando ci si è liberati dalla schiavitù di se stessi e delle proprie azioni. un nuovo “se stesso” cambia il mondo.
    Grazie a Franceso e a Flavio per l’occasione “rara” di riflessione su questi temi “pesanti”.

  14. Chi vive di poesia meglio di ogni altro può vedere lo stato di degrado di questa umanità, dove quel che più preoccupa non è tanto la ricchezza esorbitante di pochi quanto invece l’accettazione della stessa da parte degli altri che anelano a un continuo e assillante guadagno. Non si vive di solo pane, certo, ma fra fare i conti fra le entrate e le uscite per arrivare senza fiatone alla fine del mese e attivarsi per ottenere molto di più del superfluo c’è una bella differenza. Per quanto può sembrar strano, oggi l’uomo, come essere, non è al centro dell’attenzione, perché quel che si guarda è solo la sua ricchezza, senza porsi domande sul come l’abbia ottenuta. Ed è per questo che stiamo in un mondo di apparenze in una vita che non è costruttiva di rapporti sociali e di crescita interiore, ma è solo una lacerante corsa verso effimeri traguardi, fino all’ultimo, quello che non vorremmo, ma che ci tocca raggiungere, stanchi, esacerbati, e in fin dei conti sconfitti irreparabilmente.

  15. Ringrazio tutti, vecchi e nuovi lettori e commentatori, per il contributo dato alla discussione.

    Il “discorso” di Flavio genera riflessioni, ed è tanto più “radicale” quanto più costringe il pensiero e il linguaggio, in primo luogo, a spogliarsi di ogni rassicurante “convenzione” – che altro non è, in definitiva, se non una gabbia omologante che impedisce di esistere e di dirsi nella più estrema nudità del proprio essere e della propria voce. La “dignità” è questo recupero di radicalità che ci porta a definirci, in quanto viventi, unicamente in funzione dell’altro – che è anche il modo migliore per sottraci alle logiche del dominio, alle sue sirene e ai suoi mercificanti e avvilenti rituali, e recuperare, altresì, quella “sfera più intima” dove finitudine ed oltranza sono tangenti e, insieme, definiscono i lineamenti del nostro volto più vero, l’unico. Sottrarlo al “mercato”, è già un passo verso quella “comunità-nell’aperto” che è l’unico orizzonte dove l’immanenza dell’essere umano si declina e trapassa – lascia l’unica traccia leggibile della sua “presenza”.

    fm

  16. Caro Flavio, colgo due consonanti implicite nella tua splendida metafora “sulla via estetica alla liberazione”. L’alterità, o la nostra voce fuori campo, è il suono pre-logico, che attraversa gli abitanti della città-teatro (Vernant). Fa da regista che sogna se stesso e i suoi specchi.
    La parola continuamente si colloca nel punto di indistinzione tra le forme in movimento e la loro stasi virtuale (Deleuze):lì è essa origine, “cantatrice calva” (Ionesco).
    Nella “sincronicità” coincidono i segni del mondo e dell’io. Questo sangue segreto libera dalla possessione tirannica del feticcio e della merce.

  17. A tutti.

    Purtroppo, quando postate per la prima volta, il vostro commento va automaticamente in moderazione – il tempo di accorgermene, e lo “libero”…

    A Vincenzo.

    se vuoi, elimino il doppio commento, che avrai postato – immagino – non vedendo comparire il primo.

    Grazie dell’intervento.

    fm

  18. Credo che l’unica via che porti alla “liberazione” sia quella che induce ad analizzare se stessi, a scendere nelle pieghe più interne del proprio “io” e – con umiltà e coraggio- cercare di eliminare ciò che turba la propria coscienza.

  19. Come spesso accade, qui nella Dimora non ci si può limitare alla sola lettura di un testo ma bisogna tener da conto anche i commenti.

    Essere-al-mondo e essere-nel-mondo.
    Da un lato il transito dispersivo e inconsapevole di un singolare tra i plurali e dall’altro lato la penetrazione di un singolare all’interno dei plurali, non per imporre l’egotismo dell’uno ma per rendersi parte attiva del molteplice.
    Nella prima opzione – paradossalmente – non c’è nemmeno bisogno di un movimento: l’uno – (in)naturalmente de-personalizzato – non sente il bisogno di mettere “al lavoro” un motore proprio; è tutto a portata di mano e non ha importanza che siano “altri” a decidere la direzione verso cui mescolarsi alle altre assenze e insipienze.
    La prima opzione è sicuramente quella più agevole e rassicurante (non a caso è la più praticata) perché ci si lascia portare da un flusso e – cosa da non trascurare – non c’è bisogno di prendere decisioni.
    In definitiva l’uno non è costretto a lavorare su se stesso. Per quanto pensi di esistere e di costruire con gli altri, non fa altro che amplificare e consolidare la sua inesistenza distruttiva.
    La seconda opzione implica invece una responsabilità etico-estetica, pesante e pensante (come giustamente nota Vitagliano, e come teorizza – da sempre – Nancy).
    Senza addentrarsi in tecnicismi sulle teorie e sulle filosofie della “differenza”, quel che salta subito agli occhi è che la prima categoria risponde ad un comando impartito e la seconda si oppone al comando.
    Se i primi possono essere considerati alla stregua di soldati che obbediscono senza discutere e senza chiedersi il perché, i secondi saranno gli obiettori (di coscienza?) che proporranno – ad infinitum – l’interrogazione e non faranno uso di armi per imporre il loro credo, anzi si adopereranno per dichiararlo opinabile (ed è anche questa un’opera sempre incompiuta e sempre da farsi).
    Quest’ultimo “gesto” – per il solo fatto di essere sempre in costruzione – è il solo gesto che si può definire, a tutti gli effetti, “immanente”.
    L’uno – seppure a contatto con altri – lavora su se stesso e con se stesso.
    Costruisce e ri-costruisce, mette a nudo (Marotta docet), anche estremizzando e estremizzandosi, un qualcosa che finalmente crea – per dirlo alla Nancy – una spaziatura o uno spaziamento (non il semplice affiancamento di un uno all’altro, ma l’effrazione – senza dolo – che l’uno sa di poter compiere in un insieme più articolato), che anela a rendersi attivo e fattivo, che è conscio della finitezza, ma che non può esimersi di ricercare il “con”, là dove l’heideggeriano Mitdasein (Con-esserci) deve essere considerato anche come condivisione e coabitazione delle “distanze” per un fine costruttivo comune.
    In poche parole, se la prima categoria affianca delle esteriorità, la seconda invece tende ad amalgamare tra loro delle interiorità.
    Si tratta cioè – scomodando ancora una volta Nancy – della “messa in gioco del senso stesso dell’essere o del senso d’essere”.
    E allora, l’opera-di-sé , ancora e sempre, da compiere teorizzata come indispensabile da Ermini è niente meno che il senso ancora-da-essere del mondo. Per cui alle due definizioni che hanno aperto questa mia riflessione bisognerà aggiungerne almeno una terza : essere-un-mondo o essere-il-mondo, aprirsi all’ “altro” per fargli capire che anche lui può essere-un-mondo o divenire-il-mondo.
    Solo così, forse, si può arrivare a liberare la libertà.

    Un grazie di cuore a Flavio, Francesco e a tutti i commentatori per aver fomentato questa mia inesaustiva e opinabile disamina.

  20. Grazie.
    Spero che le testimonianze dell’autentico – e in particolare da parte di intelletttuali (a proposito della responsabilità della parola, che tu richiami) – arrivino a fare massa critica e abbia finalmente luogo la rigenerazione delle coscienze… Grazie per la consonanza che ci fai percepire, che almeno lenisce un po’ la solitudine, ma non basta! Si può aspettare ancora?…
    Giovanni

  21. Credo che ogni forma d’arte veramente necessaria abbia cercato questa liberazione da sempre, oggi però sono profondamente convinta che l’invito a un’ auto riflessione in tal senso si facciano acutamente più urgenti. Non c’è altra verità, né impegno “esatto” al di fuori di tale progetto.

  22. Buone molteplici ottime cose. In post e commenti. Schematizzando al massimo con una (im)possibile linea del pensiero, farei questo percorso:socrate-budda-cristo-marx-nietzsche-laing, in forti dosi di pensiero liberale& materialismo dialettico ma visti come “scienze arrese”,destrutturanti d’ogni forma e tipo di potere-carisma, potere-feticcio, una lode della decrescita e dello sguardo nuovo al paesaggio, umano e geografico, uno sguardo, un vivere in quanto tale giustamente estetico. Una sorta di pensiero aperto in progress insomma…
    PS Vi parrà pazzo, ma è dai sedici anni (ora ne ho cinquantasette) che cerco questa via, nel fuoco e nella carne del vivere… Più avanzo e più mi accorgo che forse il bello è nei dettagli, nelle piccole cose di immenso valore a cui si dà un peso distratto; più avanzo e più mi accorgo che basta poco. Ciò nonostante, se non c’è lotta non c’è energia e se non c’è energia vuol dire che …si è morti. Vabbè..

    1. No, non sei pazzo, perchè altrimenti sono pazzo pure io, perchè è da più anni di te (io ne ho 64) che cerco di dare un senso a una vita in cui sono stato costretto a calarmi. Per arrivare a un mondo più giusto e sereno è prioritario che ognuno di noi guardi dentro di sé, ricerchi la sua natura più intima e originaria, raffrontandola con ciò che facciamo in dispregio della stessa. Ma dobbiamo prendere atto, anche, della nostra incapacità a resistere all’omologazione, elemento indispensabile per renderci conto di quanto abbiamo sacrificato alla vita vera, fatta di amore, di rispetto, di continua crescita interiore. Il nostro è un passaggio breve, una strada da percorrere insieme, senza prevaricazioni, senza sete di potere, perchè tanto, prima o poi, arriveremo tutti alla fine di questo percorso, e un conto è arrivarci in serenità, in pace con se stessi e con gli altri, e un altro è invece rendersi conto che abbiamo creduto di vivere per un feticco che si sbriciola in un istante.

  23. “Torniamo a esesre ciò che siamo”.
    Non posso che sottoscrivere l’invito di Flavio – profetico nella sua semplicità, come tutta la sua bella dichiarazione – e concordo perfettamente con il commento di Cristina.

    Marco

  24. L’intervento di Ermini è troppo intenso per poterlo commentare a caldo e in poche righe. Tuttavia voglio segnalare la mia soddisfazione di ritrovare un poeta che mi è caro su posizioni che latamente possono definirsi di “impegno”, sebbene esso consista in questo caso nella rivalutazione “estetica” della vita individuale. Ma ciò che Ermini chiama “estetica” è sempre e comunque “morale”, così come il suo “individuale” è sempre consapevole di un incontro con la dimensione “collettiva” e, dunque, “sociale”. Mi permetto di segnalare che il prossimo fascicolo di “incroci” (il n. 23 in uscita a giugno per Adda di Bari) sarà interamente dedicato al tema della responsabilità del letterato, nel tentativo di cercare vie non ancora battute di un impegno civile e “liberatorio” della scrittura. Un contributo come quello di Ermini ci sarebbe stato benissimo, proprio per il suo taglio non strettamente politicista. Non escludo che si possa pensare a una pubblicazione sul numero di dicembre che certamente proseguirà la riflessione. Se Flavio vorrà possiamo parlarne.

  25. Caro Flavio, è vero intellettuali ed artisti devono sciogliere le catene che ci obbligano talvolta ad asservire a presupposti economici e sociali, noi siamo liberi nel pensiero e nella coscienza artistica. La vera rivoluzione è quella estetica anche perché estetica ed etica spesso coincidono. Il nostro Paese è il paese storicamente aperto alla Bellezza e alla fioritura delle idee in ogni ambito dalla scienza all’Arte, noi dobbiamo e vogliamo esprimere il nostro sentire. Noi abbiamo la responsabilità storica di intervenire col nostro pensiero. La sensibilità degli artisti può realmente fare molto, può sciogliere le catene, Stefania Negro

  26. condivido tutte le esortazioni di ermini, anche se mi chiedo se non sia necessario parlare più concretamente e terrenamente dei modi in cui vadano messi in atto i suoi propositi, e se ad esempio la formula di “liberazione estetica” proposta da anteren non sia troppo elitistica o addirittura snobistica…

  27. Elenco i punti in disaccordo, per cui il mio intervento sarà breve. Preferisco pensare alla libertà come una meta da conquistare e della quale devo assumerne la responsabilità, rispetto a quanto pensava Rousseau di cui non trascurerei le conseguenze del suo pensiero — molto discutibili —; come non provo nostalgia per Marx di cui la storia ci ha restituito una sentenza inequivocabile sulle conseguenze della prassi rivoluzionaria; né dei sogni anch’essi rivoluzionari del ’68, di cui oggi le conseguenze contraddicono i propositi originari, forse troppo presi dall’idea da perdere di vista la realtà, la quale fluisce dialetticamente rovesciando e contraddicendo – travolgendo — ogni proposito assolutista. Aborro il mondo in cui viviamo ma, tentiamo strade nuove.

    Della liberazione estetica sono un convinto assertore, pur interpretando l’estetica nella sua accezione originaria che richiama il sentire e pone in primo piano il corpo, quale alterità inascoltata. Rimossa, anche, sotto l’incalzare di scientismo e tecnocrazia. Mi aspetto dalla poesia, la capacità di attingere da questo pro-fondo (corpo) che si dirama senza tempo, e del corpo ritrovare il linguaggio dimenticato per poi reinventarlo alla luce (insisto) della realtà effettiva, brutale e insopportabile, che rimane pur sempre il con-testo dal quale non possiamo volare tanto in alto da perderlo di vista e svuotare in questo modo il nostro discorrere.
    Michele Cappellesso

  28. Le posizioni di Ermini sono lontane dall’essere una semplice utopia da perseguire. Nel “corso d’opera” dell’attuazione di un idea ci si imbatte nel suo fallimento o per lo meno nella sua revisione o inventario, è necessario costantemente di un feed-back confermativo e completamente aperto a ogni pensiero. Ermini crea un linguaggio partendo da una idea che ne scaturisce infinite che, condivisibili o no, credo siano ancorate alla vita e alla promozione di essa. Non credo ci sia un velo politico simbolista o di parte, ma come ogni LIBERO pensatore propone, addirittura comprendendo la totalità degli individui, allontanandosi così da fazioni specifiche, ma abbracciando a cuore e animo aperto la società.

  29. “l’essere umano deve uscire da se stesso, perdere la propria identità egoistica, fino a parlare il linguaggio dell’altro; fino a sostituirsi a lui.” Ardua impresa ‘uscire’ dal proprio ego, sfondare la morsa stretta del pensiero catalogante e concettualizzante, abbattere ogni dualismo e interpretazione univoca del reale, avvicinarsi all’impensato senza paura e preconcetti, entrare così nel fondo oscuro dell’aperto-illimitato.. Uno dei compiti dell’artista credo sia quello di far coincidere l’etica all’estetica, creare cioè un linguaggio-forma che attraversi non solo il senso-sensazione fisica ma anche il senso-segno-simbolo del corpo trascendente, oltre la realtà sensibile e visibile.
    Grazie per tutti gli interventi e per l’occasione preziona di riflessione che il testo di Flavio ci ha dato.
    SR

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