René Char, lettore di Arthur Rimbaud

Adriano Marchetti

Des différents écrits que René Char a consacrés à Rimbaud, nous avons retenu le texte connu sous le titre de Réponses interrogatives à une question de Martin Heidegger. Il est probable que l’attention et l’intérêt manifestés par Heidegger pour Rimbaud ont été suscités par la correspondance et les conversations entretenues avec René Char, qu’il avait rencontré pour la première fois à Paris, chez Jean Beaufret, durant l’été 1955. Cette rencontre fut le début d’une longue amitié, d’un dialogue profond entre un poète et un penseur. Il est certain que le philosophe allemand connaissait très bien l’introduction à Rimbaud écrite par Char en 1956, comme le montre un de ses textes, très bref mais très dense, datant de 1972 et intitulé Rimbaud vivant. […]

René Char, lettore di Arthur Rimbaud

     Tra i vari scritti che René Char ha dedicato a Rimbaud, abbiamo considerato in particolare il testo che è noto col titolo Réponses interrogatives à une question de Martin Heidegger(1). È probabile che l’attenzione e l’interesse manifestati da Heidegger per Rimbaud siano stati suscitati dalla corrispondenza e dalle conversazioni avute con René Char, da lui incontrato per la prima volta a Parigi, in casa di Jean Beaufret, nell’estate 1955. Quell’incontro è stato l’inizio di una lunga amicizia, di un dialogo profondo tra un poeta e un pensatore. È certo che il filosofo tedesco conosceva assai bene l’introduzione a Rimbaud scritta da Char nel 1956 (2), come mostra uno dei suoi testi, brevissimo ma densissimo, datato 1972 e intitolato Rimbaud vivant(3). Le meditazioni che Heidegger sviluppa in questo scritto traggono la loro origine precisamente dal succo di quell’«introduzione a Rimbaud» del 1956 e riconoscono a Char il merito di «aver indicato la strada» nel considerare le due celebri lettere del 1871 (quella del 13 maggio a Georges Izambard e, soprattutto, quella del 15 maggio a Paul Demeny) come parte integrante dell’opera di Rimbaud.
     Col poeta di Charleville, «la poesia ha smesso di essere un genere letterario, una competizione»(4), ossia una rivalità fra poeti, fra soggetti. «Bisogna considerare Rimbaud nella sola prospettiva della poesia»(5); per Char, la poesia concerne l’essere; è evento, ed assegna a Rimbaud la stessa funzione che Heidegger ha riconosciuto in Hölderlin. In tal senso è pertinente chiedersi se la poesia sia il «pensiero cantato» del compimento-esaurimento della metafisica, il linguaggio della fine del pensiero occidentale.
     Char ci invita a prendere alla lettera la citazione che estrae da Une saison en enfer: «Bisogna essere assolutamente moderni: mantenere il passo conquistato»(6), perché la sua eredità è la questione della metafisica. E la sua «età dell’oro» è indifferentemente nel passato e nel futuro. Testimonia di un rifiuto della tentazione di evadere, tanto in un passato inteso come nostalgia quanto in un futuro inteso come utopia. Nel movimento di una «dialettica ultrarapida»(7) che Char gli riconosce, non esiste dialettica del progresso, lineare, ma al contrario l’introdursi nel tempo puro dell’evento.
     «Si tratta di arrivare all’ignoto mediante la sregolatezza di tutti i sensi»(8), scrive Rimbaud a Izambard. Quest’ignoto è l’orizzonte che il poeta ha visto, ma non nel senso ottico o eidetico per cui ciò che si vede può essere visto dal soggetto. Orizzonte che non è, in un senso trascendentale, qualcosa come lo spazio della rappresentazione e del progetto dell’uomo, la coscienza come condizione di possibilità dell’apparire delle cose, o la tensione verso un oscuro oggetto del desiderio e dell’attesa. Ma è piuttosto il luogo della rivelazione e del ritrarsi dell’Essere e il luogo della nominazione poetica. Char era tornato a più riprese al poeta di Charleville, a partire da quell’«introduzione a Rimbaud» fino alle Réponses interrogatives del settembre 1966. Quest’ultimo testo dev’essere ugualmente considerato come una testimonianza degna di nota del dialogo proseguito col filosofo, in particolare a proposito delle lettere dette «del veggente» e di alcune frasi fondanti per l’interpretazione di Heidegger.
     Gli interrogativi di Heidegger, com’è noto, non riguardano il fatto letterario o extraletterario, il mito, il genere letterario critico, non più di quanto somiglino a dichiarazioni di poetica o di teoria della poesia; al contrario, s’indirizzano alla poesia in maniera diretta. Il suo testo su Rimbaud costituisce uno scritto fondamentale per via della tonalità interrogativa. Non vuole fornire risposte e impone alla nostra stessa interrogazione una serie di congetture in forma di domande, o meglio di «risposte interrogative», come suggerisce bene il testo di René Char. Il principio generativo delle domande è dato dalla seguente dichiarazione, estratta dalla lettera di Rimbaud a Paul Demeny e posta in esergo al testo stesso: La Poésie ne rythmera plus l’action. Elle sera en avant(9).
     Che cos’è l’azione? È l’agire operante dell’uomo o la realtà nella sua totalità, in quanto risultato e prodotto dell’agire umano? E la realtà equivale al semplice tempo presente? Se, in Grecia, la poesia antica ritma l’azione, imita l’agire, è il ritmo in cui si dà la poesia – la sua messa in forma –, la poesia moderna non sarà più definita dal ritmo dell’azione, ma sarà en avant.
     A proposito di Rimbaud, le abituali esegesi della poesia-azione intesa come moltiplicatrice del progresso storico, inventrice e incitatrice, guida dell’azione, così come quelle del poeta veggente, posseduto-ispirato, demiurgo o anarchico, promotore di un potere visionario, reso estremista, persino risalente al profetismo, nondimeno opposto, di radice ebraica e di radice greca, costituiscono le interpretazioni corrette?
     René Char è più radicale. Come comprendere elle sera en avant? Nel senso temporal-cronologico del futuro, attraverso cui la poesia annunciata avrebbe il potere e la funzione di prevedere, secondo un’accezione di veggenza, e dunque di anticipare, profeticamente? Oppure, se si confuta il significato temporale, nel senso della priorità o preminenza o primato della poesia in rapporto ad ogni azione e ogni iniziativa dell’uomo? La formula di Rimbaud, di fronte alla realtà del mondo moderno nell’epochè della tecnica, sarebbe allora un errore?
     È attorno alla questione che pone la lettura-interpretazione dell’en avant di Rimbaud che René Char sviluppa le sue quattordici congetture o «risposte interrogative», come altrettanti segmenti poetico-meditativi, intervalli di un’unica partitura in-finita, o meglio ancora, attingendo alla tonalità heideggeriana, «sentieri interrotti» (Holzwege), ossia «sentieri che non conducono da nessuna parte». Poiché la poesia è un cammino e non un accostamento, un porto, una conquista.
     René Char non fornisce una soluzione riguardo all’en avant, ma, si potrebbe dire, mette in luce una fenomenologia, una serie di congetture in cui ogni volta viene compiuta una risalita all’originario e in cui ogni volta l’ago della domanda si volge di nuovo, classicamente, verso il Nord.
     Che significa l’en avant in rapporto all’azione? Non ci resta che affidarci ai suggerimenti di ognuna delle Réponses interrogatives à Martin Heidegger, di ognuna delle approssimazioni che Char elabora, e raccoglierne il senso nella loro modalità interrogativa.
     – «La poesia trascinerà visibilmente l’azione, mettendosi avanti ad essa». Qui, en avant indica che la poesia non segue l’azione, ma «le apre la strada».
     – «La poesia, sovra-cervello dell’azione». È il pensiero che dà forma. L’en avant sarebbe l’in-formare, l’atto di conferire una forma?
     – «La poesia sarà un “canto di partenza”». Poesia e azione non sono separabili. Secondo la coniugazione del paradosso di Zenone, è la freccia che presuppone l’arco: la poesia è la freccia, l’arco è l’azione. L’arco si tende, la freccia raggiunge il bersaglio «in un duplice e unico movimento di ricongiunzione».
     – L’azione accompagnerà, «per un’ammirabile fatalità», la poesia che si riflette nello «specchio cocente» dell’azione. Ma lo specchio è un riflesso attivo e la poesia dice, nell’azione, un «più» di azione. Lo specchio è ancor più riflettente se riflette la poesia. La poesia è una riflessione superiore.
     – La poesia, in quanto parola, è sempre «messa dal pensiero avanti all’agire» perché raggiunge il cerchio dell’azione, «il contenuto imperfetto in una perpetua corsa vita-morte-vita». L’azione è diadica, duale (reale e agire sul reale), mentre la poesia è vita-morte-vita. L’azione, il cui criterio è la riuscita, presuppone l’immortalità. L’azione si autogiustifica, si autofonda – l’uomo d’azione ragiona in virtù della volontà di potenza, cioè della volontà di volontà, identificando volente e voluto. E la volontà di potenza non può ammettere lo scacco.
     – La poesia è figlia dell’azione (che è la madre), ma è una figlia en avant rispetto alla madre, «guidandola per necessità più che per amore».
     – La poesia, pur essendo figlia dell’azione, è en avant perché è guida. L’azione in sé non ha una qualità di isolante. La poesia sarebbe «un essere azione, davanti all’azione». Spetta ad essa dare azione all’azione.
     – I fenomeni sono innumerevoli, la legge (la poesia) è l’unità (l’essenza) dei fenomeni. Così come il lampo che precede il tuono illumina il paesaggio, la poesia illumina «dall’alto in basso il suo teatro». Lo fa vedere, lo mostra. Non può disporre del mondo (dell’Essere) secondo la misura umanista, ma può intravederlo a lampi. Questi lampi sorgono attraverso l’oscurità abissale del ritrarsi dell’Essere e il presentimento dell’uomo: lampi che sopraggiungono nel nascosto, nelle tenebre, nel segreto. I fenomeni ci appaiono in forma di poesia e non in forma di ragione, di ragione-effetto, di progresso.
     – La poesia è il «movimento puro che ordina il movimento generale». È movimento cosmico, mentre l’azione è spostamento locale. È uno spaesamento, in altri termini fa segno – «insegna» – al paese mentre si sposta. Ritirandosi, obbliga il paesaggio a spostarsi, o piuttosto lo rinnova. Spaesandosi, spaesa.
     – La poesia è un io en avant in rapporto all’in sé. L’in sé è un io che si fonda, ma la poesia lo conduce nell’aprirsi della radura, nell’imprevisto dell’ignoto.
     – La poesia sarebbe la «conseguenza finale e distaccata» dell’azione. «Finale» vuol dire che è inesauribile, e «distaccata» che non coincide con essa. L’azione finisce, l’opera d’arte rimane, distaccata e lontana.
     – «La poesia è una testa che ricerca. L’azione è il suo corpo». Compiuta la rivoluzione, il cerchio si chiude e si riapre al punto in cui «fine» e «inizio» coincidono. In base alla tesi “comunarda”, la «poesia non ritmerà più» significa che la poesia non sarà più al servizio della borghesia o dell’«azione di conquista». La sua rivoluzione permanente è la trasformazione eterna di sé in «azione veggente». Che rapporto esiste tra l’origine e l’en avant? C’è un’unità che non può coincidere con nessuno dei movimenti e che non pone in contrasto tra loro lo spazio immobile e il tempo mobile.  C’è un originario che è più originario dell’origine: ciò che offre l’unità del passato e del futuro, in cui il futuro indicato è l’avvenire, non il telos dell’avanguardia né il futuro opposto al passato. Non è un movimento ontico, secondo la divisione del tempo in istanti, ma ontologico, che conduce in prossimità dell’inaccessibile. È il ritmo del dispiegarsi e del raccogliersi del mondo.
     La poesia non ritmerà più l’azione, cioè non sarà più il criterio, la misura, il ritmo dell’agire. Non sarà né il frutto né l’annuncio, né la causa né l’effetto. Perché sarà «avanti al proprio paradiso»(10). La poesia è qualcosa che non si identifica col valore della poesia in rapporto a tutto il resto. A meno che l’interpretazione della formula di Rimbaud sia del tutto diversa. Quel dovere di cercare ci riguarda ancora, e precisamente nell’epoca della tecnica e della svolta linguistica, in cui la poesia lotta quasi senza speranza per la propria possibilità di esistere di fronte alla minaccia del sapere calcolante, sotto il potere del quale si afferma la “miseria della lingua”. «Rimbaud è forse la sola risposta dell’Occidente gremito, contento di sé, barbarico e poi senza forze»(11), aveva già scritto Char nella sua introduzione a Rimbaud. Arrivare all’ignoto, è il compito supremo del poeta; la sua attualità non va intesa nel senso cronologico della presenza anticipatrice, del suo presunto essere modello e anche innovatrice, del suo essere testo, la cui intertestualità verrebbe garantita da una tradizione del nuovo. I poeti a venire (altri lavoratori orribili verranno) (12) non sono quelli che vengono dopo, o pretendono di piazzarsi davanti, come delle avanguardie, ma quelli che ritornano en avant, risalendovi, a partire dagli orizzonti a cui è giunto Rimbaud. Egli è là che li aspetta, non come precursore, ma come colui che porta a termine il ritorno sopramonte.
     «Bisogna vivere Arthur Rimbaud»(13), ci esorta Char, se noi riuscissimo a interrogarci a partire da ciò che è rimasto da pensare. Sono i poeti che spostano le frontiere del già dato verso l’inaccessibile, l’ignoto, verso ciò che non è e non può essere a nostra disposizione, ma che dispone di noi. Verso l’Altro dalla metafisica, il luogo originario che precede, «sempre in cammino – scrive Char – verso il punto che firma la propria giustificazione e chiude la propria esistenza, in disparte, prima dell’esistenza della parola Dio»(14) e rende possibile ogni misura in rapporto alla concezione misurabile dell’estensione. Per i rari poeti, l’atto d’indicare è un atto di dire, che consiste nel nominare tale luogo. Ciò non significa conferire i nomi alle cose note, agli oggetti e ai fatti conosciuti o rappresentabili, rivestirli di una lingua, designarli in maniera referenziale. Nominare, è chiamare alla prossimità nella quale si è già, nell’ambito di una coappartenenza che, nel ritmo, regge la totalità del mondo. In questo senso, non è l’azione, bensì il nominare poetico che ritmerà, ossia dominerà i rapporti dell’uomo e delle cose nel ritmo.
     Ma nominare l’ignoto è, più propriamente, pervenire al silenzio, capace di lasciar apparire in quanto tale, nel suo essere silenzioso, il non detto. Rimbaud ha criticato la metafisica, ma anche la pretesa del suo superamento.
     Nondimeno, in questa “impotenza”, apparentemente disfattista, paradossalmente consolatrice, il non detto resta al riparo, inviolato. E tuttavia, non bisogna confondere il non detto con qualsivoglia poetica dell’ineffabile o dell’indicibile. Nell’epoca della tecnica, la poesia deve, forse, sottrarsi a tutti gli attributi che si era data in precedenza. Il destino che le assegna il compimento-esaurimento della metafisica, adesso, non è altro che la povertà, la pietà del pensiero, del «pensiero cantato», contro ogni forma d’arte che pretenda di sfruttare il proprio ambito.

(Traduzione di Giuseppe Zuccarino)

Tratto da: Adriano Marchetti, Transitions Préface de Martin Rueff Eaux-fortes originales de Federico Guerri Rimini, Panozzo Editore, 2010

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Note

(1) René Char, Réponses interrogatives à une question de Martin Heidegger, in Recherche de la base et du sommet, in Œuvres complètes, Paris, Gallimard, «Bibliothèque de la Pléiade», 1983, pp. 734-736 (tr. it. Risposte interrogative a una domanda di Martin Heidegger, in «In forma di parole», 1, 1983, pp. 325-330).
(2) Arthur Rimbaud, ivi, pp. 727-734 (tr. it. in «In forma di parole», 1, 1983, pp. 309-324).
(3) Martin Heidegger, Rimbaud vivant (1972), in Denkenfahrungen, Frankfurt-am-Main, Klostermann, 1983, pp. 165-167. L’interesse per Rimbaud è già presente nel protocollo del seminario Tempo e essere (1962). Accanto a una poesia di Trakl, Heidegger cita un passaggio delle Illuminations (Enfance, III): «Nel bosco c’è un uccello, il suo canto vi ferma e vi fa arrossire» (Infanzia, III, in A. Rimbaud, Opere, Milano, Mondadori, 1975, p. 289; cfr. M. Heidegger, Tempo e essere, Milano, Longanesi, 2007, pp. 50-51).
(4) Arthur Rimbaud, ivi, p. 731 (tr. it. p. 319).(5) Ibid., p. 730 (tr. it. p. 315).
(6) Ibid., p. 732 (tr. it. pp. 321-322; cfr. A. Rimbaud, Addio, in Una stagione in inferno, in Opere, cit., p. 264: «Bisogna essere assolutamente moderni. Niente cantici: mantenere il passo conquistato»).
(7) Ibid., p. 733 (tr. it. p. 323).
(8) A. Rimbaud, lettera a Georges Izambard del [13] maggio 1871, in Opere, cit., pp. 449-450.
(9) A. Rimbaud, lettera a Paul Demeny del 15 maggio 1871, ivi, p. 456: «La Poesia non ritmerà più l’azione; sarà davanti».(10) Per le varie citazioni, cfr. Réponses interrogatives à une question de Martin Heidegger, cit., pp. 734-736 (tr. it. pp. 325-329).(11) Arthur Rimbaud, cit., p. 732 (tr. it. p. 321).(12) Cfr. A. Rimbaud, lettera a Paul Demeny, cit., p. 454.(13) Aisé à porter, II, in Recherche de la base et du sommet, cit., p. 726.
(14) Réponses interrogatives à une question de Martin Heidegger, cit., p. 734 (tr. it. p. 325).
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5 pensieri riguardo “René Char, lettore di Arthur Rimbaud”

  1. l’en avant di Rimbaud è davvero prezioso per la poesia contemporanea. E credo che gli italiani ne abbiano colto profondamente la densità (così come la nomina Char).

    a me, fa pensare a quella differenza nel suonare le note di un musicista jazz rispetto ad uno classico. C’è un rubare impercettibile del tempo, nel jazz, un anticipare che porta avanti, pur suonando a tempo: uno stare avanti stando dentro, uno scarto che senti nella testa e che non si può scrivere, ma che ne costituisce la sua sostanza.

  2. Molto interessante questo saggio e molto belle queste congetture -domande interrogative “«sentieri interrotti» (Holzwege), ossia «sentieri che non conducono da nessuna parte». Poiché la poesia è un cammino “
    laddove
    «Si tratta di arrivare all’ignoto mediante la sregolatezza di tutti i sensi»(8), come scrive Rimbaud

    e se sentiero è qualcosa che informa il cammino, allora il fatto che sia “interrotto” lo rende una “azione ritmata” (il passo) che vada incontro ad un parossismo del flusso;
    l’”interruzione” (che deve darsi perché l’ignoto funziona per le frecce-poesie come il traguardo nel paradosso di Zenone qui sopra citato) è l’inizio di un medium sregolare (più e qualcosa che va oltre uno sfalsare il ritmo), un vero e proprio andare fuori misura, dei sensi di tutti i sensi (così come scritto da Rimbaud)

    un grazie all’autore e a Francesco Marotta, un grazie speciale a G.Zuccarino per la traduzione (senza la quale mi sarebbero ahimè mute queste parole)
    un caro saluto a tutti

  3. Bella l’osservazione di Stefano sullo scatto nel jazz, un en avant che è un tempo rubato. Sì, la poesia è questo. Prezioso il saggio di Marchetti e la traduzione di Giuseppe. Si palra sempre troppo poco di Char e di Rimbaud. Si vede che ormai i gusti poetici generali si sono orientati verso la necessità dell’innocuo.

  4. I vostri commenti dimostrano, per nostra fortuna!, che c’è ancora qualcuno che cerca, nei limiti del possibile, di fare argine contro il tracimare definitivo dell’innocuo.

    Un caro saluto.

    fm

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