Controfigure 3 / L’erede

Antonio Scavone

     Dovrei amarla questa casa, o amarla di più, ora che ho acquisito il diritto di spartirne il destino insieme con gli altri eredi ma non provo alcun sentimento né di tenerezza né di compiacimento. Semmai, nutrivo avversione dieci anni fa, quando zia Elena proibiva a tutti, ma a me principalmente, di venire a farle visita, forse per punire le velleità e i fallimenti che andavo accumulando in quegli anni, ma ora… Ora sono diventato come gli altri nipoti, tutti più grandi di me e già benestanti: come Giacomo, affermato professore all’Orientale, o Luisa, arredatrice in via Calabritto, o Roberto, procuratore d’affari della specie pù chiacchierata. Probabilmente sono rimasto il ragazzo che s’incantava ad osservarla da lontano, questa casa, dal mare per esempio, quando il rosso pompeiano della facciata si stagliava splendido nella cornice delle bouganville, tra Marechiaro e Posillipo.
     Proprio non riesco a consumare la più piccola emozione, il più tenue degli slanci e la ragione è fin troppo banale: questa casa non mi apparteneva quando avrei voluto e ne godrò i frutti ora che ha perduto la meraviglia e la molestia di un tempo.
     Vedo le teche, i divani, i parati di questo salone verde dove stiamo aspettando quelli dell’agenzia; avverto persino l’odore di vetustà che ancora emana dai mobili intarsiati, dai broccati delle tende, dagli stucchi degli infissi ma non mi applico a nulla. Mi guardo alla grande specchiera tra i due balconi e mi ritrovo spento e anonimo proprio ora che dovrei sentirmi uguale agli altri, esaltato da un lavoro che finalmente mi permette di vivere. Ma cosa dovrebbe esaltarmi, qui?
     Somiglio a certe statuine di Capodimonte conservate nella teca del presepe: curate nei particolari fino all’ossessione, sembrano messe lì come per additare una lezione di stile e di temperanza, loro così piccole, nella loro lillipuziana fissità, ai giganteschi e provvisori padroni della casa di zia Elena, gulliveriano museo di ridondanti anticaglie. “Gli manca solo la parola”, dice Roberto alle mie spalle indicando una di quelle statuine ma è a me che mancano la parola e l’intenzione di dire.
     Giacomo coglie questo mio momento di astrazione: si avvicina sornione, mi offre una sigaretta e allarga le labbra in quel suo mezzo sorriso allusivo. “Che hai, Sergio? Il passato ti ha scosso?”. Annuisco piuttosto casualmente, evitando di approfondire ma Giacomo incalza, mi strattona il braccio bonariamente come per risollevare i miei piccoli smarrimenti. “Su, su! Non te la prendere. In fondo viviamo un’epoca oblomoviana” e accompagna le parole con un gesto lento: ha aperto le mani e le ha fatte dondolare nell’aria come sulle onde del mare, a simulare un torpore placido, irresistibile. Ha sorriso di nuovo, lisciandosi al suo solito modo la sua solita barba cespugliosa, mi ha dato dei colpetti sulla spalla come si fa con un meccanismo inceppato e s’è messo a passeggiare pensosamente, a capo chino, misurando gli esagoni di cotto del pavimento. Mi giro dalla parte di Luisa che sfoglia una rivista: si accorge del mio sguardo e mi dice che la rivista è vecchia, del 2009, poi la richiude e si lascia cadere sul divano annoiata, scoprendo le sue solite belle gambe lunghe.
     Mi soffermo ad osservare le gambe di Luisa ma Roberto mi distoglie con un “So che hai trovato lavoro, eh, Sergio?” e gli dico a fatica di sì. Mi chiede di mia moglie, dei bambini: “Non abbiamo figli” e lui non si scompone, si ravvìa i capelli con un “Ogni cosa ha la sua importanza, Sergio, non te la prendere, non ne vale la pena”. Ci manca solo Luisa ad ammonirmi di non dovermela prendere ma non può curarsi di me in questo momento: è impegnata in uno sbadiglio disarmante.
     Le porte del salone verde si aprono ed entrano Caputo, il titolare dell’agenzia, la sua segretaria e il dottor Turelli, il prossimo anzi imminente proprietario di “Villa Norma”. Caputo introduce Turelli, lo presenta e dà disposizioni per i posti: difatti ci sediamo ai posti che ci ha assegnato. Si sbrigano le faccende preliminari di un compromesso di compravendita: si esibiscono fogli catastali, atti di successione, carte d’identità, codici fiscali, titoli di credito, come in un gioco di passamano, in un silenzio severo e cerimonioso.
     Trovo il tempo di distrarmi, di guardare il mare al di là dei vetri, di impegnarmi in un’idea di me stesso mai praticata allora, quando avevo diciotto venti anni e accompagnavo mia madre dalla sorella, zia Elena appunto. Ma per quanti sforzi faccia, non riesco a ricordare alcunché: i volti dei miei cugini non stimolano nessuna memoria nostalgica, quantunque anche loro, con le loro madri, venissero qui a “Villa Norma” a perorare aiuti, consigli, favori.
     Sto ancora qui, a distanza di anni, nel salone verde nel quale commisi il mio primo atto vandalico come reazione all’opulenza autoritaria di zia Elena e della sua casa. Scardinai il pannello di una sedia, dissestandone il telaio, e ne sotterrai un pezzetto nel giardino del belvedere. La tentazione di controllare l’esito di quel mio gesto è suadente, irrefrenabile, quasi obbligatoria.
     Le sedie sono otto: sette sono occupate e una è libera, quella che ho di fronte. Mi sento rianimato da questa curiosità posteriore e vagamente consolatoria. Con opportuni ondeggiamenti mi sposto sui lati della sedia e lancio delle occhiate ai pannelli. Luisa si accorge dei miei acrobatici dondolii: “Che fai?” ma non le rispondo perché nessuna delle sedie occupate accanto alla mia ha il pannello staccato o deteriorato. Devo alzarmi, raggiungere le altre sedie, quelle che mi stanno di fronte e appurare.
     Giacomo non perde l’occasione di rimproverare, più che la presente, la mia antica indifferenza e mi redarguisce da professore: “Sergio, stai seguendo?! Interessa anche te!”. Sorrido di compiacenza a Caputo che mi segue con lo sguardo fino al mio posto, come per inchiodarmi. E sono inchiodato sul serio dalla piccola scoperta: anche le altre sedie, anche l’ultima sedia ha il pannello integro, come nuovo, cioè com’era. Mi dico subito che non poteva essere altrimenti, che sono stato uno stupido a illudermi, che la solerte opera di saccheggio compiuta dai miei cugini dopo la morte di zia Elena ha fatto sì che la casa si presentasse intatta o restaurata, pur nella spoliazione di questi ultimi diciotto mesi. Roberto, alla sua maniera, interpreta il mio stato d’animo con la sua fatua solidarietà: mi fa un cenno d’intesa, come per rassicurarmi, per farmi stare buono, e difatti ricomincio a stare buono e ad ascoltare la trattazione del prezzo che Turelli ha inaugurato dopo i convenevoli di rito dell’esordio.
     Ma proprio non ce la faccio a seguirli: il ricordo di un altro atto eroico mi scuote e mi ravviva. Capitò tre mesi prima che morisse mia madre: ero giù nell’ingresso e aspettavo che finisse un’altra delle interminabili discussioni con la sorella – e che riguardavano inevitabilmente l’inettitudine di mio padre e l’indigenza della nostra famiglia. Ricordo che sfigurai con un temperino una tela del salone inferiore: un dipinto pregevole per la scuola cui si riferiva (la bottega dello Spagnoletto, sosteneva zia Elena), nonché per quel senso di sacro possesso che un quadro di così grande valore conferisce. Ricordo che non arrecai un danno irreparabile, per cui non fu compiuto nessun restauro, ma fu certamente inesorabile la furia della zia, primo e ultimo obiettivo del mio velenoso e iconoclastico oltraggio.
     Mi alzo con una scusa approfittando di una lungaggine di Turelli – sta sciorinando la sua vita morigerata per giustificare il suo prezzo e ribassare il nostro. Scendo nel salone dell’ingresso alla ricerca di Diana dopo la caccia. Mi accompagna per le scale la voce di Luisa ma non posso, e non voglio, percepire altro: devo controllare il piccolo taglio che infersi per sfregio alla gamba di Diana.
     Il salone ha subìto nel tempo qualche cambiamento: i mobili sono stati spostati, e io dico anche saccheggiati: in diciotto mesi le visite di Giacomo e Roberto hanno ridotto l’arredamento all’essenziale e chissà se anche il quadro…
     No, Diana è lì, nella sua nicchia originaria, soltanto più ingiallita e screpolata dalle infiltrazioni d’acqua.
     Eccola qui la mia Diana, ecco il quadro della scuola dello Spagnoletto. Strano, a pensarci ora, che gli allievi di un pittore così drammatico si siano dedicati a un soggetto così poco affine alla poetica del maestro, a meno che, ma lo suppongo solo adesso, non l’abbiano dipinto dopo la morte dell’artista, per sfruttarne il nome e la fama. Diana alla fonte che si deterge un piede ferito, un fauno che controlla poco lontano e, chissà perché, un cavallo attonito o forse disturbato dagli altri due personaggi, in un paesaggio rupestre.
     Non riesco a scorgere il piccolo taglio sulla gamba: come avrò fatto allora? Semplice, salivo sulla cassapanca che sicuramente Luisa avrà regalato a qualche congrega religiosa e, dalla cassapanca, chissà quante volte, prima di compiere lo scempio, ammiravo la bellezza di Diana, più che della tela. Avvicino uno sgabello alla nicchia, salgo e controllo minuziosamente: la patina del colore è uniforme, solo in qualche punto è frastagliata da zigrinature porose ma del mio taglio blasfemo non c’è traccia, né sulla coscia né altrove.
     Il dipinto è tuttora integro, direi fiero nella sua opacità secolare, ma la sorpresa maggiore è un’altra: non è una tela ma una tavola di legno e il cavallo che ricordavo attonito è stata addirittura una mia invenzione, non c’è. Dove l’avrò visto?
     Rimetto a posto lo sgabello, guardo ancora la coscia di Diana come aspettandomi un movimento, come se lei dovesse parlarmi ma neanch’io parlo, perché dovrebbe farlo lei? Evidentemente è rimasta intatta anche quella smania di adolescente: ancora oggi il furore vandalico di allora sembra prevalere, sia pure come labile traccia di memoria, sul fascino ispirato da un quadro antico e sulla sua bellezza, che ritenevo di aver deturpato.
     La voce di Luisa si fa più insistente, mi stanno cercando: anche Giacomo mi chiama e per le scale il passo di Roberto è prossimo. Risolvo il mio piccolo disagio inoltrandomi sotto l’arco che porta al belvedere e lì attendo, mi nascondo come facevo da ragazzo. Mi fermo, mi siedo sul muretto di roccia a guardare il cumulo di foglie accatastate in un angolo. Spira una brezza dolcissima che rivitalizza il mio smorto entusiasmo: starei per ore fermo in questo posto semplicemente per il piacere di starci. Mi sento davvero come una macchina che, di punto in bianco, si sia bloccata nel bel mezzo di un viaggio. Avrei bisogno delle scrollatine di Giacomo, per ripartire.
     Senza volerlo, congiungo le mani, le strofino, le schiaccio una contro l’altra, le allontano e poi le avvicino di scatto, ne faccio sortire un piccolo colpo, sordo, che va a confondersi con le foglie smosse dal vento, lo stropicciare delle fascine, il tonfo lontano della città ingorgata nel traffico, in una sonorità che arriva riflessa e piacevole. Cosa è successo a quello che credevo fosse il mio passato?
     Vengo bloccato sulle scale: “Sergio, ma ti pare il momento di…” e le faccio cenno di zittire: Luisa mi risponde che sono rimbecillito e chiama Roberto per dirmi che mi ha trovato, ma non mi troveranno nel posto che voglio raggiungere. Nessuno mi troverà nella stanza di Evelina, l’unica figlia di zia Elena.
     Ritorno al primo piano ma devo oltrepassare il salone verde: Giacomo confabula con Turelli animosamente, Caputo è in piedi davanti al balcone spalancato, a dominare fittiziamente il mare davanti a sé, con le braccia conserte, le gambe larghe. Solo la segretaria si accorge del mio passaggio, troppo veloce perché possa avvertire Luisa e Roberto che intanto sopraggiungono. Per maggior sicurezza, mi sfilo le scarpe e mi inerpico sulla scala a chiocciola, sull’ammezzato che zia Elena fece costruire per creare un ambiente destinato alla biblioteca, percorro il soppalco col suo parapetto da baita di montagna e faccio scattare senza rumore la maniglia d’ottone della porta che si trova in fondo.
     La stanza di Evelina è rimasta com’era: sobria, spartana. Questa sì che l’avrebbe dipinta lo Spagnoletto! E sembra davvero di entrare in un quadro: il tappeto di stuoia, il letto di betulla, il cassettone di ciliegio, la scrivania di mogano rosso, le tende di un lino malva e vaporoso, una poltrona bergère dal vellutino cremisi… Zia Elena l’ha lasciata così: persino l’abat jour dalla cupola bruciacchiata è al suo posto, la chitarra comprata a Siviglia, due zoccoli olandesi, un cigno di porcellana. I colori hanno conservato una lucentezza indefinibile, come se gli oggetti vivessero tuttora per conto proprio, oltre le stagioni e i ricordi, in una loro realtà perfetta, anche se astratta. Ci amammo in questa stanza, scegliendo l’orario giusto, le occasioni propizie e quel rituale di avvicinamento furtivo e allegro che ho rifatto anche adesso, a piedi nudi, a distanza di anni.
     Lascio le scarpe accanto alla porta e mi corico sul letto protetto da una coperta di plastica, assaporando la calma e il silenzio di allora. Poi stendo la mano sotto la spalliera del letto: in un punto preciso, dove cade la peretta della luce, inchiodai una medaglietta, un souvenir di Capri, che raffigurava il segno dei Gemelli e che scelsi come simbolo approssimativo della nostra relazione amorosa.
     Sfioro con le dita più volte il bordo inferiore della testiera ma non vi sono ostacoli alla mia frenetica digitazione.  Tolgo la coperta di plastica, rovescio il materasso, stacco le reti, svello i cardini del letto, capovolgendone e ribaltandone le giunture: nulla.
     Gli unici segni apprezzabili sono quelli prodotti dalle venature del legno: piccoli nei, ombreggiature, forellini di tarme ma nient’altro, niente che possa alludere alla traccia più significativa di quel passato enigmatico che sto raccapezzando. Non c’è l’alone che la medaglietta avrebbe dovuto imprimere e manca persino il buco del chiodo che, ricordo, fu infisso con vigore, quasi con accanimento, per non essere strappato troppo facilmente.
     Ripasso ancora la mano su tutto il bordo, facendola scivolare sempre più lentamente, fino a lasciarla inerte: sembra tutto svanito, dissipato da una levigatura eterna, che ha cancellato ogni cosa, come succede alla roccia sotto l’effetto della guttazione calcarea.
     Non so più che altro chiedermi o cercare: la stanza in disordine mi manda solo un segnale di sconcerto che non riesco a dominare, a intendere. Tutto è perfettamente quieto, tranquillamente insignificante intorno a me. Il pannello staccato, il quadro deturpato, la medaglietta che addirittura è svanita hanno avuto una vita comoda dentro di me, li ho tenuti segreti con una dedizione artificiosa e forse insana, li ho addomesticati alle tensioni che provavo da ragazzo, nella casa della zia ricca, quando soffrivo quella ricchezza molesta e autoritaria e mi sentivo in dovere di mortificarne la bellezza e di segnarne, sotto la spinta del rancore, la caducità. Dov’è andato a finire quel momento magico che separa il ricordo dalla fantasia, che rende esplicita la memoria, che scioglie la matassa delle facili suggestioni, denunciandone una volta per tutte la doppiezza?
     Non mi resta che riordinare il subbuglio che ho creato: quello della stanza non pretende grandi sforzi, quello delle allucinazioni nostalgiche richiederà un tempo maggiore, o forse soltanto il tempo.
     Se fossi più sereno, ritroverei agevolmente il pannello deteriorato, quello autentico, sepolto nel giardino; riuscirei a scoprire la piccola lesione sulla gamba di Diana, sfuggitami probabilmente per la smania di rispecchiare in essa, ingigantito, il mio furore adolescenziale e saprei anche spulciare nella paccottiglia delle cassettiere un ciondolo più o meno simile a quello che designai come distintivo e promemoria della relazione segreta con Evelina ma sarebbero, anche queste, appendici morbose di un sentimento mai sinceramente espresso nei confronti di Evelina, di zia Elena, della casa e di quel “me stesso” affogato troppo presto e troppo a lungo nelle velleità e nelle attese.
     Perché non dirlo apertamente, ora che nulla mi lega a questa casa se non la fortunosa circostanza di coglierne senza merito una parte della sua ricchezza? Fino a quando potrò ancora negare che di questa casa, in realtà, ho amato tutto, con una passione illimitata, assoluta, egoistica, trasformandola all’occorrenza in odio per il timore di essere scoperto?
     “Ah, sei qui” e d’istinto vorrei poter comunicare a lui le sensazioni e le aspettative di questi momenti ma è Roberto a intuire e smaltire i carichi sospesi, i fili abbandonati, le zone d’ombra.
     “Povera Evelina, morire così giovane… Tu l’amavi, eh, Sergio?”.
     No, non l’amavo, come disperatamente non si ama una donna che non potrà mai essere tua: era la cugina ricca da sfruttare, la personificazione di ciò che non possedevo e non riuscivo ad essere.
     Vorrei poter svelare la verità, almeno a Roberto: che fui solo il primo amante di Evelina, quello che in pratica la violentò ma Roberto mi guarda senza capire e non ha senso aiutarlo a capire perché, alla fine, nulla è più insensato di una verità dimenticata che minaccia di svelarsi.
     Rimetto in ordine la stanza così come l’avevo trovata: il suo destino s’è realizzato. Fra un mese o un anno questi mobili saranno rivenduti e non ci sarà un altro Sergio ad almanaccarne l’armonia antica e misteriosa.
     Roberto mi prende sotto il braccio e mi accompagna fuori, senza parlare. Prima di entrare nel salone verde mi confessa che anche lui, una volta, ci aveva provato con Evelina ma senza fortuna: “Lei era chiusa dentro, come la madre, ti pare?”. Non so cosa rispondergli, cerco di annuire e Roberto mi fa cenno di non pensarci più di tanto perché  “Non le metteremo mai a posto le cose del passato.”.
     Giacomo ci attende impettito e austero, ma è solo un atteggiamento: il prezzo è stato infine concordato, equamente. Luisa sta già scambiando parole di circostanza con la segretaria, Turelli esamina con civettuola pignoleria le peculiarità architettoniche di quella che è diventata la sua casa e Caputo mi sorride compiaciuto, supponendo sia stato io l’erede più ostico da convincere. Non ha tutti i torti, ma non può immaginare quali siano state le mie resistenze e quali siano tuttora gli esiti della mia capitolazione. Mi spetterà di questa casa una quota cospicua, che risolleverà la mia esistenza e le mie disponibilità finanziarie ma, proprio per questo, dovrò cancellare anch’io ricordi veri o falsi, quello che credevo fosse il mio passato e quello che sarà il mio futuro. Quella ricchezza ha toccato anche me, affossandomi in una decantazione di smanie che, soltanto adesso, mi rendo conto d’aver sempre perseguito. Oltre i vetri, le zanne di un aliscafo ammarano schiumando nelle acque di Posillipo.

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2 pensieri riguardo “Controfigure 3 / L’erede”

  1. Come in precedenti occasioni , anche qui il linguaggio attinge ad un disimpegno / impegnato che non tradisce il minimo compiacimento o il minimo indugio a legittimarsi per via letteraria : procede per sottrazione lessicale , ma non per avarizia o pudore ; semplicemente per una sua fisiologica disposizione a non celebrarsi , modalità che ce lo rende scopertamente terrestre umano e famigliare .

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