Omaggio ad Angelo Ferrante (I)

Angelo Ferrante

Tra qualche giorno cadrà il primo anniversario della scomparsa di Angelo Ferrante. Ho pensato di onorare la memoria del poeta e dell’amico pubblicando una prima selezione di testi tratti dalle sue opere, quasi tutte difficilmente reperibili: più nello specifico, da quei libri ormai fuori catalogo che hanno avuto una distribuzione e una circolazione limitate, a fronte di una proposta poetica di grande valore che andrebbe oggi ampiamente indagata e divulgata. E infatti, chi ama la poesia, chi è ancora capace di distinguerla dal ciarpame in versi, più o meno criticamente griffato e celebrato da sodali e da cricche compiacenti, in rete e fuori, avrà modo di rendersi conto, seguendo le linee di sviluppo di un itineraio di ricerca unico per coerenza e dedizione, del perché quest’opera non può non appartenergli per sempre, pienamente, in tutta la sua complessità e la sua bellezza. (fm)

 

Gio Ferri
…Tu che t’appresti ad àltero risveglio…

Questa raccolta («reperti») di Angelo Ferrante insiste senza pentimenti, anzi con più solida struttura formale, in quelle esperienze che già ottennero adesioni critiche importanti, fino alla nomination del Premio Viareggio Opera Prima nell’83. La stretta coerenza della scrittura di Ferrante arrischia di farci ripetere quanto è già stato detto ed è comunque apparso con chiara evidenza fin dalla prima opera (appunto, viareggina), e poi in Concerto per flauto dolce del ’92 e Lacero quotidiano del ’95: arcaismi, dialettismi, plurilinguismi, ibridizzazioni sono facilmente riscontrabili da chiunque. Così i richiami alle origini dei volgari post-latini, a talune preziose “petrosità” dantesche o di Cecco, al Cunto de li cunti di Basile, fino alla quattrocentesca Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna… Per non dire di Pound e di Joyce. E per venire ai nostri giorni, forse non si possono negare taluni richiami sanguinetiani, mentre le parentele con talune prove del Gruppo ’93 sono innegabili – con una… non secondaria (!) notazione: che il Gruppo ’93 è del ’93, mentre Segni è dell’83, come s’è detto (sebbene per giustizia si debba riconoscere una ben più antica sperimentazione per queste vie, rispetto al Gruppo, da parte di Lello Voce e Gaetano Delli Santi). V’è comunque un’altra differenza abbastanza significativa: Angelo Ferrante – sfuggendo a certi pesanti intellettualismi – svolge un flusso formale complesso ma non complicato (artificiosamente complicato), così da farsi capire “facilmente”, coinvolgendo il lettore in una verbalità prolifica, magmatica, metamorfica, dalle generose analogie (dichiarate, o interiori, o nascoste) semantiche e foniche. Talvolta, si potrebbe dire, persino onomatopeiche, non tanto in senso stretto, quanto in relazione a un moto cosmologico e fisiologico: il silente, irraccontabile mormorìo degli astri e insieme del flusso sanguigno. Macro e microcosmo. Le forze della natura, i loro scontri e le loro fluenti cantabilità. Forse c’è anche, in questo senso, il riporto più o meno conscio di molta musica contemporanea: da Cage, a Ligeti, a Messiaen… Tutto ciò è notabile. Ed è stato notato con acuta sensibilità e sincera adesione e piacere da lettori non facili quali Spatola, Magrelli, Lunetta, e da critici non sempre indiscriminatamente disponibili a una alchemica ricerca, come Squarotti, o Zagarrio, o Bettarini. Che suggerire allora al lettore di questi Reperti fonici? Null’altro, se non di godersi, ancora una volta, la dismisura vitale, biologica, come s’è detto, di questi eccessi che rappresentano (senza raccontarle, poiché il senso è nei sensi del detto e dell’ascoltato) le energie dirompenti («tremoti») dell’universo e della mente e della corporeità:

… L’aere rannera un brivido de sangue
straluna l’occhi la paura e irrompe
‘na vertigo immanente ‘nte la capa
Tra la polvere canta sule ‘o viénto
che da mill’anne conta ‘o stesso cunto

La trascinante inarrestabilità delle cose, dei loro flussi e dell’essere in esse. Il movimento, il divenire, senza principio, né fine. Né finalizzazione.

Tuttavia potrebbe sembrare utile anche il suggerimento di una lettura da un obliquo, se non diverso, punto di vista. Per la poesia di Angelo Ferrante si è molto parlato di musicalità (a volte cameristica, più spesso sinfonica, o polifonica), spinti dagli stessi titoli delle sue raccolte: Concerto…, e ora Reperti fonici. Corretto. Ma forse non poche composizioni ci spingono a ripetere con maggior insistenza un altro attributo, di natura eternale, come la biologia, ma altresì come la geologia: petrosità. Ed è lì che la musicalità conosciuta, comunemente intesa, passa a quel ritmo tutto interiore e profondo e sensibile, o sentibile prima che ascoltabile, che nella nostra quotidiana povera dimensione usiamo chiamare silenzio, erroneamente riferendolo a uno stato di azzeramento. In realtà un silenzio fluente colmo d’echi geologici e di vibratilità terrigne in-trascrivibili e in-leggibili (per parafrasare un detto di Gramigna). Il silente rumore delle derive dei continenti, apparentemente immoti nel disegno delle catene montuose, dei continui ribollimenti vulcanici, delle forre, delle pietre, delle sabbie. Delle sedimentazioni sottomarine. Le pietre vivono e dicono mute le migliaia di millenni con le loro storie evolutive in cui si sono formate le terre emerse e sommerse e le stratificazioni fossili. Analogie non metaforiche, bensì oggettive, oggettuali, reali delle stratificazioni linguistiche che esprimono in sé la natura stessa, primigenia, della forma, delle forme della forma nella poesia di Ferrante.

Ma le sedimentazioni geologiche e linguistiche, per loro natura, sono anche i resti formali, le tracce delle passioni umane. Delle emigrazioni, dei piaceri e delle disperazioni, degli amori e delle crudeltà. Cosicché la petrosità è aspra, puntuta, rossigna, venata di sanguinolente rabbie e disillusioni: per quella disillusione che è la vita medesima, eternamente ossessionata, pur in silenzio, dalla e oltre la morte. Negli spazi in cui le materie vive e subito marcescenti si fondono e si s-fondono, lasciando ombre di memorie, individuali e collettive e cosmiche, fossilizzate, eppure, nell’ombrosità sommosse alla desiderante disperazione di quella gola, o passo in cui fra vita e morte si giocano inesausti i nostri piaceri e le nostre tragedie. La silente petrosità eterna le battaglie aspre, mortali sì, in cui la vita, tuttavia, non cede la sua monumentale e crudelissima presenza, anche là

…dove ancora li morti duórmene ‘o suónno
can nun tène
                fine

Esemplare in tal senso è questa poesia, Ombre, tra le ultime della raccolta. Lunga canzone, addolorata e sarcastica. Ritmico, paratattico discorso di scambi atonali fra ottonari, doppi ottonari, arcaici endecasillabi erraticamente diffusi, enàllages, couplages diversificati, brachilogie, riflessi e incastri secondo la maniera della mise en abîme. Ossessionali accumulazioni. Vi si riassume quindi l’iterazione instancabile della vicenda vitale e totale che trova, a venire dalla giovinezza, nel pietrificato ma non annullante sonno biologico e geologico la propria plausibilità autarchica, cioè senza necessità se non quella della propria sopravvivenza, che pur sempre propone, evento dopo evento, un oltre, un al di là:

… tu che t’appresti ad altero risveglio
altro respiro altra vita altro…
Guarda: oltre le mutazioni o le mute azioni…

<Ecco un caso – la poesia di Angelo Ferrante – di mitopoiesi presente e petrosa e forte, in un’epoca in cui i manierismi del mito e dell’assenza vengono mercificati, degradati al rango di debole pensiero e impotente nostalgia.

 

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Angelo Ferrante, Reperti Fonici
Nota critica di Gio Ferri
Disegno di Robert Moorhead
Verona, Anterem Edizioni, “Limina”, 2000

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Testi

 

Fronde

Fòra de l’antro nero sicut èrva de muro
che s’abbruscia nel fòco del meriggio
cannato al cospetto del mare
urlante finché un sorso de pauca
momilla calmi il battito de l’onde
acciaffato a nu pòco pòco d’aria
che s’affòca ne l’afa de le fronde
sfinito annaspo e ciampo e cado e sbando
d’ogni dolore carco e colmo e stanco

 

        Lupo

        Lupo ch’azzanna zoccole di notte
        e allucca e piagne a li cenci de
        luna fuggitivi tra restócce arse
        e fratte et hòrridi dirupi e ‘l core
        ne lo tumulo sente morsa ‘nganna
        che lo tenaglia ignudo suo relitto
        strascìna s’addenòcchia si stremato
        da doglia e su li calchi voce sua
        di pallore terragno assuca il gelo
        di gutte che sua fronte per/lumato
        buca lo palmo de la mano aperta
        lèggia come il respiro de la morte

 

Tremuoto

Noctìculo ambulans (a radente volo)
ex urbe pulvere plaena che sbomba s’àiza
tùrbina da lo sfiato de la terra
mura sfarina pietre che s’escava
omnia di/sfragne stràgula ch’ammanta
già co’ lo sguardo e cum cauda oculorum
la cemeteriale forma dei calcinati marmi
Muto fantàsima lo passaggiero traver/
sa porte ‘nserrate et archi riscarrùpa
va in volo si radens ultra somnio dei ragni
mascìca pulvis et indi s’accùpa
L’aere rannera un brivido de sangue
Straluna l’occhi la paura e irrompe
‘na vertigo immanente ‘nte la capa
Tra la polvere canta sule ‘o viénto
che da mill’anne conta ‘o stesso cunto

 

        Febbre

        Freddo glaciale d’asiatiche lande
        migra traversa flagellando il mare
        Da più parti il corpo arreso a l’idea
        d’o sole che ha perduto ‘o sciato suio
        al fuoco de le dita nel metallo
        del cielo estingue il sangue e la marea
        Da l’alto ancora un granulo volando
        pensiero è desiderio inap/pagato
        si sposta su diversi oggetti il caldo
        dell’inguine ne l’intimo suo fiore
        Sturbata da stupore primigenio
        (un’apparenza avulsa dal ricordo)
        la memoria s’oscura e mi si strania
        lo presente sciancato et orbo e sordo
        Da le borse oculari di suo sguardo
        che s’inferma su bianche mani e labbra
        nei brividi sconnessi de la febbre
        capelli fruga levità di cardo

 

Det/tagli

Da fine obscura clara esplicazione
di tagli di dettagli detti tagli
picca sottospiroso su l’incagli
succo glacé di frutto e di passione
Dista tre palmi o più da la tua vista
stretta striscia di pelle àlbula fascia
tra culo e schiena ti rovel/la lista
fresca falena l’amelìa t’alliscia
se innante o drieto tra le nive azzurre
favola dispiegando il senso vero
dell’esil’esistenza quanno scorre
indecifrato ne lo suo mistero
principio e fine del cervello umano
messo a l’ammasso omologato e vano

 

        Risveglio

        L’uomo impatta catene liane funi
        ‘ncatenato si districa s’industria
        debilita l’anelito di vita
        luce ch’indora i colli assuca molli
        petali traforati di fiorame
        giallocra la mimosa trema al soffio
        duro del vento che viene dal mare
        prima che ‘o sole aràpa l’occhi ar mónno
        rossa pelle ch’accalda e che risfalda
        l’àmine sciolte se ne vanno in giro
        appiccianno i cavélli dei quatrari
        l’occhi dei fréghi ridono al risveglio
        cedevole globalità dei figli
        trasparenza di luminosi e tersi
        pensieri che pro/fumano di morte
        neri come le mani dei diversi

 

Agguato

Uócchie ca nun tramùtene ‘e cculure
luce ch’intride d’acqua terramore
sale su da le crètte de l’anima
reclama il sole da innevati cieli
grani e di mani lìmina i fantasmi
E’ n’anno e l’aria (‘a siénte? ‘a respire?)
perfidia versa ombre d’angoli acuta
Apparente riflesso fu la fuga un sogno
affucato ma caldo ancora a la pelle
d’increspate tracce più intime nulla
striando questo itinerante agguato
quest’albagia del tuo patire incontro

 

        Lengua

        Tu lengua che t’attorci
        ai porci commodi tui tu e/sprimi e/spremi
        sconosciuto lessico schemi e stilemi
        sangu de vena cchiù fónna nel core
        vita tranciata da mille duluri
        tu mòvi tu tu smòvi le montagne
        solchi lo mare come varca a vela
        sfibri e vibri tra rami e fòje nove
        favellando de le mutanti braccia
        del tempo che s’invola su le tracce
        di dulcissima neve nei capelli
        oh nebbia oh gabbi’aura d’o sole
        fràcico autunno d’acqua e d’umidore
        levami tu le spine de l’amore
        dimmi che c’è una vita che nun dòle

 

Deserto

Va l’abbaglianza détachée schiumata
di morituri eventi ‘nsu li muri
de la città deserta e ‘sabitata
chiéna solo de fossi e de tuguri
S’aresta l’ineguali cenni mani
Dei pensieri che crèpano cattura
fughe rifiuti macero rancore
l’orrore immenso de ‘sta vita da cani
Il volto poi s’aggonfia et impronuncia
parole fuse a l’ansito del mare
mentre il cielo ferroso de ‘sto sconcio
copre l’urlo silente de le bare

 

        Ombre

        Vivida vida luce nei ronzanti alveari
        porte spranga la notte sui filari
        tramorti dei fiori ora dispersa
        d’aromi e unguenti aspersa taglia l’aria
        contiguo il profilo dei colli e molt’oltre il mare
        Poi la malata mano del sonno
        (sex iacens tendres oiseaux intra cuisses ouvertes)
        i muscoli abbandona al teso sforzo del giorno
        Mani crettate e secche d’oliofiume
        s’infila si lo déto ne la schiuma
        memoria la perduta onda le scioglie
        la crescenza del vento le consuma
        Qual occhi quali di lacrimose gutte
        sul volto de la jeunesse germina il seme
        terra di cani azzannate le mani e
        ce soir tu di febbre che avvampa
        Nel mistero di epifanie brûlées
        del profumo e del fumo c’est la mort
        fugge dai boschi oltre la piana le querce
        i muschi d’acqua tu mio rifugio e cavo
        pensiero d’ombra ne l’abbruna il giorno
        tu che t’appresti ad àltero risveglio
        altro respiro altra vita altro

*

Pallido riflesso nel vetro/gesso
festa di crisantemi unti di morte
né patemi né ansie più distanti oggi
attraverso i vetri di una luna nera
Guarda: oltre le mutazioni o le mute azioni
dita congiunte sui sepolcri bianchi
tra lampade votive e fòchi fatui
nausea lo lezzo de la cera disciolta
umbre damnati dimenticati negletti
in oss’ammasso d’ulne di metatarsi e crani
spappola l’inguini con peli d’erba e radici
attorti sub croci di marmo e ferro
croci d’aria e di sangue sui paracarri
prove carnali del sangue schianto
fin che la vita aggrappa spasmi a li steli
e ricami di fumo azzurro tra le tombe
dove ancora li morti duórmene ‘o suónno
ca nun tène
                  fine

 

***

6 pensieri su “Omaggio ad Angelo Ferrante (I)”

  1. E’ stupefacente l’accumulo di materiali in uno stesso testo e il plurilinguismo che ne sorregge l’esemplarità e la “necessità”, tra moderno e postmoderno . Certamente una voce dotatissima e – a suo merito – largamente recepibile/godibile anche per i non addetti ai lavori .

  2. Doveroso omaggio ad un grande poeta ingiustamente dimenticato e sottovalutato da troppa criticia. Sperare in un’antologia delle sue raccolte è troppo?
    Mi auguro che prima o poi la sua grandezza venga riconosciuta; sono convinto che il tempo renderà merito.

    Grazie Francesco.

    Un caro saluto

  3. Grazie a voi.

    Un’antologia è più che auspicabile, Luca; ma sarebbe ancora più opportuno, secondo me, un lavoro critico serio sulla sua opera (che riserverebbe non poche “sorprese”) – se ancora ci fosse, in questo paese, una critica degna del nome.

    fm

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