Dei malnati fiori

Enzo Campi

I malnati fiori elogiano il terzo, il testimone che non tace più e accede alla coscienza del molteplice. Un terzo che tuttavia è capo, a-capo del verso: l’interlocutore principale e insieme il detentore della parola. Cosa succede in quella cruna è svelato e ri-velato nella scrittura di Campi che, con magistrale capacità endoscopica, dipana tutti i fili, uno ad uno – quelli difficili da dividere e quelli che sono sull’orlo di spezzarsi, quelli mischiati alla tattilità del corpo e quelli legati agli indugi dell’Altro. Una parola che scheggia il guscio dell’ordito e ne fa intravedere il senso che poggia sulla polvere, l’intenzione. Non c’è linearità ma esattezza circolare del procedere per domande e definizioni. Le Parche sono sempre lì, a reclamare attenzione e a custodire il cammino prodigioso del capo e della coda. Le maglie scandiscono il tempo che fagocita i fiori per restituirli al coro solitario dell’essere che non si basta e che si rassegna a dirsi in molti modi; il punto è che però quel ti estì è in mano propria seppure apparentemente si chiami con altri nomi.

È il chi infatti – e non il cosa.

Il percorso lento procede in alterco con se stesso ed è in questo stretto passare che chi detiene la parola sem(in)a nelle forme dell’armonia. In questa sua nuova amalgama però (che è ogni volta monito di rara bellezza) sembra che la parola poetica di Campi acquisti una rinnovata compiutezza, quasi un sollievo dettato da quell’abisso innato che fa da sfondo e in cui ci si riconosce come soffio. Si accetta il tradimento dell’imprevedibile confessando la necessità dell’erranza: la cifra che mantiene vigili sulla sopraffazione dell’agguato. Sempre nella cartografia crudele del thumos desiderante.

Tutto avviene senza accadere – sì.

(Alessandra Pigliaru, Tutto avviene senza accadere)

 

______________________________

Enzo Campi, Dei malnati fiori
Prefazione di Marzia Alunni
Nota critica di Alessandra Pigliaru
Smasher Edizioni
Collana “Orme di poeti”, 2011

______________________________

 

*

Si forclude in sé
la parusia del sono io
e il venir meno
del meno
che emerge
è solo
il senza fondo
schiacciato
dal suo abisso

 

*

ineludibile e leggero
un proiettile di sale deflora l’aria
evacuando nella sua scia polvere d’alghe
sacrificate sul labile margine
ove il secco cede il passo all’umido

          i gameti sguazzano
          nella rugiada
          e il pistillo
          implora la disseminazione

 

*

Dei malnati fiori
m’arrovella
il cosa sarà mai la cosa
che mi sfiora
in tepidi petali defraudati
così
dalla rosa in posa
nasce cresce l’idea dolente
che si disgrega
e sega
l’osso primigenio
dall’insulsa anatomia

Dei malnati fiori
m’avviluppa
la spirale atavica
dello stelo spinato
sì adesso che no non fora
così
dal non più corpo né organo
muore decresce
l’indolente simulacro
che mai s’aggrega
e prega
il disparir feticcio
dallo svilito derma

 

*

Corifeo)

L’urlo designa la cosa
il soffio dismette la posa

L’uno è nozione
l’altro azione

 

Coro delle Parche)

tabor labor

une maille a l’endroit et une maille à l’envers

 

*

non vale l’inesausto flusso solo
il presunto sunto qui prosciugato
assunto a dogma del magma
che fibrilla nelle fibre della firma
sempre mancata e rinviata ad altro
che è diverso da questo eppure
sopravvive agli attacchi rivendicando
le tracce sbiadite ma incise
a colpi di scalpello e preservate
nelle teche come rose messe in posa
e no non vale né sale
solo cade e decede al tempo
che non è l’adesso che non sarà il poi
e solo rivendicherà l’inappartenenza
a qualsiasi mimesi che non sia simulata
e silenziata nel gesto atavico che tutto
racchiude e amplifica perché il verbo
è distanza infinita e riproposta
di rose senza stelo e cose senza amore

 

*

che tacendo disveli
ciò che soggiace nel limbo
o che in vero lo urli
ai quattro venti
nascondendolo al senso
che il suo transito
sia liquido o aeriforme
o che in vece si pietrifichi
come granito
che si dica nell’ombra
rinnegando lo specchio
o che si vanifichi in nuce
anelando alla luce
che s’infughi in passioni
mai sopite
seppur dissipate
o che s’invulvi
nell’abisso
ove riconfigurare il crollo
che gioisca
incosciente
del suo stato larvale
o che si disperi
per l’eco
che amplifica la distanza
che versi il suo sangue
in nomea d’esecrazione
o che cerchi
di tamponare
il pus che glorifica
la ferita aperta
che canti il suo verbo
come se fosse l’unica voce
o che in vece
taccia per sempre
resta il fatto
che il simulacro
non si dà
che in se stesso
e rifiuta
qualsiasi innesto
a meno che
non sia un incesto

 

*

a nulla vale inalberare la mano
e prendersi la colpa
il coro ripeterà sempre
lo stesso epiteto mescolando
la lingua dell’immediato
agli scarti babelici di un passato
che non ci è mai appartenuto

il libro della vita
è logoro e consunto
sopravvive al disastro
nutrendosi di polvere

 

*

Corifeo)

nella polvere persiste
l’impronta ancora fresca
dello stelo privato delle spine
ove tentare l’estasi del fiotto di sangue

si rinsaldano le pareti
necessariamente uguali
se pure diverse
mostrano
senza rivelare
l’idea di un limite
impossibilitato a delimitare e circoscrivere

non so ma vedo il viandante
e mi pongo all’ascolto
deviando il tragitto
per aggirare la pietra cubica
che asseconda il fato
e rinnova la frattura a cui rendersi

 

Coro delle Parche)

tabor labor

une maille a l’endroit et une maille à l’envers

 

*

Corifeo)

non l’oggetto nella sua fisicità
ma l’alone
che conserva la traccia
del suo passaggio tra la polvere
che
nell’impasse
soffia il nome proprio delle cose
che non ci sono più
eppur persistono
labili
come eco destinata alla dissoluzione

 

Coro delle Parche)

tabor labor

une maille a l’endroit et une maille à l’envers

 

*

ciascuno a sé sommato
si rialloca in fine di parvenza

          e il sollazzo che sopravviene
          all’impropria figura
          defigurata nello speco
          è beata beanza
          che avanza incosciente
          dalla bordatura
          al senza fondo
          in cui inscrivere
          e vanificare
          il punto di fuga

evidente riverbero
qui silenziato
a guisa d’incompiuto

 

***

 

Marzia Alunni

Alterità e nascondimento
(la condanna metafisica dell’Io)

L’opera è accompagnata da una dedica illuminante: “A me stesso, al verbo / e a chi ha voluto che io fossi qui”. È quasi una dichiarazione programmatica che rassicura sull’apporto del poeta, demiurgo che si colloca in disparte e però lascia, come segni infiniti, le parole a denotare il suo intervento mai casuale, piuttosto affrontato con una ‘regia’ non invasiva.

L’autore, per sua scelta un po’ ‘absconditus’, intende aprire un ciclo, con questo suo contributo, che già si avvale, come prologo, della splendida Ipotesi corpo. In un suo recente intervento difatti precisa: “Quel chi che «detiene la parola» non è portavoce del proprio ego […] Rubo una frase da uno dei prossimi libri del ciclo: «ego ex machina / appare solo dileguandosi»”.

[…]

Il senso di un’alterità – guadagnata attraverso il cammino, vagabondo e ipotetico, della parola, complice e testimone empaticamente viva della distanza fra ‘io’ e ‘altro’ – ha un valore specifico nella poesia di Campi, specialmente nel progetto del suo ciclo poetico.

L’entusiasmo dell’apologeta poi è fra le righe della testualità appartenente al Nostro, ne sono una prova le frequenti domande metafisiche, i passi citati da Ermini, Bigongiari, Travi e Derrida che introducono le quattro sezioni principali in cui è diviso il libro, ai quali si associano, sul piano delle idee, alcune stimolanti ‘narratio’ dell’autore, prosimetricamente unite al resto del percorso poetico.

[…]

Nel tentativo di guidare il lettore conviene tuttavia proporre una possibile interpretazione del titolo e dell’opera: Dei malnati fiori. L’aggettivo malnati cattura e risveglia l’interesse perché vi scopriamo subito due aspetti che occorre sottolineare. Il primo di essi allude allo statuto esistenziale del soggetto, l’Io, quindi del suo mondo, entrambi affetti da precarietà e perciò, in un certo senso, ‘nati male’. La seconda caratteristica chiama in causa il significato emotivo della parola, carica di ostilità, ‘malnato’ è chi viene fatto oggetto di un’invettiva: “Del malnato fiore / ch’a me s’affaccia / con lo sguardo indegno / di chi fomenta lo scontro / voglio amar lo sdegno / che vibra come incontro / nel loco ameno / del disconoscimento”.
L’associazione, tra i fiori e i due originali significati, è frutto di una riflessione sul fondamento dell’essere e di uno sdegno anche per la frattura cosmica che si pone come sfondo alla discrepanza tra parole e cose.
Riecheggiano allora le riflessioni profonde di Flavio Ermini, citate – idealmente – in un dialogo perfetto con la viva testualità campiana, in quanto: “Torna a farsi chiara la coscienza della frattura che divide le parole dalle cose. […] Consente l’annunciarsi del non-detto con l’inaugurazione di quella silenziosa voce che precede ogni dialogo tra gli uomini e ogni nominazione”.
Si direbbe allora che per l’autore talvolta “nomina – non – sunt consequentia rerum!”

[…]

“le parole rinunciano al messaggio / e si fanno sensibili”: è il riconoscimento della vulnerabilità umana non rimosso, essere infatti precari al mondo vuol dire fraternizzare con ogni respiro, con qualsiasi delicata, o forte, esperienza, accettandola in un’ottica di rara dignità e bellezza. L’abbandono alla condizione “malnata” non è senza appello, resta la capacità di sostenere il proprio destino ‘errabondo’ avvalendosi anche della potenza della parola, farmaco (Derrida) non da sottovalutare. È il senso elevato del “ludere”, suffisso dei termini chiave, posti all’inizio di alcune sezioni dell’opera campiana (pre-ludi; inter-ludi; epi-ludi): i significati non sono mai quelli che sembrano a prima vista, parrebbe dire il poeta che tra rime pregevoli e consonanze accentate, filastrocche dotte e più livelli di significato, accompagna il suo lettore in un’avventura testuale senza precedenti.

 

***

36 pensieri su “Dei malnati fiori”

  1. un ottimo Campi, più controllato del solito, meno attento ai “suggerimenti” fonici delle parole, con le loro catene, e più a quelli sensici, per così dire… In questa maniera l’immaginazione riprende il sopravvento, l’uomo non è abitato dalle parole, ma le abita…, senza rinunciare al destino che tuttavia abita le parole, il loro specifico omen…Esemplare il Corifeo…
    ciao
    G:)
    p.s. inutile dire quanto sono brave Alessandra e Marzia, è ovvio

    1. abitare le parole è un po’ come abitare le “distanze”.
      se si è nella “distanza” tutto coincide e si amalgama.
      l’immaginazione è -a priori e a fortiori- un’immagine
      e il destino è -anche e soprattutto- destinazione ultima (ma mai definitiva).
      grazie giacomo!

  2. Complimenti Enzo!Non sapevo avessi in cantiere una nuova raccolta. Me la procurerò presto e la leggerò con la dovuta attenzione che merita. Molto interessanti i versi qui proposti e gli estratti di analisi.

    Un caro saluto

  3. Marzia e Alessandra si sono assunte un compito difficilissimo, svolto in maniera esemplare. Entrare con entrambe i piedi e tutte le possibilità di senso nel lavoro di Campi, richiede uno studio profondo e attento, ma ancor più amore e dedizione verso un tipo di scrittura che “nasconde” e “restituisce” continuamente significati e richiami alt(r)i.
    Sono felice per questa “nascita”, mi fa pensare che per la poesia ci siano ancora strade sicure da praticare e, quindi, da allargare.

    Enzo, un abbraccio pieno di congratulazioni e auguri … a presto di persona.

    (Francesco … ciao!)

    1. una volta varcata la prima soglia – se c’è comunione d’intenti e di vedute- tutto scorre docile come nel letto del più tranquillo dei fiumi (al di là delle spine che -di tanto in tanto- pungono).

      il nascondimento come restituzione? felice intuizione!

      garzie Nat!

  4. Condivido tutto delle recensioni, ottime, di Alessandra Pagliaru e Marzia Alunni.
    La poetica di Enzo, è complessa e completa.
    le mie congratulazioni per la raccolta che mi riprometto di leggere al più presto.
    un affettuoso saluto a tutti e al caro Francesco.
    cb

  5. Poesia complessa e autentica ( e perchè non dirlo coraggiosa), le letture di Alunni e Pigliaru aprono squarci di riflessione. A Enzo complimenti, mi procurerò il libro merita approfondita lettura. A tutti un saluto.

  6. Restano poche parole ultimata la lettura di questi (anche se pochi) versi.
    Un viaggio di luce e ombra. Un sè estratto ed elevato/interrato a sola osservazione, un pensiero che finalmente sobilla e trattiene più che raccontarsi.
    Provvederò a ordinare il libro, conosco ancora troppo poco l’autore ed è un vero peccato.
    Complimenti sinceri, Enzo, e che in tanti possano leggerti e cibarsi.

    clelia

    p.s. Non facile scrivere un commento decente (senza cancellarlo subito)dopo avere letto anche Alessandra e Marzia! Complimenti anche a voi.

  7. Se per Enzo “…L’urlo designa la cosa…” allora possiamo immaginare quale dono sia un poeta per il mondo. Al critico, o lettore appassionato, non resta che un ruolo di testimonianza, semplice eppure delicato, discreto, ma competente. Sono felice che l’opera di Enzo rientri totalmente in questa meraviglia che si chiama poesia alla quale ho avuto il privilegio di assistere! Un grazie, a chi continua a leggere ostinatamente e commentare sempre i versi dei poeti, senza dimenticarli. Infine un ulteriore ringraziamento ad Enzo e Alessandra, per il sodalizio intellettuale notevole. Marzia Alunni

  8. una raccolta da possedere assolutamente! spero di poterla leggere presto tutta, da questi primi assaggi si scorge un’infinità di motivi su cui riflettere e meditare…grazie Enzo!

  9. mi permetto di aggiungere (o, se preferite, di cancellare) qualche traccia copincollando un commento che lasciai proprio qui sulla dimora qualche tempo fa a proposito dell’opera

    Potrebbe sembrare un paradosso – del resto qui c’è da entrare nelle pieghe e praticarle praticandosi in esse – ma quel “chi” cui accenna la Pigliaru è destinato alla sparizione proprio perché si ostina nella disseminazione di un qualcosa che ci guarda sempre dall’alto e nei confronti del quale si è sempre soggiacenti.
    Sparizione dell’autore nei confronti del testo?
    Sì, è anche di questo che si tratta.
    È l’annosa questione della “sovranità” e della “servitù”. Quel “chi” che “detiene la parola” non è portavoce del proprio ego (“non c’è un ego / meno smisurato di questo // solo un ago arroventato /
    che s’insinua negli incavi tra le dita”) ma lavora con l’ago arroventato che è destinato a incidere la “sola” scrittura, il “solo” verbo (ma anche l’ago ha il suo “cavo”, la cruna da penetrare e in cui respirare, a tutta bocca, l’incomparabile pienezza del vuoto).
    Questo gesto si dà solo ritraendosi, deve nascondere la mano che ha gettato la pietra, forse per pudore, o in segno di riconoscenza verso quel qualcosa che gli offre la possibilità di sparire.
    Rubo una frase da uno dei prossimi libri del ciclo: “ego ex machina / appare solo dileguandosi”. Da qui il pacifico “alterco con se stesso” cui accenna la Pigliaru; da qui anche la necessità di un “tradimento”, sempre imprevedibile e sempre imponderabile. Ma, beninteso, prima di tradire bisogna frequentare e farsi frequentare dal verbo, instaurare un regime di prossimità con esso. L’erranza non può ridursi a mettere un piede avanti all’altro, l’erranza è anche la sosta presso tutte le soglie che compongono il percorso. L’erranza è dunque anche attesa, attesa della venuta in presenza del verbo e della venuta a sé. E se quest’ultima coincide con la sparizione del sé, forse, vuol dire che la strada nella quale ci si es-tende e verso cui ci si protende è proprio quella che, finalmente, trascende qualsiasi punto d’arrivo per dedicarsi al senza-fine di una fine impossibilitata a verificarsi.

    e tutto questo si ricollega allo splendido post di Ermini sulla liberazione estetica apparso (direi impresso) qui qualche giorno fa.
    il senza-fine è l’opera sempre da compiersi.
    e fare opera di sé può -dal mio punto di vista- coincidere con la sparizione dell’autore e l’avvento del “solo” verbo.

  10. seppure tanto “difficile” per me la poesia di Enzo Campi per la sua estrema complessità, non posso non apprezzarla dal profondo e condividerne i commenti intriganti e quelli degli altri intervenuti . Con tutti i miei più sentiti AUGURI per questo nuovo libro
    lucetta f.
    e con un saluto affettuosissimo al re di questa regale dimora.

  11. grande poesia – da lettore e/motivo mi ci ritrovo assai – siamo una piccola eresia gnostico-manichea, vocati a rifondare il mondo attraverso gli interstizi di luce albale che il linguaggio, che ci possiede, ci concede – la tua è una poesia che merita un’attenzione e uno sguardo inconsueti
    ciao, EDL

    se penso che sul Corriere viene recensito il Bevilacqua poeta…

  12. grazie a tutti per commenti, apprezzamenti e condivisioni.
    e grazie anche a tutti quelli che hanno lasciato i loro commenti sulle pagine di facebook.

  13. …une maille a l’endroit et une maille à l’envers…

    contrapposizione come azione che ruota a spirale verso il suo stesso centro (canto) – occhio che scrutando affonda il /nel/ nucleo in una tensione che fa venir meno (nel tanto che schianta addosso) anche chi legge.
    Come dice bene Alessandra la “necessità dell’erranza” nell’armonia che fa del caos la meravigliosa in/forme.

    Lettura che si fa arco e freccia.

    Molto!

  14. Complessa , articolata, riflettuta e laboriosamente ricca di sensi. Mi è difficile giudicare tale complessità; non ne conosce gli antefatti, quel che leghgo sarebbe insufficiente a osare giudizi. C’è l’abitazione delle parole, la loro presa di possesso, , mla sonorità e la maestosità, talvolto da coro greco e a una tragedia mi viene da affermare. Ma ripeto sono sensazioni.
    Narda

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