Enzo Paci: nel segno di Rilke

Andrea Cirolla

“La parola non deve essere la parola che impongo ma la parola che nasce dalle situazioni che in essa si aprono, maturano, emergono verso nuove possibilità. Le torri che si innalzano pure verso l’azzurro paziente del cielo sembrano in attesa, cariche di passato, dei secoli che verranno. Sentire il loro senso, la loro storia nel mondo nel quale hanno vissuto e vivono, nelle relazioni che le costituiscono e che mi costituiscono, è lasciare che parlino; è lasciare che il loro silenzio maturi in un nome, o in un discorso che non sia predisposto; è lasciare che la parola nasca, come nasce in silenzio, e matura, il frutto nel tempo.”

(Enzo Paci, Dall’esistenzialismo al relazionismo, 1957)

     Il nome di Rilke compare per la prima volta sotto la penna di Enzo Paci nell’autunno del 1942. L’occasione è una recensione su “Primato” della raccolta di saggi di Alessandro Pellegrini Novecento tedesco, dove il poeta non è certo menzionato con toni entusiastici. Nel contesto di una considerazione duramente critica sulla recente poesia tedesca (che verrebbe a risolversi in una ricerca intellettualistica dell’arte), Paci gli dedica queste poche parole: «Da quello che potremmo definire “intellettualismo simbolistico” non si libera nemmeno Rilke, che pure è una schietta natura di poeta».
     Passano tre anni e l’atteggiamento di Paci cambia sensibilmente. In una pagina di diario del 21 settembre 1945, scritta tre mesi dopo il ritorno dal campo di concentramento di Wietzendorf, egli si appella così all’insegnamento rilkiano:

è molto più difficile qui […] conservare in sé la libertà, l’indipendenza, ciò che mi fa libero dalla storia. Vivere nell’immanenza portando in sé il senso della trascendenza. […] Devo saper soffrire. Non ho ancora imparato! E maturare come una pianta, maturare nel senso di Rilke. Prima di addormentarmi rileggerò Rilke e ne presento il saluto che lo unisce alla mia speranza – oltre le vicende quotidiane e la tentazione di muoversi in esse, dimenticando un poco, dimenticando troppo, quei due anni vissuti nel regno della verità ai confini con la morte. Rilke mi aiuta a non diminuirmi, a non cadere, a non perdermi.

     Il 3 giugno del 1946 Paci esordisce pubblicamente con uno studio sul poeta tedesco tramite un breve saggio, intitolato La fontana di Rilke. Vi si toccano pressoché tutti i luoghi classici della sua produzione, da Il libro delle immagini alle Nuove poesie, da I quaderni di Malte Laurids Brigge alle Elegie Duinesi, dai Sonetti a Orfeo fino alle Lettere a un giovane poeta e le Lettere a una giovane donna. Il celebre tema rilkiano della morte di Orfeo risulta fondamentale anche per la ricerca di Paci: «le cose del mondo non vivono, o vivono di una falsa vita, di cui devono morire, per ritrovare davvero se stesse nel seno dell’antica sorgente: […] “Solo perché, sbranato, lo stormo feroce si sperse, oggi, udiamo: e una bocca ha in noi la divina natura” (Son. a Orfeo, trad. Errante)». A conferma dell’unità della poesia di Rilke, lo stesso motivo viene rintracciato nelle Elegie Duinesi: «“Terra, non è questo dunque il tuo volere: in noi risorgere invisibile? Terra! Invisibile! Quale è, se non metamorfosi, il tuo fermo comando?”. (Nona Elegia, trad. Traverso)». E ancora nelle Lettere a un giovane poeta: «“Condurre a termine e poi generare: è tutto qui. Bisogna che lasciate maturare in voi ogni espressione, ogni germe di sentimento, nell’oscuro, nell’inesprimibile, nell’incosciente, in queste regioni chiuse alla comprensione. Attendete con pazienza e con umiltà l’ora della nascita”. […] Le cose rinascono dunque nella parola, nel grembo materno al quale ritornano l’uomo e la natura. […] maturare, nascere. Maturare: reifen. È forse il verbo più tipico di Rilke».
     Il tema del “maturare” verrà ripreso l’anno dopo nel saggio “Rilke e la nascita della terra”, compreso in Esistenza e immagine, volume che concretò gli interessi di estetica approfonditi nel biennio di prigionia, e dove La fontana di Rilke confluisce parzialmente. Qui la lirica Annunciazione dal Libro delle immagini va a sostituire in quanto a centralità il ruolo prima svolto da Fontana romana (inclusa nelle Nuove Poesie). E soprattutto, il paragrafo finale pone in estrema evidenza il fulcro dell’interpretazione paciana: «Esso si potrebbe enunciare così: il mondo dell’esistere, nell’angoscia della sua inconsistenza, deve morire ed aprirsi all’assoluto: da questa morte, attraverso il dolore, nella parola e nell’umiltà dell’opera umana, rinasce il mondo, tutto trasfigurato nello spirito, o, meglio, qui, il mondo nasce a se stesso per la prima volta».
     Il tema è ripetuto in tutti gli altri saggi che compongono Esistenza e immagine, e sta del resto a fondamento dell’intera meditazione paciana. Allargando la visione, la tematica della “rinascita della terra nell’uomo” appare come una riproposizione della dialettica insolubile tra valore ed esistenza, essere e non essere, una legge che è guida maieutica per l’uomo, il quale dovrà affrontare «almeno una volta nella vita […] il salto nello spirito».

La missione dell’uomo si rivela qui come il compito di trasformare l’esistenza in verità nell’intimo della sua anima: […] questa nascita della terra nello spirito è ciò che abbiamo indicato come incontro tra l’esistenza e la verità ideale, tra immanenza e trascendenza […]. Su un piano filosofico non dovrebbe essere troppo difficile tradurre questa intuizione rilkiana. Non è per Croce l’arte la forma aurorale dello spirito? Non è solo perché alla base di tutta la sintesi spirituale c’è l’arte che la sintesi è possibile? Non è l’arte che rende possibile la sintesi teorica e, quindi, la sintesi morale?

     Della funzione creatrice dell’arte Paci si era già occupato nei Principi di una filosofia dell’essere nel 1939. L’arte, come momento particolare del movimento circolare dello spirito, vive nei Principi della stessa dualità rintracciata in Esistenza e immagine: forma e materia, espressione (la legge del giorno) e liricità dell’arte (passione della notte), apollineo e dionisiaco. Nell’arte la fenomenologia dell’essere ha uno dei suoi snodi cruciali, è momento creatore che innalza l’esistenza fino a mutarla, a maturarla in forma, idea, valore. Rivivendo nel particolare la stessa dialettica del generale, il fenomeno artistico è ciò che permette l’identità di visione (l’immagine) e di essere (l’idea), pur senza risolversi in quest’ultimo; esso permane come movimento eterno, rappresentato nei Principi dalla legge trascendentale.

(Leggi l’intero saggio in “Quaderni delle Officine” (XV), Percorsi dell’estetica paciana)

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