Via Stradella. Sera estiva.

David Ramanzini

“Un tempo i lettori si contentarono d’una lettura non cattiva, poi volsero eccellenza, appresso desiderarono maraviglie, ed oggi cercano stupori; ma, dopo avergli trovati, gli hanno anco in fastidio, ed aspirano a trasecolamenti ed a strabiliazioni. Che dobbiamo noi fare in così schivo tempo ed in così delicata età e bizarra, il cui gusto si è tanto incallito e tanto ottuso che oramai non sente più nulla?”

[T. Stigliani, 4 marzo 1636]

 

Via Stradella. Sera estiva.
(2009, inedito)

1.

Non ho idea se ai tuoi occhî
Franchi da ultroneo velo
Mostri il mondo colori,
E strade, alberi, cielo
Come avviene a me tocchi
La rètina la luce; estuosi ardori
Spiegano in parte ciò?, ossia l’impellenza
Per cui (è detta da altri dipendenza)
Fermarmi mai non posso?,
Ma ovunqu’io guardi è dominante il rosso.

 

        2.

        Svacantata la via,
        Àgita immateriali
        Streghe un malvagio incanto
        Nel lume dei fanali.
        Rossa è la bramosia,
        Come la rabbia, e del tiranno il manto:
        Perché ciò che nel sangue arde, e procede
        Dal sangue, prima o poi sangue richiede
        (Come con la siringa:
        Prima s’estragga; e solo poi si spinga).

 

3.

È per questo che appare
Di scarlatto imbibito
Tutto?, per quanto bianche
Battano sul granito
Roseo, a quel che pare,
Le ciocie estive delle ciane stanche;
Sia giallognolo il lume dei lampioni;
Verdi le ajuole; le panche marroni;
E io, che con impaccio
Cammino, certamente bianco-straccio.

 

        4.

        Giusto è che in tinta unita
        Si mostri intero il mondo
        A chi fa gioco intera
        D’autocrate iracondo
        La sfondolata vita;
        Giusto è chi non desidera e non spera,
        E per tedio chiamò un chimico oblio,
        Impari a spese sue a servire un dio;
        Che, già preda al disgusto,
        Provi infiniti e sete e gaudio; è giusto.

 

5.

Giusto è che, indifferente
Prima al suo stesso fato,
Il mondo, in stato odioso
Avendo abbandonato
La follia adolescente,
Ne porti in contrappasso il peso esoso
D’inquieti spettri, più che inquiete vite,
Lampi infausti, meteore impazzite;
Di quest’Astrea è lo specchio
Chi poi vien grande in fretta, e non mai vecchio.

 

        6.

        Giusto è, in perenne viaggio
        Dal faticoso frutto,
        Che questi di tiranna
        Impresa pulitutto,
        Catena di montaggio,
        Sfugga subproletaria alla condanna;
        Che privo di famiglia e agro salario
        Nel suo corso mendìco e solitario
        Di ciò faccia man salva
        Ch’arduo è al coetaneo obeso e testa calva.

 

7.

Non solo il dio concede
Teriaca alla noja
In cambio delle offrande
E di torbida gioja
Alcune ore provvede,
In pegno di tante ore miserande;
Dio, prende per sé il grasso, e sotto pelle
Fa alle ossa rilevar linee più belle;
Mi cava i denti,
Ma m’orna il labbro di capziosi accenti.

 

        8.

        Avido e generoso,
        Metropoli mi stende
        Intere il nume al piede;
        I cinque sensi accende,
        Strappa agli occhî il riposo,
        E in cambio, tutto ciò, della mia fede.
        Se è in me, paga ad usura ogni mia brama;
        Se non è, odo che orribilmente chiama;
        Doppio fuoco al mio interno,
        Se empireo non m’accende, arde in me inferno.

 

9.

Il rosso è di quel fuoco?
Fiamma che ha doppio corno,
Uno l’appagamento,
L’altro l’ira, lo scorno
D’esser del nume gioco,
Perch’anche è fuoco, e fuoco arde, il tormento:
Coessente al mio flettermi umiliato,
Ch’è pena; ma, spessissimo alternato
A qualche furto scaltro
È alleviato, e al succedersi d’un altro.

 

        10.

        Da minuscola sfera
        Di virtù avvelenate
        Ho le gemme disciolte
        Su fiamme improvvisate,
        Usando quel che c’era,
        Venti seimila cinquecento volte;
        Più haschisch, canapa, & spiriti che feci
        Scorrer, fumare sù per altre dieci:
        Corso ben ricco e vario
        In vena mi fa scorrere un erario:

 

11.

Vena, ossia fiume, in cui
Da mille are ondeggianti
Di corolle inostrate
Colano inebrianti
Essenze; regni buî
D’Efesti avari, e di caverne aurate.
Dir che ho la scimmia in spalla è improprio e vago:
Gli gnomi ho dentro, e m’è custode il drago.
Nuovo Giasone provi:
L’assopirà; ma mai ch’oro in me trovi.

 

        12.

        Quanto tra fauci al fisco
        Integra cade, e grezza
        D’un intero Paese
        La solida ricchezza
        Nei miei sei lustri unisco:
        Ne risentì il Tesoro, e non l’apprese!
        Pure questa mia dote prodigiosa
        S’esercita soltanto in una cosa;
        Ché contr’ogn’importuna
        Altra mia fame, io non ho forza alcuna.

 

***

16 pensieri su “Via Stradella. Sera estiva.”

  1. @ Natàlia, sono riuscito a recuperare il cappello, del 14 novembre 2009, all’ode; se ci fosse stato, anche in sunto, ti avrebbe risparmiato la penosa conta delle sillabe, perché vi è detto perché e percome; precisazioni sicuramente non inutili al lettore non competente:

    Quella che segue è un’ode, che utilizza lo stesso metro della “Fata morgana” del Lubrano (abcbaCDDeE), configurandosi è come un tributo, e come una specie di “ode dal vero”, che improvvisai l’estate scorsa su quel che mi vedevo intorno di fatto, da mandare a rebstein per Francesco Marotta che m’aveva fatto richiesta di qualche mio componimento, preferibilmente non già lanciato in rete.

    Rimasto molto insoddisfatto (come adesso, se è per quello) del risultato, continuai nel corso di mesi e mesi a rimandare la pubblicazione, dal momento che essa ode mi pareva un po’ squilibrata in certe parti, e, trattandosi di poesia non solo “materica”, come alcor la definirebbe, ma anche in gran parte narrativa, aver bisogno di alcune aggiunte. Per un motivo o per l’altro, nel frattempo, la musa andava repugnando da certe soluzioni stilistiche, né mi pareva più possibile aggiungere stanze di raccordo senza creare discontinuità se non laceranti stonature.

    Ne era ormai prevista la pubblicazione, sempre su rete, è ovvio, per la fine di questa settimana, completa o non completa che fosse; Marotta mi disse due giorni fa aver trovato una copertina adatta al pdf che avrebbe voluto farne, e che m’avrebbe lasciato agio di correggere più innanzi, quando avessi ritenuto, il già pubblicato; questo per non lasciare a morir di desiderio di leggerla coloro che, dopo l’annuncio già fattone tempo & tempo fa, ne facevano instante richiesta – aspettandosi non so chissà che cosa.

    […]

    L’ode, però, così com’era, era troppo vergognosa di comparire; nonostante i punti di saldatura rimangano per me visibili, e non era evitabile, ho dovuto necessariamente forzarmi aggiungere 5 stanze alle 40 che già c’erano; dato che la qualità del verso, che l’estate scorsa mi parve quanto di meglio potessi produrre, e senz’altro in parte era, oggi mi pare modestissima cosa, è meno penoso per me sacrificare alcunché dell’armonia all’organicità del narrato.

    Nel complesso avverta l’eventuale & benigno, ma anche maligno, Lettore che non sto offrendo alla sua discrezione altro parto che dell’orsa; orsa che, per restare in metafora, ha lasciato però orfano l’orsatto appena nato, aegre partus, senza fare in tempo a forbirne le fattezze, come suole, con la ruvida lingua. Se d’altro è capace questo plettro che non di queste produzioni in fondo tumultuarie, se esse stesse possono essere state gradino a maggiori salite, si vedrà nel futuro, salvo che imprevisti o disgusti non vengano a sconcertarmi i piani.

    Mi stia bene chi mi vuol bene; & gliela bacio.

      1. Siamo decisamente alla frutta, direi.
        [Un giorno ci sarebbe, magari, da ridire, e più d’assai, su questi affetti di rete, tanto più prolificantisi quanto meno verificabili e desiderati; ma è malcostume, se è per quello, anche del mondo ‘reale’, e forse nulla di rimediabile (certo non da me), per cui meglio lasciar correre.

      2. Anfiosso, il mio commento rispondeva a questo “Mi stia bene chi mi vuol bene; & gliela bacio.”, se non hai senso dell’umorismo non è affar mio. Per quanto mi riguarda ti ho sempre riconosciuto grandi meriti e ti ho sempre trattato con rispetto, poi, se proprio vuoi esserci mandato rivolgiti altrove, non ho la minima intenzione di mandartici.
        cordiali saluti.

      3. Natàlia, sai alla perfezione che la mia irritazione nasce dal tuo primo sciocchissimo commento. Mi piacerebbe sapere, prima o dopo, se hai capìto di aver sostenuto una gratuita stronzata – ma non so nemmeno se dopo aver consigliato il labor limae a Ottavio Fatìca [cristo!] riconoscesti di essere quella garrula pica che sei o se ti ostinasti: nel caso della seconda che ho detto m’immagino che cosa spetti all’umile sottoscritto. Comunque non ti scomodare: stavolta, con tutto il cuore, ti ci mando io.

      1. Che dirti? Riconta. Non so, esistono esperti di sillabe? Potevo o no essere come minimo indotto a pensare a una specie di provocazione? Già al primo postaggio qui sopra un’ineffabile professoressa delle medie lamentava “incertezze ritmiche” – evidentemente si aspettava la vispa teresa o brava brava mariarosa, e non ha mai letto Dante (non dico tanto) – salvo aver postato sul suo blog un disarmonicissimo sonetto della Terracina, naturalmente senza avervi incontrato ‘incertezze ritmiche’, presumibilmente perché l’aveva trovato su un libro ed è roba di mezzo millennio fa, e non una cosa trovata in rete di un vivente. Poi, probabilmente fuorviata da una versificatrice amica sua, particolarmente incompetente e stronza, anche alcor ha avuto che ridire che ‘inciampava’ qua e là alla lettura dei miei versi. Infine ti ci metti anche tu, è diventato uno sport imbecille, dài! A questo fare le oche, del tutto gratuitamenjte, s’intreccia poi un altro problema, che è la genuina ignoranza in materia. Mik sono dovuto insomma accorgere che, di là anche dalla piega, particolarmente offensiva e stupida, che la cosa ha assunto nei miei confronti, siete in generale incapaci di affrontare la lettura di un sonettoi. Io m’illudevo di parlare se non a tutti almeno a moltissimi, diciamo pure alla stragrande maggioranza, e mi ritrovo cultore di un genere del tutto estraneo all’esperienza dei miei simili. Solo questo sarebbe di per sé abbastanza deprimente, se ci aggiungi anche la malafede o lo psittacismo da ballatojo, diventa veramente un giochìno imbarazzante. Ma ti pare che possa capitarmi un settenario di sei sillabe? E – scusa, non voglio fare il sublime – quando leggi un mio componimento la cosa migliore che riesci a fare è contare i piedi? E quand’anche fossero stati tutti ‘giusti’ secondo il tuo discutibilissimo parere, che cosa facevi? Mi scrivevi dal sei al sette sul sedere?

  2. [Mi affretto a chieder venia per i numerosi refusi, prima che ti metti a rifar la conta anche di quelli, ma purtroppo a causa di difettosa schermata vedo solo una parte di quello che scrivo. Spero che almeno questo mi sia perdonato].

  3. ma guarda, Anfiosso, sono talmente schifata dalle tue risposte che mischiano capre e cavoli, da chiudere e starmene mille anni luce lontana da questo mondo di merda. Un sonetto, un settenario, un endecasillabo sono una cosa, il mondo, le persone, i rispetti altra. Scelgo l’altra.

  4. Controrisposta, va senza dire, totalmente delirante – e radicalmente indipendente dall’essenza di quello che ho detto, che dovrebbe essere chiara per tutti. Io mancare di “rispetto”? E che rispetto, quello per l’integrità dell’interlocutore (su quella psichica, a questo punto, non giurerei di averci mai avuto che fare) o si sta parlando di deferenza? Vai dove vuoi, ché per me è proprio lo stesso.

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