Un guanto

Aleš Šteger

Aleš Šteger è tra gli autori delle nuove generazioni forse il nome più conosciuto, nel mondo letterario, al di fuori della Slovenia. In Germania, in particolare, anche se la sua raccolta di saggi ‘Berlino’, edita da Zandonai, ha permesso di farlo conoscere anche al pubblico italiano.
Šteger è essenzialmente un poeta. Ed un viaggiatore. In un suo libro antecedente ‘Berlino’ aveva raccontato un suo viaggio in Perù, nella sua penultima fatica letteraria ha invece scritto di altri luoghi, non necessariamente fisici. Il libro si intitola ‘S prsti in peto – O prostorih’ (Con le dita ed il tallone – Sui luoghi). Sono undici riflessioni sui movimenti nel fiume carsico della durata, sulla variegata multiformità dei mondi incontrati. In ognuno dei luoghi, siano città lontane che la soglia di casa, Šteger respira con gli occhi, ascolta con le piante dei piedi, e con il suo inconfondibile accento racconta le stazioni del suo errare.

Il testo che segue è la testimonianza poetica di un vero e proprio viaggio, compiuto a piedi nel 2007, attorno ai confini della Slovenia. I luoghi non sono tutto ma sono essenziali, specialmente se divisi da cuciture che per decenni, forse secoli, hanno condizionato la storia dei loro abitanti. Essere minoranza, essere di qua o di là, cambiare passaporto ma restare fermo immobile, riconoscersi in un lingua piuttosto che in un’altra, oppure in ogni lingua parlata, sono i connotati di un racconto da seguire, davvero, passo dopo passo.

Aleš Šteger

UN GUANTO

(Nota introduttiva e traduzione a cura di Michele Obit)

Ogni inizio è una minoranza.
Ogni testo letterario è minoranza della lingua nella quale è scritto.
La lingua lo riveste come la pelle dei vecchi.
Più flessibile della letteratura che trascrive i suoi margini, li rimuove.
Anche se questa letteratura viene creata in una lingua letta da tante persone.
Come se la pelle e la poesia non si sovrapponessero.
La lingua della letteratura è la lingua dell’inizio, la lingua di una minoranza.
Se la lingua della letteratura è scritta contemporaneamente in una lingua con un piccolo numero di parlanti, la minorità è duplice.
In questo senso intendo la lingua come un’interfaccia.
Posta tra io e lo spazio che l’io riveste, c’è la lingua.
Con la lingua l’io entra in contatto con lo spazio, se ne impadronisce, sposta le cose nello spazio, costruisce e demolisce.
Con la lingua lo spazio entra in contatto con l’io, se ne impadronisce, sposta le idee che formano questo io, costruisce e demolisce l’io.
La lingua della letteratura è tattile.
L’io rastrella, è un tentativo di rastrellamento.
L’io è il tentativo dello spazio di costituirsi.
Quando una lingua si muove nello spazio, quando diventa discorso, quando il discorso attraversa lo spazio, i suoi passi carrai e marciapiedi, il suo asfalto, i cubi di granito, i rifiuti e l’erba, l’io indossa i guanti.
E quando parlo, mi muovo in maniera da camminare lungo le mani inguantate.
E quando camminiamo per le mani, abbiamo il cielo come un baratro sotto i piedi.
Questa idea l’ho presa a prestito da Paul Antschel, che nel 1946 passò per la Slovenia.
La Slovenia allora era parte della Jugoslavia e Paul Antschel, mentre passava per i luoghi dove le persone indossano i guanti della lingua nella quale scrivo, cambiò i suoi guanti.
Paul Antschel era uno che possedeva più paia di guanti.
I guanti erano anche l’unica cosa che gli era rimasta nella lunga marcia da Bucarest a Vienna.
I guanti e la nuda vita.
Si tolse i guanti della lingua tedesca, li rivoltò e li reindossò con la parte interna di fuori.
In questo modo Paul Antschel divenne Paul Celan.
Anche Paul Celan prese in prestito qualcosa.
Pare che il prendere in prestito sia tra le attività principali delle persone inguantate.
Chi parla è in debito ed allo stesso tempo rilascia un titolo di credito.
L’orecchio è l’organo degli affittuari del debito, la bocca è l’organo di chi impresta.
E le tracce degli scambi, materiale di debitori e prestatori, si intessono indietro nel tempo.
La storia forse non è null’altro che il tentativo di ricostruire l’intreccio degli scambi.
Come se scegliessimo un solo capello nel salone del parrucchiere un sabato pomeriggio, quando c’è più gente.
A terra c’è un mucchio di capelli.
Uno si appiccica al mio guanto destro.
È mio?
Lo sollevo alla luce.
Di chi è?
Su quale testa è cresciuto?
Dove?
Nel nostro caso, nel caso degli indebitati a mille, che instancabili rilasciano titoli di credito, non è possibile fare bancarotta.
Non è possibile impedire che il debito aumenti.
Stanti tutti i testi, tutte le librerie, tutto ciò che ricordiamo, ciò che non riusciamo a cancellare dalla memoria.
Anche i sordi sentono.
Il silenzio assoluto non esiste.
Si può solo tacere.
Ma gli uomini calvi continuano a parlare.
Fanno domande.
Le persone rapate a zero spesso non hanno più questa possibilità.
La possibilità di attraversare lo spazio con la lingua viene loro negata.
La lingua viene loro negata.
Privati dell’ultimo guanto.
Chi è a mani nude sta dietro un filo spinato.
Tutti conosciamo i quadri di questi uomini che fissano da dietro il filo spinato.
Dei quadri provenienti da diversi tipi di campi di concentramento.
Siamo diventati insensibili a questo genere di immagini.
Siamo diventati insensibili agli incontri con persone che non parlano.
Siamo abituati alle persone mute.
Abbiamo individuato, per loro, degli spazi chiusi.
Spazi dai quali solo qui e là giunge qualche voce.
Chi cammina sulle mani, chi gode del privilegio di indossare i guanti.
Chi cammina con la testa all’ingiù e con il baratro del cielo sotto i piedi.
Chi si aggrappa a questo mondo, sapendo di doversene andare in qualsiasi momento.
Chi tocca la pelle, rivoltata all’infuori.
A questi l’orecchio cresce.
A questi l’udito si sviluppa verso coloro che non parlano.
Si sviluppa l’udito per il ricordo della terra dove si trova, mentre noi passiamo accanto.
Si sviluppa il movimento, con esso solleva il capello che un soffio d’aria ha appiccicato al guanto, lo trasporta verso la luce.
Tenta di seguire la testa sulla quale il capello è cresciuto.
Non so cosa ho percepito di così spaventosamente e meravigliosamente definitivo al pensiero che il guanto potesse lasciare per sempre quella mano.
Racconta André Breton in Nadia.
Questa è una delle teste attraverso cui è cresciuto quel capello.
Un capello senza inizio? Privo della prima testa?
Un capello senza testa con l’idea sul primo, sull’eletto, sul superiore.
E sulla mia testa esiste poi la traccia del sottile, quasi trasparente luccicare di questo capello?
Chiudo gli occhi.
Intreccio di immagini, superfici più chiare e scure, luoghi, luoghi.
Cerco di ricordarmi il marzo 2007.
Leipzig.
Durante una lettura avevo perso un paio di guanti.
I guanti li avevo avuti in regalo da una persona amata.
Erano, come tutti i guanti, molto più che guanti.
Erano un’interfaccia.
Non suona strano, dunque, che perdere quei guanti sia stato simile ad una dislessia.
Sono uscito dal taxi nella neve ed i guanti non c’erano più.
Come una lettera che di colpo scompare dalla parola.
Come una parola priva della lettera scomparsa, che di colpo modifica il senso della frase.
Come una frase che per via dell’errore nella parola d’un tratto avvampa, diventa visibile.
Come il fratello gemello della frase rovente, come la vecchia frase con la lettera mancante nella parola modificata, che scompare dalla testa.
Per due giorni ho cercato i miei guanti.
Ho rintracciato il taxi.
Sono tornato all’hotel.
Sono tornato al ristorante.
Sono tornato alla biblioteca dove avevo tenuto la lettura.
Ho chiesto al cameriere, alla reception, alla donna delle pulizie, al tassista.
Niente.
Nessuno che parlasse di guanti.
Nessun contatto.
Nessun attraversamento dello spazio.
Ero paralizzato, come sospeso tra la terra ed il cielo.
Attorno a me si erigeva una recinzione.
La terza sera ero seduto ad un bar con degli amici.
Era quasi mattino quando il discorso cadde sull’idea di ciò che si getta via.
L’idea dei rifiuti.
L’idea del riciclaggio.
L’idea delle favelas, costruite sui rifiuti.
L’idea della conservazione artificiale del cervello dei morti.
L’idea dell’evoluzione.
Il vecchio nel nuovo, il morto nel vivo, quanto è rifiutato in quanto si usa, quanto è di troppo in quanto è insostituibile.
Uno dei presenti fa l’esempio dei guanti che ha trovato tre sere prima sulla balaustra della biblioteca.
Guanti neri con cuciture marroni.
Schiacciati e sgualciti, stavano sulla neve.
Ora si stanno asciugando nella sua stanza d’hotel.
I miei guanti.
Come per miracolo.
Come per l’affinamento delle prospettive.
Averli di nuovo.
Come se non mi avessero lasciato attraversare mai più.
Attraversare il mutismo.
Come se perdendosi avessero voluto imprimere l’obbligo della mia attenzione.
Cosa accade perché qualcosa di irrisoriamente piccolo possa ottenere un valore immenso?

[…]

Leggi il testo nella versione integrale.

***

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7 pensieri riguardo “Un guanto”

  1. Sono molto contento della traduzione di questo testo di Ales, ringrazio dunque Michele e fm per averci dato la possibilità di apprezzarlo.
    Francesco t.

  2. Molto contento anch’io di aver potuto leggere questo buon testo.
    Su un passaggio avrei una questione da chiedere, chissà se l’autore ha modo di leggerci. Steger scrive che Celan passò per la Slovenia nel 1946. Ma stando alla cronologia di Mario Specchio nel Meridiano Mondadori dedicato a Celan, *la lunga marcia da Bucarest a Vienna*, che è quella cui fa riferimento Steger, avviene a partire dalla metà del dicembre 1947, *un viaggio avventuroso, alternando tratti a piedi ad altrettanto estenuanti percorsi ferroviari, […] passando per Budapest*. Così prima di tutto mi sorge un dubbio sull’anno. Ma dando un’occhiata alle cartine – e alla durata del viaggio, dato che Mario Specchio fissa al 17/12/1947 l’arrivo di Celan a Vienna, e “metà di dicembre”–>”17 dicembre” fa al massimo 3 giorni – mi sorge un dubbio anche sul passaggio in Slovenia come probabile tappa della *lunga marcia*: è piuttosto fuori mano, oltretutto se Celan passò anche da Budapest, che imprime al viaggio una traiettoria precisa e distante dalla Slovenia (una traiettoria che avrebbe fatto percorrere circa 1.058 km, già di per sé molti per un viaggio di 2/3 giorni fatto di lunghi tratti a piedi, figurarsi a deviare verso anche la Slovenia).
    Sintetizzando: sarebbe interessante sapere qualcosa più della sortita slovena di Celan. Io credo che se ci passò non fu durante la *lunga marcia*, poco probabile anche nel 1946, se pure non si trattasse di una retrodatazione preterintenzionale della marcia stessa. Qualcuno dei lettori ne sa qualcosa?

  3. In effetti, Andrea, il 1946 sembra improbabile; altrettanto, a rigore di logica, di tempi e di distanze, anche il 1947.
    Ma le “ragioni” della poesia, si sa, seguono strade che con la logica, i tempi e le distanze hanno sempre poca o nulla familiarità. Immagino che sia così anche in questo caso. Forse. Magari l’autore e il traduttore ci daranno ragguagli che ignoriamo. In ogni caso, che Celan abbia indossato o meno i “guanti” sloveni, questo testo rimane un’autentica meraviglia: più lo leggo e più me ne convinco; più lo leggo e più sono persuaso che Šteger è un grandissimo poeta.

    fm

  4. Ho girato la questione a Šteger, che mi ha risposto. Riporto testualmente: probabilmente Celan è andato a Vienna passando per l’Ungheria, a pochi chilometri dall’attuale territorio confinario. Quindi in realtà la Slovenia l’ha solo sfiorata. (m.o.)

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