Un’altra Praga

Sergio Corduas
Francesco Jappelli

Quello di Francesco Jappelli e Sergio Corduas è un percorso inedito, un viaggio non solo fotografico, in una Praga “né magica, né tragica”, ma “altra” dagli stereotipi di una certa retorica letteraria e dall’immaginario collettivo che gravitano da sempre intorno a questa città. 31 immagini scattate tra il 1983 e il 1988 che rivelano una Praga come spazio urbano quasi completamente svuotato dall’elemento umano. Scorci di strade solitarie, edifici decadenti ma integri nella loro antica regalità, inquadrature in bianco e nero, quasi radiografie, dell’anima complessa di una città assorta sotto un cielo onnipresente e diafano. I testi di Corduas [scritti tra il 2009 e il 2010 – ndr], affiancati alle immagini, analizzano con conoscenza profonda e particolare sensibilità quanto la pellicola non può dire, contribuendo a rendere più viva l’interpretazione originale di “un’altra Praga”.

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Jukumu Letu

Silvia Comoglio

Esistono luoghi che più di altri sanno mostrarti la durezza della vita con maggiore concretezza e, oserei dire, limpidezza. Succede a Mathare, per esempio, la baraccopoli che sorge a Ngong Hills, non lontano da Nairobi. Nei sentieri stretti e spesso fangosi di Mathare niente è edulcorato o si traveste e maschera per rendere meno riconoscibili il degrado, la difficoltà di vivere e il linguaggio della violenza che si percepisce in questo spazio. Mathare è un incastro di baracche di lamiera, in cui in un’unica stanza abitata da sei-otto persone puoi vedere ammassati tavolo sedie, avanzi di cibo e stoviglie, gatto e neonati. Fuori da questa stanza è un labirinto di sentieri cosparsi di rifiuti. Ed è qui, tra rifiuti cani randagi e scoli di acque putride, che vivono i bambini di Mathare. Continua a leggere Jukumu Letu

Archeologia del fantastico

Valter Binaghi

Mundus Imaginalis

Prefazione

“…l’idea che la divinità possieda la potenza di immaginare, e che, immaginandolo, Dio abbia creato l’universo; che questo universo sia stato tratto da Dio dalle virtualità e dalle potenze eterne del suo proprio essere; che esista fra l’universo dello spirito puro e il mondo sensibile un mondo intermedio, mondo delle Idee-Immagini, mundus imaginalis…”
(Henry Corbin, L’immaginazione creatrice, 2005)

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Scritture dal silenzio

Marco Ercolani
Giuseppe Zuccarino

     L’instabilità dell’opera

Manganelli diceva: «Scrivere è un compito impossibile, ma deve essere eseguito». Ed è di questo compito che ci parla il libro di Giuseppe Zuccarino, La scrittura impossibile (Genova, Graphos, 1995), attraverso una serie di saggi su alcuni personaggi-chiave del Novecento, da Manganelli a Klossowski, da Barthes a Blanchot, fino ai meno noti Villa e Fénéon.
Il rapporto arte-opera intriga da sempre il critico. È noto che alcuni autori hanno lasciato incompiuti o frammentari alcuni dei loro capolavori (vedi Kafka, Musil, Novalis). Altri, invece, si sono arresi a un’opera che li portava ai confini di se stessi e si sono uccisi o sono impazziti (Nerval, Kleist). Altri, ancora, come Rimbaud e Walser, hanno smesso di scrivere. Continua a leggere Scritture dal silenzio

Dialoghi con nessuno


Natàlia Castaldi
Enzo Campi

[….] C‘è un‘assenza di tempo nella solitudine, un‘assenza di spazio, che traduco in parole come una continuità sospesa, dacché anche ciò che circonda la solitudine appare sospeso, astratto nel tempo e nello spazio, e dal tempo e dallo spazio della sua oggettiva presenza.
È come se non ci fossero silenzio e rumore, o meglio è ininfluente che ci siano, poiché tutto ruota entro la sfera di un‘estraneità di oggetti e fatti.

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Molteplicità e identità

Rosa Pierno

MOLTEPLICITA’ E IDENTITA’

Lo si afferra di colpo. Si comprende senza passi logici, senza sapere come ci si è giunti, da quale giro sul tabellone dell’oca, per quale colpo di dadi. Tuttavia comprendere, qui, non è legato allo scopo da raggiungere, alla strategia da attuare. Si comprende di colpo e di colpo si perde. A causa della medesima natura dell’amore.

E’ l’amore stesso. Senza stare a cercare nessuna esterna spiegazione. Perché si è arrivati a questo punto e mai più si ritornerà a come si era prima: un solo respiro, un moto similare, un gemito all’unisono.

Mi pare di comprendere e allo stesso tempo di non comprendere come l’amore possa piegarsi al non amore. Come il non amore non estingua l’amore. Osservo che una costante oscillazione tra me e te attraversa i concetti di difesa e dignità, di crudeltà e pietà. Ribellarsi e accettare condividono il medesimo ondeggiare e mi viene il mal di mare.

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Tiro con l’arco

Mario Bertasa

“Testi che cominciano in un punto e si trasformano più in là, riscritture e ripensamenti, inquietanti ricorrenze, ma anche improvvisi lampi sulla vita di ogni giorno, le tende in lavanderia che lasciano nude le finestre, un compleanno, l’idea di iscriversi a un corso di tiro con l’arco. Finalmente l’irrequieta ricerca di poesia e linguaggio che Bertasa porta avanti da anni si realizza in un libro compiuto che ad ogni pagina però sembra ancora volersi espandere, saltar fuori, riprendere la riflessione, tornare indietro, un libro liquido, instabile nel suo fluire, inesorabilmente preciso ad ogni pagina, ad ogni data.” (Valentino Ronchi)

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La vendetta della maga

Giuseppe Zuccarino
Pascal Quignard

Al ripensamento dei miti greci è dedicato anche un altro volumetto [dopo Boutès e Lycophron e Zétès], sempre incentrato su un singolo personaggio, in questo caso Medea(1). A prima vista, si tratta di un piccolo lavoro d’occasione, destinato a uno spettacolo rappresentato per la prima volta nel 2010. Gli interpreti erano lo stesso Quignard, nelle vesti di lettore del proprio testo, e la danzatrice Carlotta Ikeda, che nella sua lunga carriera di coreografa ha mostrato di saper unire il butoh giapponese alle tecniche di danza contemporanea occidentali. In realtà l’argomento scelto, vale a dire il personaggio di Medea, è ben radicato nell’immaginario di Quignard, specialmente grazie alla sua conoscenza delle letterature classiche. Continua a leggere La vendetta della maga

Ernest l’inimitabile

Antonio Scavone

L’abbiamo visto moltissime volte nei suoi ruoli abituali di vilain. Grosso, tarchiato, con occhi sinistri da camaleonte, lesto ad attaccar briga, pronto a tradire: stiamo parlando di un caratterista del cinema americano che, con la modestia di un impiegato, ha portato sullo schermo personaggi antipatici ma che ha lasciato per ogni “cattivo” segni inconfondibili della sua personalità, del suo physique du rôle, del suo talento interpretativo. Stiamo parlando di Ernest Borgnine, figlio di emigrati italiani (Borgnino), ora quasi centenario.
     L’abbiamo presente come omaccione terribile e molesto (il Bart di Johnny Guitar), guardaspalla rissoso (il Coley di Giorno maledetto), capotreno maligno (Shack de L’Imperatore del Nord) ma non ne abbiamo dimenticato l’altra faccia, quella più inconsueta e tuttavia tipica del suo palmarès: la faccia contadina di Shep di Vento di terre lontane con Glenn Ford, o quella paffuta del fattore amish che esita ad aiutare Victor Mature in Sabato tragico per arrivare alla consacrazione di quel Marty Piletti che gli valse l’Oscar nel 1955 per il film di Delbert Mann Marty, vita di un timido. Continua a leggere Ernest l’inimitabile