Il mai neonato

Livio Borriello

Il mai neonato

Io sono la stessa persona, la stessa persona che percorre i miei infiniti, consecutivi, instabili corpi, la stessa persona che informe, molle, sequestrò aria in sé al primo respiro.
Io la sono: nel grigiore delle 5, su un aereo del 2020 – forse sbriciolato – durante l’orgasmo, la cosa che irradia da me un moncone di nervo senziente, trasfigurito nella persistenza. Io forse rientro ogni istante in me stesso, in questa cosa che non è altro che una successione, l’ostinazione in certi punti contigui e coerenti dello spazio, di certe altre cose – che abbandono per lunghe apnee da me, durante il sonno, l’amnesia, la sedazione, la follia.
Quel che, quel chi, quel sostituirsi e embricarsi di un aggrappo di cellule all’altro, di uno stato del mondo in un altro stato, che non sono, mai, io. io sono lo scalcarsi e reinvaginarsi, il desistere e reincarnarsi – io sono quel posto concatenato e fluido. io labilmente duro, evanescendo esisto. mica me, mai me. prima che il neonato fosse.
Certe strutture, certa carne, certi neuroni, sufficientemente stabili da darmi il tempo di essere io, da darmi il tempo di appoggiare il verbo essere a qualcosa, consentono questa fioca allucinazione. e il deposito della memoria ritiene queste posizioni, e mi riconosce.
Io vidi, ieri, la foto di uno, paffuto, nel cono di luce della culla. qualcuno mi disse: quello sei tu, “da piccolo”. da piccolo! io! da piccolo! venendo “da” piccolo? io in quanto piccolo? questo idiota che disse questa cosa era “da grande”?

“IO”, non sono mai stato, un cervello vuoto, balbagliante, uno spazio sbiancato in cui non era impresso alcun segno, e in cui trascorrevano, senza essere conosciuti, un volto armonico, occhineruto di donna, il lembo ignoto di coperta, gli squittii empatizzanti dei parenti, il bagliore malfermo del soffitto, l’adesione fluida del latte sui piccoli bitorzoli delle papille, il pensiero di una linea, lo spigolo del mobile, quella curva del corpo e del volto, e ancora quelle cose pulsanti, nere, liquide, attrattive che erano gli occhi della madre, gli occhi che ancora non amavo perché non amavo, piangevo.
Non ero io, solo chissà che, non sono io nel tempo di allora, nella luce del 1961, è evidente, la massa luminosa, appallottolata, informe, soffice, la bambagia di proteine frolle, il globulo carnoso, che era stato fasciato di tessuti. Io, non sono lungo mezzo metro, non peso un chilo, non rimando rosa dalla pelle, non strido – non emetto strepiti nell’impatto col mondo.
Io ero solo questo futuro, ma chi può essere un futuro, una cosa a venire, e che potrà venire in questo o un altro luogo, laggiù o in un’altra porzione cosmica?
Mi hanno dato un nome, prima suffissato di –uccio, di –etto, di –ino, ma la radice di questo nome è restata sufficientemente identica, e aggrappato a questo nome, adeso ad esso, ho allucinato una mia identità. col mio precursore mille volte ricambiato non condivido che quella radice.
Io facevo parte di un sistema, e questo sistema mi reinventava ogni giorno, mi ricollocava ogni giorno. Nell’elenco dei vivi io ero sempre alla stessa riga.

Ma una volta venne la prima notte, e dormii, e allora sparii. una volta mi impedirono di afferrare una caramella o un auto per cui non offrivo corrispettivo, e fui altro da ciò che volevo. un’altra volta mi drogai, una volta uscii fuori da me nell’orgasmo. una volta feci un’esperienza con un santone. una volta feci l’anestesia. una volta morì un vivente in cui ero. una volta un uomo lontano prevaricatore, che aveva nominato un gruppo di persone forzitalia della falsa libertà, imbrattò i miei e tutti gli ideali che mi facevano. una volta, una donna che vidi, la vidi in un certo bagliore e lucore, la vidi rarefatta, ruscellante e carsica, pervasiva, violenta, e nello stesso tempo pervia, porosa, spalancata, squassata, e quindi ciò che ero frombolò, oscillò, cadde, e lei cadde dove cadevo e alcune volte fummo insieme, fummo due in uno.
Poi ho visto, nel passato del corpo presente di mio padre, di ogni vecchio, la cosa del 2041, la cosa seccata e devastata dal male, lacerata, scempiata, sconvolta – forse sbriciolata – la cosa martoriata che implora di tornare allo stato inorganico da cui si era edificata. e neanche quello sono, e neanche quello del prossimo e trascorso attimo.
Irrompono altri, altro in me a ogni istante. le cose mi fanno, le montagne, una ciclotimia, un commesso, il “prego 20 euro”, il movimento del braccio dell’ecografista, la chiusura del bar, l’apertura del sesso, il contorno che sventola, il pelo di topo, la traccia cosmica della lucertola schiacciata, gli isolotti, i distretti di fotoni che gremiscono una tv, quintali di carne in funzione nei luoghi, chi vive nei significati e chi fuori dai significati, la pappamolla, la polpa, l’intruglio proteico nella cassaforma della bellezza che è quel bambino o quella donna o quell’uomo, l’ostinazione di ferro della panchina, il futuro declamante, il che, l’emulsionante azzurro di cielo, che dilava in un punto liso della placca, i pronomi di persona, gli eterocefali etiopici e atipici, la presa del sole, il frangiluce linguistico del mio sussidiario, la morte, la passante che avanza a tette spiegate, l’includere, il perdono procace, il rosso un po’ blu, nel senso di esime, lo stato superlativo e scaleno del pene, la clausola del gluteo, la sorgente – ecco certe delle particole di io, ecco i ricombinanti, i precursori, i costituenti – le luci. La cosa che fui, e non fui più, e rifui, e in cui riebbi luogo, planando sulle interruzioni, sugli ignoti, sull’incircuibile, questa cosa scorre, balza, germina, è detta.

Chi provava il dolore se non io?
Eppure sembrava che questo treno di sussulti, che questa pasta di scombussolamento e disorientamento che è il dolore, che
non partiva indubbiamente da altro luogo che dal mio corpo, da queste cose sedimentate nello spazio astratto dei contorni, da questo materiale cedevole, brulicante di moti, flussioni e rimescolii – arrivasse in un’altra cosa da me. sembrava che questo dolore attraversava il corpo e cascolava infine, si riversava infine in uno spazio sconfinato, schiarato, esposto. che il dolore fosse di tutto, e così la gioia, che ognuna di queste paste propriocettive che sono le sensazioni, terminasse in un bacino comune a uomini e a cose – un po’ quello che pensavano gli ardipitechi, gli indiani di tex, i samburu del lago turkana.
Noi siamo e non siamo la cosa che siamo, e in questo mistero del verbo essere – poiché è il verbo che è inintellegibile – si penetra e penetra, ma non si va oltre la e.

Questa cosa, questa psiche, è come lo stormo di storni, che assume ulteriori forme, come seguendo un disegno, “in realtà” casualmente. sembra che la psiche faccia cose, come lo stormo fa forme. in realtà la miriade di facelle chimiche del corpo altro non fa che fluttuare, come la compagine piumata si gonfia a gonfalone, si assottiglia e appuntisce, alterna flussi e risacche, stalli e sfrecciamenti, seguendo i minimi impulsi impressi dai suoi elementi.
E un io sono le forme involontarie di questa fluttuazione. non c’è significato nella mente, come nello stormo non c’è intenzione. solo per una forma di gravità, di debole coesione interna dovute alla simpatia, alla comune origine, per inerzia, a volte per errore, l’informe diventa forma, e questa discontinuità assomiglia al passaggio dall’istinto all’anima – alla coscienza.
Questo è il corpo, configurazione aerea e caotica, questo sono io, la falsa forma, l’apparente coscienza, il riflettersi di strutture incerte.

Un punto qualsiasi della mia vita.
L’ho vissuto.
Questo punto è là, costruito da me come un oggetto, riempito da me come un oggetto. questo punto è un rudere abbandonato in un’area molto lontana da qui. gli sterminati punti contenuti forse in 31 anni della mia ( di tutte ) le vite ci separano.
In questo punto ci sono alberi di pino (una pineta), auto che passano. questo punto, era fatto di questa sostanza. (ora, di che sostanza?). era una sostanza maggiormente verde, escresciuta, fissatasi in forme dendritiche. sparsi, in quella sostanza, c’eravamo noi, mobili, con gli io.
(Ora io sono retrocesso o ho solo ricostruito questo punto? ora io penso come se questo punto ci sia ancora, o ci sia stato). Dunque quell’evento lontano, cosa sfatta e acquidosa di colori e linee, poltiglia incapsulata nelle pareti di buio dell’immemorabile (neuroni ciechi, materiali inerti che incassano le memorie), particella sparsa fra miliardi che galleggia nel dimenticato, nel perduto, in cui noi alzavamo un braccio e eseguivamo alcune funzioni linguistiche – questa cosa sarebbe anche il mondo.

 

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Livio Borriello, Il mai neonato
Nota di Enrico Capodaglio
Con una acquaforte di Elena Molena
Casette d’Ete di S. Elpidio a Mare (FM)
Associazione Culturale La Luna, 2010

 

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