Ingens Sylva

Pier Franco Uliana

“Se il bosco, nell’immaginario collettivo dell’occidente, ha occupato uno spazio estremamente significativo (dalla tragedia e dai miti greci alle leggende nordiche, dall’allegoria medievale alla deforestazione della modernità), allora il Cansiglio risalterà non solo come residuo e relitto di un’epoca silvana che fu, ma anche e soprattutto come reliquia, a ricordarci «che in principio erano le selve». In questi fogli di macchia se ne propone l’attraversata simbolica per un sentiero di lettura che, per quanto tortuoso e oscuro, scende alla radice della nostra psiche per salire alle fragili cime di una certa razionalità contemporanea.”

INGENS SYLVA
Cansiglio dentro e dintorno

[I] Gli occhi, abbandonali all’ombra, socchiusi fino alla linea dell’orizzonte interiore. Un limitare, tra ciglia e foglie. Da’ senso ai sensi. Fatti placenta di muschio, feto sotto lingua.

[IV] Se non sei albero, sii edera.

[V] “L’ordine delle cose umane procedette: che prima furono le selve […] finalmente le accademie”(1). Dal libro di linfa al libro di pensiero. E viceversa. Dal libresco al foresto. Si ritorna alla selva in maniera diversa. Si va fuori, selvaggiamente.

[V]2 Dalla selva venne il mito. Sulla radura crebbe poi, a dismisura, il mito del bosco.

[VI] Se sei per selve letterarie, sei già nell’ordine comico dell’avventura, sul sentiero che mena al lieto fine della radura.

[VII] Se te stesso cercando vai per selve, sappi che sei già sul trói del Mazharól(2). E la lingua è quella del sogno. O del delirio.

[VIII] Il potere pretende la radura. Senza limite. Una luce trasparente, cartesiana, empirea, a perpendicolo. Onnipotente. Datti alla macchia. A tasche ricolme di sementi, fa’ incursioni notturne. Semina e fuggi. Renditi opaco allo specchio ustore.

[IX] La foglia, saggiatore di luce, si piega al peso di giorni. La memoria cresce ad anelli. Il tempo rotola.

[IX]2 Ah! i colori delle foglie autunnali dei faggi: braci soffiate dal vento. E le cortecce sempre più cineree. E la luce razionata.

[IX]3 Parlare del bosco come di una perdita, se non un inizio è già un indizio silvano.

[X] La foresta ti guarda, e ti riguarda, ricambiala non con sguardi analogici ma figurazioni allegoriche. Se in Agostino da Tagaste la radura è già interiore, con Baudelaire lo è anche la selva. Il tempio dell’anima è ormai invaso e avvolto dall’oscura corrispondenza dei sensi.

[X]2 Il lucore settembrino in cui sono immersi certi passaggi silvestri del Cansiglio, sembra quello stesso del sogno tra il verde cupo e il cupreo. Familiare e lontanissimo. Può volgere al glauco lacustre o allo scuro del ginepraio, dipende dalla durata… della camminata.

[X]3 La città, come la foresta, ha i suoi antri fantasmagorici che nascondono l’orrore. Il romantico Hugo(3) vi scorse una valenza mitica, tutt’altro che cartesiana. La Ville Lumière non è che un mito, quello della caverna, sotto mentite spoglie. Il Cansiglio con le sue spelonche carsiche ha dunque delle corrispondenze, per quanto lontane, straniere e forèste(4).

[XI] Appena dopo il varco, ecco i sentieri. Non seguire il più dritto, se non vuoi finire nel latrato del vento. Ma non è nel più tortuoso che troverai lo smarrimento.

[XIII] Poeti, filosofi, fuorilegge, ribelli, maquisards s’inselvano per redimere il disordine della radura. Scelgono il valore dell’ombra perché vogliono ristabilire la trasparenza dei valori. Il loro pensiero è dialettico e procede per metafore.

[XIV] La lingua cresce su se stessa come il legno: stirps si fa stirpe, propago propaggine, stipes stipite, arbor albero e àrbol. La sua sintassi si protende perfino alle foglie dialettali.

[XIV]2 In principio, il verso della selva fu il saturnio(5), horridus(6) come un ramo gibboso e nocchiuto. Spezzato a forcella. Un capo che ascende alla cima, l’altro che pencola verso le radici. Era il verso stesso del fauno ramingo. Verso di lupo e pecora. Di vate rauco e primitivo.

[XIV]3 Verso di radura fu prima l’esametro, l’endecasillabo poi, ma alla lunga questo appassì, quello rinsecchì. Sono versi che non possono vegetare se la lingua d’origine è sempre più snaturata, o i dialetti sradicati. Solo l’ipermetro pare oggi capace di fare ritorno al limitare, dare il respiro della selva senza subire l’ansia smisurata della radura, rimettere linfa nelle venature dei versi abbacinati.

[XV] Ci sono filosofi che scendono alle radici della lingua per spiegare il presente della corteccia. Vico e Heidegger sono i tarli delle foreste occidentali. Denti aguzzi e orecchi acuti.

[XVII] /s//è//l///v//a/ è significante se è voce, o icona, o un artificio linguistico, non materia(7) da raccogliere… Il senso estetico è un’estasi.

[XVII]2 Un certo pensiero di radura, allo stato vegetativo, concepisce la selva nella sola logica dell’utilità economica. Non vi vede che legna e legname. Se così fosse, il Cansiglio non sarebbe che vegetazione, ordinata per età. Vitale riserva di materia morta.

[XVII]3 Il caos della selva, per quanto ordinato, non è per il poeta né riserva né risorsa. Se ne parla, non è compreso, perché la sua lingua è altra da quella chiara e totalizzante dell’utilità. Il dialetto è un albero capovolto, ha radici rivolte alla luce.

[XVIII] I poeti che battono i sentieri della legna desueti e disertati dal lógos, il sottobosco intricato di felci, inseguono la voce delle foibe, senza curare delle apparenze, ma solo delle parole più selvatiche.

[XIX] Non dal frutto, ma dalla radice conosci l’albero. I nomi dei luoghi giungono dopo secoli di erranza, mostrano la polpa di certi suoni per nascondere l’origine oscura, indicano i sentieri attraverso cui ritornare all’errore. Si ripetono, restano alla superficie dell’orecchio, si vestono a festa, si mascherano addirittura dell’eco più familiare, non vogliono sapere della nudità.

[XX] Qui avvenne l’agguato. Qui la nuvola bassa tradì, voltò gabbana, indossò il grigioverde tedesco: i patrioti uscirono di casera con il cuore schiuso ai vent’anni, con in mano una ciotola di cagliata, cercavano il cielo dell’avvenire… Quando una baionetta aprì loro il costato, li lasciò sulla soglia senza tempo della tortura.

[XXII] Conosci te stesso. Potrà mai una farfalla posarsi su tutti i fiori di radura, la talpa scendere alla punta estrema della radice, la nottola conoscere la topografia dell’anfratto? Tu che dai logica al sogno, sappi che il simbolo si fa sempre selva. – Mi salva comunque l’istinto –, dici quasi a scusarti del piacere del principio, della realtà ultima del dolore.

[XXIII] Vivi nascosto: o sotto un’insegna notturna o nell’ombra della selva, sei ombra comunque. Nella tenebra non crescono alberi.

[XXIV] L’anguàna(8) è la femmina profumata di muschio, la fata fatale dei boschi, è la driade che ti scompone l’udito con un fiato di voce clandestina, è la naiade che ti rapisce mentre ristori gli occhi in riva alla lama(9). È un albero capovolto, un cielo all’ingiù. Una voragine che profuma di vagina adolescente.

[XXV] Radura: garbuglio di cielo e nodo di sguardi. Una mano a solecchio non basta a reciderne i vincoli.

[XXVI] Essere a volte come animali. Un’alcova di muschio e di foglie secche, sotto una trama d’ombra arborea. Mugolio e crepitio di foglie, cedere di sensi e di venature.

[XXVII] I rami lassù, profondi e immobili, e noi ad ascoltare il silenzio delle radici. Si fondono fiato e vento, le voci appena sussurrate. Tu mi apri una radura dentata di luce e sulle labbra cresci la verità ambigua del tempo. È al fondo della gola la metamorfosi della lingua e del bacio.

[XXVIII] Foresta, respiro nel pozzo di carbonio fino all’incendio dei polmoni.

[XXIX] Se non conosci che pochi alberi, poco saprai delle tue radici. Prima di spingerti al cielo, confronta le tue radici con la terra che le nutre.

[XXIX]2 Se con orrore e nausea vedi l’edera riempire di barbe le crepe del selciato, i suoi diti strisciare verso le finestre del condominio, e già immagini chissà quali millepiedi occultino le foglie, sappi che la tua è la sindrome esistenzialista di Roquentin(10), il senso di colpa nella sua versione ultima, la più aggiornata, laica ed immanente.

[XXIX]3 Se, al parco, distrattamente alzi gli occhi dal libro al quieto cedro che ti sovrasta e non provi che inquietudine, fa’ allora visita al bosco più vicino. È catartico, il sogno non avrà radici nodose e tortili, ma solo foglie da scostare. E penombre.

[XXX] Sii dunque talpa, che tutto conosce dei sentieri delle radici, nel buio della terra sa le ramificazioni del sogno, delle trappole della veglia si gabba, lasciando alla superficie piccoli cumuli di terra rufolina: rùmole che sconnettono i campi da golf, i giardini cartesiani.

[XXX]2 I terreni incolti, o abbandonati, o dismessi, o anche gli stessi giardini mal curati, che punteggiano a caso la radura non sono che l’emergenza apicale dell’ingens sylva. La sua lotta è radicale, nel senso paradossale che mette radici ovunque può. I suoi eventi sono sempre indecisi.

[XXX]3 La radura tende al paesaggio unico, essa usa un eccesso di luce per nascondere agli occhi i propri errori. I miraggi però hanno lo stesso limite e la stessa imprecisione delle ombre, se non si rovescia l’albero dello sguardo.

[XXXI] Non è poi così astuta la volpe. La metafora, se non è continuata, non ha valore alcuno nel bosco. In autunno seppellisce la gallina cedrone che si è appena ingozzata di semi lungo il limitare, proprio lì a primavera il germoglio sfamerà la fuga della lepre già gravida.

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Note

(1) G. B. Vico, Scienza nova, libro I, degnità LXV (1744).
(2) I sentieri del bosco che non conducono in alcun luogo, o che s’interrompono improvvisamente; metaforicamente, è il sentiero dell’inquietudine esistenziale; Mazharól: mitologico ometto selvatico, dalle vesti rosse e dall’indole dispettosa.
(3) Cfr. V. Hugo, I miserabili, Mondadori, Milano 2004, III.
(4) Forestiere.
(5) Il verso più antico della latinità; lo cantavano anche i Fauni (cfr. Ennio, Annales, VII, 213).
(6) Orazio, Epistole, II, vv. 157-158.
(7) In latino, sia materia che legname da costruzione.
(8) Fata-strega delle acque e dei boschi, assimilabile, a seconda del luogo, alla naiade, ninfa delle acque, o alla driade, ninfa degli alberi, della religione greco-romana (M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, Boringhieri, Torino 1976, pagg. 272-307).
(9) Pozza d’acqua piovana di forma pressoché circolare dove abbeverare il bestiame.
(10) Cfr. J.-P. Sartre, La nausea, Einaudi, Torino 2005.
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6 pensieri riguardo “Ingens Sylva”

  1. Se la “verità della poesia” è sempre negli occhi di chi la legge, nei miei, di fronte a quest’opera, c’è una traccia indelebile di bellezza, il “profumo” indefinibile e indescrivibile della “pantera”. Qui la “letteratura” cede il passo all’unica attività umana che ne giustifica l’esistenza: l’arte: arte del pensiero, dell’immagine, del canto.

    fm

  2. Molto belli! In particolare stupendo quell'”albero dello sguardo” da capovolgere
    e questo passaggio della da talpa :)
    “Sii dunque talpa, che tutto conosce dei sentieri delle radici, nel buio della terra sa le ramificazioni del sogno, delle trappole della veglia si gabba, lasciando alla superficie piccoli cumuli di terra rufolina: rùmole che sconnettono i campi da golf, i giardini cartesiani.”

    faccio download del pdf-
    grazie!

  3. Grazie, ragazzi.
    Secondo me, siamo di fronte a uno dei migliori “scrittori” e poeti in circolazione. Averlo qui è un onore.

    fm

  4. Ringrazio di cuore Francesco Marotta per aver messo a “dimora” questi aforismi forestani, e selvatici. Se non fosse stato per la sua sensibilità di poeta e per il suo lavoro di paziente lettura, questo tentativo di riforestazione non avrebbe trovato una radura autenticamente glocale dove attecchire. Ringrazio anche Margherita e., Francesco t., Marco e. per il loro apprezzamento.
    pfu.

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