Sull’opera “Il compito terreno dei mortali”

Elena Corsino

Sull’opera
Il compito terreno dei mortali
di Flavio Ermini

Prefazione di Vincenzo Vitiello
(Milano-Udine, Mimesis Edizioni, 2010)

 

E sotto il cielo fugace del purgatorio
Noi dimentichiamo spesso che
La custodia celeste e gioiosa
È la casa terrena che si distende.

Osip Mandel’štam(1)

    

Da un luogo insolito dell’opera, ossia dal quarto di copertina comincio a leggere, con la sensazione di entrare in uno spazio poetico circolare che nell’adiacente quarto reca a titolo Il compito terreno dei mortali.
     Terrena e celeste è dunque la casa dei mortali; custodia degli esseri che la abitano sotto il cielo del purgatorio, ancora spazio celeste; così Osip Mandel’štam nei Quaderni di Voronež. Quello che credevamo fine si rivela cominciamento; lo spazio è il quadrante concavo di un tempo dove «non c’è fine e tutto ricomincia», così Ermini in un verso della poesia L’incrinatura che si allarga nel tempo.
     Ebbene “versi”, ma di componimenti apparentemente in forma di prosa, che Ermini definisce poesie. Lungo versi, quindi, il poeta consente di andare per misurare il passo del suo dire. E come sempre accade in poesia, non possiamo fare a meno di seguirne le orme per recuperare l’ampiezza della falcata, che è misura del respiro poetico. Nell’emergere del flusso prosodico e nel suo rifluire verso il silenzio, la sequenzialità sintattica del discorso in prosa si dirama qui in segmenti variabili, residuali di decasillabi/endecasillabi e settenari/ottonari che segnano l’andamento ondulatorio di un dire visionario. Versi che non sono strumento di organizzazione stilistica e stereometrica della materia poetica, quanto piuttosto segnali del ritmo, o meglio dell’aritmia del battito tumultuoso dell’essere e del suo metamorfico farsi. In altre parole, il verso in questa poesia non è arnese per la composizione, bensì materia dello slancio del pensiero poetico.

dove la sabbia è dappertutto,
alla staticità dell’infinito corrisponde sotto il cielo
il movimento di molti vessilli lacerati

    

In un discorso logico-sintattico lacerato affiora, unica possibile, una forma fugace, erosa e risorgente, generata soltanto dal movimento. Oscillatorio è il moto fonico, oltre che grafico, delle poesie de Il compito terreno dei mortali nel susseguirsi, in un silenzio ancestrale e liquido, di gridi, voci, gemiti, soffi, battiti. Suoni minimi generati anche da preposizioni, articoli e sillabe a fine rigo a bloccare un flusso semantico straripante dalla vena sintattica, a rimandare a un balbettio quasi dadaista, oscillazione tra il silenzio e il dire e la sua disgregazione.
     Nella terra desolata della disgregazione, s’inoltra il poeta a recuperare frammenti, che s’attaccano disordinatamente alla sua divorante ricerca di senso, come sangue che prima scorre dalle ferite, poi s’aggruma. Ma non è mai uno il sangue, mai è unità compiuta, soltanto flusso, circolazione, o goccia emersa.

nell’imminenza della luce,
appena visibile è il cristallo che aderisce alla pelle,
proprio come nella stagione in atto si sovrappone
il fuoco divorante dell’esistenza

    

Ma in che modo e a che cosa potrebbe dar forma il mortale nel suo cadere e cadere, «lasciato fin dalla nascita nell’abbandono»? Seppure sia dotato di ali per rallentare la discesa o ascendere, e di unghie – estensioni corporali del grido, che consentono a momenti una presa sul reale, − la forma rischia sempre di diventare artiglio che «nell’atto di afferrare decapita le cose». La composizione dei frammenti è destinata al continuo disfacimento per forze interne alla morfologia dell’essere.

    

Questa è la figura esteriore della caduta, in un tempo presente d’allarme che spinge il mortale nell’entroterra, verso l’ignoto. Da sempre:

tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ‘ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ‘l sol tace.
Mentre ch’i’ rovinava in basso loco…

(Dante, «Inferno», I)

    

Il tempo è il presente, mitico, immobile. Il tempo statico dell’oscillazione. L’arco spazio-temporale della vita mortale è quello concavo dell’arca, compreso fra la caduta e le sue progressive metamorfosi fino al rovesciamento speculare. Non ascesa salvifica, bensì caduta nella curvatura dell’arco: caduta rovesciata.
     Tutta la prospettiva de Il compito terreno dei mortali è una prospettiva rovesciata(2), esattamente come lo è quella dei versi citati di Mandel’štam, con quell’immagine di cielo terrestre profondamente radicata nella più antica tradizione iconografica russa. Non c’è il Cielo lassù né qui giù la Terra, bensì lo spazio interiore, ed esterno, si dà qui e ora come «somma inestricabile di sensazioni provocate dall’irruzione del cielo sulla terra», scrive Ermini. È uno spazio terrestre rovesciato, terra celeste, senza confini e progressivamente ignota, dove il moto apparente della caduta è moto originario, esso stesso apparente, dell’ascesa e dell’involo della nascita.

dal recinto tombale il bambino
con le ali fugge senza lasciare traccia alcuna di
esistenza, proprio come i morenti quando si accingono
ad allontanarsi dall’antro

    

È lo spazio-custodia dei chiamati: volta palatale che con le labbra trasforma il grido in voce, «nel soffio che sempre ricomincia». Nominazione dell’ignoto, nel buio della cecità dei mortali, che emerge soltanto nel sonno come frammento, poetico, regredendo dal discorso fino al nucleo profondo, inafferrabile della materia. E della materia poetica.
     Materia poetica altamente dinamica, il cui slancio attraversa la sintassi della lingua proprio come quelle «sciabole ricurve che sulle labbra / di coloro che parlano si chiudono» nella poesia Gli immemori.
     Slancio umano che imprime l’unica variazione possibile all’immobilità del tempo: l’ampiezza dell’oscillazione. Slancio terreno e celeste dell’umana forma «nel vuoto di un passo ulte- /riore» e «oltre l’arco della sua unica stagione».

    

Sono evidentemente debitrice a Osip Mandel’štam per questa lettura de Il Compito terreno dei mortali, e in parte al suo Discorso su Dante laddove coglie il moto incessante, lo slancio, quello stare «sempre in piedi» a camminare della poesia e della filosofia, insieme. Un camminare «sotto il cielo fugace del purgatorio» di ciechi, dolenti, mortali su piani dell’accadere mobili, retrattili, circondati da iati e precipizi, nella paradossale staticità dell’infinito. Un camminare illecito, per la «folle strada» del poeta, eppure un camminare umano che nella realizzazione poetica del suo slancio è la vita.

 

______________________________
Note

(1) La traduzione dei versi di Osip Mandel’štam che compaiono nel quarto di copertina de Il compito terreno dei mortali è a cura dell’autrice.
(2) Per una lettura approfondita sulla prospettiva rovesciata si veda P. A. Florenskij, “Obratnaja perspektiva”, (trad. it., La prospettiva rovesciata e altri scritti, Roma, Gangemi Editore 2003).

______________________________
Nota biobibliografica

Elena Corsino (1969) è traduttrice e docente di Italiano come lingua straniera presso l’Università degli Studi di Udine. Ha tradotto L. Carroll, M. Cvetaeva, O. Mandel’štam, F. Dostoevskij.
È autrice della raccolta di poesie Le pietre nude (2005), oltre che di saggi brevi e liriche per musica.

 

***

2 pensieri su “Sull’opera “Il compito terreno dei mortali”

  1. Grazie a te, Francesco, per l’accoglienza; creare spazi di riflessione e di dialogo intorno a sé, e in sé, è proprio cosa da poeti.

    Elena

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...