Su autós

Massimo Sannelli

Su autós

auctor ab augendo
Isidoro di Siviglia, Orig., X 2

     1. Questo UOMO non muore: in che modo è un uomo? Chi vive non è informe, o vive male. Lo stile maturo matura, e lui anche. La sua potenza è correre: con molta fretta, che ora preme.
     Qualcuno si è detto, da solo: «Volli ardere!» oppure «sono re»; e viene e si mostra – VIENE – una cosa doppia, in una specie di altalena vitale, mia e più che mia. [presto non saro più DUE, ma uno]
     Deciderò di essere ESPOSTO, come uomo [quello di cui si disse: «sembra una donna», e allora pensai di morire, non osavo parlare]. E posso essere la cosa esposta; mi esibisco, do un esempio [eco: empio]. E chi fa così urla: guardatemi sempre, voi mi capite, sapete di me; è una bella finzione. Così la posa ride e sta; ho fatto (faccio; posso fare) il vuoto per essere ancora pieno; non sono puro. Sto sotto gli occhi, quindi sulla bocca.
     Quando l’autore scrive si piace: pubblica sé e si lascia vedere dopo; quando è finito il libro. Certo, è liberissimo, e la sua superficie è tutta umile e calma piatta. Ma dove si crea, lì non c’è l’Anima: c’è la sua falsità e la sua pulizia, e poi la [sua e mia] serenità di oggi, avuta oggi.

     2. L’autore non è l’anima: io scrivo perché voglio, sono, posso, so. Scrivo perché non parlo: io non voglio. E scrivo per non parlare, dunque mi impongo; pubblicando mi impongo. Così l’autós si pubblica, lui QUESTO, lui STESSO, spesso. La sua umiltà è poco inerme: occupo il margine – questo margine – perché oggi non ha il centro, e gli manca. brutta storia.  Lo vorrei? L’autore vorrebbe anche di più. Così l’autore si rovescia nel suo contrario: scrive e si pubblica, per negare la verità possibile: che l’autós non vale niente, [e io non valgo], che noi DUE siamo cattiva scrittura, dunque la impongo a te in questo modo. Oppure la grazia taglia me; io mi rendo libero; mi creo un’immagine reale che prende il posto di me.  Adesso non sono molto forte e ho meno di 30 anni. [ma starò per vedere il «quadrato militare»; pesato da militari-medici, esaminato da un colonnello: «ce l’hai la ragazza?» sì, signore, ce l’ho: ma è la moglie di un altro] [e tu non sei migliore di me: sei un liberto, come il tuo nome] Il livello di non-letteratura – la mia vita – che tiene insieme il lavoro non vale ancora molto. Dunque voglio soddisfare la vita. [e poi l’ho soddisfatta]

     3. L’uomo giovane ha conosciuto una donna. Il suo nome significa LA PICCOLA. Ora c’è la dispersione, nonlavoripiù nonstudipiù. Dopo la dispersione verrà anche la persona nuova, il nuovo. E la lingua rempaira, RIMPATRIA, si posa meravigliosamente. La lingua è in patria, questa lingua è mia. Amore regna: nel senso che «non era più una speranza ma una volontà» [Amelia Rosselli] – e noi a lei, solo bocca diffusa e bella rossa e bene.
     Rimane il rapporto di questo con l’infanzia, che trema. Tutto è stato bambino: il bambino c’era, ma non esiste ora.

     4. Per vivere, devi perdere, no? Ma tu sei presente nel tuo testo: sei il testo – e oggi tu sei altro: vive la persona dritta, e la sua dolcezza come questa persona, che è cara. A lei telefoni, molto: ovviamente da una cabina. Il peso morbido, o il peso piumato, sta insieme al testo: testo e peso, ben avuto. E tutta la lingua calma, che bagna il peso e il testo; che lo fa già ora.

     5. L’uomo parla con le mulierculæ. Quante ne ho incontrate? E i piccoli dicono pappo e dindi, pappo e dindi, dindi e pappo. Nel volgare, io sarò quest’uomo – e anche altro, che non è uomo buono (non è – non sono – l’autorità dell’uomo: il suo peso nel corpo, che è violento): la muliercula sta col bambino: l’autore sta con la donnetta e il bambino; sta in un insieme. Davvero? Ora la lingua piace; questa lingua trilla e ritma, piace; rallenta: o trema con il cuore, incontro a un latte di madre, diffuso dentro, con la paura; e detta dentro. Ne scrivo in l’equilibrio tra le forme di superbia: mia madre, madre-perla, madre-lingua, madre sola e semplice; la mia. Sarei la persona dopo la dispersione e peggio. Qui, se posso, impongo solo il lato meno feroce dell’autós: io stesso; io che sono questa forma, non ingenua; io che non sono ingenuo, ma sono una guerra.

     6. L’altro è tutto: io aveva – io ho – il latte dolce; lo ha il figlio. Poi dire (rimare; scuotere) è limpido; scrivere, riscrivere, è dolce: anche dolce; la sua scrittura è dolce e docile. E direi (saprei dire), dopo: come figlio (del tuo latte) io sono libero, in qualche modo.

     7. Poi la prosa; il suo meglio, come prosa. Il tuo latte e la tua prosa e la tua rosa. Meglio che mai? Tutto è testo e tutto è caldo, per il conforto. Ci sono io, senza data.

     8. Il cuore è veloce: uno solo – e il bisogno di questo, molto bisogno tenero, cadente, morbido, impuro – ma si esprime: la selezione prima (il “diario nuovo”), esercizio sul rhytmus, o il corpo che ci matura (diciamo che c’è un cuore, nel senso di centro; il cuore matura; e sul cuore sta una la spina, ma non è simbolica; e il caldo è intorno al cuore, ma è vero): come io respiro, come intono, quanto è larga la mia lettera e quanto sospirata; quanta anima, amata, nel suono delle vocali c’è; quanto corpo è stato coinvolto: e il suo lavorare caldo, fino alla chiarezza.
     Io vivrei così, in questo caldo. Oppure: lo spazio della scrittura ama la comunione con te: ama coesistere con te, che non sei io – che lo sei sempre; ama il fatto che ci sei: la coesistenza di due voci, e il caos dolce (il caso dolce, in cui nascono i piccoli: tutti hanno lo stesso latte, parlato; una madre che ne è gonfia, gonfie tette; un figlio ben parlante, come è; e la grazia di eccitargli il corpo e il cuore del corpo, che mi è – rimane ferma e tesa). Questo è il minimo della presenza, solo, a cui l’autore succhia, realmente. Se va bene, diventa una bestiola con due ali e vola via.

     9. L’altro autore è una donna, che scrisse della lingua come acqua: un autore e uno solo, più un’arte soffiata, che è roba sua. Lei vuole gonfiare e mostrare la nuvola, fuggire da un marito – dunque c’è la Nube. Ma vuole andare via. E nel 1999 e nel 2000 facevo i primi abbozzi [poetry], deliravo e pensavo: come farò? dicevo: Peso 55 kg. e devo avere una casa, devo andare, devo sposarmi. E ora non ho più quel peso secco, ho una casa, ho viaggiato [Bharat, India]; e prego senza il mio matrimonio, sono incompleto: unmarried – così come deve essere. La Nuvola ha mollato suo marito, ha avuto un figlio.  Ora non scrive nulla e dice: «Sono solo una mamma».

     10. Chi si abbandona è come una cosa. Una cosa al suo sistemarsi piano, come scrittura e statura: e sta; e appare più bambina, col suo lato maschile, maschiaccio – e la sua asprezza in questo; ma è bambina. Poi si dorme; la creatura, piccola, dorme. Lo spazio della scrittura ama la coesistenza: io e io, io e tu, ego sum e tu autem, e No, uno e due. Qui è il male e qui è lo sguardo delicato, e poi le parole; il genere impertinente, formato, con il corpo santo. Io stesso ho una forma, e sono questa forma. Posso trovare un involucro puro; anche la piccola bava che può uscirne mi appartiene. Tutta la fisionomia del libro mi risponde: si tratta di me.

     11. Dono chiama dono. Ad esempio, la qualità della pelle, al contatto: le mani; ad esempio, il modo di battere il piede a terra e saltare, incontro. Dire è limpido: degradato tutto, con qualche vita intorno [birra alle sei del mattino, poi rompere il ginocchio, per dividere due uomini; arriverà il poliziotto e dirà: iih eccheccàzz’ succed’? – sì, sono uscito, per chiudermi in una gabbia, un bar; per piacere ad una tipa; ma questa vita sta durando poco, a gennaio è finita]; un po’ di degradazione e poi la solitudine giusta: felice di essere qui, felice di essere qui, felice di essere qui questa cosa e non più di questa cosa, che vive. La testa è questa mente che matura – magari schermata da foglie verdi, carta, computer, dolore e controdolore; ma sempre quella: questa, qui dimostrata.

     12. Posso dire – dico (lavoro, scrivo) – come uomo, prima che come autore: la mia (possibile) cattiva letteratura è mia falsità, quando c’è; se viene una (mia) piccola pulizia umana, la cattiva letteratura cede. Io cedo. Posso questo; posso maturare escludendomi; lo voglio. Posso diventare un altro, come autore e uomo: soprattutto, vince l’autore, per adesso. La sua scrittura è rimasta tenera: non dolce – e dolce nella sua vera dolcezza, che ora sta crescendo. Il primo abbozzo è stato un embrione 26enne, che stava andando a fare il militare, a Orvieto, a Roma, a Genova [e poi fu rigettato: non idoneo!]; e questi paragrafi preludevano veramente ad un suicidio accorto, come una cosa d’arte. Non mi vergogno della COSA, ma della CAUSA piccola. E sono ancora geloso di chi non mi ha voluto: un’altra COSA piccola [tutt’altro che i campi elisi, mai vista una Matelda]

     13. La mia educazione è automatica: uno stile, un lessico, un’immagine pubblica, la mia possibile e impossibile sessualità. Ma posso scardinare la mia educazione, in modo che diventi un’elezione. Posso cancellare il fatto che sono uomo (scrivo da uomo) e giovane (e scrivo da giovane). E la mia educazione. E la mia selezione. E la mia appartenenza. E il mio campo. Avere una famiglia.

     14. Io sono prevedibile. I veleni retorici, da iniettare nelle lettere, elimineranno la macchina automatica, supereranno il prete prevedibile. Tutta la controretorica che verrà mi riguarda: ricade su di me, come voglio, e ucciderà l’automatico, il cuore prevedibile anche per me. [e alcuni nomi e nomi di libri – P.Z., P.B., M.G., E.B., e chi non nomino – sono stati anche le mie maschere: per essere un’altra cosa, forse una donna o un autore engagé; ma tutte queste unioni sono cadute e Marco ha pianto; non era mai vero amore, e nemmeno amicizia; erano grandi vincoli, per essere infelice – e io non voglio esserlo, ora; e poi l’ariete – che rompe – ha fottuto il campo; all’ariete non servono le donne dello schermo; e neanche uomini]. Ora cerco uno zero [uno zelo] diverso dalla morte: ma che muoia il contesto privato, in cui lavoro prevedibilmente, se riguarda, prima di tutto, il mio intervento (scritture), sapendo che cosa sto facendo veramente (frammenti): non tanto a chi io parlo ora, ma chi sono io quando parlo, se io dico: anche nel gesto di lavare me, di vestire chi sono, e l’Ospite: e te; quanto sono automatico [condizionato, prevedibile: non libero] e quanto sciolto). Detto in altro modo, da KAFKA: «Conosci te stesso non significa: Ossèrvati. Ossèrvati è la parola del serpente. Significa: Fatti padrone delle tue azioni. Ma tu lo sei già, tu sei padrone delle tue azioni. Questa frase pertanto significa: Ignòrati! Distruggiti!  Dunque una cosa cattiva. E solo chi si china profondamente ne ode anche il messaggio buono, che dice: “Per fare di te stesso quello che sei”». La parola ha lavorato da latte, che non era altro: dopo, più virilmente oppure onestamente; e con la fragilità). L’io non vuole più essere previsto: quindi spezza l’automatismo, suo: il contesto dell’io, il non felice.

     15. Oggi io sono l’unico automatismo che posso toccare, avvelenare e distruggere. La distruzione deve fare male. La mente pietosa o spietata rimane attenta ad altro: altra scrittura, altra vita, altra passione, e i tentativi e tutto quanto il resto. Non finisce. Tutto questo era il giro dei pensieri intorno ad un concetto: chi sono in quanto autore; chi è l’autore quando fa per farsi vedere; che cosa sono veramente nella vita. Soprattutto, che cosa fingo. Finora [2010] il fatto è stato un IO schermato, male armato, con poco onore.

[da Il prâgma. Testi per Amelia Rosselli, Dedalus, 2000: riscritto dal novembre 1999 al giugno 2011]

***

12 pensieri riguardo “Su autós

  1. In realtà, caro Massimo, non siamo “padroni delle nostre azioni”, e la vera libertà è, per me e secondo quanto intuisco/so, soltanto inibizione di atti/pensieri inscritti o, se vuoi, incarnati e cristalizzati in noi (siamo noi) come parti di un un automatismo che ci sovrasta e che è la nostra *vera* forma. La penso come Huxley: siamo degli automi coscienti, e il nostro margine di libertà in questo mondo è molto esiguo.

  2. sono un sagittario meno razionale… dunque, direi:

    si è padroni di dire o non dire, questo sì, e di pubblicare o di non pubblicare. oppure si “rima stoltamente” (parole di Dante) oppure si tace come Bonagiunta, contentato [e anche Arnaut parlò e poi si riparò, “si ascose”]. nel 1999 non si nominava invano la parola blog, non se ne parlava proprio. si parlava molto di autoproduzioni (su carta), e se ne facevano molte: Raffaello Bisso e Marco Giovenale (edizioni di Negativo), Francesco Pirella, Marino Ramingo Giusti, Pippo Piersantelli… e anch’io, a 26 anni, negli intervalla insaniae tra una visita militare e l’altra

    mi chiedevo *allora*: l’autoproduz. mi rende libero, ma mi libera da qualsiasi freno *stilistico*. tutto qui. e poi venne tutto il resto.

    l’automatismo era, per me: mi getto in qualche autodistruzione a fondo *perduto*, e scrivo di conseguenza (la prosa del 1999 è impossibile). bene, non voglio più crederci. se quello è automatismo, lo scardino. io non sono *così*, perché se sono così devo andare fino in fondo e autodistruggermi, se “la vita è degli altri”. tutto qui. scrivo improvvisando, in una posizione precaria.

    soprattutto, a Francesco: GRAZIE della dimora nella Dimora

  3. Caro Massimo , il tuo essere antiapodittico , nella complessità ( luminosa ) e febbricitante di quello che ci dici , sollecita le nostre “certezze” ma soprattutto fagocita i nostri dubbi , quelli che aiutano a vivere e a crescere a latere di una dimensione profiquamente in progress., mai soddisfatta di se stessa , aperta al possibile e al probabile .
    Meglio una scontentezza fraterna nei confronti della nostra scrittura , che un’adesione euforica alle suggestioni che ci propina , illudendoci della nostra “verità” .
    La tua tensione credo ci appartenga in gran parte , e ci fa bene .
    Con stima
    leopoldo attolico

  4. I tuoi “fogli” sono spesso intriganti, Massimo, oscuri come lacerti autobiografici, di cui spesso sei solo tu a possedere la chiave, le chiavi. Ma talvolta non occorrerebbe dimenticarSI? essere meno oscuri per trovare la “chiarezza dell’oscurità” (ti parla un innamorato di Celan e di Mandel’stam, non di Ruffilli o di Damiani) offrire, al lettore, qualcosa che possa condividere di più, anche in sogno? È una domanda che mi pongo quando mi arrivano i tuoi testi ed è come tu mi dicessi: non uscire dalla mia prigione, abitala con me. Posso sbagliarmi, posso anche non avere capito, aiutami. Non a uscire dalla prigione, ma a capire-senza capire (meglio di quanto sappia fare) il tuo dire…

    m

  5. La “scontentezza fraterna” e la “luminosità febbricitante” di cui parla Attolico sono due ottime impressioni critiche e poetiche, che condivido. Ma vorrei, se me lo concedi, fare con te un passo più in là nei tuoi fantasmi, perché siano più nostri (o forse, meglio, più MIEI?).

    m

  6. ciao Marco… e ti rispondo volando, sempre.

    questi testi andrebbero letti ad alta voce – dovremmo essere in una stanza, tu e io e altri, leggere creerebbe quello che manca. in fondo è una specie di musica da camera. non voglio né *installare* né *performare*: semmai creare un tempo, ecco direi così: creare un tempo.

    quando parlo di “moglie di un altro” significa: la moglie di un altro

    quando c’è scritto: liberto – è solo (e anche) il cognome di un militare, che chiede “hai la ragazza” e dice “per stare in caserma servono le palle” (l’unità di misura è la ragazza, neanche a dirlo)

    e poi: valanghe di senhals, di allusioni… ma tu abiti questa stessa Città Barbara, sei dentro la “tirannia dei rapporti” di queste mura. dalla stessa tirannia io tendo a fuggire (e non c’è niente di male: ma se scrivo ad X, e X va da Y a far leggere la mia lettera, e Y me lo dice, non dico che sia un male, ma c’è qualcosa di insano, secondo me: qualcosa che il sagittario non accetta, non può capire e non vuole vivere).

    ti prego solo: non leggere queste cose *né* come poesie della letteratura *né* come documenti. semmai: riflessi, anche rabbiosi, anche scontenti. in generale: non sono più un monaco, non voglio più scomparire. forse vorrei che i riflessi avessero un carattere profetico. non in senso glorioso, ma – per esempio – come in Geremia: “mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre, mi hai fatto violenza e hai prevalso”

    Wojtyla lesse tutto il brano a Paolo VI negli esercizi spirituali del 1976. potevano capirlo – potevano capirsi, tanto diversi e diversamente intensi

  7. Massimo non sono così certa che la voce riesca a tradurre la verità, essa subisce un’ulteriore traduzione e ogni reazione è null’altro che un copia-incolla di altro che è già avvenuto(io non mi faccio più illusioni) la città barbara come tu la definisci non fa altro che ricopiare essa stessa e generare a sua volta una materia continua e solo apparentemente diversa, in cui tale mistificazione forma una superficie piana su cui scorrere quasi del tutto invisibile tanto che finisce con non l’essere più percepita, o forse soltanto semplicemente e tacitamente accettata come parte della verità stessa, verità seconda la quale “la moglie di un altro” è l’idea immateriale di “la moglie di un altro la moglie di un altro la moglie di un altro” poiché io X Y siamo l’uno copiaincollato dall’altro e ciò che accade nello spazio-tempo poetico, che sia dentro o oltre la soglia della verità, va a posizionarsi sempre tra regole altre e attraverso queste viene catalogato, che lo si voglia o no. Esiste un atto di ribellione a questo? Non lo so, non so se sia fuori o dentro un margine, non so se sia nel suono o nel silenzio poiché entrambi coesistono in un unico ibrido, quello che mi viene in mente è che la sola cosa a cui possibilmente si possa aspirare è assistere al fallimento cercando di limitarne la quota dolorosa, carnalmente reale, che poi è la verità stessa.

    grazie

    lisa

  8. non so… quella colla andrebbe evitata, evirata… avvinti come l’edera ma fotocopiati e nella tirannia dei rapporti, forse non è questa la vita. allora limitare la quota di dolore è la prima cosa, esprimersi come Rosselli “con maestà e potenza” è la seconda, la terza può essere un po’ di pietà sorprendente – semplicemente: suonare a sorpresa il campanello dell’amico, della mamma, a qualsiasi ora – e un po’ di onore (che si riduce a questo: “se non compri e non vendi, cazzo ci fai nel bazar, in un blog collettivo, al consiglio di dipartimento?” ne esci). né poesie né documenti ma atti [di adorazione], e prima dell’adorazione un po’ di dissociazione dal dolore – *forse* (forse – perché questo parlare per lampi e aforismi si presta a molti cedimenti – è veloce e improvviso o improvvisato, ma le cose vanno più veloci)

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