Potenza della lingua

Stefania Roncari

“Nominare il mondo in origine era spontaneo,
perché il nome era la cosa e non la descrizione
o la definizione della stessa.”

 

POTENZA DELLA LINGUA

Risolta, liberata, congiunta al corpo illimitato, la parola si apre all’abisso, al silenzio.
Rigenerata, trasformata in plessi elementari di senso, lettere sottili, sillabe originarie, semi, radici, punti vitali sono l’insieme del suo corpo trascendente.
Iper-fisica della lingua nello scoppio iniziale, procede per sintesi, ideogrammi, immagini più vaste. Risuona dal fondo la lingua muta, trasmuta in piani diversi, in forze latenti, realizza congiunzioni di senso. Sinergica, sintetica si differenzia, moltiplica il senso, pur restando fedele al centro.
Ricorda, si accorda al punto iniziale.

***

Un substrato sonoro sostiene il mondo.
Mappatura in-visibile nell’unità del molteplice.
Questo meccanismo di ramificazione non finisce, fino a quando tutti i suoni-segni sono stati esplorati, vissuti, assorbiti. Fino a quando il massimo punto distante è stato raggiunto e si converte nuovamente in centro.

La parola originaria spalanca abissi di senso, spazi ulteriori.

***

La lingua converte il senso in significante, sospende il giudizio, annulla il significato, indica soltanto.
Si ferma, si fissa nel corpo nascente, in-esauribile si ramifica in infiniti corpi-lingue.
Abissale investe il tessuto sensibile dei mondi.
In-visibile traccia trame, corrispondenze diverse, analogie sottili.
Ritma misure-partiture del silenzio.

***

Il soggetto non esiste.
L’oggetto riflette soltanto.
Nel gioco diventa soggetto, scompare nell’oggetto, poi ritorna.
Si sottrae a qualsiasi determinazione-limite.
Vive nell’in-differenziato.
Preferisce l’in-determinato.
E’ in-finito assoluto, sciolto nell’in-distinto e nel senza nome.

***

Il soggetto è al contempo soggetto e attributo.
Il nome suggerisce una pluralità di attributi, secondo il luogo, il tempo, la direzione.
L’attributo varia a seconda della natura del nome e della sua forza.
Il nome è illuminazione e visione diretta, evocazione immediata.

Eppure le cose esistono prima dei nomi.

Tra il nome e la cosa c’è divisione, frammentazione, finzione.
Nominare il mondo in origine era spontaneo, perché il nome era la cosa e non la descrizione o la definizione della stessa.
Il nome era potenza in atto e stupefazione.
La parola così ricreava il mondo.
La prima nascita è quella divina, la seconda quella dell’uomo attraverso il nome.

***

La parola designa oggi un’idea bloccata, inglobata nella sintesi dell’azione, frantumata.
Non consente più associazioni viventi con altre parole, non evoca più le funzioni-qualità del mondo, delle cose. Non scaturisce dal pensiero magico, come qualcosa di semplice e puro.

La lingua vivente è trasversale, obliqua, sincretica, polisemica, alchemica.

Incarna idee-funzioni nello spazio, attraversa simboliche nel tempo, indica possibili visioni.
Quando il senso è congelato in una parola e chiuso nel concetto astratto fine a se stesso, la bellezza del mondo s’indebolisce, sparisce.
La parola diventa opaca, non attraversa più le infinite traiettorie-simboliche viventi.
Dire non ha più senso se detto con parole svuotate, opache, confuse.

***

La lingua vivente è la lingua dell’inizio, dello stupore.
Il nome vibra della stessa potenza in atto nella cosa nominata.
Il nome corrisponde alla natura della cosa.
Vibrano all’unisono.
Il nome è potenza, evocazione, ritmo.
La parola si può trasformare in potenza.

***

Natura naturante si manifesta nel suono-verbo (shabda-logos).
All’inizio era il suono, poi i nomi, gli attributi.

***

Poiein sopprime il pensiero, è non-pensiero.
E’ nascere un’altra volta.
L’anti-pensiero presuppone un’antitesi, mentre il non-pensiero è al di là di ogni conflitto.
Poiein è fare-non fare, dire in silenzio.

***

Il vuoto è il soggetto del poema.
Dal latino viduus si giunge a vedovo, vuotato, vacuus, vacuo.
L’arte poetica è vocazione al vuoto.
Coltivare una metafisica del vuoto, ecco il compito dei nostri tempi.
Non c’è nulla da temere, siamo già vuoto.
La parola può incarnare questo vuoto, può risvegliare l’in-nominato che siamo.

 

***

3 pensieri riguardo “Potenza della lingua”

  1. Suggestioni. Tutto iniziò da un grido: urlo primordiale: di paura, di stupore. Seguiranno le molteplici manifestazione dell’Essere indifferenziato a essere nominate, de-terminate, destinate a uno scopo. Accade il Mondo e perdemmo la Terra, ma più del mondo ebbe inizio la metamorfosi dell’anima inappagata, errante, malata di un’insopprimibile bisogno di Senso. E fu la coscienza: un costrutto intorno al nulla che cerca di com-prendere l’Essere. Abbiamo coscienza di noi e dell’essere ma le domande fondamentali rimangono sempre lì, all’inizio della Storia, inevase. Abbiamo detto tutto e non abbiamo compreso nulla. Siamo più potenti e più ignoranti di prima.

    Dobbiamo immaginare un linguaggio che dica altro e sia all’altezza del nuovo compito. Abbiamo raggiunto la semplificazione binaria che ha trascritto la nostra immaginazione e ucciso l’anima nel grande sogno. Il mastodontico apparato tecnologico che prima era semplice tecnica di sopravvivenza, ragione strumentale ora si erge a onnipotente paradigma che priva l’uomo anche della soggettività storica.

    L’anima sopravvissuta erra confusa, mossa ancora da desiderio, nelle distese infinite dell’indicibile. Occorre ritrovare il linguaggio che salvi dall’oblio le simboliche iscritte nell’uomo. Occidente e Oriente devono ricongiungere le reciproche esperienze, anima e corpo devono ricongiungere i reciproci linguaggi. Il simbolico dissolvere il diabolico. Forse è la lingua vivente dove l’iniziazione è d’obbligo. Dopo la hybris ritrovare l’umiltà.
    Grazie Stefania.

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