Nottario (II, 3)

Marco Ercolani

“Colui che guarda dal di fuori attraverso una finestra aperta non vede mai tante cose come chi guarda una finestra chiusa. Non c’è oggetto più profondo, più misterioso, più fecondo, più tenebroso e più abbagliante di una finestra illuminata.”

(Charles Baudelaire)

Inventando una cosmografia di vite marginali o apocrife, tracciando la mappa di un universo fantastico e impossibile, io non impongo una geografia del meraviglioso, un’altra terra da sostituire a questa, ma mostro che l’uomo nasce sullo sfondo di visioni che vengono da un oltre dell’uomo. (m.e.)

 

NOTTARIO

(1990-2008)

 

Non sono tanto io che ho fatto il mio libro
quanto il mio libro che ha fatto me.

Michel de Montaigne

Ora voglio scrivere il mio diario e per gratitudine
chiamarlo il mio nottario […].

Robert Musil

 

Il regno evidente delle ombre

 

al posto dell’altro

Si grida per mettere a tacere ciò che grida.
H. Michaux

 

1

La mia scrittura apocrifa non è una scrittura dell’occhio e per l’occhio. Le sue immagini rimandano a un orecchio interno, in continuo ascolto di qualche emozione la cui urgenza è inappellabile. È una scrittura del brusìo che preferisce nascondersi dentro immagini nitide, espresse in un linguaggio lirico ma astratto.

In un episodio biografico che non ricordo personalmente ma che mi è stato raccontato mia madre mi porta in un giardino pubblico, dove altri bambini corrono allegri, e mi dice che io non devo correre, perché potrei cadere. Osservo gli altri bambini, li invidio; ma annuisco e obbedisco. Con parole miti e persuasive mia madre mi obbliga a non correre con gli altri. Non me lo consente, in quanto, se disobbedissi, mi priverebbe del suo sorriso. Forse è proprio a partire da questa scena che divento un io scrivente. Benché io non possa correre a causa del divieto, sento crescere dentro di me un’energia – la stessa energia della corsa – che, non potendo sopprimere o negare, devo tradurre in un altro mondo espressivo. È il mondo della scrittura. Questa metafora, fin dall’inizio, diventa la ragione primaria del mio esistere come scrittore.
I film visti da mia madre – la sua vita immaginaria e vera contrapposta alla sua deludente vita reale -, nel momento in cui sono stati visti e condivisi da me, hanno finito, col trascorrere del tempo, per diventare la droga che lei stessa mi consentiva di iniettarmi nel cervello e nel cuore. In quella droga dell’immaginario erano possibili tutte le rivoluzioni e tutte le eresie. Bastava, naturalmente, che non trasgredissi al primo divieto e non vedessi il giardino fuori casa, dove gli altri bambini correvano.

Inventando una cosmografia di vite marginali o apocrife, tracciando la mappa di un universo fantastico e impossibile, io non impongo una geografia del meraviglioso, un’altra terra da sostituire a questa, ma mostro che l’uomo nasce sullo sfondo di visioni che vengono da un oltre dell’uomo.

 

2

Se mia madre mi ha proibito di correre e io non ho neppure avvertito il desiderio di farlo, è solo dopo un lungo viaggio compiuto dentro la mia immobilità attraverso la scrittura che ritrovo intatto quel desiderio: ma, non potendo più correre spontaneamente come il bambino di allora, ho dovuto trasformare la scrittura in un’architettura obliqua e favolosa in grado di ripetere, per me, le delizie di quella corsa mai compiuta. E mi sono messo in ascolto del suono di mille possibili passi infantili, oltre la vita e oltre la morte, pronti a correre anche per me.

La mia scrittura nasce con insistenza dalla percezione di una paralisi, ma di quella paralisi non fa una teoria dell’aridità e dell’impotenza; al contrario, descrive gli effetti di slancio e di desiderio che la passione vitale ricava da quello strozzamento.

Il progetto impossibile consiste proprio in questo: ciò di cui si parla non può essere che un sogno, ma questa consapevolezza stimola la scrittura a ostinate risorse formali in grado di dare chiarezza e sostanza al messaggio della visione onirica. Non è tanto il desiderio di scrivere quanto la necessità di farlo. L’amore per la libertà è così forte che, non potendo esprimersi nell’atto di correre, deve, simultaneamente, trasformarsi in una scrittura che rispecchi quella folle volontà di corsa. La corsa mai compiuta è tutta contenuta nella frenetica immobilità dello scacco. Chi non ha provato desideri impossibili che ha poi cercato di tradurre nella sua arte? e, se questi desideri sono esistiti, allora perché non posso, oggi, da cronista apocrifo, tradurli in scrittura tangibile, dando corpo di scrittura a quei fantasmi? Nei miei racconti apocrifi prendo a prestito diverse voci per narrare un sentimento che, pur mascherato da molteplici variazioni, è sempre lo stesso: l’urgenza di esserci contro qualcosa che nega quell’esserci.

 

3

I miei libri apocrifi sono «visioni silenziose», spie di una scrittura non fragorosa, estranea ai cinque sensi, attenta a registrare processi psichici al limite dell’esprimibile. Lontana da una sua specifica sensorialità, rifiuta climi metafisici. Non è gelida o distante ma ardente. Un frammento d’inconscio rappresentato non in «campo lungo», ma attraverso soggettive diverse.

I temi che rendono possibile la mia scrittura sono quelli che renderebbero impossibile ogni tipo di scrittura: l’assenza/ambiguità dell’autore; l’attribuzione del racconto a un altro – sia esso fantasma, pazzo o artista; la necessità della follia come smarrimento della visione. Il progetto è minare, alla base, ogni edificio letterario che voglia fondare la sua esistenza su qualcosa di estraneo alla scrittura stessa.

«La poesia ruota attorno a questo nodo che è fuori dalla parola: immagine non verbale, ma sonora, in parte visiva, segreta alla parola». Io cerco, attraverso questo nodo, il segreto di una parola allarmata, costretta a esprimere l’inesprimibile.

Uno scrittore che, in assenza di sé, continua a scrivere oltre l’impossibilità di farlo, in quanto collaborano alla sua scrittura elementi formali e fantastici che possono essere posseduti da qualsiasi sognatore e da qualsiasi io, in qualsiasi epoca, se viene condivisa l’etica di quel sogno.

 

4

Vivo in condizione di inattualità le mie corrispondenze interiori con altre anime o vite. La mia posizione, di ‘portavoce’ dei ‘senzavoce’, è sostanzialmente politica, sia che il compito venga svolto nel regno della letteratura apocrifa come in quello delle vite immaginate. Mi tocca come destino un ruolo da scomodo testimone: una dichiarazione di sostanziale estraneità a ogni narrazione che non sia narrazione del sogno di narrarsi.

Il mio processo creativo non è un procedimento sur-realista, in quanto non vuole allontanarsi dalla verosimiglianza e dal realismo. Ma il mio realismo appartiene a un occhio espressionista, che vede il reale come la materia di un sogno. Non sono uno scrittore fantastico nel senso tradizionale del termine: il contenuto delle mie visioni, invariabile, è materiale combinatorio per una scrittura fantastica solo in quanto riconduce se stessa all’enigma della sua impossibilità. Le consuete scelte fra scrittura dell’espressione (fantastica) e scrittura dell’impressione (realistica) sono tutte da iscrivere nel segno dello stesso paesaggio interiore. Non concepisco una realtà fuori dall’io in quanto non esiste una distinzione fra io e non-io ma una strategia di simulazioni e dissimulazioni, una rete tesa tra due poli fluidi e interscambiabili.

Inventando una letteratura a volte complementare a quella tradizionale, composta di testi reimmaginati e fantastici, non intendo realizzare l’utopia di un’estasi collettiva in cui tutti gli scrittori possono essere, indifferentemente e indistintamente, tutti gli scrittori, in un patchwork combinatorio simile all’universo descritto da Matrix. Al contrario, tutti i dettagli biografici vengono bruciati dall’ossessione di un unico e anonimo artista percepito con volti e voci diverse, nei secoli.

 

5

«Prima di incominciare a parlare, suggerisce E., è necessario rimettere in discussione i modi e le forme del linguaggio. E forse qui è possibile trovare un nuovo punto di incrocio tra vita e letteratura: scartata l’ipotesi che la letteratura possa inseguire una vita sempre più irraggiungibile, o peggio, che possa rifletterla, si tratterrà per E. (ma non è più, a questo punto, un problema soltanto suo) di porre la vita al servizio della scrittura. Si tratterrà di far sì che scrivere […]continui a essere un destino».
Queste parole individuano uno dei miei nodi essenziali: una scrittura vissuta come destino non è mai solo poetica o solo narrativa, ma scompiglio fra descrizione e narrazione, fra trama e atmosfera, dove non è possibile far nascere la trama se non dalla necessità di un’atmosfera.

«Ai suoi occhi, infatti, l’unica immagine ammissibile, o se si preferisce non indecente, degli eventi trascorsi è quella che volutamente e profondamente si lasci ossessionare dalla memoria delle potenzialità, umane ed artistiche, inespresse o represse». Scovare dei momenti di negazione, repressione, morte di queste potenzialità, e rifare tutto da capo, reilluminare la scena, consentirne un’altra. Rimodellare il passato da un’altra angolazione, che mostri di nuovo il bios vitale: una poetica che può essere da ‘fantascienza’ ma che esclude contenuti fantascientifici.

La mia scrittura è il contrario di uno schermo in cui le possibilità combinatorie e onnipotenti dell’immaginazione proiettano un delirio elastico, estensibile, virtuale, come suggerirebbe l’esercizio dell’apocrifo e del falso. La mia scrittura espone gli intrecci fra vita e arte, fra paradosso e finzione, considerando le vite umane come il materiale di un sogno. Nel momento in cui cerca di tradurre l’invisibilità in forme, non fa che aggiungere nebbia a nebbia, pur rispettando i contorni del paesaggio, e diventa così un lungo, dolente commento al silenzio.

 

6

L’origine della scrittura è un’ingiustizia, una morte, un lutto – qualcosa di violento e di irreparabile che guarisce magicamente nell’istante della scrittura, per ritornare irreparabile. La mia opera nasce nel segno della malinconia ma non si sviluppa corteggiando questo sentimento di nostalgia struggente: al contrario, lotta nel compito impossibile di una ricostruzione incessante dell’oggetto, della parola, della vita perduta, creando una «giustizia postuma, di natura essenzialmente poetica».
«Turbare» il passato, ridando voce ad autori che sono realmente esistiti, potrebbe essere giudicato un atto di voyeurismo aggressivo e onnipotente. Ma è proprio restituendo la parola a chi non può più parlare, attraverso un artificio dell’immaginazione, ho l’illusione di riparare a un antico sopruso e simultaneamente di esprimermi proprio attraverso quella parola segreta e indiretta, quel cortocircuito anomalo, sommerso.

La mia scrittura ha l’ambizione di trovare, nelle opere del passato, se stessa. Certe angosce e visioni del nostro tempo possono esercitare un feedback critico su quel passato. Questa possibilità sovverte la bloomiana «angoscia dell’influenza» esercitando, al contrario, una «gioia dell’influenza» che, à rébours, fa della letteratura non un repertorio di performances isolate ma un’enciclopedia «in divenire» di vite, destini e opere sempre viventi, sempre cariche di potenzialità ulteriori. Se è vero, come scrive Seferis, che «le responsabilità cominciano dai sogni», allora ognuno deve assumere dentro di sé, come regola fondamentale, la ricerca dei modi e delle forme in cui chiarirsi un sogno che non è soltanto suo.

Io penso alla scrittura come all’ossessiva obbedienza a un numero inverosimile di ricordi e di sensazioni che soffocano e stordiscono e che poi, con la parola, faticosamente si ricuciono insieme e si illimpidiscono. Ho il senso di me solo nel momento in cui mi vivo condotto dall’opera che ho trovato. Divento suo strumento, lei mi convince ad andare in un luogo o nell’altro, a trovare questa o quella parola, ed io, viaggiatore sorpreso, non posso che acconsentire. Qui, solo in questo momento del mio lavoro, posso provare stupore e orgoglio insieme.

 

7

È evidente «il carattere costitutivamente anfibologico dell’apocrifia, la natura doppia e insidiosa di una tecnica che induce a “mettersi al posto dell’altro”, per rendergli omaggio, per farlo rivivere, ma anche e contemporaneamente – lo si voglia o no – per espropriarne la parola, per annullarlo sostituendosi a lui». Si tratta, quindi, per lo scrittore apocrifo, di un ambiguo rubare-possedere la parola, di un resistere in una zona di confine dove chi dice io comunque mente, sia perché non è l’autore che viene attribuito al testo sia perché chi si sostituisce all’autore prescelto comunque realizza un falso. In questa doppia falsità si sviluppano con maggiore naturalezza e autenticità, perché schermati da un discorso indiretto, i diversi pensieri che si agitano nell’autore. Non c’è nulla di più fecondo di questo parlare di sbieco, non sapendo mai da dove arrivi e dove giunga la verità. Non c’è nulla di più sincero che parlare attraverso continue rifrazioni che colgono la verità esattamente per quello che è: il riflesso di un sogno che forse non era neppure il nostro sogno.

Il mio compito di narratore ha qualcosa in comune con l’esercizio della caccia: io, scrivendo, stano delle prede nascoste. Mi metto in agguato. Sorveglio. Poi capto delle vibrazioni sonore, delle particolari risonanze. Allora mi metto in posizione e aspetto la preda: passa, guizza, la afferro; e appena mi capita di averla tra le mani, ho il tempo di osservarla per un attimo, di intuire una vaga somiglianza fra il suo occhio atterrito e il mio, e poi la lascio libera. È solo in questo momento che posso scrivere del mio incontro con lei, esattamente come un critico parlerebbe di un’opera di Dante o di Boccaccio. La verità è solo nell’attimo magico di una risonanza che genera un effetto: la scrittura è il ralenti di questo incontro, la sempre inadeguata, forsennata, a tratti impotente descrizione di questo incontro fra animali spaventati.

 

***

15 pensieri su “Nottario (II, 3)”

  1. Grazie, Francesco. Hai scelto, del “Nottario”, alcune delle pagine con cui cerco di definire la letteratura apocrifa. Almeno a me. Spero che le mie riflessioni, pur appartate, possano insegnare ai giovani scrittori a non fidarsi soltanto del loro io. Anche per Pascal, “l’io è degno di odio”. Aggiungerei: quando vuole sovrastare superbo gli altri “io”, di cui dovrebbe invece nutrirsi.
    Ciao.

    m

  2. Quelle di Marco Ercolani sono riflessioni utili anche ai meno giovani. Una scrittura che non impone, ma mostra, dispiega, fiuta come un segugio, ha le orecchie affinate dall’attenzione, stana, afferra per un attimo e poi libera è invito a porgere l’orecchio fuori da sé, dunque insegnamento durevole. Grazie

  3. “L’urgenza di esserci contro qualcosa che nega quell’esserci”.
    Ho avuto modo di sottolineare, a proposito de “Il diritto di essere opachi”, come in Marco “la parola e la scrittura sembrano essere gli unici atti che tentano di rompere un’immobilità senza scampo”. Mi sembra di trovare qui una conferma al riguardo. Cio che “arde” è nel buio, nella notte, ai bordi dell’inesprimibile, è destino che rivive nella voce, in quell’apocrifia che si addentra nella zona doppia del sogno. Ed è proprio in questo incontro spaventato che per un attimo, prima della sparizione e della cenere, può apparire la fiamma della verità…
    Grazie per questa lettura e un caro saluto
    Mauro

  4. Per non perturbare con le mie, solo le tue parole perturbate, nel senso anche di rifratte, anche nel loro ordine, dalla mia lettura:

    “Sorveglio”
    “il segreto di una parola allarmata”
    “Il mio compito di narratore ha qualcosa in comune con l’esercizio della caccia:”
    “L’origine della scrittura è un’ingiustizia, […] che guarisce magicamente nell’istante della scrittura, per ritornare irreparabile. La mia opera […]lotta nel compito impossibile di una ricostruzione incessante dell’oggetto, della parola, della vita perduta, creando una «giustizia postuma, di natura essenzialmente poetica».
    “Non c’è nulla di più sincero che parlare attraverso continue rifrazioni “ / “«Turbare» il passato”/
    “che colgono la verità esattamente per quello che è: il riflesso di un sogno che forse non era neppure il nostro sogno.

    Post estremamente illuminante, da sentinella nello scrivere,
    pila come “rete tesa tra due poli” / “fra io e non io” / “fluidi e interscambiabili”
    il passaggio del fluido reso possibile dal verbo “turbare” che qui è il vero attrattore di scambio.

    Grazie! e un caro saluto

  5. ” La mia opera nasce nel segno della malinconia ma non si sviluppa corteggiando questo sentimento di nostalgia struggente : al contrario , lotta nel compito impossibile di una ricostruzione incessante dell’oggetto , della parola , della vita perduta , cercando una “giustizia” postuma , di natura essenzialmente poetica “.
    Il peso , la valenza , la rappresentatività di questa “giustizia postuma” dovrebbe essere il referente di chi si dedica alla poesia , anche a livello critico .
    Mi sento in sintonia con la consapevolezza di Marco dopo aver letto e riletto il suo intervento .
    In gamba !
    leopoldo

  6. Grazie ad Annamaria, Mauro, Margherita, Leopoldo, per le loro riflessioni, che si “appoggiano” sulle mie con sintonica amicizia. Tengo a precisare, come farò nelle note al mio “Nottario” quando troverà editore, che alcune delle riflessioni “virgolettate” sono di Luigi Sasso e Giuseppe Zuccarino, compagni e sodali della mia ricerca. Nel tempo. Ci tenevo a precisarlo non tanto per amor di filologia quanto per rispetto alla fedeltà di un’amicizia che mi ha sorretto, anno dopo anno, facendomi sentire meno solo. Un grazie a Lucetta, che mi ha sempre ascoltato, e a Francesco, che mi ascolta da prima che ci conoscessimo.

    m

  7. caro Marco,
    ma quando scriviamo non siamo sempre ‘al posto dell’altro’? nell’ascolto di un “noi” /possibile o meno/ non è cercare il rifugio della e nella lontananza?
    ‘porti le voci di chi non a voce’, diventi un loro te stesso? allora, il falso non è l’ammissione di una verità?
    mi viene un dubbio, non sarà che uno scrive per cercarsi l’amico dentro.
    scusa il banale mio dire, se così ti pare.

    un abbraccio

  8. Il “banale tuo dire”, Alessandro, è l’esatta verità (se l’affermazione è consentita a chi, come me, produce “falsi d’autore”.) Io, apocrifando diversi artisti, ho solo esasperato una condizione comune: come dici tu, “cercarsi l’amico dentro” è anche mettersi alla ricerca di voci del passato, che risuonano ancora dentro di noi. Un atto semplice, ma ancora oggi devo spiegare il mio lavoro a molti dei miei amici, che in qualche modo si interrogano se io scimmiotti questo o quell’autore per mancanza di ispirazione. Al contrario, è proprio un “lasciarsi ispirare totale” che ti consente un’avventura narrativo-critica reale nelle voci altrui. Recentemente ho scritto un apocrifo, sulla falsa riga di Proust (benché non ami totalmente Marcel): secondo me è buono, ma coloro a cui l’ho spedito secondo me si chiedono ancora il senso della mia operazione.

    m
    m

  9. E’ stato un piacere leggere questi scambi – estremamente fruttuosi.

    Marco, non è che i tuoi amici leggono testi “diversi” da quelli che leggo io? :)

    Ho la certezza, per quel che mi riguarda, che nei tuoi “apocrifi”, al di là del valore “artistico” dei testi, si nasconda la vera voce e il vero volto dei tuoi “interlocutori/soggetti d’altrove”.

    Come si fa, poi, a fare “arte”, mancando di “ispirazione”?
    Mistero…

    fm

  10. Infatti, credo che non si tratti di “amici”, caro Francesco. Si tratta di persone che mi conoscono, mi stimano, sanno che io scrivo, mi vogliono anche bene, ma alle quali non riesco a spiegare il “senso” della mia scrittura. Che, per me, è estremamente semplice, e anche “attiguo” al mio lavoro. Se non mi identifico con l’altro, se non faccio mia la sua voce, cosa vivo a fare? Talvolta credo che inventare racconti immaginari sia proprio un atto di cura à rebours, come se volessi rimettere mano ai guasti delle cose e ricucire le ferite con una chirurgia postuma, inutile ma forse no…

    un abbraccio

    m

  11. in ogni atto di scrittura c’è una dose (più o meno alta) di narciso. nella lettura poi si moltiplica, non lo dico in senso negativo, anzi per uno scrittore è importante (sempre nel caso che sappia trovare un equilibrio).
    ma come si svolge la ‘sistemazione’ del narciso quando -e capisco perfettamente che per te Marco la tua scrittura è un (f)atto normale, anche per il tuo lavoro- ‘porto la voce degli altri’; a me già mi pesa fin troppo la mia, piccola che sia (ho risistemato il narciso!)
    sempre dalla stima e dall’amicizia, non sia mai…!!

    un abbraccio

  12. Non so, Alessandro, come si sistema il “narciso”: per me è sempre un effetto di moltiplicazione di maschere, e non di innamoramento di una sola. Mi sembra decisivo, credo lo sia anche per te, non fermarsi dentro il recinto di UN rispecchiamento, ma entrare nel luogo delle “nostre identità”, ben sapendo che alcune sono dominanti, altrre recessive, ma che ESISTONO, e sono tutte con noi…

    m

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