Lacune

Domenico Lombardini

il chiaro non è la luce,
ma la sua percezione. facile
sarà allora ricordare il rosso –
una palla, un fiore, se
lo sfondo era nivale
di bianco e albedo

 

Lacune (2011, inedito)

 

fisiologia

per navi incagliate regola è deriva;
pure, non puntiamo diritti la
polare, non volitivi mai
verso meta, né in bolina se abbiamo
le braccia ritorte
il busto ribaltato
gli occhi opercolati…
però: perché queste infermità?
di chi è il governo, le responsabilità?
poco adatta la stazione eretta al sup
porto di gravi? non dite però
che bauplan è questo,
che meraviglia aggrovigliata di spasmi erpetici!
computazioni casuali da
cui forse dovrei trarre sicurezze,
segni di Verità? non
traggo che visceri, li tiro,
sono metri, a tocchi li
contabilizzo, e un tocco
e vìa, e un tocco, un tocco ancora,
e un tocco… atomizzo la tenia
segmentata, espungo, semplifico
sottraggo, radicalizzo, stilizzo, scheletrizzo…

 

religione

si concretizza la polvere, si sgrana
il mantice, non voglio questo
sia Io: perché ho visto già
simulacri altri svellere anime
pure, non voglio capiti anche, non
vorrei capitasse anche a me – ecco che svelle
i rimasti in piedi i pochi
mobili, poco rimane se non la
voglia di incasellare e ordinare,
monterozzi di merda mettere su: bisogna
che sia robusto, e credere
nell’avvenire di un’illusione… – e
una forza che si pretende
però è troppa, non l’ho! non ho che questa
di mani sclerotiche e piedi
a spingere passi sotto ombre,
sotto cui si attende, anzi non.
– sono muri non rovi,
e attendere, e attendere chi? è ottobre
e pochi mi corrono
dietro, pochi ancora
mi si affiancano

 

entropia

la pioggia titilla: pace
fuori; qualcosa di ordinato,
riposto con mano ferma, assi
curato, allora c’è. – di colpo,
pum! è caduto. ahi!, hai visto che
la cura non basta, tutto reclina
lungo il piano inclinato, avvalla
sotto gli occhi, e deve.
e pure ci provi, ché tutti lo fanno:
assecondare la morte, io? – si
gode a volte, ci
si contorce pur di calmare
il prurito inverecondo
che titilla i glomi, il piacere.
ché tutti lo fanno: si mostra
la cervice reclinata. ma
è superbia assecondare
la lusinga; – la fessura ci spia.

 

osservazione

da dietro lo schermo, lo iato
tra me, il fuori ed altro
che so e non so definire da
dentro: un terzo me, frammisto in
colloide, agli occhi immobile,
in stasi. la gamma cromatica mista,
policroma, in mescola e crasi,
dovrebbe risolversi per meglio
mostrarsi in singole componenti
monocrome. sembra e non è
stante, immota…

… senz’altro l’osservazione di un altro
potrebbe risolvere la
policromìa: se non che ognuno contamina
di sé la vista, nella definizione
di antinomìe. [su questa base, sul bolo
che ne rimane, basiamo l’analisi
del reale
]

 

poetry slam

in generale: solitudine-contenitiva
entro fibre sgranate di un corpo
ormai sul limite del disfacimento, ecc.
serve a evitare la dissoluzione in
solventi-media-obbrobri, una sequenza in-
interrotta di segnali, per cui, altro
che separare il grano dalla pula. si deve,
io devo rifiutare il tutto-ostensivo, nel suo blocco
merdoso che si vorrebbe ficcare
tra viscere e cerebro, ben bene nel profondo,
tanto da farmi hybris
schifosa, un ibrido corpo-merda,
in una parola: l’esibizione

*

vi ho sgamati. sì, voi che ai reading
segnalavate il posto col borsello, e poi
vìa fuori un attimo, arrivo sùbito, la birra, la siga…
voi che per il mondo vi davate
al mondo, col sorriso
del bambino lusingato, del gatto allisciato.
voi, molto spesso maschi compiaciuti, che della
poesia avete fatto l’ennesima
protesi fallica, pochi centimetri,
vi dico, pochi ma tanti per eunuchi.
della poesia-anima che fate? – l’ennesimo
campo di battaglia: miserie per uomini

 

Darwin

un tavolo autoptico:
sul palmo il nero del putrefatto,
sentore sicuro del caduco d’animale
morto. [intuizione: privilegio indegno
per noi coscienti
lo sforzo d’essere, il compito di dimenticarsi]

 

staminalità

voglio essere tutto: sarò
schiacciato. vòlano
queste foglie che
ingialliscono sotto il peso
del disfacimento entropico,
così, senza remore,
inscenano per me,
sostanziano la mia perpetua, cocciuta voglia
di nullificazione

 

qualcosa

si poteva creare un coagulo d’affetti,
qualcosa che in sé precipitasse
il buono di tutti, di me, degli altri,
in un singolo punto, l’agglutinarsi
preciso di qualcosa di immanente che però
avesse la forza cocciuta di trascendere
il momento, di lanciarsi negli anni…

qualcosa di rizomatico, di fitto
in terra, che scostasse zolle
argillose pesanti con la forza tranquilla
della perseveranza…

qualcosa che ci additasse l’immane
compito di esserci con dignità,
portando l’esempio, si fa così e così,
sentendo e credendo che così fosse il modo giusto.

qualcosa: una luce, un punto,
una fenditura: l’occhio accostato è sopra
la fessura, mi fermo abbacinato dalla
luce di là, oltre il muro. mi abituo poi,
comincio a veder nitido, ed eccolo dall’altra parte
l’occhio che mi osserva,
anche lui domandante, anche lui: chi sei?

 

***

6 pensieri su “Lacune”

  1. leggo sempre con grande piacere le poesie di Lombardini. il suo oscillare fra raziocinio e accensioni *diversamente* logiche nello spazio di una sintassi precipitata in inarcature nervose, intelligentissime.

    complimenti, e grazie alla dimora per la proposta,

    f.t.

  2. Grazie a te Fabio, la tua attenzione alla “Dimora” mi fa particolarmente piacere.

    Pienamente d’accordo sulla scrittura di Domenico e sul suo valore.

    fm

  3. “lacune”, mancanze, ma concave, capaci a contenere anche quel qualcosa che può darsi (in certe condizioni) voglia essere tutto
    giusto per citare “stamilità” e “qualcosa” che sono le poesie qui da me preferite (in particolare stamilità con quel “nullificazione” che trovo perfetto, ma benissimo tutta e tutta) .
    Trovo inoltre molto appropriato e ottimo il rilievo di Fabio Teti su la “intassi precipitata in inarcature nervose”.

    Adesso salvo il pdf intero.

    Grazie!
    ciao

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