Voglio dire

Stefano Guglielmin

 

 

 

 

Io credo, davvero, che di traverso
si metta comunque l’uomo, non il verso
e che quanto piace al mondo è greve, unto
come l’amaro Belice e la calce viva sui morti
a Dachau.

Voglio dire
(inedito, 2011)

Dal goloso caso delle bambole infermiere
al teleciccia con supercazzola per premio, ma il bello
cari, viene ora, in questa caccia bombarda, in questa
brocca pandora e mortale, che sanguina, leporina
come lebbra o sporta interinale
da cui mi sverso, radioattivo, come il grappolo
di fave sfatte dal ventre della mummia
e rodo il midollo al verme, non al leone
perché scrivo dopo Calvino, da dove prendo aria
e spando l’orto ciclamino, che devi intendere
etimologico e diserbato, esasperato, anche
specie se dici “basta!” non per chiudere
o sostare, ma per spaventare e dare verso al volo
visto su forzearmate punto org che spiana la tavola
al pozzo alla diga alla pasta dura di grano
per la famiglia, pare, per l’allegra
compagnia in battaglia, che fa futuro
e libero commercio e qualche altro ossidrico
esercizio, come la fiamma dell’orzobimba cortigiana
che scappella il giovine cadetto prima di morire.

Voglio dire: che l’uno e l’altra
che lei cocca e lui soldato, entrambi, voglio dire
che la giovinezza
è bella scritta sui muri o nemmeno quello
talvolta, se dietro grufola il banale o la sua
controfigura, “di fino oro formata, / e puro argento
le braccia e il petto”, tutta ociciornie e letame
nel suo mondo di bragia, la controfigura, nintendo
quella cosa sfatta di dietro, rosa, marcia
liquescente, la pornopalus di madama edwarda
ma senza dio senza scandalo che salvi, solo pezza
cauterina e consol, solo brezza. Per questo dico no
alla foresta di sandali, al postgoverno
e no alla salvia che indora, all’amore per Lotte
quando frigna, a quel buio sentire spaesato
che smette l’acido in bocca e consola.

Batto invece il tempo con i chiodi
e cerco rime sopraffine come nice / camice
ano / gozzano per fare festa freudiana e ancora
godere della parola fantola, senza lacrima, però
ma crudele, forse, e malata perché vera perché
schiva. E poi, sia detto con chiarezza
rompe di più Caparezza, l’effervescenza
della sua catena non interrotta di motti, o l’odore
lungo del pastore, lurido d’erbe e d’animali
che la poesia civile, oggi, di più il camallo
stramazzato che la politica, spesso, io comunque
adesso, muovo da porta nuziale, attraverso il canto
cauto, lo sformo, seguo, della teoria dei giochi
il suo programma solidale, anche se poesia
tende a / stampa per / niente, a volte, come del resto
il tentacolo senza spettatore, il naufragio
di cui siamo spettri, fragili plettri.

E comunque mi chiedo: meglio D’Elia, il poeta
che chiama padre Pasolini, o Lina, la bianca pollastra
di Saba, regina serena tra le braccia di Dio?
Ed è più degno il legno o l’amianto, il corpo teso
del discobolo o quello di chi muove all’obolo
il marmo o il karma, o la Marna, invece, che è roccia
sedimentaria e la prima forma di trincea precaria
dove ricevere la qualità dei tempi e far poesia
come ripete, in Laborintus, il caro estinto
alla vigilia della rivoluzione (linguistica, almeno
e meno fascista dunque) quando al cottolengo
si votava, e senza vergogna, pare. D’altro canto
nemmeno il comunismo s’ha da fare, in quel frangente
ma da dire, appunto o, meglio, in contrappunto
s’ha da smontare.

Però, davvero, ancora mi domando
se questo paravento abbia un senso, se questa messa
in pena valga la cera e quanto o invece
buchi meglio lo scherno l’impiego crudo del vero
con corpi monchi e scalpi o l’allegoria
feroce che fa da linfa alle feste del potere
da Luigi quattordici alle undicimila verghe alle centoventi
di Salò, a baionetta sul fronte antiborghese
anche se tutto poi rapprende in solida bolla, s’ingloba
in carta buona e lancio editoriale.
Però la borghesia, forse, per quanto
piccola, e il proletariato e l’ospite indesiderato
sono comode figure, semplificazioni che sporcano
di meno. Ideologie, appunto, tare. O almeno, così pare
se è di questo che da Parigi a Casarsa si dice
e non, invece, come credo, della bestia oscena
del maschio disumano lanciato contro la femmina
motrice, chimera che spaura perché più dell’uomo penetra
più di lui domina la scena. Forse di questo stiamo parlando
anche quando cantiamo l’amore o i punti vinti al gioco
quando chiediamo se val bene questo
quello o l’erba in mezzo, come a beato ristoro
poetando.

Come vedi mi cito, mi chioso
con tutto il corpo che posso, scopro la voce, le voci
che come a Giovanna mi sparlano dentro, per liberare
la faglia, così che spiffero e buio e quanto rimane da dire
come da botte larga escano fuori o da bottega
ch’è un fare felice, se campana, per esempio, nasce
da terra ed ingegno, come in un film di Tarkosvkij
o da una poesia di suo padre, dove “l’erba come un flauto
– d’improvviso – cominciava a suonare”.

Io credo, davvero, che di traverso
si metta comunque l’uomo, non il verso
e che quanto piace al mondo è greve, unto
come l’amaro Belice e la calce viva sui morti
a Dachau. E credo, anche, alla complicazione
radicale, che non è un partito
ma un’idea, un rispettoso gesto d’amore verso il vero
e, il mio, un omaggio a Sanguineti.
Complicazione, dico, non sabotaggio, ronda
o l’invasione dei Sudeti, bensì il volo
suadente di Palomar dentro l’onda o il radente
suo scrutare l’infinito, la passeggiata
sul cono del vulcano e l’ascolto dell’amore tuo
nervoso, la pazienza che richiede un corpo vivo
con tutte le sue lune, o l’ombra, che solo divora
e non pensa. Voglio dire, anche, semplificando:
so che la violenza, so che l’ingiustizia e la fame
so quando e dove / e come può uno scoglio
ma non basta se poi confondo Cesare con Lucio
o patto con inciucio, se parlo per luoghi comuni
e non distinguo tra selva e Stato, là dove cappio
e fanculo votano insieme e complottano
delle demoiselles d’Avignon, da mettere nel favo
come regine di tette, sul trono del senato
con tanti verbi sodi, tipo: compro, vendo, guido
io vorrei che tu, lupo, che non sei bestia natura ma
metafora d’ogni più cagna sventura, patissi / patiste
come acino d’inverno o fra Dolcino, quando sentì l’odore
della sua bella sciogliersi al fuoco, ma non per vendetta
lo dico, non mia, comunque, ma per giustizia
comune o contrappasso, per democrazia, volendo
se ancora respira, laggiù, lumino zoppo dei morti
cuore remoto.

______________________________

Note al testo
(a cura dell’autore)

“Orto ciclamino” fa l’eco alla rivoluzione del gelsomino, fiore simbolo della primavera africana. Come in Tunisia il gelsomino è un fiore tipico, così il ciclamino lo è del nord Italia. “etimologico”, in ciclamino, rinvia alla sua radice, cerchiata e leggermente schiacciata, che ricorda la forma del pane (dunque “diserbato” e “esasperato” sono aggettivi da riferire alla crisi economica, al pane che manca, e morale: il pane che è cosa semplice). l’etimologia di “orto” ci riporta, per contrasto, all’Occidente quale terra dell’occaso (Ortus: nascimento), del tramonto; ma anche ad Orthos, al retto dire e scrivere e a Hortus, giardino: tutto ora sembra diserbato e esasperato: la morale, il giardino, la Waste land)

*

“Di fino oro formata / e puro argento le braccia e il petto”: lo scrive Dante (Inferno XIV, vv.106), riferito al simulacro di “un gran veglio”, emblema della storia dell’umanità dolente. La testa è d’oro ma il piede destro, su cui si regge, è di terracotta. Dalle sue lacrime nascono i fiumi infernali. Questa immagine, che nella tradizione ha la forza fondativa del mito, qui diventa simulacro di un simulacro, artificio, “nintendo”, che dell’origine alta conserva solo la “brezza”.

*

“Nice /camice” è una nota rima di Gozzano, che io rimo a sua volta, in un gioco al massacro sul senso del far poesia oggi, cui riferiscono i versi precedenti e quelli delle strofe 4 e 5.

*

Nella “teoria dei giochi” è previsto anche il modello cooperativo, “solidale” nella misura in cui dà un bene personale, un proprio “pay-off”. Di più non possiamo chiedere all’uomo, il cui naufragio è senza spettatore, titolo di un bel libro di H. Blumenberg e trasformato, qui, in calembour nel distico finale della terza strofa: “Il tentacolo senza spettatore, il naufragio / di cui siamo spettri, fragili plettri”.

*

“Noi che riceviamo la qualità dei tempi” è di Foscolo, citata da Sanguineti in Laborintus I, nel 1956, “alla vigilia” dunque della Neoavanguardia, che ebbe anche il merito di “smontare” il facile meccanismo dialettico, per complicarlo sul versante sovrastrutturale, quello linguistico, appunto, tanto da indebolirne l’ontologia meccanicistica, implicita nel marxismo.

*

“L’ospite indesiderato” parafrasa L’ospite ingrato di Franco Fortini e, più in generale, il difficile rapporto tra intellettuale e potere. Come scrive Berardinelli (Fortini, La Nuova Italia, 1973), “E’ la contraddizione tra rifiuto e integrazione” il problema dell’arte nell’età del neocapitalismo e il “centro di tutta la storia di Fortini”. L’odierna, mediocre, “qualità dei tempi” mi ha fatto capovolgere l’assunto fortiniano: non si tratta, ora, in questa Italia, di gratitudine verso il potere, ma di espulsione dell’intellettuale non allineato, di censura del suo pensiero. I versi successivi mettono tuttavia in guardia anche su questa evidenza. Qual è il punto vero? la contrapposizione di classe, come nel pensiero dialettico, oppure l’archetipo, da ripensare, che sta alla base della civiltà tecnologica: la penetrazione (della natura, della verità, dell’identità, della bellezza) al quale il pensiero della differenza di genere (vedi Ida Travi, per esempio) sta cercando rimedio?

*

“Campana” riferisce alla campana costruita dagli artigiani nell’ottavo episodio di Andrej Rublëv, il film straordinario di Andrej Tarkosvkij. Lì si capisce che la borghesia è anche saper fare, ingegno e volontà, determinazione, conoscenza delle leggi di natura. E ci insegna che tutto questo operare, tuttavia, serve il potere, obbedisce ad una volontà superiore che non sa usare le mani per creare, ma solo le armi e la forza costituita.

*

Ho citato anche il padre di Andrej, Arsenij Tarkosvkij, poeta purtroppo introvabile in libreria, che ha scritto versi come questi: “Siamo tutti ormai del mare su la riva, / e io sono tra quelli che traggono le reti, /mentre l’immortalità passa di sghembo”.

______________________________

[Voglio dire – Note al testo]

[Stefano Guglielmin – voglio dire – pdf]

***

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25 pensieri riguardo “Voglio dire”

  1. Ho ascoltato Stefano leggere Voglio DIre a Verona. Al di là della stratificazione della scrittura, dei rimandi e delle citazioni, ci tengo a sottolineare la forza e la potenza della lettura a voce. Mi è già successo con Stefano e con la sua poesia – di grande valore ma per me anche di grande complessità – che l’ascolto abbia fatto scattare quella serratura che mi permette di vivere un testo, o un libro intero come l’ultimo.
    Complimenti a Stefano, e un caro saluto a fm.

    Francesco t.
    .

  2. eh be’ direi spettacolare nel pieno senso del termine. Ci vorranno mesi per digerirlo bene dopo avere ingerito. mi piacciono le crepe, le suture che accompagnano approssimazioni e ri-pensamenti. Vorrei scriverci qualcosa di più strutturato e chissà.. La poesia è gratuita e questo stralcio lo dimostra bene.
    Saluti & abbracci
    luca

  3. sono difficile, lo so, ma la complicazione radicale protegge dalle tefefonate alla questura e alle nipotine, non di Gadda, ma di ben latre mediocrità…

    ciao e grazie

  4. Ho avuto anch’io l’opportunità di ascoltare Stefano a Verona e di apprezzare questo testo. Un testo forte, che non lascia indifferenti. Mi fa piacere ora trovarlo qui, per poterlo rileggere con l’attenzione che merita, anche alla luce delle note.
    Grazie, un caro saluto
    Stefania

  5. Caro Stefano, le “note” che hai aggiunto sono un vero e proprio testo (autonomo) “dal/sul” testo: il “poemetto” (splendido) acquista spazio, si dilata a dismisura in cerchi concentrici che meriterebbero ulteriori chiose e approfondimenti. L’impatto emotivo dei versi “performati” aggiunge note a una partitura che (tra le altre cose), finalmente, fa piazza pulita della “fregola etichettatoria” che obnubila tante “menti poetiche” – dimentiche che il “fare” è tale solo se crea “forme”, “suoni”, aperture che sconvolgono la logica del dato, aprono squarci di senso ben oltre la superficie delle parole e della comunicazione omologata, ben al di là della pura e semplice rappresentazione (magari antropologicamente, socialmente e politicamente confortante) dell’esistente.

    Provo a tornarci domani, sono letteralmente tramortito da una giornata immerso nel devastante rituale di fine anno scolastico.

    Intanto, complimenti! La “bufera” che imperversava nel ventre della “madre”, si è trasformata – nel corpo a corpo con l’essenziale che lì si cova e resiste- in un “dire radicale” che non lascia requie e scampo nell’aperto della voce e dell’esistenza.

    Un saluto a tutti.

    fm

  6. la lettura conferma l’impressione dell’ascolto “dal vivo”: tutto questo mi ricorda un assolo (non direi nemmeno inaspettato, dopo “la bufera”) di un grande musicista, con la sua potenza mixata radicalmente a un senso superiore…
    Il privilegio di essere tra quelli “che traggono le reti”… ranieri

  7. se la “bufera” era un file compresso, questo è spalancato, un corpo che mostra le ferite anzitutto della comunicazione, mettendo in guardia sui luoghi comuni, anche quelli che, pur non essendolo in sé (penso alla “foresta di simboli” baudelairiana che, per qualcuno, diventa una facile bandiera, da portare come ciabatte: ecco la “foresta di sandali”).

    Ringrazio tutti i pescatori e il capitano della nave.

  8. Penso che la tramatura metatestuale dell’opera svolga “anche” una precisa funzione di “indirizzo” – nel senso che prefigura l’ordito concettuale (estetico-politico) di una dichiarazione di poetica, un vero e proprio “manifesto” in nuce. Nessuno dei rimandi è frutto del caso o dell’estro del momento (es.: “non” Sanguineti, ma il Sanguineti di “Laborintus”), e tutti assumono una precisa “posizione/valenza significante” all’interno del dettato: il “dire” si connota, in forme di natura “oppositiva” chiarissime, della pluralità di riverberi, anche inconsci, che quei riferimenti veicolano – predisponendo la materia poematica all’apertura, alle dinamiche di senso di un’espansione “controllata” e non alla proliferazione caotica che, verosimilmente, finirebbe per trasformare il testo in un fluido e freddo “repertorio”. E ciò è attestato da tutta una serie di “scelte” retorico-stilistiche e lessicali “precise”, di ritmo e scansione del testo – dove anche le “dissonanze”, disseminate ad arte nei punti nodali delle varie strofe, sono di per sé ulteriori soglie, vie di accesso ad altre, imprevedibili “visitazioni” di suono e di senso.

    Vedo questo testo collocarsi, con estrema naturalezza, in territori molto prossimi al “Tiresia” di Giuliano Mesa – che per me rimane uno degli esiti più alti della poesia italiana degli ultimi venti anni.

    fm

  9. Mi piace il ritmo, l’inseguirsi del senso che da un centro si allarga con un andamento concentrico, come un’onda sismica. Mi piace perché in questa sua modulazione raccoglie dal presente e l’urto che ne consegue apre squarci per l’attenzione e l’analisi, cosa che non mi capita spesso con la poesia cosiddetta “ civile” ( virgoletto perché sono restia a considerare la poesia per categorie) tanto che spesso mi sono chiesta se è possibile ancora parlare di poesia civile e se questa possa essere raccolta e ascoltata come tale. Trovo le note, in questo senso, un segno di grande apertura, è come un farsi da parte dell’io, per far emergere unicamente il testo come monito e memoria comune.

    grazie
    lisa

  10. Caro Stefano, ho trovato questo testo di un sorprendente, sia sul piano tematico che formale. Un testo “attraversato” da un’alta tensione (è il caso di dire), avvincentissimo, complice il gioco ritmico e l’ampiezza di un verso sovente strabordante, che riflette tutta la tua incontenibile vis emotiva, ironica e talora finanche sarcastica. Magari, da leggere tutto di un fiato e bene adatto ad una declamazione (come pure, ho letto dai commenti, è stato già da te fatto). Un testo, solo apparentemente scanzonato (e proprio per questo tanto più efficace), ma che anzi aiuta a riflettere. Tutto o quasi, infatti, mi sembra, è passato in rassegna, caleidoscopicamente: politica e società, cultura e chi più ne ha ne metta. Un quadro impietoso dei nostri tempora et mores? Scritto – devo immaginare – con vero e proprio furor creativo. Come dicevo, ed è un aspetto altrettanto importante, tutto concorre alla perfetta riuscita del testo e al suo impatto. Alludo soprattutto alla messe di rime interne al testo, molte delle quali stranianti (Lucio/inciucio, Sanguineti/sudeti, o anche le allitteranti – peraltro sullo stesso piano verticale – “Ventre/verme”, “Calvino/ciclamino”). Bellissima (peraltro in enjambement) la straniante (in forza di quel “guido” verbale) citazione dantesca “guido / io vorrei che tu, lupo”; il seguito ritmico “bestia natura / cagna sventura” (che disegnano una sorta di climax ascendente, semanticamente: “bestia/cagna”) e poi la mistura rimico-assonantica in “acino/Dolcino/dico/lumino”. Bella anche la scelta dei sintagmi, di più eterogenea provenienza, internet compreso (“forzearmate punto org” è davvero esemplare): dal manzoniano “s’ha da fare” al ludico tognazziano “teleciccia con supercazzola per premio” (una sferzata al poetesconcorsume?) e via dicendo.
    Saluti a tutti (d.s.)

  11. bene infatti, come fa Francesco, sottolineare l’opera dell’inconscio nei testi poetici, qui e in generale e, nel contempo, metterne in luce l’intenzionalità: sono due forze, inconscio e scelta che dialogano/litigano continuamente nella poesia che scrivo/che mi scrive. La vicinanza con Mesa mi onora. Direi che, rispetto a “Tiresia”, è comune l’indignazione verso l’ingiustizia e il sopruso
    (ne approfitto per ricordare ai lettori che è uscito nel 2010 “Poesie 1973-2008” di Giuliano Mesa – la camera verde edizioni -. il prezzo è elevato [38.00 euro], ma ha valso la pena comprarlo)

    ringrazio anche Lisa, per aver messo in rilievo l’elemento sismico della mia poesia e Daniele, per la sua dettagliata analisi fonetica, che evidenzia la sua competenza e la capacità di leggere anche testi differenti dal suo stile

  12. sono appena “uscito” dalla lettura di “C’è bufera dentro la madre”, opera che mi ha notevolmente convinto e di cui spero di poter scrivere a Stefano alcuni appunti (chissà quando, forse agosto, sono in piena sessione d’esami).
    per cui, questo inedito cade davvero a fagiolo; salvo, dunque, e serbo la lettura per momenti più sgombri, intanto ringraziando per la pubblicazione.

    un caro saluto a tutti,

    f.t.

  13. Ringrazio tutti, in particolare gli ultimi arrivati, Lisa e Daniele, coi loro bei commenti.

    Spero che altri lettori portino il loro contributo – c’è veramente tanto da dire e da scrivere su questo testo.

    Buona giornata a tutti.

    fm

  14. dimenticavo di aggiungere, Stefano, che il “camallo / stramazzato” è geniale, è straordinario! altro che montalian cavallo! Oggigiorno i cavalli sembrano menare miglior vita degli uomini, ops dei lavoratori spesso, precari o meno, veri e propri “facchini” sottopagati, massacrati da ore di lavoro, e per giunta umiliati, celiati, magari portaborse di quel tal dei tali che non manca occasione di publice denigrarlo (camallo, peraltro, è voce araba che sta per portatore!). Insomma, l’immagine che suggerisci è di un grottesco spaventoso! Ce lo vedo proprio lo “scaricatore di porto” a sera con la lingua che gli esce dalla bocca, a quattro di bastoni…stramazzato, giustappunto. Peraltro, dal punto di vista formale, anche l’adozione dell’enjambement è efficacissima (complimenti!); alludo al reject di “stramazzato” nel verso successivo, che dà l’idea di questa resistenza del camallo alla fine del verso come alla fine della giornata per poi soccombere sfinito (alle luci dell’alba), stramazzato da raccoglierlo proprio – come si direbbe -con la “ramazza”. Peraltro, sai, ho una particolare propensione per le etimologie: stramazzare sta per “far cadere sullo stramazzo” e stramazzo (dal lat. stràmen) è giustappunto il letto di paglia che si fa alle bestie. Ne consegue che il camallo è un lavoratore subumano (per usare una litote, ma non voglio che mi si fraintenda con la voce “subumana” che evocherebbe tristi epoche) piuttosto diciamola tutta, un animale, una bestia da soma.
    Insomma, credo che ogni volta che penserò al camallo (ed è parola che, per giunta, mi diverto spesso a citare) lo penserò stramazzato…grazie a questa tua folgorante riuscita, Stefano. Cari saluti a tutti e un particolare grazie anche a te, Francesco. (d.s.)

  15. Grazie per questi ulteriori apporti, Daniele.
    C’è, in ogni verso, letto attentamente, tutta una rete di echi e di rimandi che sono il frutto di un meticoloso lavoro sulla parola: anche le scelte lessicali (a partire dall’area semantica originaria a cui fanno riferimento) sono funzionali a quel processo di espansione metatestuale, e non solo, di cui parlavo in precedenza – così come, per altri versi, le stesse scelte lessicali hanno una funzione chiaramente “ritmica”, indirizzando la “voce” sulla tonalità più adatta ad esprimere sdegno, partecipazione, riflessione, speranza.

    fm

  16. Stefano, vorrei inserire le tue “note” nel corpo del post e nel relativo pdf. Che ne dici?

    fm

    p.s.

    L’imparare è reciprocità: anche noi abbiamo appreso molto.

  17. Anch’io, e ti cito, “salvo tutto e imparo” (speciali, e molto, testo, note, interventi dei lettori)

    Mi colpisce in particolare l’aspetto ritmico-sonoro, ricco di pulsazioni (ri-percussioni) che si avvantaggiano di traslitterazioni per lemmi fulminanti in tutti i sensi (alcuni già evidenziati, ma ce ne sono davvero molti e ottimi), sicché risulta estremamente funzionale il “corpo” compatto e denso del testo a distribuire (innestando reazione), la forza delle corrispondenze e/o dell’urto, evitando una deflagrazione incontrollata (per intenderci retorica o da fuoco fatuo). Insomma la vis del “voglio” (che contiene la spinta forte del “dover dire”, modulata contemporaneamente, e qui in modo ottimo dalla intenzione del volere), dicevo la vis del “voglio” (anche del foglio) – rimane amplificata senza disperdersi, tanto che attrae più e più letture e aperture di senso e passione.

    Grazie gugl e Francesco! Ciao

  18. “sono difficile, lo so, ma la complicazione radicale protegge dalle tefefonate alla questura e alle nipotine, non di Gadda, ma di ben latre mediocrità…” – un po’ estrema, ma ci sta…
    sul testo, per diire qialcosa di “serio” c’è bisogno di un tempo più lungo…
    ciao

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