Tiro con l’arco

Mario Bertasa

“Testi che cominciano in un punto e si trasformano più in là, riscritture e ripensamenti, inquietanti ricorrenze, ma anche improvvisi lampi sulla vita di ogni giorno, le tende in lavanderia che lasciano nude le finestre, un compleanno, l’idea di iscriversi a un corso di tiro con l’arco. Finalmente l’irrequieta ricerca di poesia e linguaggio che Bertasa porta avanti da anni si realizza in un libro compiuto che ad ogni pagina però sembra ancora volersi espandere, saltar fuori, riprendere la riflessione, tornare indietro, un libro liquido, instabile nel suo fluire, inesorabilmente preciso ad ogni pagina, ad ogni data.” (Valentino Ronchi)

 

Mario Bertasa, Tiro con l’arco
Milano, Lampi di stampa
Collana “Festival“, 2011

 

Testi

 

«[…] alle mie dislocazioni»
[34 tropi]

 

        [tema]

        ogni volta che riparto, cielo scremato o nebbia,
        ritroverò i parchi dove mi sono disteso
        anche il randagio conosce insenature fisse
        nel suo andirivieni lungo la circonvallazione
        le valli sparse dei teneri occhi
        ritorno a quei luoghi per pregarli intatti
        e se li desideri vissuti riconosceremo
        la strada per una passeggiata in centro

 

[1]

certe strette di addio s’impregnano
di un «lunedì solito posto solita ora»
sedimentato nella frequenza progettuale –
è tanto maledettamente facile smarrirsi
sbattendo le palpebre sul prato di fango
– con i più intimi ci si estenua, invano,
a rinnovare ogni volta le condizioni
per scansare la malaria del pettegolezzo.

 

[2]

improvvisando su un pedale in Re, archi,
sono andato ad ascoltare cornamuse in marcia
un sogno beethoveniano, un fronte che avanza
e travolge squillante, genti abbracciate e variopinte
un’orda di pacatezza contro abusi soprusi
poi ho tolto le cuffie, ho spento
non c’è nulla di opportunamente politico
nel Nudo che è restato

 

[5]

sono stordito dall’immenso che si acquatta
nel palmo di un uomo; non riesco a rileggere
ogni parola che ho sottratto alla necessità
della consunzione se mi inceppo a leggere
una vita da un’anatomia plantare – incespichi
malattie stati psichici topografia di callosità
eppure nessun fuoco è più ignoto ai chiromanti
e agli oroscopi di quello che sfuoca sul vespro

 

[8]

il compito è di individuare separatamente
i suoni che compongono il suono
di un oggetto sollecitato (che vi risiedono),
dilatazione rallentata concentrica su un asse
di accadimenti a cronografia invertibile.
non serve di uomo o donna dire “monocorde”
anche il monocordo dal suo caleidoscopio
di armonici e interferenze si scentra.

 

[9]

anche ieri s’è strappato il tempo
prima del saluto, e che scendesse la foschia,
e nello squarcio l’accumularsi degli interstizi
fra solido e simulacro sfumati sinuosi
rifugio estremo per la ricostruzione
di quanto è dolce e non si vorrebbe
consumare e si consuma perché
sia più rotonda la corazza della carezza

 

[11]

eppure non si coniuga al congiuntivo la via
di fuga, il pertugio che sfiata pienezza.
Quei passati remoti in coda di sinfonia
nella geologia dei ricordi danno slargo
all’affanno dopo la risalita – ma è un
angelo che dilegua più volte affiorato
(la memoria, non sempre ingenua)
e l’onda sulla battigia si fa stagno

 

[12]

mai come adesso, con la memoria alle trascorse
assolate autunnali tra spiagge e bonifiche,
mi accorgo in pienezza che la geometria
astratta è appunto astratta e allora corpo
contro tazza sogno di ringusciare
a cilindro, ma non necessariamente cilindrico,
quindi misurabile facendolo, sia che grigiore,
sia che avvizzire di fronde col sole impresso, dòmini.

 

[16]

non intendo lasciare fogli sparsi, inediti
poesie perdute (recuperate), è per questo
che sto progettando un meticoloso incendio
di quanto potrebbe a mia insaputa diventarlo.
ma che rogo incendio e pira! (oro incenso e…)
farò un pacco di cellulosa, con una scatola
di birra vuota, ben stipata e ferma con lo spago,
in uscita per il mattino in cui passa il riciclaggio.

 

[20]

devo reimmergermi in quel flusso di me
perché voglio, non perché devo, ed è
più di un lustro che quei germogli innervati
nella corteccia sono stati raggelati da altre
esplosioni di esistenza (per così dire) scollate
– ma non conto più gli anni come spiccioli
nel borsellino – è stato un errore – non il farli
ma il setacciarli così – con la calcolatrice in mano.

 

[21]

Fra quindici o vent’anni avrai l’occasione
di leggermi – non ne ho certezza, perché
solo di rado l’opera sopravvive al macero
di quel nefasto crocicchio di passato e futuro
che è il quotidiano, ma lo spero nonostante –
eppure nemmeno allora potrò con certezza saperti
riconoscente per il veleno trangugiato, solo di rado
sparso, rispecchiandomi nella tua primogenitura.

 

[25]

non ritraggo più nature morte o panorami
seguo linee superfici amebee (cellule)
affinché non torni, tornandomi a visitare il segno,
l’emozione che scendeva col tratto e lo figgeva
riconoscibile nel riconoscibile del soggetto.
Dal classico olio o dalla china alla pennabiro
su carta comune: il salto è dalla galleria
di fine corso al graffito sulla rupe interiore.

 

[34]

Chiedo assoluta libertà nei pressi del finale.
Finché sussisto, ogni atto tenta conseguenze
prevede e non prevede addirittura pretende premesse.
Ma se davvero a tutti è data una lacrimuccia
a un soffio dal supremo, e del supremo la coscienza,
che abbia scelto io un decorso di svincoli e raccordi
o un labirinto di sensi unici e tornanti e fondi chiusi,
voglio assoluta libertà poco prima che scompaia la strada.

 

______________________________

[Al contenuto di questo libro, di cui si consiglia vivamente la lettura, sono strettamente collegati i testi, inediti, di “Salmodia colloquiale per voce sola“, a breve disponibili nella diciassettesima uscita dei “Quaderni delle Officine“. fm]

______________________________

 

***

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26 pensieri su “Tiro con l’arco”

  1. Ardire ardore di balzi e strappi
    da sinfonia a silenzio
    e dall’autodafé
    al composto riciclo:
    via di fuga al macero.

    Trangugio l’occasione.
    L’assoluta libertà
    nei pressi del finale
    ist zumutbar,
    si può pretendere.

    Grata di questa grata
    a un soffio dal supremo.

  2. caro Francesco, non so come ringraziarti dell’attenzione che hai voluto riservare, primizia, a questa mia fatica editoriale – e chi mi ha fatto faticare di più in assoluto sono io, o almeno una parte di me :-)

    è sempre molto interessante cogliere nello sguardo di chi ti legge quei criteri selettivi attraverso i quali si compone una selezione antologica di testi – e si è fortunati quando a questo processo, fluidissimo e solitamente confinato nel silenzio aureo della lettura personale, si può accedere segmentalmente in un post, come questo – per esempio il tropo 12: per mesi mi sono arrovellato se lasciarlo così, o se addirittura espungerlo e rimpiazzarlo, ma vedendolo così recuperato dentro il tuo sguardo di lettore, e in questa sequenza così ricomposta dalla quarta sezione del libro, lo vedo finalmente sotto tutt’altra luce

  3. dimenticavo: un grande grazie anche a Valentino Ronchi, curatore dela collana Festival di Lampi di Stampa, che (si può dire?) ha composto la quarta di copertina citata in incipit

  4. e (non mi sono ancora ripreso del tutto, non ho ancora tutte le sinapsi collegate) grazie ad Anna Maria e a Francesca (strada rosa) per le reazioni

  5. Caro Mario, se fosse stato possibile avrei “selezionato” tutto il libro, ma credo che Valentino avrebbe avuto “qualcosa” da ridire :)

    Ho optato per una selezione di testi più contenuta proprio perché mi piacerebbe – ma davvero – che questo libro fosse letto e diffuso ampiamente. Ho provato a inserire qualche altro testo che amo particolarmente, ma wordpress invariabilmente spezzettava i versi e l’effetto che ne risultava era francamente deprimente.

    Il “tropo” 12 è, a mio parere, uno dei vertici dell’opera.

    fm

  6. eh, Francesco, proprio ieri sera a Monza ho incontrato Andrea Inglese, per un suo interessante intervento ad un ciclo di conferenze sulla “bibliodiversità” (PoesiaPresente, come sempre…) e, mentre sfogliava il libro, gli ho detto che ne avresti pubblicato una antologia qui, ebbene ha avuto la tua stessa reazione

    del resto il verso lungo dentro i template dei blog è proprio come dipingere ad acquerello su un foglio di cellophane

    sul “tropo 12”:
    scrivendo per procedure di espansione continua di un materiale dentro vincoli formali rigidi, più d’una volta succede di veder nascere dei concentrati densissimi, così densi che mi spaventano, mi fanno temere di solcare divisioni, anziché comunioni col lettore; ma alla fine, se l’ho lasciato così come s’era generato (eccetto che per una forte variante al secondo verso), una ragione evidentemente c’era – e questo tuo parere, per fortuna, mi fa ricredere, e il ricredersi è un forte volano di pensiero e azione

  7. e a proposito della “prova di espansione” che hai linkato, è quel poemetto sostanzialmente, anche se attraversato da varianti, la quinta ed ultima sezione del libro, che attacca proprio dove finisce il tropo 34

  8. Sul fatto che il tuo libro potesse piacere, e anche molto, ad Andrea Inglese, ci avrei scommesso qualunque cosa…

    La “densità” che crea divisioni col lettore, così come la “complessità” o l’ “oscurità” di cui si accennava nel post di Guglielmin, è a mio modo di vedere, un falso problema: uno dei “miti” più pervicacemente finalizzati a far passare l’idea che tra articolo di giornale e testo poetico non corre nessuna differenza.

    Ciao.

    fm

  9. Da quello che leggo qui mi sembra che la scrittura di Mario sia davvero arrivata al compimento, non nel senso di fine dell’evoluzione, ma in quello di una compattezza ed una sicurezza di grande solidità e dal significato pieno.
    Mi procurerò il libro; intanto complimenti a Mario e un caro saluto a fm.

    Francesco t.

  10. Ciao, Francesco.

    Ti assicuro che il laboratorio di Mario è un’officina sempre aperta, anche ad opera compiuta, a ogni ulteriore apporto. I suoi testi sono tessere di un mosaico che fa dell’ “interminato” la sua ragion d’essere, soglie per l’imprescindibile “passo oltre”. Esattamente come la vita.

    fm

  11. carissimo francesco t., ti ritrovo molto volentieri! Ti ringrazio per il tuo commento.

    Lo integro con un dato: i testi che qui leggete, come tutta la quarta sezione, sono stati composti fra il 1996 e il 2002, mentre la “prova di espansione” linkata è degli ultimi anni.

    Quello che è arrivato a compimento, se appunto di compimento si può dire (e infatti in esergo al libro ho messo una battuta tanto banale quanto profondissima pronunciata da John Cage: “continue to search”, continua a ceracare) è la messa a punto, durata anni, dei metodi di scrittura e della verifica di una loro possibile validazione. E dico al plurale, metodi, come si può dimostrare leggendo il recentissimo “Salmodia colloquiale per voce sola” che Francesco ha voluto pubblicare nell’altro post come XVII Quaderno delle Officine. Pluralità di metodi organizzata attorno ad un solo nucleo teoretico, che mi deriva da annosi e faticosi studi di psicologia (faticosi per me che avevo basi letterarie, musicali, teatrali, estetologiche, ma non psicologiche) attorno alle questioni sollevate da quei processi cognitivi e d’azione che definiamo “atti creativi”, studiati a partire sia dalle dinamiche di un gruppo in processo laboratoriale, sia da percorsi di autocoscienza e di auto-conduzione attorno ai meccanismi che determinati processi di scrittura mettono in essere, e non in modo artificiale, ma in costante relazione metaforica con l’indagine sulla relazione fra parola e reale

    poi è un problema di altra natura il fatto che queste scritture siano rimaste a lungo nel limbo, e altre, altrettanto numerose, vi rimangano tuttora… (sospiro…)

  12. @Francesco: sono perfettamente d’accordo sulla questione del falso problema. Ma è talmente ripetuto, riproposto ad ogni pie’ sospinto, rinfocolato ad ogni vampata di populismo di destra e di sinistra e di centro, istituzionalizzato entro canoni accademici, che si finisce per crederci, o se non proprio per crederci (da buon dubitatore di professione), ma almeno per sentirsene condizionati

    La fatica della formazione di comunità di “resistenza poetica” forse è proprio tutta qui, nel creare spazi in cui idee aberranti, eppure agenti, potenti, non trovino applicazione sulla produzione artistica e sulla correlata indagine estetica

  13. Mario, intanto grazie per la tua partecipazione al commentarium, visto che sei abbastanza impegnato in questi giorni. Il tema di cui sopra è vecchio e stantìo, ma di tanto in tanto è “necessario” ritornarci – e lo faremo ancora.

    fm

  14. Mario!

    “Testi che cominciano in un punto e si trasformano più in là” ( V.Ronchi)
    sì questo credo abbia molto a che fare con il “Tiro con l’arco” perlomeno con un bersaglio
    creato dall’ispirazione che è importante vedere ma non fissare in modo troppo dritto o diretto, altrimenti sfuma o si sottrae; lo stesso vale per le frecce (poesie) e mi viene in mente, a questo proposito, un bellissimo post recente (a firma G,Zuccarino su Char lettore di Rimbaud) proprio qui sulla Dimora.

    Mi sembra qui farsi un ottimo percorso, “espanso” ma senza che ciò alteri la densità, anche del traslato; un percorso a partire dal suono e da quell’ “immenso che si acquatta/
    nel palmo di un uomo” (sì, davvero stordente :), a creare più fuochi -centri contemporaneamente, sì che – “sollecitato” – “il compito è di individuare separatamente /i suoni che compongono il suono”, anche se – e questo è un passo bellissimo- “non serve di uomo o donna dire “monocorde” /
    anche il monocordo dal suo caleidoscopio/ di armonici e interferenze si scentra.”)

    In sintesi leggo di un farsi ricerca, a partire dal sé- centro, ma appunto decentrandolo (ah poi a proposito il tropo 16!)

    un caro saluto a tutti e un grazie a te e a Francesco.

  15. cara, cara Margherita
    grazie anche a te, come sempre
    per un attimo, dopo queste tue acuminate (quanto mi piacerebbe che “frecciate” non fosse più soltanto in un’accezione negativa), sono riandato con la memoria a quel che leggevo nel periodo in cui iniziò il progetto di “…alle mie dislocazioni” e in effetti, oltre a varie cose che evidentemente mi influenzarono poco, ho un ricordo vivido della lettura proprio allora di Zanzotto e Fortini (quasi integrali) – anche quando ho scritto i quattro “sonetti ipercaudati di circostanza e d’occasione” che formano la sezione centrale/marginale di “Tiro con l’arco” (proprio come i “divertimenti” di una fuga polifonica), l’ipersonetto zanzottiano mi era un continuo luogo di confronto.
    E mi ha colpito tantissimo una videointervista a Zanzotto che ho avuto la fortuna di vedere poco tempo fa, durante un lavoro su Antonio Porta (era un cd allegato ad un numero monografico del “Verri” su Porta per il ventennale della scomparsa), ebbene Zanzotto ad un certo punto ragionando sull’uso della rima in Porta e facendo un parallelo con il proprio lavoro, si ferma, si gira, stringe le mascelle: “alle volte mi viene una rabbia… perché a distanza di tempo i riferimenti sono cambiati…”, il mutare del contesto provoca il testo nella sua fissità, piega la valenza semantica delle parole a nuovi orizzonti progettuali, e dentro questa dinamica aberrante il testo gioca la sua durabilità, la forza della sua testimonianza (mi sembra tanto certa “rabbia” del carissimo Guglielmin, poco fa visto nel suo inedito, sarà perché tra i due corrono solo un’ottantina di chilometri in linea d’aria?)

    figuriamoci poi quando determinati processi di persuasione sociale impongono torsioni inaudite ai singoli vocaboli cortocircuitati in costrutti del tipo “popolo delle libertà”, per intenderci, lì il centro del bersaglio, il luogo in cui l’area semantica di un vocabolo si misura con gli ambiti di esistenza dei suoi correlati, riceve un calcio in pancia, un drammatico e, purtroppo, irreversibile spostamento dell’asse – ecco allora la necessità di ripensare la retorica, la “techné” dei “tròpoi”, “artigianato” delle “sostituzioni”, né come sistema da confutare in un’anti-retorica, né come valore da riproporre in orizzonti neoclassicisti, ma come necessità di padroneggiare in lungo in largo le medesime “armi” di chi “dà calci ai bersagli” per stornare consensi

    già una lingua ha una sua storia, se poi la formazione massmediata del potere le imprime accelerazioni indebite, allora una poetica prima o poi è costretta, da un lato, a fare i conti con la liquida instabilità di cui dice Valentino, quasi vorrei dire un risvolto ontologico della LICENZA poetica, né libertinaggio verbale/sintattico, né semplice sregolatezza e trasgressione del genius, né riduzione del text a somma di pulsionalità, ma autorizzazione certificata a procedere negando le attese di estetiche consolatorie; dall’altro lato, una poetica è prima o poi costretta a pensarsi come a sua volta instabile, insieme di procedure e valori di cui un autore si fa portatore nel suo, diciamo, studio di produzione, che se però da insieme variabile diventa sistema, forse è buono solo per piantare chiodi nei libri

    (chedo scusa se ciò in cui mi sono prolungato è scontato per molti, ma… repetita iuvant)

    su questo sfondo s’innesta quell’idea di cui tu esattamente dici, Margherita, di un “partire dal sé-centro, ma decentrandolo”, del costruire autovariantico su un io lirico che nel “troparium” delle dislocazioni cui si affeziona si espande, si scentra e, colpo di scena finale, si ricompone tanto come assoluta libertà, quanto come scissione inguaribile (nel finale della sezione successiva, quella “Prova di espansione” che Francesco aveva messo online l’anno scorso e che oggi ha come titolo definitivo “espandersi provoca ristrettezze”)

  16. Ad ogni buon conto, sul significato e l’impiego del termine TROPO riporto quanto in nota a pag.103 di “Tiro con l’arco”:

    “Dei tre significati di tropo, musicale, retorico, filosofico, il primo è stato quello che nel novembre 1995 ha stimolato il progetto di «[…] alle mie dislocazioni». Il tropo melodico è una tecnica di composizione sviluppata da alcuni musici nel Medioevo, analoga al tropo testuale altrettanto diffuso nell’epoca, entrambi banditi dalla liturgia cattolica dopo il Concilio di Trento. Etimologicamente ricondotto al greco τρόπος, nel suo significato di “cambio”, consiste nell’interpolazione o sostituzione di frammenti melodici di autonoma invenzione in originarie monodie della tradizione liturgica gregoriana. Origine di tale procedura è evidentemente la retorica classica, dove per tropi si intendono le germinazioni testuali che agiscono per sostituzione: metafore, allegorie, ipèrboli, ironie, perifrasi, eufemismi… Nella filosofia antica tropi sono definite le situazioni contraddittorie che non si possono risolvere se non con la sospensione del giudizio. In effetti anche questa definizione ha una possibile contiguità con alcuni significati prodotti dal metodo di scrittura poetica qui impiegato.”

  17. L’avevo perso questo acuminatissimo tiro con l’arco, perdonami, Mario.Sono distratta – e meno male che non tiro con l’arco…Il tuo risuona di cristallina perfezione, l’aria è tagliata, sento un vrr….metallico e l’obiettivo tutte le volte è raggiunto. I miei complimenti , bravissimo. Non so dirti altro.
    Un GRAZIE ininterrotto a Francesco che ininterrottamente resiste nella sua “dimora”

  18. carissima Lucetta, grazie, sono contento che il sibilo ti sia giunto!
    Neanch’io tiro con l’arco… in uno dei testi della prima sezione, “Un’altra, un’altra volta”, la silloge che avevo presentato al “Giorgi”, dico “quanto aspetto / per iscrivermi ad un corso di tiro con l’arco?”, da lì l’intuizione di Valentino di scegliere quella metafora come riepilogativa del libro

    qui sta uno degli snodi esistenziali del mio procedere, una sotterranea, ma costante riproposizione del tema della “sensucht” romantica, la tensione all’assoluto, il continuo spostarsi in là degli oggetti del desiderio, un irrealizzabile aspirare ad essere che però ad un certo punto si impone dentro la necessità di “fare armi e bagagli”, di esigere un punto di svolta alla propria condizione

    ed ecco allora il costrutto “arco+freccia+bersaglio velato”, sfuggente (“Luogo+bersaglio” è il titolo di un testo teatrale di Richard Foreman, che non ho mai visto dal vivo, purtroppo, era stato rappresentato a Roma nel 1980 quand’ero ancora ragazzetto, ma in lettura ha segnato profondamente il mio modo di pensare i processi della scrittura tout-court, come depositarsi progressivo sulla carta della variabilità del quotidiano; e quella lettura è avvenuta proprio nel periodo a cavallo fra l’inizio e la fine della composizione di “… alle mie disclocazioni”, che hai letto e commentato

    ma c’è anche una terza valenza, e Stefano Guglielmin l’ha già colta, durante un rapido scambio di email, ed è il riferimento a “Lo Zen e il tiro con l’arco” di Eugen Herrigel (Adelphi): il bersaglio è colto quando non vi si mira più

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