Dialoghi con nessuno


Natàlia Castaldi
Enzo Campi

[….] C‘è un‘assenza di tempo nella solitudine, un‘assenza di spazio, che traduco in parole come una continuità sospesa, dacché anche ciò che circonda la solitudine appare sospeso, astratto nel tempo e nello spazio, e dal tempo e dallo spazio della sua oggettiva presenza.
È come se non ci fossero silenzio e rumore, o meglio è ininfluente che ci siano, poiché tutto ruota entro la sfera di un‘estraneità di oggetti e fatti.

Vista così, si direbbe quasi uno stato di grazia, e deve avere infatti fascino ed attrattiva che corrompono. Ed in effetti, in qualche misura – dicevo – la solitudine, che pur appare estranea a ciò che ci è reale e al contempo circostanziata all‘inconfutabile centralità del nostro essere, pare essere la forma ontologica più vicina al nucleo, in cui [e per cui] presenza ed assenza sembrano coincidere con la plurale univocità del pensiero. (pag. 15)

 

Natàlia Castaldi, Dialoghi con nessuno
Con una nota critica di Enzo Campi
Collana “Poesia Contemporanea”
Smasher Edizioni, 2011

 

Enzo Campi
Per un’apologia del «nessuno»

L‘altro è altro perché è altro.
E che sia qualcuno/qualcosa di ben definito o che venga apostrofato come un generico «nessuno», non è cosa che possa mutare il corso e il decorso di un‘apologia i cui punti si nutrono e si costituiscono nella giustapposizione di una miriade di contrappunti. Insisterei proprio sulla giustapposizione, o meglio sull‘affiancamento, o ancora su quella che Nancy avrebbe definito prossimità. Ciò che conta qui non è tanto il contatto quanto lo sfioramento. C‘è una sorta di tremore diffuso che permette alle parole di rendersi prossime le une alle altre e di vibrare. Perché sarà bene dirlo una volta per tutte: il nostro fatidico «nessuno» è proprio la poesia, o meglio la scrittura.

[ in fondo si rimane sempre fermi lì dove tutto è la costante del movimento, ché – vedi – lo puoi anche sentire questo valzer che gira su se stesso, come un gatto che s‘insegue nella coda. Riassumere allievo e maestro e non aspettarmi nulla, o praticamente tutto, da te che sei Nessuno, è il passo doppio che guida la mia scrittura. ]

Scontrandosi con la scrittura Castaldi incontra la scrittrice che è dentro di lei. Ma entrambi, sia la scrittura che la scrittrice, sono l‘altro, sono il «nessuno». Per questo si può imbastire una tracciatura, per questo si può celebrarne l‘apologia, perché il «nessuno» è e si situa sempre un passo al di là.
La poesia è ciò che qui sfugge al controllo, proprio perché è troppo presente, perché celebra l‘assenza e la mancanza, perché cerca volutamente una contaminazione con la prosa, perché il suo scopo precipuo è quello di ―essere materia di invenzione sempre nuova‖. Il poeta, a sua volta, rivolge lo sguardo non verso ciò che può far suo ma proprio verso ciò che non si lascia prendere e possedere. La scrittura e la scrittrice, indossando panni sempre diversi, eccedono quindi i gesti e i luoghi dell‘incontro e dello scontro ridefinendo non l‘essenza della loro presenza ma l‘idea di un qualcosa che non può esimersi di rendersi circolare e circolante (―il valzer che gira su se stesso‖). Per questo non c‘è una sola porta d‘entrata, non c‘è una sola chiave d‘accesso, il luogo non è univoco anzi, se possibile, si rinnova continuamente cercando la differenza e eccedendo la sua stessa molteplicità intrinseca.

Castaldi si presenta rappresentandosi a partire da ciò in cui essa stessa, per libera scelta, tende a mancarsi, ovvero si espone disseminando una tracciatura dei luoghi della mancanza.

Se idealizzassimo una linea, non potremmo che ipotizzarla tesa ed es-tesa non tanto verso l‘infinito, ma verso gli infiniti, ovvero: i possibili.
Nella tracciatura: una serie di tracce, in cui è proprio il «nessuno» a richiedere (talvolta supplicando) l‘avvento di una prossimità. In un certo senso non è la Castaldi a cercare un incontro con l‘altro, ma è l‘altro che sembra chiedere alla Castaldi la costituzione di un territorio neutrale ove mettere in gioco e, per così dire, barattare le proprie alterità. E il dialogo, o meglio i dialoghi alla fine si rivelano per quello che sono: un gioco, spesso al massacro, dove lo scrivente si lascia scrivere dalla sua stessa scrittura e dove l‘orante si lascia condizionare dal suono della sua stessa voce.

Questa poetica è, per dirlo alla Derrida, insieme cura e veleno, volta quindi ad amplificare e insieme distruggere la patologia.
Ma qual è la patologia cui ci riferiamo?
La patologia si chiama semplicemente «scrittura».

Tutto avviene sotto l‘egida di una consumazione e la scansione del dettato alterna, per così dire, la stasi (solo apparente) delle braci all‘estasi cui tendono i vari guizzi di fiamma che rappresentano il leit motiv di tutta l‘opera Nelle braci le linee orizzontali ove ci si mette a riposo per raccogliere le forze e nelle vampe la messa in opera di vere e proprie deflagrazioni. Ci sono dei fuochi sparsi d‘intorno. Fuochi volti a riscaldare e rischiarare. Da un lato il calore (o il bisogno di un calore), dall‘altro lato l‘urgenza di una luce che possa rendere ben visibili i punti ove poggiare i propri piedi durante il cammino.

Ma i punti sono contrappunti e il cammino è qui un‘erranza infinita. Del resto, se dovessimo sbilanciarci in una definizione più ampia, si potrebbe dire che il «Nessuno» rappresenti anche l‘insieme delle mille voci che popolano le infinite chiavi di lettura dell‘opera.

Castaldi lascia che le cose si liberino, le sovraccarica per far sì che esse sentano il bisogno di un punto di fuga. E le cose allora si es-tendono, si rendono disponibili e malleabili, si prestano ad essere usate, abbandonano qualsiasi esigenza di resistenza, si abbandonano al loro destino, si avviano verso la loro destinazione, una destinazione che non contempla un punto d‘arrivo, ma solo la reiterazione del viaggio. Ed è forse proprio questo il senso ultimo e definitivo della poesia in generale e della poetica di Natàlia Castaldi in particolare: non l‘approdo sulla terra ferma ma la riproposizione e il consolidamento del naufragio. Ciò che conta qui è che il transito continui a mietere vittime e che il «nessuno» continui a sfibrarsi in quelle pratiche salvifiche che chiamiamo cancellazione e disconoscimento.

Castaldi non esercita un diritto di proprietà sulle cose, la sua poetica non cerca un‘appropriazione, anzi è probabilmente rivolta a una disappropriazione. Ed è proprio per questo che ci tocca pronunciare una parola che, per quanto sottesa, viene pressoché taciuta in tutta la raccolta: ―desiderio‖. Desiderio del sé nell‘altro e dell‘altro in sé, del «nessuno» a cui rendersi prossimo e in cui delocarsi, desiderio, per dirlo con Heidegger, del lasciarsi-disteso, di rendersi disponibile all‘avvento dei possibili, desiderio di trattare le cose e di farsi trattare da esse.

Ma c‘è un desiderio specifico che prevarica tutti gli altri, il desiderio di innestare i sensi nel senso, di lasciare che i sensi divengano il senso non di ciò che è ma di ciò che è destinato ad essere (o a mancarsi, ma nel nostro caso specifico non c‘è nessuna differenza tra i due termini). Si potrebbe dire che il desiderio per Castaldi consista nel desiderare il suo stesso gesto desiderante.
Qual è il gesto che qui si vagheggia?
Molto semplicemente il gesto di «scrivere», ovvero la possibilità di declinarsi in quel melange di sacrificio e trascendenza, di piacere e sofferenza che caratterizza, nel bene e nel male, in finzione e in verità, l‘andirivieni poematico di quest‘opera.

Ho sempre pensato che Natàlia Castaldi enunci e declini la propria intestinità al solo scopo di creare un punto di fuga ideale dal quale poi tentare il salto verso ciò che, in quanto inconoscibile e inverificabile, si situa sempre al di là, sempre un passo oltre il limite della propria corporeità.
La super-presenza di questo «nessuno» spesso ci conduce lungo la strada dello sperdimento. Ma lo sperdimento qui investe tutte e tre le parti in causa: l‘autrice, il lettore e la stessa scrittura. L‘autrice non può fare a meno di celebrare o di fingere di celebrare un‘apologia delle sue ossessioni e il lettore non può esimersi dal comprendere che siffatta pratica trova il suo senso proprio nella disappropriazione. L‘autrice che si pratica al limite della compenetrazione con la cosa poetica non vuole diventare essa stessa poesia, ma fuggire da essa. Solo così si può, forse, celebrarne l‘apologia.
Si potrebbe dire che Castaldi tenti di rendersi latitante nei confronti della propria latenza. E non è cosa da poco.

In definitiva – ma, come spesso affermo, senza definire né finire alcunché – questo «nessuno», questa poesia, questa scrittura impura e contaminata, come più volte affermato, si articola in un movimento, doppio e contemporaneo, di aperture e chiusure. Ma, beninteso, questo non accade solo dalla scrittura verso il lettore. La scrittura si apre e si chiude anche da sé verso sé (il connubio tra prosa e poesia ne è l‘esempio emblematico), sembra cioè ripiegarsi mentre si estende, e ancora: mette a nudo i suoi dati sensibili rivestendoli di una corazza. Dilatazioni e contrazioni viaggiano all‘unisono ed è spesso difficile operare una distinzione netta tra loro. Si potrebbe dire che Il nostro fatidico «signor nessuno» pretenda che tutto il corpo dell‘autore si consegni al gioco/giogo sacrificale e insieme trascendentale della scrittura.

Del resto sono forse proprio queste le intenzioni dell‘autrice, di mostrare cioè un‘attenzione specifica al mezzo che le permette di declinarsi.

 

 

Dialoghi con nessuno

 

come sono terreni i miei angeli,
si alzano da terra per le cose piccole
non hanno ali ma esili dita
sporche di tutto ciò che profuma di vita

 

Socchiudi un occhio,
metti a fuoco il desiderio sinistro
e fai danzare – ferma, come in un mirino
la luna sul tuo dito medio.
Piano, vedrai,
sarà come fotterti il cielo
nel punto osceno e preciso
del precipizio nel vuoto

 

*

 

[Se a scriverlo – a mio padre

Si entra nelle parole con l‘equilibrio di un bambino
che di soppiatto infila passo dopo passo al silenzio
per non turbare il resto delle cose
e sembra quasi che io non esista senza questa stanza gialla
se la scrivo gialla perché tu la veda]
e che sia il tuo comodino
se lo scrivo per sfiorarti le dita]
quando appoggi piano l‘ultimo libro e gli occhiali della sera.

Come non fossimo che materia uniforme di ogni lettura
fin dentro l‘invenzione delle scale sotto il passo lento,
e il lavandino,
che ancora non si sa se scriverlo vecchio o antico,
ma che ha il privilegio di raccogliere
l‘acqua dopo il tuo viso,

e le lenzuola da sentenziare decisamente bianche
per avvolgerti le ginocchia,
i talloni screpolati,
la schiena,
come questo foglio
su cui annoto la rituale procedura del tuo sonno
pari alla mia veglia.

            [quasi io mi possa acquietare
            solo dopo aver rimboccato ogni parola
            al nostro essere luogo come una scrittura.]

 

*

 

[lettera a nessuno, cioè a me stessa, o forse solo alla scrittura]

Lascia che le dita fioriscano di parole, suoni, ossessioni, come fossero primule, papaveri, fiori semplici, spontanei, di quelli che non necessitano cura che non sia semplicemente aria, acqua piovana, un’arteria che pulsi senza consapevole certezza; e prendi un piccolo fiore sull’indice e scrivilo, e scrivi ancora delle cose che lascio che siano il giorno e la sera, e di tutte quelle che necessitano alla costruzione della mia stesura, sillaba dopo sillaba.
Prendi tutti i più piccoli gesti, i tic, le supposizioni, le mani che scivolano la nuca dietro un pensiero malato, l’ambigua versione del vero distorta dall’afa e dal peso di un giorno che sembra perduto, e prendi ogni sospiro, quel vaffanculo, la rabbia, prendi tutto il bene e tutto il male delle cose e plasmalo dentro quello sguardo che tocca le parole che scrivo, e che vive, oltre ogni ipotesi dei se e sebbene, o per quanto, io stessa possa pensare.

Prendi tutte le cose che non sono e fanne un libro che è una storia, vera quanto l’esistenza di ogni parola

poi chiudimi i fogli
come una felicità accartocciata d’amarezza,
con un risvolto che faccia da coperta ad ogni voce,
sì che il mio nome perda il suo significato e la mia bocca
il gusto di ciò che mi è sconosciuto,
fintanto non si sarebbe mai pensato
ed oltre quanto io sappia
e possa arrivare
ad essere scrittura.

 

*

 

Il riso s‘apprende alla ghisa
tra silenzi e pensieri
rimestati in agrodolce e sesamo.

S‘accasciano persino le ortiche
intrecciate al rosmarino.

Incolto il giardino di ieri – senza più mele
né peccati
– sfida l‘occhio d‘una biscia
poi, soffoca nei rovi.

La tovaglia a quadri e gesti uguali
di banchetti senza albe né tramonti nelle ossa.
Trovare il coraggio e girarci le spalle
per leccarci la lingua tra labbra e papille,
come statue d‘arsura – maledette – sempre.

 

*

 

[nulla da dire, dottore] – suicidio

Nulla da dire, dottore.
Niente da dichiarare.
Mi ha uccisa il primo diciannove
dell‘anno che converrà dalle sue carte.
No, non ho nulla da aggiungere, dottore,
le parole le ho lasciate ai fogli.

Basta saper interpretare il freddo della lana sulla pelle,
quando i capelli si raccolgono a ciocche sul pavimento.
Basta saper leggere, dottore, quello che non fu scritto,
come che pioveva.

Lo so, è banale, l‘inverno piove sempre
e questo non scagionerà le mie colpe,
ma pioveva che il silenzio era angosciante
come una musica che s‘inceppa nella puntina,
un vinile in fruscio come il vento tra le foglie.

Poi non ricordo, dottore, ho smesso di sentire.

 

*

 

Le architetture dell’orrore

 

Premessa per entrare nelle stanze del dolore]

La delicatezza deve possedere la volontà di un gesto deciso
È un bilico continuo reggere il confronto
tra apparenze e distanze che il verbo deve assoggettare
all’attimo che precede ogni dire
L’intuizione
che niente si spegne con la fine.

 

I.

l‘odore degli oggetti, il letto, la parete
lo scheletro delle parole dentro il taglio netto della
continuazione
ferita o congiunzione retta tra muro e muro
tra dentro e dentro e ancora più dentro
e ancora più vuoto

 

II.

per contare i giorni
da questo niente alla fine
incrociamo un passo, un altro
poi un respiro
si sentono parlare le pietre
il sangue [ricordi il nostro sudore?
quello di ieri
quello che avevi

 

III.

ci siamo messi in processione
senza parole per pregare
la luce era un’ombra leggera
nascondeva le paure
si sentivano le caviglie
i polsi chiacchierare
un fruscio mesto
come un addio
un silenzio infame

 

VI.

quanti morti ancora dovremo contare
la tacca sul muro dice è aprile
domani maggio se si potrà arrivare
forse qualche fiore, un filo d‘erba:
cerco papaveri con gli occhi
per sperare

 

VIII.

La vecchia ripete il movimento del corpo
come un pendolo che va al contrario.
Detesto osservarla scandirmi il tempo
col viso scarno di chi non dà tregua
alla speranza.

 

X.

[ogni addio necessita un taglio netto
un‘incisione acuta
la traduzione di uno stato d‘ansia
che s‘arrota le lame in silenzio]

 

XI.

non importa dove siamo
ma la meta
tu cura il traguardo, l’ombra viva del pensiero
perché sia memoria.

 

*

 

[10032011 – sulla spiaggia di Ez Zauia

La conta dei morti nella piazza
di Ez Zauia sfidava il rosso
dei pomodori allineati nel cortile
le mosche ronzavano il canto funebre
delle carogne

cercavo di dirti una parola
ma correvano forte / troppo forte
e gridavano via anche la mia voce
che si spegneva corta sul tuo viso

avrei voluto trovare fiato da soffiare al sangue
pomparti il cuore /dirti /che ancora /dovevi /lottare

mi trascinarono via ancora in ginocchio
uno per braccio
vedevo solo polvere [polvere e rumore

sono tornata a cercarti
nel velo nero
della luna come faro
ma non c‘eri

stamattina mi hanno detto che stanno scavando buche
sulla spiaggia dove correvamo fino alle onde

Eri il più piccolo, quello ribelle,
il mangialibri che cantava in inglese
non ti capivo, i o  t i  c r e d e v o
guardavi il mondo come un animale selvatico
d e s t i n a t o  a l l a  v i t a

e ridevi e ti facevi serio
sfidando il cielo
perché la povertà non diventasse miseria
e la dignità significasse g i u s t i z i a.
Io sorridevo della tua follia
mi sentivo libera nel tuo respiro
               dove sei adesso?
      Qui cadono tutti

Volevo portare dei fiori
dove hai lasciato il tuo sangue
con quello di Anuar e Fa‘ez e gli altri amici
ma non sopravvive più nulla in questa terra
i colori sanno di fumo
il grigio brucia le congiuntive

Mi asciugo gli occhi
Ho mani secche strette nei pugni
e unghie nere piene di terra
Tahir ha detto che stanno reclutando anche le donne
quelle più giovani e veloci
Domani mi daranno il fucile di uno di quei venduti
che hanno sgozzato ieri

Cercherò di ucciderne più che posso
prima di raggiungerti sulla nostra spiaggia

Rasha e Halima sono al sicuro con i bambini
             Forse domani correranno per noi
             dentro le onde
.

 

*

 

[13012008]

Il vento dibatte
ed il mare fissa il tempo della navigazione,
tutto è fermo in scuotimento:
anche i pensieri si agitano
e sedimentano

Sebbene voglia affogare
nel rosso d‘un fondo vuoto
raccolgo graffi negli artigli
e brina d‘ombre sui vetri

            è fremito d’aria e d’ossa
            l’ira del giorno che non dà requie
            al tempo del pane e del sonno.

 

***

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66 pensieri su “Dialoghi con nessuno”

  1. parlare di intensità poetico-scritturale sarebbe riduttivo tanto mi prende la qualità ideativa di N. C., poeta di cui conosco molto e di cui ho anche figurato un qualcosa tramite i miei giochi metalinguistici, metamorfosi continue da poesia a imago, peraltro lo stesso fatto con il prefatore, E. C.! ad entrambi il mio commosso omaggio e un ringraziamento per questa pagina che sembra fredda, dato lo schermo del PC, ma poi il calore espressivo dona calore a chi sa leggere.. grazie natalia, grazie enzo e grazie al padrone di casa francesco..

  2. Caro Francesco,
    ringraziarti per questo post è cosa da poco, il mio ringraziamento e la mia gratitudine per te sono legati ad un percorso di ormai quattro anni di affetto sincero, solido, sicuro. Sai che avevo un sogno e il sogno era poterti incontrare e abbracciare, questo sogno ha avuto luogo e quello che tu mi hai sempre dato – coraggio, amicizia, sostegno, incoraggiamento, esempio – costituiscono le fondamenta del mio percorso di crescita, che non può umanamente avere fine, ma un lunghissimo sguardo pieno di tappe e memorie.
    Mi ritengo una persona fortunata, fortunata per mille ragioni, tra queste gli incontri che la scrittura mi ha “restituito”: tu, Enzo Campi, la cui ricchezza umana e di pensiero mi accompagnano quotidianamente, Giusy Calia e la sua magnifica capacità di sintetizzare in uno sguardo il complesso immaginario possibile che la parola da sé faticherebbe a celebrare – come nel caso di questa foto di copertina di cui vado fiera e che considero un dono al mio lavoro che completa, restituendogli il desiderato senso.
    E Roberto, qui presente come sempre, che tanto mi ha donato e che abbraccio con immutata stima.
    Le pagine di questo libro sono dedicate per lo più alle persone che hanno fatto, costruito e permesso la mia maturazione, è un atto d’amore (come ben evidenzia Enzo) verso il “mezzo che mi permette di declinarmi” e di abbracciare quanto ho ricevuto dalle vostre letture.
    A tutti voi il mio affetto, che va oltre il rito del ringraziamento.
    natàlia

    1. Grazie a te, Natàlia.

      Penso che chi riceve è sempre colui che più ha dato – a volte più di quanto possa lontanamente immaginare.
      E questo è esattamente il tuo caso.

      Un bacio enorme al piccolo R., al facitore dell’unica vera “poesia” – quella che ha il suono di ogni suo passo, quella che rimane per sempre, anche senza parole.

      Ti abbraccio.

      fm

  3. E’ arrivato questo libro che aspettavo con grandissima curiosità.
    La scrittura di Natàlia è urticante, viva, necessaria. A lei va tutta la mia ammirazione, confermata anche dai testi qui presenti.

    Francesco t.

  4. Un libro, questo, che aspettavo da tempo.
    Natàlia è una voce poetica straordinaria, ed è da quando la conosco, ormai quattro anni, che la seguo nel suo percorso di poeta.
    Sono felice per lei, per questo meritato apprezzamento qui da Francesco, e per la bellissima presentazione di Enzo.
    Di Natàlia ho stima profonda, per i suoi versi, il suo impegno letterario, il suo carisma che sa mettere in luce anche gli altri, l’appassionata dedizione alla poesia in ogni sua espressione.
    A lei devo molto.
    Natàlia, sai anche quanto non riesco a dire, lo so.

  5. ho partecipato l’attesa del libro ed ora leggo la scrittura di Natàlia con un senso di stupore e gioia.Ho sempre avvertito in lei una necessità forte, urgente di comunicare attraverso la parola il mondo e il suo veleno e le ombre e la luce che colora a tratti il gesto dello scrivere
    bella, curata la presentazione e nel segno più profondo l’opera di Giusy Calia

    Elina

  6. Una voce poetica straordinaria, sottoscrivo il commento di Cristina, una carissima amica con cui ho avuto modo di crescere e di confrontarmi, non solo sulla poesia. Natàlia conosce la mia ammirazione, la stima profonda, l’affetto che mi lega a lei.
    Spero di avere presto la “creatura” tra le mani…
    stupenda la presentazione di Enzo.
    Un abbraccio a tutti, Nat, Enzo, Francesco.

    Stefania C.

  7. Quel poco che conosco della scrittura di Natàlia, lo devo a “La dimora” e quindi a Francesco. Mi ha sempre molto colpito per la sua forza straordinaria modulata in un equilibrio formale accattivante.
    Auguro un bel cammino a questo libro notevole.
    lucetta

  8. poiché vivo di pane e musica
    per il mio umile commento rubo una riga della tua poesia:
    “un vinile in fruscio come il vento tra le foglie”
    e per me rubo e stampo
    “Se a scriverlo-a mio padre”
    e la custodirò nel mio comodino.
    Grazie !

  9. Leggendo queste tue poesie Natàlia si avverte che in verità tu dialoghi con molti (quel “nessuno” del titolo mi ha anche fatto pensare a Ulisse- Nessuno, a un nessuno dunque che è finzione, inganno, eppure è qualcuno con un nome diverso, qualcuno che attraverso il nome inganna e si salva). Dialoghi innanzi tutto con te stessa e questa è persino una constatazione banale, ma essendo un dialogo vero, profondo e onesto, dialoghi anche con noi che ti leggiamo, dialoghi con il mondo che ti circonda, dialoghi con i morti, dialoghi con la poesia. Queste sono le mie prime e immediate impressioni su un libro che immagino denso e intenso nei contenuti e nella forma. Perdonami dunque per l’approssimazione ma ci tenevo intanto a lasciare una manciata di parole per esprimerti la mia stima, Un caro saluto a te e a Francesco Marotta che pure io spero prima o poi di conoscere personalmente. Lucianna Argentino

  10. complimenti a questi tuoi testi e a questo tuo libro. il dialogo con un ‘nessuno’, mi pare sia la ricerca dell’altro, non solo come corpo ma anche come spazio. una sorta di incontro cercato e rifiutato al contempo.
    ancora complimenti e auguri per questa tua pubblicazione.

    un abbraccio

  11. Da quanto letto qui sembra veramente interessante
    Dialogo con nessuno o monologo con molti…
    l’occasione per iniziare a leggere qualcosa di tuo…
    complimenti…anche Alle ritrovate stanze la foto
    di Giusy Calia…

    Maurizio

  12. Cristina, ma che dici mai? Sono io che ti devo tantissimo e ti abbraccio fortemente.
    Francesco t., ho un’adorazione per le tue scritture e lo sai bene, avrei voluto abbracciarti ma non è ancora stato possibile, ma il tempo ci darà ragione.
    Stefania, la mia consuocera! (Francesco poi ti racconto!) ti voglio bene, Stef.
    Lucetta, per te e Marco grande ammirazione, e sì, è come dici tu, la mia scrittura è una strada che ha Francesco come faro.
    Falconier, non sai quanto capisco quel vivere di pane e musica! ti ringrazio di cuore.
    Lucianna, proprio pochi giorni fa parlavo con Sebastiano, nostro comune amico, della tua poesia e della tua persona, il tuo “diario inverso” è uno dei libri a me più cari. Grazie. p.s.: hai colto nel segno.
    Alessandro, la tua presenza qui è un’autentica carezza che mi srprende e m riempie di gioia, ti abbraccio anche io con grande stima, come poeta e come traduttore, grandissimo traduttore. Grazie Ale.
    Maurizio, grazie infinite Maurizio e ancora di più per aver dato rilievo all’opera “ritrovate stanze” della mia cara Giusy Calia.

    a te, Francesco, scriverò domani in privato, così ti racconto del “consuocerato”.
    un bacio. n.

    1. Natàlia, la tua scrittura ha un unico “faro”: la tua passione, la tua umanità, la tua strabordante capacità di ascolto e di condivisione. Nient’altro.

      fm

  13. Un grazie a tutti per gli interventi.

    “Dialoghi con nessuno” è un gran bel libro, e mai come di fronte ad opere del genere – così pensate e stratificate, così “singolarmente” architettate – il blog si rivela “inadeguato”: inadeguato perché, pur presentando e disponendo di una selezione di testi, per quanto validi-“belli”-interessanti, si perde comunque il senso della costruzione complessiva, delle sue ragioni profonde – soprattutto quando, come in questo caso, la rete di richiami e di risonanze tra le varie composizioni è tale da costituire una vera e propria “cornice significante”, di sostanza estetica ed etica.

    La matrice di silenzio di cui sono tessuti i “dialoghi” è uno spazio dove va in scena l’atto di una comunicazione che vede le voci consumarsi in “ascolto” – in primo luogo quella dell’autrice: “nessuno” è il riverbero senza nome e senza volto di un’assenza, e i testi che si rincorrono da un margine all’altro della pagina, da una sezione all’altra del libro, sono i passi di un’unica danza, le sillabe di un alfabeto impronunciabile che si manifesta solo nell’attimo del suo svanire: ciò che resta è un’eco – nostalgica o riflessiva, dolce o rabbiosa, accogliente o claustrale -, l’ultima nota superstite di un canto “infantile” ormai perduto (e, non a caso, molti versi si modulano in cadenze di nenia, come in un tentativo inconscio di “distensione”, in risposta a una tensione interiore sempre sul punto di tracimare): un canto che si arresta davanti al “vuoto” che la mano stringe quando cerca di afferrarlo – lo stesso vuoto che sbarra il cammino della mente, e le sue astuzie, quando solo un “fantasma” rimane dei corpi che credeva di veder “ri-sorgere” al suo richiamo. “Nessuno” è proprio “quel” vuoto – che ci abita: l’assenza che si fa “passione”: la passione che si fa – e ci fa – parola..

    fm

  14. Comunicazione di servizio :-)))

    Qualcuno sa per caso come si fa a cancellare quelle insegne stronze che compaiono sotto-sopra-dentro il colonnino dei commenti e ostacolano grandemente la scrittura?

    fm

      1. niente da fare, su poetarum non trovo l’ablitazione al colonnino, ma credo tu debba averla impostata nel quadro di controllo alla voce “impostazioni” e poi “discussione”. Lì ci sono le varie opzioni per il commentario, quindi dovrebbe trovarsi lì, ma da me non leggo nulla di utile.
        un abbraccio, ciao.
        n.

  15. Non ho mai modificato niente, Natàlia, sono spuntate un giorno all’improvviso, come i funghi – anche se in rete non piove mai.

    Deve essere il frutto di uno dei quotidiani esperimenti (anti-depressivi) di wordpress…

    fm

  16. Mi unisco agli altri nel complimentarmi con Natalia, con vivo piacere leggo versi che inducono a fermarsi, a riflettere e che non si arrendono all’esistente. Grazie a lei e a Enzo Campi oltre che a Francesco.

  17. un abbraccio a Francesco e un bacio a Riccardo anche da parte mia.
    grazie a te Natàlia: se tu non avessi scritto il libro io non avrei potuto disquisire su esso.
    grazie a tutti per presenze e apprezzamenti!

  18. Morfea ci sono cose, come una scorpacciata di ciliegie di montagna in piena notte, che valgono una vita, altro che parole! tvb

    Nadia che cara che sei, non sai quanta gioia la tua presenza, un abbraccio.

    Enzo mio, dimmi tu senza te che farei? :) poi averti ascoltato con Francesco è stato il massimo per me, e so anche per te. Gli amici si fanno compagnia, e tu sei un amico vero.

    a tutti, Grazie di cuore.
    ciao!

  19. Salve a tutti, lascio un mio umile pensiero per questa splendida donna e per la sua poesia.

    Devo dire decisamente che da quando ho conosciuto Natalia, tramite i suoi versi, le mie giornate assumono forme migliori.
    So di non essere solo.
    Perché il poetare di Natalia non è solo dire, ma è un volere preciso dell’anima di scaraventarsi a picco sull’esistenza e su ciò che di più radicato essa porta in grembo con gelosa ferocia: la tragica solitudine dell’essere e la complicità ambigua dell’infinito, che soggioga, altera, seduce e illude. Per poi dissolversi racchiudendosi in memoria. E Natalia in questi passaggi è stata cosi artigiana attenta del pensiero, chirurgo sapiente del verso, che l’enfasi che assume il ritmo nell’incalzare della lettura è cosi pieno di pathos che la pelle si accappona e le immagini si sovrappongono nitide e chiare. Nella poesia di Natalia è tutto chiaro, anche se l’ombra vuole dominare.

    Grazie mille per esistere

    Con tutta la poesia del mondo

    Tuo Antonio

  20. Carmine spero tu ne senta il rumore, anche perché ci sei splendidamente dentro. (mandami mail con address, please!)

    Viola mantenere quell’equilibio bambino è difficile, ma mi aiuta Riccardo a farlo :) – in arrivo. un bacio.

    Antonio un altro commento così e affondo! ma ti sembrano cose da fare???? :))) ti voglio bene, testone di un poeta.

    FabioCarissimo, so che sei immerso negli studi e ti faccio il mio in bocca al lupo, perché te lo meriti, un abbraccio, grazie.

    Francesco che gioia! grazie di tutto.

  21. fintanto non si sarebbe mai pensato
    ed oltre quanto io sappia
    e possa arrivare
    ad essere scrittura.

    Sei.
    Ora che hai aperto queste stanze, tocca far entrare il mondo, tutto ciò che vedi e che ti preme. Sei (ri)nata ed io ne sono felice.Brava Natàlia!
    “La scrittura è il sogno illegittimo ma reale della resurrezione” [M.Ercolani]

    Un saluto a tutti i presenti
    e a Francesco.

  22. In grave ritardo, commento le poesie di Natalia. Cosa posso dire? Ammirazione per l’intensità del dettato, che mi trova in piena risonanza. Alcune voci femminili della poesia contemporanea, oggi, cominciano a essere DETERMINANTI e ORIGINALI più di quelle maschili.

    Spero di poter leggere il libro al più presto.

    Grazie a Vincenzo per la “citazione”.

    Ciao.

    m

  23. Vincenzo, Marco … io non so come ringraziarvi. Ho messo molta cura nella stsura di questo libro, l’ho lasciato crescere con me, l’ho fatto maturare per più di un anno, lentamente, tessendo e scucendo, rattoppando, virando repentinamente.
    E’ bello trovare tanto calore, solo qui poteva accadere, perché la Dimora ha il dono dell’accoglienza e della condivisione, il dono della parola e quello dell’ascolto.

    e a proposito di ascolto, proprio ora ho con me una canzone, che trovo speciale nel suo vibrare, così la lascio qui, nella dimora, e vi abbraccio tutti.
    natàlia

    [Long afloat on ship less oceans
    I did all my best to smile
    ‘Til your singing eyes and fingers
    Drew me loving to your isle
    And you sang, “Sail to me, sail to me,
    Let me enfold you,
    Here I am, here I am
    Waiting to hold you]

  24. Ringrazio tutti gli intervenuti per la passione e l’attenzione.

    Ringrazio Natàlia per lo splendido doppio regalo: “Song to the siren”, uno dei capolavori del mio “mito” – Tim Buckley, nella fantastica interpretazione di Elizabeth Fraser – una voce alla cui altezza (e anche oltre) può arrivare solo quella di Lisa Gerrard, che vi dedico:

  25. leggere la Castaldi è come ritrovarsi all’origine delle cose, quasi un grande utero, un dialogo con un nessuno immenso, come quando si è appena nati.
    almeno io mi sono sentita così, galleggiando e sprofondando tra le sue parole.
    Vale

  26. Stalker, che grande piacere vederti da queste parti!
    Per festeggiare, ti dedico questi versi, tutti per te :)

    Una nenia blu cantava una sera
    e un prato di stelle ne ascoltava il pianto:
    chi abita il mare riconosce la sua stella
    lo ha imparato negli anni
    sulle barche senza vento

    fm

  27. E nel caso qualcuno avesse pensato a sovraincisioni e trucchi vari, a proposito della “dedica” precedente, qui c’è la replica dal vivo.

  28. Francesco, sono versi che amo assai, che mi inumidiscono gli occhi.
    Notti e notti di mare senza vento o con troppo vento.
    Sempre un canto, se ne riconosce il pianto e il riso.
    Non potevi scegliere diversamente.

    Grazie a te a tutti voi, è una bellissima festa.

    (E felice per Natàlia)

  29. io arrivo tardi perché oggi sono stata felicemente strapazzata dai miei 6 nipoti e mio figlio, questa è propro una bellissima festa e Lisa Gerrard è meravigliosa, di lei mi innamorai con “Sacrifice”

    Valentina c’è sempre, c’è ogni giorno, ma devo dire che le persone che amo sono tutte presenti sempre dentro e accanto a me, anche attraverso una tastiera, una canzone, una lettura, un pensiero che attraversa la mente tra le cose da fare e sbrigare.
    Ed è questa la semina che conta, che non ha il limite del tangibile speso tra spazi da spartire e tempo da centellinare, ma sa dare frutti che saziano la vita.

    Poi una piccola cosa ci tenevo ad aggiungerla, una piccola cosa fondamentale per questo libro. Nel decidermi a pubblicare è stato determinante l’incontro con Giulia Carmen Fasolo, la coraggiosa editrice Smasher. La mia valutazione si è basata su due punti fondamentali:

    1. è un’editrice che non chiede alcun (e sottolineo ALCUN) tipo di contributo spese all’autore, non chiede nemmeno che l’autore acquisti le “sue” 10, 20, 30 copie…

    2. ed è siciliana come me e rappresenta quanto di meglio questa terra può e deve ancora offrire e coltivare; nasce da un’associazione che fa volontariato ed assistenza ai deboli di ogni categoria sociale, e si situa in una realtà locale che conosce la “trincea” tra bene e male, onestà e delinquenza;

    per tutto questo ho scelto e fortemente voluto che fosse proprio lei a rappresentarmi, perché l’ammiro, credo in lei e nel progetto che rappresenta e di cui sono orgogliosa di essere un mattoncino.

    *
    Vincenzo Celli grazie infinite per il tuo ascolto, c’è una gran musica nel tuo silenzio. grazie.

    *
    buonanotte amici cari.

  30. pensavate davvero che non arrivassi a dire nulla? Intanto grazie a Nat per aver finalmente partorito…grazie a francesco per il posto molto bello e ricco.
    Che dire Nat e alcuni dei commentatori che vedo qui, sanno cosa penso della scrittura di nat. Io credo sia un libro leale, profondo, rispettoso della parola e allo stesso tempo senza timore di andare a fondo alle cose. Il resto lo leggerete nella mia recensione pronta a breve. Tanti in bocca al lupo sister e un abbraccio a te e a francesco (sempre uno dei migliori blgg

  31. Messina?
    Scopro ora, solo ora, ma non troppo tardi, mai troppo tardi, che nc è di Messina e soprattutto che è a Messina.
    Quando, dove, le letture?
    Grazie
    c.

  32. scusate il mio silenzio, ma sono stata praticamente allettata da un calo di pressione.
    Ringrazio di cuore ancora Francesco per avermi regalato l’abbraccio di così tanti amici da commuovermi sinceramente.
    e abbraccio “my brò” Gianni, che non fosse stato qui a commentarmi sarebbe comunque presente in altri mille modi, e abbraccio Elio, che stimo e seguo sempre con affetto.

    poi la curiosità di capire chi sia “c”:
    sì “c” sono di messina, ma a messina vivo relegata in un angolo di pace sul lago di Ganzirri, in mezzo ad un bel silenzio, una famiglia di gatti che si allarga sempre di più e le mie letture solitarie… Quando Enrico sarà a Messina, mi forzerò ad uscire dal mio guscio e organizzare qualcosa.
    mi farà piacere conoscerti e puoi scrivermi se vuoi, qui:
    castaldi@babelfault.com

    Torno a letto, vi abbraccio tutti.
    natàlia

    (Francesco…. grazie, grazie, grazie)

  33. Grazie ancora a tutti, ma non dimenticate che i giochi, per quanto riguarda i commenti, non sono mai chiusi.

    fm

    p.s.

    Natàlia, ti scriverò stasera.

  34. “Per un’apologia del nessuno” di Enzo Campi mi invita, con argomentazioni stringenti, a immergermi e re-immergermi nella scrittura di Natàlia Castaldi, che enuncia e denuncia per slanciarsi oltre. Ritrovo qui testi amati e ‘riletti’, come “Il vento dibatte” – http://muttercourage.blog.espresso.repubblica.it/cronache_di_mutter_courag/2010/04/il-vento-dibatte-.html – e “Sulla spiaggia di Er Zauia”. Gli altri sono per me la promessa di “far danzare la luna sul mio dito medio” e questa promessa voglio seguire.

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