Archeologia del fantastico

Valter Binaghi

Mundus Imaginalis

Prefazione

“…l’idea che la divinità possieda la potenza di immaginare, e che, immaginandolo, Dio abbia creato l’universo; che questo universo sia stato tratto da Dio dalle virtualità e dalle potenze eterne del suo proprio essere; che esista fra l’universo dello spirito puro e il mondo sensibile un mondo intermedio, mondo delle Idee-Immagini, mundus imaginalis…”
(Henry Corbin, L’immaginazione creatrice, 2005)

    

Incarnata eppure sospesa sul corpo proprio come uno sguardo scrutatore, la coscienza dell’uomo moderno rimane innalzata, senza saper volare. Dovrebbe emettere nuovi arti per farlo, e infatti concepisce protesi diverse nel suo sogno meccanico e poi cibernetico, ma che restano esterne, maneggiabili, non indossabili veramente. Tutto ciò che l’anima può indossare, sono le immagini. Indossando diventa. Diventando trasmuta sé ed altro da sé, se è vero che la socialità è mimesis, innanzitutto, mutua imitazione.
     Imagismo e magia sono una sola cosa, ancora Paracelso lo sapeva, e il romantico Novalis osò per ultimo affermarlo.  Per la coscienza l’immagine è sonda, veicolo e compagnia. Prima d’interrogarla un’immagine l’ammiri o la detesti, e scopri in te nuovi gusti ed orrori del vivere. Dà forma al tuo sentire e si offre al pensare, come occasione e ancoraggio: ti servirai di quella d’ora in avanti, per dire a te stesso e ad altri. Modulare la voce, addestrare le mani al gesto, imitare nella pietra e nella fabula, sempre un’immagine. Poi l’alfabeto. Un medium solo incidentalmente corporeo, che allude all’ubiquità dello spirito. E con esso il numero, premessa dell’ordine. L’immagine è l’aurora dell’essere parlante, ma la ricostruzione concettuale more geometrico della rivoluzione scientifica ne cristallizza il profilo, spegnendone l’affetto originario. La moderna teoria prescrive più che svelare, la sorgiva delle immagini è sterilizzata all’origine e dirottata dall’economia alla produzione dell’unica merce che assorbe le altre, la vita ridotta a spettacolo.
     Resta la poesia, la pietra scartata dai costruttori. Quando il dettato dell’aula scolastica è coperto dal ticchettio dei registratori di cassa e dal rombo dei cannoni (sue naturali estensioni), ritorniamo all’immagine come selvaggina braccata alla fonte, al “Dire originario” dei poeti, a un dialogo che sia reciproca presenza tra un soggetto che è parlante e un mondo che è Parola .
     Per la filosofia si tratta di abbandonare il mondo di carta dei neologismi universitari, e tornare ad essere ciò che è: il pungolo al senso comune, che ne svela la pigrizia. Socrate ricompare scalzo, sulle strade di Atene, e invita alla Sapienza con le arguzie del Simposio mentre Platone affida alla musica del mito ciò che deborda il perimetro del concetto. Storie di quando il mondo era giovane: spirito e anima non avevano divorziato ancora, e verità e bellezza erano un solo mistero.
     L’umanità annichilita dall’insulsa virtualità delle ideologie scientiste ha una maledetta sete di ricomprendersi dal principio, ovvero rientrare nella carne da cui la gnosi del moderno l’ha rapita. Si ritorna a metafore antiche, immemorabili, ma con una consapevolezza nuova, di scampati al diluvio. Fare i conti col mito, una volta per tutte.

 

Parte prima

Archeologia del fantastico

 

     1. Fantasia e libertà

    

Per la psicologia filosofica, l’immagine ha sempre rappresentato una sorta di Giano bifronte, contro cui s’infrangeva ogni tentativo di definizione univoca. Infatti essa sembra soggiacere ad un’ambiguità essenziale, che la colloca alternativamente tra la pura e semplice traccia del vissuto e il principio stesso della creatività spirituale.
     Come già Aristotele aveva riconosciuto, è certo che gli animali (almeno quelli superiori) sono dotati d’immaginazione.  Fido non solo percepisce la differenza tra Pietro che gli elargisce carezze e Paolo che lo prende a calci, ma è in grado di riconoscerli entrambi al prossimo passaggio, per scodinzolare dietro al primo e ringhiare al secondo. Questo significa che, secondo la nomenclatura aristotelica dei sensi interni, non solo Fido ritiene tracce dell’esperienza vissuta (memoria) ma è anche in grado di comporne una sintesi formale (immaginazione) e di ritrovarla quando i casi della vita ne ripropongono l’utilità (reminiscenza). A queste immagini sensibili, proprie della psiche animale, nell’uomo si aggiunge l’atto d’intendere, una facoltà che trascende il senso ma non può prescindere da esso: nelle immagini l’intelletto coglie l’universale, in Pietro e Paolo la medesima umanità.
     Bergson, per il quale la distinzione tra ciò che è vitale e ciò che è razionale non è così netta, parlerebbe piuttosto di memoria intellettiva: le immagini appaiono come istantanee tolte al flusso in sé indivisibile della durata, allo scopo di fornire punti fermi ad una facoltà – l’intelletto, appunto – la cui natura è secondo il filosofo eminentemente pragmatica, sviluppatasi nel regno animale per rendere possibile l’elaborazione di condotte adattative e nel caso umano specializzatasi nella manipolazione della materia per la fabbricazione di strumenti. Fin qui, comunque, l’immaginazione è considerata come uno strumento al servizio della percezione: niente a che fare con la libertà creatrice dello spirito.
     Altra cosa è ciò che siamo soliti chiamare “fantasia“. Quando le richieste del presente tacciono o si riducono ai minimi termini come durante il sonno, le immagini oniriche fluiscono dettate da altre, interiori urgenze che la psicoanalisi ci ha rivelato. Anche qui, tuttavia, più che di libertà e di creazione si deve parlare dell’aggressione di un passato o quanto meno di un inespresso incontenibile.
     Esiste però un territorio mediano tra l’attenzione attiva al presente e la passività del sognatore, e questo è il territorio della fantasticheria o sogno ad occhi aperti, dove non siamo aggrediti dai fantasmi di desideri inammissibili né determinati all’esecuzione di compiti adattativi, ma liberamente navighiamo in una foresta di immagini dove siamo noi stessi ad aprire un sentiero.
     Fin dalla più tenera età, le immagini fantastiche si presentano come i semplici punti d’appoggio di uno slancio creativo che è essenzialmente libertà dal presente e trascendenza del dato, come i sassi sporgenti dal torrente su cui il ragazzo saltella per guadare il corso d’acqua. Meno importanti per ciò che esibiscono e per il passato da cui promanano, qui le immagini assumono un carattere ontologicamente femminile: seducono alla dolce violenza che le attraverserà senza che questo appaia uno stupro, si offrono ad una docile trasmutazione nella quale colui che fantastica è intimamente impegnato perchè è lui stesso a scoprirsi come libertà, nelle instancabili metamorfosi cui dà origine.
     Gaston Bachelard è il filosofo che, più di tutti, ha saputo trovare parole per conferire la meritata dignità ontologica a quel fenomeno che la lingua italiana sembra consegnare alla stanza dei trastulli con l’espressione “fantasticheria“, mentre la lingua francese esalta nel suo carattere poeticamente metafisico con il termine “rêverie“. “Immaginare un cosmo è il destino più naturale della rêverie“, scrive Bachelard, catturando ciò che essa ha di più ambizioso: è da qui che proviene l’indomabile tendenza a oltrepassare ogni limite, in cui Kant riconosceva il carattere originario della metafisica, e non avremmo l’aspirazione al sistema dell’intelletto adulto senza l’irrefrenabile fecondità dell’immaginario infantile.
     Fortunatamente la “rêverie” non è consegnata a un passato irrecuperabile, perchè l’adulto ritrova in una “rêverie” accolta come luogo di riposo e libertà la propria infanzia perenne: quell’infanzia che non è l’antecedente alla maturità biologica dell’organismo, ma una condizione permanente dello spirito, anzi la garanzia della sua integrità in un universo dominato dalle necessità pragmatiche dell’adattamento materiale e sociale. “Nella vita da svegli, quando la rêverie lavora sulla nostra storia, l’infanzia che è in noi ci porta il suo benessere. Bisogna vivere, a volte è molto bello vivere, con il bimbo che si è stati. Se ne riceve una coscienza di radice. Tutto l’albero dell’essere si riconforta. I poeti ci aiuteranno a ritrovare in noi questa infanzia vivente, questa infanzia permanente, durevole, immobile” (Gaston Bachelard, La poetica della rêverie, Bari, Dedalo, 1972, pag. 281).
     Dopo la lettura dei saggi sull’immaginazione di Bachelard, avvenuta più di trent’anni fa durante gli studi universitari, ho cercato avidamente autori ed opere che mi portassero a comprendere di più di questa dimensione così importante nella vita dello spirito, ma confesso che per la maggior parte dei casi ne sono rimasto deluso. Da Durand a Todorov, classificazioni pure complesse e suggestive non mi hanno liberato dall’impressione ricavata già al liceo dall’analisi delle figure retoriche: da essa abbiamo appreso l’autopsia, più che la fenomenologia dell’immaginario. Metafora, metonimia, iperbole: nomenclatura dottrinale che si sforza di mettere ordine in una lingua adulta ma perennemente sedotta dal flauto magico della fantasia, per cui in regime notturno le parole sorgono dalla bara dei concetti e si mettono a danzare! Ecco perchè, lasciando ai trattati di retorica la precisione classificatoria, preferisco agevolare la pittoresca processione delle incarnazioni fantastiche, come viene alla memoria dall’eco di antichi sogni che furono innanzitutto i miei.
     Vorrei dimostrare che non solo la preistoria ma anche la portata metafisica dell’immaginario sta già tutta nelle rêveries infantili che fanno del mondo una lussureggiante contea dove segrete parentele uniscono cosa a cosa, le parti si staccano dall’intero e vivono di vita propria, il minimo rivela la magnificenza del massimo, e altre meraviglie iniziano lo spirito ai misteri della forma.

 

***

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5 pensieri riguardo “Archeologia del fantastico”

  1. A proposito di “La dimora del tempo sospeso” nell’82 sul mio libretto “Cocktail” fu pubblicata questa mia riflessione in poesia: ….”negli abissi del tempo si perde la mia immagine / io già ero pulviscolo delle galassie / e sarò sempre anche quando la terra non sarà che un inutile corpo vagante senza vita…”, nel mio immaginario c’è sempre il mistero della vita e la sua eterna continuazione.
    La mia conclusione provvisoria è che amando la poesia preferisco farla nel bene e nel male e non complicarla, con il possibile – impossibile, con la fantasia o il sogno, già di per sè è immensa anche nel suo piccolo, continuiamo a farla sempre sbocciare come una gemma dal ramo in primavera, anche se non è male ipotizzare e penetrare nell’archeologia del fantastico o nell’ “immagginazione creatrice” di Henry Corbin.
    Un caro saluto
    Lino Giarrusso

  2. Caro Giarrusso, rispondo alla sua osservazione sperando di aver interpretato bene il senso del suo commento.

    Questo blog nasce con l’intenzione, che sto perseguendo da quattro anni (e che ho cercato di realizzare anche altrove, prima ancora), di offrire un panorama il più ampio possibile (e con tutti i limiti di un tempo strappato comunque ad altre “occupazioni”) di quell’indefinibile paesaggio che chiamiamo poesia. Sono persuaso, da sempre, che si tratti di un “corpo plurale”, che si manifesta e si declina in una molteplicità di forme e modi imprevedibili – che, ai miei occhi, hanno tutti la stessa dignità. All’unica condizione, per quel che mi riguarda, che dietro i testi ci sia un pensiero che si cerca e si interroga, una poetica che si definisce nell’ascolto di altre esperienze e di altri segni, un progetto di scrittura col quale dialogare.

    Tutti i testi che propongo, siano essi creativi o saggistici, rispondono (o cercano di farlo) a questi presupposti – lasciano comunque la traccia di un pensiero in atto, lo spunto per una riflessione critica (nel senso più alto del termine), per un “superamento”, per un “attraversamento” o per una “condivisione”. Se lei ha la bontà di sfogliare gli articoli del blog, o anche solo di andare a dare un’occhiata alle pagine degli ospiti, si accorgerà di questo.

    Non le nascondo, per essere ancora più chiaro, che mi fanno profonda pena tutti quei blog monotematici (o monomaniaci?) dove si pubblicano solo testi di sodali o di sostenitori di quella determinata “linea” poetica (che poi, alla resa dei conti, il più delle volte, si rivela, tanto nei presupposti teorici quanto nelle realizzazioni, una vera e propria bolla di sapone – un nulla in forma di pensiero o di versi). Qui, tanto per dire, si coltiva la presunzione di far dialogare il “Gruppo ‘93” con “Anterem”, Lello Voce e Dome Bulfaro con Massimo Sannelli, Cristina Annino con Giuliano Mesa, la poesia dialettale con la tradizione o con la poesia di ricerca: così, tanto per buttare lì i primi nomi e le prime esperienze che mi sono venuti in mente.

    Mi fa sinceramente orrore, per dire, chi crede che la sua esperienza di scrittura esaurisca e definisca una volta per tutte l’interminato e metamorfico universo del “fare”.

    Questo è quanto.

    Ritornando allo specifico del post sotto il quale ha voluto commentare, non posso che ribadire, in altra forma, quello che ho già detto sopra. Siamo di fronte a un saggio, il lavoro di un filosofo-scrittore che si interroga – coi suoi mezzi, la sua cultura e il suo sentire – sulle strutture dell’immaginario, cercando di ricavarne spunti e suggestioni ulteriori di lettura del reale da offrire alla riflessione di chi ancora crede che gli gli strumenti di leggibilità dell’esistente siano sempre da ripensare, da definirsi ogni volta, mai dati una volta per tutte.

    Non si tratta, quindi, del manifesto (e tale non è nessun articolo o saggio qui presentato) del blog, ma solo l’offerta ai tanti che ci leggono di un ulteriore spunto per arricchire, se lo si desidera, il ventaglio delle conoscenze e delle possibilità. E se io dico che per me è un lavoro splendido, sto solo dando voce a un’opzione personale: che ha lo stesso valore, sempre, del giudizio di chiunque possa essere di diverso avviso.

    Un cordiale saluto.

    fm

  3. Gentile amico Marotta, mi farebbe tanto piacere seguirla sul suo blog però io non ho la connessione internet a casa ma utilizzo per questo un internet point. Volevo dirle che ero ben lontano di criticare il suo operato, a me piacciono moltissimo le sue iniziative facendo conoscere quanto di bello “nel termine più ampio che si vuole immagginare della parola” esista nel pensiero degli altri.
    Volevo soltanto lasciare che la poesia avesse un suo ruolo, come la musica ha il suo, così la filosofia ecc. ecc.
    Ma non è che tutti quanti non possono coesistere insieme, anzi.
    A me non piacciono i controsensi, a volte le nostre opinioni ne sono piene e questi sinceramente offuscano quanto di buono si sia fatto e si farà.
    Tutto qui, la saluto con affetto.
    Lino Giarrusso

  4. Caro Giarrusso, nessun fraintendimento – e nessun problema. Ho solo preso spunto dalla sua riflessione per allargare il discorso alle intenzioni “programmatiche” del blog.

    Mi auguro possa presto dotarsi di una connessione – ma, con o senza, lei qui sarà sempre una presenza più che gradita.

    Un cordiale saluto.

    fm

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