Jukumu Letu

Silvia Comoglio

Esistono luoghi che più di altri sanno mostrarti la durezza della vita con maggiore concretezza e, oserei dire, limpidezza. Succede a Mathare, per esempio, la baraccopoli che sorge a Ngong Hills, non lontano da Nairobi. Nei sentieri stretti e spesso fangosi di Mathare niente è edulcorato o si traveste e maschera per rendere meno riconoscibili il degrado, la difficoltà di vivere e il linguaggio della violenza che si percepisce in questo spazio. Mathare è un incastro di baracche di lamiera, in cui in un’unica stanza abitata da sei-otto persone puoi vedere ammassati tavolo sedie, avanzi di cibo e stoviglie, gatto e neonati. Fuori da questa stanza è un labirinto di sentieri cosparsi di rifiuti. Ed è qui, tra rifiuti cani randagi e scoli di acque putride, che vivono i bambini di Mathare. Tantissimi bambini che si avvicinano per salutare e chiedere How are you?, Come stai?. E’ un coro di How are you? quello che si sente mentre si percorre una strada che si snoda a fianco di baracche e toilette completamente circondate da rifiuti fino ad arrivare alla discarica.
Ed è qui, in questa enorme discarica, che, uno di fianco all’altro, frugano tra stracci carcasse di animali e recipienti di plastica uomini donne bambini e marabù, uccelli alti un metro e mezzo, dal collo spiumato e dalle grida rauche, quasi spettrali. In ogni momento della giornata è possibile vedere un bambino in cerca di qualche avanzo di cibo con accanto un marabù che lo sovrasta e lo sfiora con il suo grande becco. Vivere a Mathare significa non avere identità, diventare Mathare, perché la propria vita è scandita solo da ciò che è Mathare, senza possibilità di intravedere nuove luci o orizzonti. Ed è per questo, perché i bambini che vivono qui possano crescere e avere un futuro, che a ottocento metri circa dalla baraccopoli è stato aperto Jukumu Letu, un centro di accoglienza diurno in cui sono stata per due mesi.
Volontari e insegnanti ogni mattina accolgono Ghini, Victor, Maina, Salomon e altri 137 bambini in età prescolare che oltrepassano il cancello di Jukumu Letu e si disperdono correndo nel cortile e nelle stanze del centro. Fragili e vulnerabili ti cercano e si aggrappano alle tue mani in cerca di cura e di affetto, ti ascoltano mentre racconti fiabe, e insieme a te giocano e ripetono filastrocche, imparano a scrivere e a leggere. E soprattutto aspettano una cosa, i loro unici pasti dell’intera giornata, colazione e pranzo. In genere è Paul a gridare per primo Chakula!, cibo in lingua kiswahili, poi dopo di lui a farlo sono tutti gli altri bambini, al punto che le stanze di Jukumu Letu diventano questa parola.Qui, a Jukumu Letu, in questo cortile con lo scivolo e le altalene, in queste stanze con le scimmie e gli ippopotami disegnati sui muri e con i giocattoli e i libri sui tappeti e negli scaffali sono lontano dai rifiuti e dai marabù, non resto tutto il giorno affamato in strada con il timore che mi si possa fare del male o seduto di fronte ad una porta chiusa a chiave, ma gioco imparo e cresco e so che in ogni momento posso essere aiutato e confortato. Qui sono nutrito vestito e accudito, e c’è anche l’acqua. Razioni minime perché il suo costo altissimo e la scarsità di pioggia non consentono grandi rifornimenti, però c’è e ogni giorno viene portata in taniche su un carretto trainato da un asino. Qui nonostante le difficoltà quotidiane e la scarsità di mezzi materiali e economici ci si impegna senza riserve per il benessere del bambino e il suo sviluppo, e ci si preoccupa anche di essere sostegno e appoggio per le madri dei bambini, spesso single e senza lavoro. Donne che vivono costantemente sul filo della sopravvivenza, in cerca al loro risveglio di un lavoro per racimolare qualche scellino. Donne che ti sorprendono per la loro tenacia, per il sorriso con cui ti salutano al mattino e alla sera quando le si vede allontanarsi con il loro bambino sul dorso, infagottato in una coperta o in un grande foulard di cotone.
All’inizio, è vero, non è facile accogliere la sofferenza che in luoghi come Mathare ti si presenta così densa e netta, ma poi ti rendi conto che la sofferenza non è sola, che è accompagnata da una solidarietà e da un amore forti e solidamente scolpiti e allora tutto prende nuova forma e nuovo equilibrio, e ne capisci il valore. E capisci anche che Mathare e i bambini di Mathare in realtà come Jukumu Letu hanno la possibilità di non ridursi ad essere Mathare, ma di imparare a conservare la propria identità e diventare adulti capaci di costruirsi un futuro, e questo perché con la nostra presenza gliene si è data concretamente l’opportunità. Non a caso Jukumu Letu in lingua kiswahili significa la nostra responsabilità, ossia: siamo anche noi responsabili dell’esistenza di luoghi come Mathare e siamo anche noi a doverci occupare delle necessità e della crescita di questi bambini. E How are you?, Come stai?, quella domanda che ora viene rivolta a noi e che noi non osiamo fare a loro deve poter diventare anche nostra perché solo così questi bambini che camminano ogni giorno su una terra di un rosso caldo e intenso e sotto un cielo incredibilmente azzurro potranno avere una vita dignitosa.

[Le foto presenti nel testo sono opera dell’autrice, che ringrazio della gentile concessione.]

***

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9 pensieri riguardo “Jukumu Letu”

  1. (un grazie, ma che sia con la vergogna. sapendo che questa stessa connessione, grazie alla quale leggo, mi lega alla pancia di Pluto, al quarto di pianeta che divora tutto il resto).

  2. Innanzitutto un grazie a Francesco per questo spazio così prezioso in cui far conoscere Mathare e la bella realtà di Jukumu Letu, che nel blog http://www.jukumuletu.wordpress.com è possibile approfondire. E poi un grazie a Fabio per il suo commento. E’ vero, Fabio, quello che dici ma è anche vero che è importante dare voce, dare voce sempre a chi vive in condizioni di difficoltà e miseria estrema, specialmente ai bambini che sono i più fragili e vulnerabili, e questo lo dobbiamo fare con tutti gli strumenti a nostra disposizione, ricordandoci che è il modo in cui li usiamo a fare la differenza, a dargli valore.
    Silvia Comoglio

    1. cara Silvia,
      sono assolutamente d’accordo; e il “grazie”, nel mio commento, era infatti tutto per te che mi hai permesso di “ascoltare” (e qui lo rinnovo, aggiungendo che è importante che un articolo simile esca in un sito primariamente dedicato alla poesia: la quale ha o dovrebbe avere il mondo come oggetto, e non se stessa).

      la piega “crudele” del resto del commento è invece totalmente autoriferita: che troppo facilmente si arriva a sentirsi anime belle e sapienti per un commento lasciato in rete, per una petizione firmata; chiappe però sempre nella chiana dei “miti blandi limbi” (divoratori).

      un caro saluto

      f.t.

  3. Mi associo a Fabio e mi inchino davanti all’umanità che ogni giorno viene scippata della sua dignità, una dignità costruita su un nulla che, più che interrogarci, dovrebbe obbligarci a rispondere. Jukumu Letu è un grande esempio di risposta.

    Ottima l’iniziativa di Francesco Marotta di dare voce anche a queste realtà su questo spazio: gliene sono grato e sono grato a Silvia Comoglio per avercene parlato.

    Chapeau davanti a progetti come Jukumu Letu e davanti alle persone che li mandano avanti nel silenzio e nell’umiltà.

  4. Un taglio giornalistico nel senso buono del termine: un resoconto ricco di partecipazione, affetto, sensibilità.
    Particolarmente significativa l’immagine del marabu che frequenta, assieme ai bambini, i cumuli d’immondizia.
    La lingua può essere adoperata in molti modi e Silvia mostra di esserne perfettamente consapevole, offrendo una cronaca in cui la fiducia emerge negli atteggiamenti di chi aiuta e, soprattutto, di chi è aiutato.
    Quello che unisce gli uomini è sempre di gran lunga maggiore di quello che li divide: questo mi pare il messaggio.
    I poeti possono essere ottimi giornalisti, senza dubbio.
    Marco

  5. Grazie per i commenti. E, soprattutto, grazie a Silvia, che col suo impegno “sul campo” lava via anche un po’ della nostra putrescente ignavia.

    fm

  6. Grazie a Fabio, Roberto e Marco per esservi fermati ad ascoltare i bambini di Jukumu Letu e per aver voluto, commentando, unire la vostra voce alla loro. E’ un incontro importante, perché ci aiuta a capire molto di noi e quanto anche dipenda da noi ridare dignità a chi vive in luoghi come Mathare. Un commento, Fabio, non è poca cosa. E’ attenzione, esattamente ciò di cui hanno bisogno questi bambini. Il punto di partenza per costruire un futuro per loro. Grazie.
    Silvia

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