La midriasi

Fabio Teti

forzata cosa, certo, al mattino – nel meno
cinque che nel sole ha raggelato
la diversione in verso dato
della freccia, di urina – la distrazione
poi strappandolo il cristallo
dal catrame, se con la mano,
il vetrone, a clinamen, – ché ne
saresti scritto, invece,
non ne

 

La midriasi
13 testi da “Del malintendere
(2007-2011)

 

fanno sentire le vibrisse alla cute
o lo consolano ché spurghi e stia fermo –
(quello caduto nelle foto, ad esempio, a fine libro:
è in un rewind di risalita). il piano, all’opposto, è inclinato
se chiede ai gèni e fa il discorso
faccia a plancton di parete (lo schermo
è dietro). «un castoro, per dire,
ha diga e lago» – ma alla domanda
è ribattuto «grado zero»
ed era quella sul “mandato”
del fenotipo.

 

(shantih, non, se crollano è da dove è continuato)

 

*

 

dopo piovuto, racconta, erano quelle
uscite nere, sopra al terrazzo, le sconchigliate,
e che venendo: e che contate, anche: (più di una decina).
ci versa il sale, allora – poi
curvo resta là a guardarle torcere
effervéscere    squagliarsi
finire in un’amara, schiuma,
in una   
          ributtante.

«solo lumache, comunque» –

 

parole nella casa attraversata
dal parallelo 35

 

*

 

ne affogheranno, ma basta, notte col sonno:
e per il sonno quei minuti col quaderno lì a schiacciarne,
fatto deforme – fatte poi fuori sette o cinque
e può dormire – se pure dorme. nel sogno dov’è alzato a leccare
sul muro le tacche di sangue, sgorbi, delle zanzare:
vuole entrare la catena dell’iguanodonte,
quella spirale, ribonucleica che però
è la sua si accorge: butta giù in gola
allora nero delle unghie, per vomitare.
non è grave    domattina sa vestirsi, uscire,
si riaccorda – ricorda
niente

 

*

 

(se) respira è perché ha posto poco
d’ordo, disposto ordine – ecco quelle sono
grate, di cantinato, con barbone, e musca domestica
foglie; quella una macchina, c’è urea
sul vetro, quello è scaleno di cielo tra cavi
rami tetto a spunta, con piccione.

e questo è il muro | sta sopra graffito
peccato che non corrisponde

 

*

 

gli danno da assemblare un’ecfrasi, comunque
– è l’arredo. però sul foglio d’istruzioni annota dopo
quest’appunto o è un suo messaggio per lu-xun:

«dentro un’apnea. che niente ferro. niente
svegliarli per uscire. l’hanno gassificata». | e il compensato,
la compensazione poi e sul tardi, pioggia,
si è a gettare via i cartoni degli imballi,
sfondamento – chiodi avanzati. misurazione
dei vent’anni in traslochi perché serve ancora l’ultima
frase che trascina    le scorie a storia verso
il lato interno, – fossa del cranio,
che allora complica

 

*

 

e certo il dubbio, anche del dubbio,
materie, mangiare-vedere / l’acquata adesso
diagonata,    a lamiere,    (se).

sul marciapiedi infine o dentro altra
escogitazione delle retine. tutto lo scritto che serve
per imparare a morire. molto e ch’è al fondo
poi del buio che lo fonda – è di molecole,
scarti quadratici – da lì ha discorso
ossia dal cranio ora sversato
della rondine (se questa è rondine,
se questa è quella) l’allegoria
innervata dritta nelle mani:

una che cerca di strozzarsi;
una che sta a staccarsi i vermi

 

*

 

comme le texte q’un myope ajuste à ses yeux
ogni agnosia lo fa diverso, anche dice: ( falci, felci, felching ).

margine, e ragione allora se ne è troppo
di cemento qui perché poi possano
riesigerlo ranuncoli, convolvoli – “bisogna sia divelto”, conclude,
piegato allo sportello della banca dove adesso
digitandole le cifre del suo codice
può accorgersi di tutto lo strato
di nero sui tasti – rimasto il grasso
delle andate, dita, – nelle combinazioni
della sola / cittadinanza
concessa

 

*

 

può trattarsi di descrivere i chilometri    tra il sonno
e il lavoro    vanno storti dentro il buio        dell’anamorfosi

un problema è smentire la svelta   cifra di
rewind     – li alludono; vedi in strada
quanto fanno i cerchioni, sai ch’è il moto
di rotazione apparente: ciò sta a dire
solo questo è più importante del punto
da cui sporgi la visione: se passato, secondi, l’incrocio
dov’è visto nel nero del vetro  del suv
quello dietro avvolto in lerci, panni, pian-
tate testa e braccia nel bidone
– se tu ti eri piegato per
specchiarti

 

*

 

invece inverte – (e dura). (è sera).
l’acquario di vetrine, di luci a ciclo alternato.

se vedi, più non sai
se vedi targhe cifre,
esposte robe

                 o due
coròidi rosse ha il manichino
le tue
           inteschiate

 

*

 

la decisione è presa adesso è presa troppo
risapendoli i profili – dati a neutro,
in cucina, a meta buona – loro
presenza come cosa sovrascritta, invece, rappresentata.
perciò per oggi valga: le quattro nocche
in quanto adatte all’inasprirsi sono
usate: sugli occhi, e continua,
nocche sugli occhi: all’ematoma.
così soltanto il forno entrato
nella vista fatta rossa forse ha
sé e in una giunzione verificata da conati.
(«la conoscenza, quasi», si dice;
poi ripulisce il vomito
da terra

 

                                     dein aschenes Haar Sulamith

 

*

 

il cane alla catena dà gli strappi – è iniettato.
suono dei rotòri, carrelli estratti, niente
succede [                            ]
                                            Le
immagini seguenti   in quanto tolte dalle
retine   così è costretto a chiudere,
pur di vedere: i cremati le nubi
bianche, di fosforo, esplose. e le altre bombe
che aggiornano le impronte digitali
sulla carta delle nostre
banconote

 

*

 

non ne pensassi ora a monte il randagio, il raschiato che ha portato la cintura – pozza, di orione – da lingua a uretra a dopo: a storte dello scolo contro il micro, delle pietre; pensassi il nero, sul nero, al marciapiede.      una

forzata cosa, certo, al mattino – nel meno
cinque che nel sole ha raggelato
la diversione in verso dato
della freccia, di urina – la distrazione
poi strappandolo il cristallo
dal catrame, se con la mano,
il vetrone, a clinamen, – ché ne
saresti scritto, invece,
non ne

 

*

 

farlo passare, non è di antère, qui se con dire
«io è una fistola» è slittato un altro marzo nel marzo,
a insanguinare; frasi hai da questi, passi sul viale,
mentre sei dentro: che baciano una testa mozzata di cane,
che ingoiano una cruda carne morta di cane –
è la lacuna dove li hanno/hai adunati,
sulla sabbia, in ginocchio: se
te non specchia il vetro rotto 
che con gomito, o pietra; né
lascia dire la parola «abitacolo»
la midriasi trascinata
in pieno giorno

 

***

65 pensieri su “La midriasi”

  1. Testi con una grande forza e rimescolio muscolare delle forme, che è come dire, testi con una grande forza morale, che annulla la lirica, la rilucida come fossero pezzi di carrozzeria, la smalta per trasformarla e frammentarla in minuscoli pezzi aguzzi di un qualche metallo imbevuto di realtà. Mi piacciono molto queste poesie, i loro ingranaggi sono sanamente inceppati e il loro rumore è come l’odore di benzina, aggressivo ma stranamente piacevole da sentire. Bravo, Fabio. Stelvio Di Spigno.

  2. due gioielli: la foto di Federico Federici accostata ai versi di Fabio Teti.

    Questi testi vanno letti con cura, sono “violenti”, sanno far male, e sono belli di una “bellezza oscena”.

    Me ne porto via una, Fabio, perché non puoi sapere quanto mi somiglia.

    applausi.

  3. stanze giocate tutte sullo smontaggio sintattico, sequenze veloci nel viraggio da campo lungo a zoom ravvicinato, in un clinamen che passa nella cruna dell’ago di Celan per dirsi al fondo una pietas- tanto più profonda quanto più trattenuta – palese in quel chinarsi per “specchiarti”

  4. Da tempo seguo e apprezzo l’opera di Fabio, particolarmente attento anche alla riflessione teorica sui problemi del testo, senza che ciò si traduca in un limite, ovvero senza che la scrittura diventi solo un pretesto. Mi interessa il lavoro che sta portando avanti sulla scomposizione del verso, il modo in cui dissemina particelle e monosillabi, creando un senso di attesa in certe cadute di senso, in certe frantumazioni: è quasi una forma di scrittura per ‘frasi musicali’, in cui il singolo verso può persino sembrare riscriversi, cercare l’eco nei successivi, ricomporsi.
    Mi piace molto pensare che questo tipo di scritture, insieme ad altre sintatticamente “più lineari” di altri autori, riescano piano piano a convergere in un’unica pronuncia delle cose – frequenze diverse nell’intonazione della sola voce.
    Con stima, Fabio…
    F.

  5. un grazie di cuore, innanzitutto, a Francesco Marotta per aver voluto ospitare questa scelta di testi (introducendola, con mia sorpresa e soddisfazione – e *pupilla per pupilla* – con il lavoro grafico di Federici; che apprezzo molto e sento, per Stimmung e procedura, assai vicino a molte cose che ho scritto).

    è, questa, a tutti gli effetti la mia più “cospicua” (e forse anche più “accettabile”) pubblicazione; sono felice sia stato possibile depositarla in questa pagina.

    devo poi ringraziarvi, con l’imbarazzo che mi prende sempre in queste occasioni, per i vostri commenti. che danno *vita* a queste poesie, molta, e non potrei chiedere altro.

    Morfea, Mariagrazia: the pleasure is mine.

    Natàlia: grazie, come sempre, per la tua attenzione e generosità (e: spero che il testo che ti porti via non si comporti oscenamente!)

    Viola: posto che il mio clinamen grossolano e “forzato” difficilmente potrebbe passare per la sottilissima cruna di Celan, credo che dovrò offrirti una cena per il solo fatto di averlo pensato possibile ;)

    Stelvio: da bambino svitavo spessissimo le bocchette delle auto per annusare le zaffate di benzina. devo averne riportato delle lesioni cerebrali permanenti, come tu stesso hai subito notato. scherzi a parte, ti ringrazio davvero per la tua annotazione; ero certo che l’ingranaggio fosse inceppato; che sia inceppato “sanamente”, e che un poco di realtà riesca a impattarla e ritrasmetterla, è quello che spero

    Federico: grazie per aver voluto leggere “attesa” e ricerca di eco (spesso differita o negata) in quel conflitto fra sillabe e accenti – verso e discorso ma anche: forma ereditata e clinamen – che più spesso mi è invece stato additato come inutilmente affaticante.
    Piace anche a me pensare che scritture assai diverse, per struttura e fisionomia, possano mirare a una pronunciabilità (o, direi, “coefficiente d’impatto”) comune; e, certo, questo avviene quando al centro della scrittura sono il “che” e il “come” del mondo, e non il “che” e il “come” depotenzianti e autotelici della cultura e del vuoto di realtà dove troppo spesso questa si insedia. con altrettanta stima,

    fabio.

    un saluto a tutti, dunque, e ovviamente un grazie anche a chi ha letto senza lasciarne una traccia.

  6. (dimmelo tu, Fabio)

    a decisione è presa adesso è presa troppo
    risapendoli i profili – dati a neutro,
    in cucina, a meta buona – loro
    presenza come cosa sovrascritta, invece, rappresentata.
    perciò per oggi valga: le quattro nocche
    in quanto adatte all’inasprirsi sono
    usate: sugli occhi, e continua,
    nocche sugli occhi: all’ematoma.
    così soltanto il forno entrato
    nella vista fatta rossa forse ha
    sé e in una giunzione verificata da conati.
    («la conoscenza, quasi», si dice;
    poi ripulisce il vomito
    da terra

    dein aschenes Haar Sulamith

    ___

    Viola ha visto bene.

    1. Natàlia, accidenti.
      ti porti via il testo in cui il tentativo unico è proprio quello di “riportarlo” e restituirlo, l’osceno…

      tengo molto a questo poesia; e forse la cruna dove davvero volevo passasse è questa: “le nòcche delle Madri s’inaspriscono, / cercano il vuoto”. due versi di Montale pazzeschi, che mi hanno tormentato anni, prima che riuscissi a intuirne la ragione e che tentassi di “metterne a terra” la metafisica dove sempre mi son sfuggiti, di riempire quel “vuoto” con un diverso tentativo di conoscenza… di cui, almeno qui, potevo permettermi poi di esprimere soltanto il (un) metodo: le parole conclusive, e con il peso specifico che assumono in Celan, non potevano in nessun modo essere le mie (né altre).

      ti ringrazio per avermi permesso di parlare di questa poesia…

  7. Grazie, Fabio. E grazie a tutti, anche per la qualità degli interventi. Dovrei ribadire, dal mio canto, cose già dette qui egregiamente, ma non credo di sbilanciarmi più di tanto affermando che siamo di fronte a un “talento” puro, supportato da precise istanze teoriche di ricerca e da una estrema facilità nel padroneggiare una gran quantità di modi e registri stilistici che lo tengono a debita, e rassicurante, distanza dalle due “derive” che ammorbano la gran parte della poesia che si pubblica in rete e fuori: l’effetto “santino” o “cartolina” e quello “polaroid”. Il lavoro di sottrazione e di decostruzione a cui il verso viene sottoposto è tutto orientato, in buona sostanza, alla “inventio” di “forme”, di congegni capaci di costringere la “parola” a rivelarsi in altre costellazioni di senso – che significa poi, né più né meno, accerchiare la complessità del “reale” dalle crepe, dai margini dove la materia indistinta su cui si staglia, per dirsi, consuma in bagliori irridenti la convenzione, la norma – e la normalizzazione.

    Ho provato, leggendo e rileggendo questi testi, lo stesso “stupore” che mi aveva preso, a suo tempo, davanti alle prime prove di un Padua, di un Racca, di uno Zuliani, per dire i primi nomi che mi sono venuti in mente – “frequenze” anch’esse, come dice Stelvio, nell’intonazione della “sola voce”.

    fm

  8. “I poeti hanno bisogno di creare delle lontananze” , diceva Poe.
    Me ne sono ricordato leggendo questi testi di Ranieri Teti , un poeta per il quale la poesia è soprattutto assidua , smaniosa , razionale ricerca ed anche , a dirla col grande Octavio Paz , “critica” tout court .
    Queste “lontananze” ( di senso ) funzionano da invito – più che da provocazione – a risillabare con l’autore , come a riappropriarsi d’una lingua perduta , a curarsi inconfessabili afasie . Il gioco è sottile , astuto , perfino cinico , ma sempre elegante e raffinato nelle soluzioni , sul filo d’un’agile fantasia . E non di rado , sotto gli incastri lessicali , le allitterazioni , le antifrasi , i ritmi atonali , a furia di aprir scatole cinesi il lettore trova delle vere e prorie perle di senso , decifra la profezia sibillina .
    Ma di ciò non mostra preoccuparsi molto R.T. , che non ama concedergli più di tanto , tutto proteso com’è nella sua sperimentale avventura del linguaggio in cui sembra voler far proprio l’aforisma di Blanchot ” vale la pena di trasmettere solo l’intrasmissibile” , riponendoci ancora l’arduo dilemma se anche il non comunicare sia in qualche modo un’altra e più sottile forma di comunicare .
    Con stima
    leopoldo attolico

  9. Caro Leopoldo, un lapsus che dovrebbe rendere ben felice l’autore di questi testi: è Fabio, non Ranieri :)

    fm

    p.s.

    Se mi autorizzi, posso provvedere a correggere la “svista”.

  10. Francesco, *grazie*; davvero.

    spero mi permetterai di glissare su questo tuo commento, che metto però a “dimora” per i giorni bui: sarebbe impossibile risponderti alcunché senza sbrodolarmi addosso. detto questo, onorato di averti fatto pensare a Racca, a Padua: due poeti che stimo moltissimo.

    E ringrazio molto anche Leopoldo Attolico: il cui lapsus è a tutti gli effetti convincente, e per altro, se mi si concede l’ennesima uscita “non-professionale” o caduta di tono, mi conforta parecchio circa la necessità di mantenere assolutamente, come titolo di questo libretto che prima o poi concluderò, “Del malintendere” :-)

    un caro saluto a tutti, ancora

    f.t.

  11. Aggiungo una “noticina” non da poco. Dietro i tuoi testi si intravede un sapere fatto di frequentazioni, di letture e riflessioni su opere ineludibili della poesia italiana (e non solo) contemporanea. Ed è proprio il confronto con questa “tradizione”, soprattutto con le sue espressioni renitenti, con le sue navigazioni fuori rotta, non normalizzate e museificate da canoni presunti o da ancora più presunte mappe, che può aiutare a riconoscere il timbro più autentico della propria “voce”, la sua cadenza e le sue risonanze profonde: chi crede di scrivere senza mettere in conto preventivamente che dovrà perdersi, fino ad esserne inghiottito, negli spazi che si aprono tra parola e parola, tra sillaba e sillaba, sta facendo un altro mestiere. Ma non diteglielo, per carità, non squarciate le cartepeste della sua illusione…

    fm

  12. caro Francesco,

    (di nuovo semi-glissando), direi che infine è proprio provando a riconoscere un timbro personale, un idioletto, che si finisce per ammetterne la sostanziale e inaggirabile interdiscorsività, il suo essere scritto (e strappato e riscritto) da e su moltissime altre voci, non solo poetiche, non solo – appunto – culturali. quello che cerco è allora di mantenere e motivare i legami (pure nel generale e sempre daccapo ritentato “clinamen”); con singole poesie, singoli libri, singoli poeti. le “linee” invece, al di fuori di una pure ammissibile utilità euristica e storiografica, mi interessano meno (la parola “canone” poi, e tutto il potere che malcela, mi fa proprio orrore).

    grazie ancora per queste riflessioni donate e stimolate,

    f.

  13. A Francesco –
    In effetti il mio lapsus è divertente ed anche “giustificato” se penso alla mia ventennale frequentazione di Anterem .
    Non so , io lascerei questa perla senescente in funzione anche dei commenti che la seguono benevolmente ( rima involontaria ) .

    Il pensionato di ruolo
    Leopoldo

  14. prima che mi andasse a male la pupilla, del resto, molta ginnastica ottica l’ho fatta su “quello che si vede” ;)

    grazie Andrea, e a tutti, ancora

    1. E’ una ginnastica che abbiamo fatto in parecchi su “quello che si vede” – ma la dovrebbero fare, secondo me, ancora in molti.

      fm

  15. e l’effervèscere
    il torcere
    l’accapo
    ……….
    nel sogno dov’è alzato a leccare
    sul muro le tacche di sangue, sgorbi, delle zanzare…………..
    …………..
    ….butta giù in gola
    allora nero delle unghie, per vomitare…..
    …………..
    perchè tutto spossa ma passa…

    Complimenti a Fabio e anche alla Dimora per la proposta.

    Maurizio

  16. I riferimenti, le citazioni occulte e palesi, di questi testi vanno indubitabilmente verso un resoconto intellettuale alto. La metrica si stringe su nuclei di immagini chiare (ma torbide), e con-testualmente dilata – spazia – la pupilla in una penombra vasta di sensi (con tutto quel grappolo di rumori che fanno le parole quando la percezione si sfoca, sgrana).
    Credo che il problema di questo tipo di poesia risieda nella sua infinita possibilità ri-elaborativa. La perdita di qualcosa di essenziale, nel suo incessante raschiare le cose, è un “rischio” consapevole, attento, vigile. Comunque un rischio, in ascolto ma anche in agguato.
    Questo – detto – solo perché sono attento alla poesia di Teti, con ammirazione.

  17. caro Davide, il tuo passaggio e la tua lettura sono particolarmente preziose per me, te ne ringrazio.

    credo di capire ciò che mi annoti.
    è in effetti complesso poter assicurare circa l’essenziale (con Montale, la “verità puntuale” e non “assoluta”); essenziale che non si dà – o almeno non a me – prima di praticare concretamente la scrittura, la curvatura delle cose. e che spesso, almeno tale è la mia impressione, continua a dislocarsi e sfuggire anche in seguito, esigendo un perenne ascolto e una sempre rinnovata – e certo asintotica, spesso anche violenta – correzione di tiro, contrattazione (brutta parola) di senso. vero è che spesso corre troppo velocemente e lo si manca del tutto.

    grazie *davvero* per la tua attenzione. con ammirazione mia,

    f.

  18. Belle Fa’, e bellissima la 11 (“il cane alla catena”)

    (cazzo è la midriasi? me l’hai già spiegato lo so, ma ero distratto :D )

    Un abbraccio,

    A.

  19. grazie Andrea, da me e dal cane (je ti etc ;)

    circa la midriasi, ho il sospetto che sia anche quella un risultato delle infantili sniffate di benzina…

    embraces!

  20. Molto! e in particolare la sintassi mossa, anche – spesso- interrotta, a dare luogo a quello “smontaggio sintattico”, per un ingranaggio anche del “minuscolo pezzo aguzzo”, giusto per citare e avvalermi fra i tanti degli ottimi commenti di viola e di spigno
    e tuttavia, proprio in grazia e forza della sintassi tutta, mi sembra molto materica (nn solo perché contiene molti spessi richiami a singoli materiali), questa poesia,
    dunque corposa e allo stesso tempo asciutta la pennellata, fin la più piccola, in modo che ciò consenta e significhi quello che Francesco a proposito qui scrive in modo splendido e centratissimo: “né più né meno, accerchiare la complessità del “reale” dalle crepe, dai margini dove la materia indistinta su cui si staglia, per dirsi, consuma in bagliori irridenti la convenzione, la norma – e la normalizzazione.”

    grazie a tutti. un caro saluto

  21. caro Alessandro,

    vorrai dire un accidente! (sua “forma laica”) ;-)

    più seriamente: la consapevolezza (e: *se c’è*), è in gran parte merito del lavoro di chi precede, degli strumenti e materiali e problemi sollevati e messi in comune, specie in rete, negli ultimi anni: dei libri scritti, dei tradotti: di luoghi come questo in cui discutiamo e i molti altri che sappiamo e frequentiamo: non faccio la lista dei maestri e dei “segnali stradali”, che evidentemente comprende anche il tuo lavoro. :-)

    detto questo, grazie davvero del passaggio e delle tue parole; come anche, un po’ in ritardo, voglio ringraziare Margherita Ealla per il generoso commento

    (ma qui siete stati tutti *troppo* generosi)…

    un forte saluto,

    f.

  22. ovviamente non sto tacciando come indegni gli altri link; ho solo *molto molto* apprezzato dove Ghignoli mi ha condotto cliccandolo.

    un saluto,

    f.

  23. Solo ora riesco a lasciare un rigo, dopo aver stampato e letto le poesie di Fabio in questi giorni. Vi trovo molto di assonante con la mia sensibilità (non che questo sia un valore per se, naturalmente, laddove non è forse la lettura poetica calarsi in una sensibilità altra? Uno sforzo empatico, in fin dei conti), con esiti o “risultati” notevoli, come già altri hanno qui rimarcato. Sarebbe bello, anzi opportuno che qualche editore proponesse a Fabio la pubblicazione di queste sue; perché, è noto, in internet scripta volant. Un saluto a tutti,

  24. Domenico, grazie di cuore. sono felice che tu senta un’assonanza, per me un ulteriore complimento implicito, in quanto apprezzo molto la tua poesia, come avrai notato da qualche mio veloce commento lasciato qui e là nella rete…

    sulla questione – spinosa – editoriale, ti ringrazio a maggior ragione. evito di aprirti un dossier circa le mie perplessità a riguardo (non ho nemmeno voluto, per dire, che Francesco facesse un Quaderno con queste e magari altre poesie); manca, io credo, ancora tanto lavoro, tra le cose prodotte in questi anni e una *dignitosa* idea di libro. stiamo a vedere, in tutta calma.

    grazie ancora del passaggio e del giudizio. un saluto a te e a tutti,

    f.

  25. Caro Domenico, il tuo commento mi suggerisce una considerazione in forma “interrogativa”. Con una premessa.

    Il post con i testi di Fabio è stato pubblicato cinque giorni fa. Fino ad ora ha totalizzato più di ottocento contatti con cinquecento visite “dirette”. Considerato l’andamento generale del blog, entro la fine dell’anno avremo più o meno tremila contatti e circa duemila lettori unici (persone che entrano per leggere “quei” testi).

    Detto questo, la domanda è: è meglio avere un migliaio di lettori attenti, che magari scaricano il contenuto del post dai luoghi più impensati dell’orbe terracqueo, o stampare cento copie di una plaquette da regalare agli amici in cambio di due o tre recensioni “interessate” e, quindi, assolutamente inutili (quando non intrinsecamente ridicole)?

    Ai post(eri) l’ardua sentenza (la mia l’ho già emessa ponendo il quesito).

    fm

  26. Francesco, forse hai ragione, e forse gran parte di noi ha bisogno di un cambiamento di paradigma in tal senso. Io ho pensato qui, al caso di Fabio, ad una pubblicazione cartacea per “pigrizia” o inerzia mentale, da intendersi come un’occasione per dare una veste più giusta ad una poesia, quella di Fabio, che mi sembra matura per questo genere di operazione. ciao

  27. Il mio non era un rimprovero, caro Domenico, ma solo una constatazione espressa in chiave oltremodo retorica.
    Per il resto, la penso esattamente come te: fossi un editore, un poeta come Fabio lo pubblicherei domani mattina: e se non fosse d’accordo, pagherei qualcuno per rubargli i testi dal computer…

    fm

  28. si apre una questione molto interessante (tenendo ora da parte il mio stupore per le incredibili cifre rivelate da Francesco, e di nuovo l’imbarazzata gratitudine per le belle parole sue e di Domenico).

    uno dei punti che per me fanno maggior problema, è proprio quello del “plaquettismo”, delle piccole raccolte, delle tranche di “cantiere” continuamente pubblicate, pubblicate anzi in misura maggiore rispetto ai libri veri e propri. credo che grossa parte dell’editoria poetica italiana sia estremamente autolesionista, in questo senso, e spaventata dalla (o sprovveduta rispetto alla) rete. un atteggiamento che per varie ragioni finiscono per introiettare troppo spesso anche i poeti.

    bisognerebbe, a mio avviso, adoperarsi congiuntamente – scrittori ed editori – per far sì che all’oggetto libro [nel quale credo fermamente: non per niente trasmette cultura da secoli; un black out, una “dittatura telematica”, una crisi energetica, una guerra globale potrebbero invece cancellare in un colpo tutto ciò che è nella rete] pervenga solo ciò che è risolutamente *opera* (naturalmente non sono le “dimensioni” a contare).

    credo sia evidente ciò che intendo.
    la rete fornisce possibilità infinite circa la diffusione rapida e gratuita (volendo anche a “pagamento”, e sarebbero cifre simboliche, irrisorie) di materiali che possono andare dal singolo testo ai lavori in corso alla plaquette vera e propria di un autore. permettendo spesso anche discussioni sui materiali medesimi, che possono essere di grande aiuto per gli autori. è assurdo che dal lavoro che i migliori blogs hanno svolto negli ultimi anni, gli editori (specie i medio-grandi) non abbiano appreso nulla.

    (e per altri versi, sembravano averlo capito alcune case editrici come Transeuropa, che all’epoca della collana “fuori commercio”, pubblicò tre pdf curatissimi, introdotti da poeti importanti, e gratuitamente scaricabili; collana trasformata poi in Inaudita e in una strategia a me poco chiara per cui in un anno sono state pubblicate, a un prezzo esagerato, decine di sillogi oltre ai 4 libri della collana “maggiore” Nuova poetica).

    certo, gli editori sono in un “mercato”, per lo più, e il mercato ha le sue regole. allora, un’assunzione di responsabilità deve venire io credo innanzitutto dai poeti (parlo in generale), i quali dovrebbero imporsi una diversa continenza, e capire che non è l’ufficialità presunta di un libro con codice ISBN a garantire di per sé la statura di “autore”.

    questo per dire che sono tutto sommato d’accordo con la domanda retorica di Francesco, e in generale persuaso da un “paradigma di decrescita”. un atteggiamento diverso, io credo, potrebbe dare una mano persino alla critica nostrana, che è notevolmente indietro rispetto ai risultati poetici di questi anni: va detto però che la farragine delle pubblicazioni, il loro gettito continuo, non la aiuta.
    (ma alla critica va ricordato, en passant, che nel 38 o giù di lì, Contini scrisse il suo maggior saggio montaliano, “dagli ossi alle occasioni”, basandosi fondamentalmente su testi usciti in rivista o spediti privatamente dal poeta – oltre che, sì, su una minuscola plaquette. e poté dire, senza sentirsi sminuito dal fatto di esemplare il suo giudizio su testi inediti in libro, che si trattava del miglior lavoro di quegli anni).

    farraginosamente vostro,

    f.

    ps.

    Alessandro, la foiba in fabio è per te.

  29. Fabio, hai lasciato un commento ricco di questioni e di spunti che andrebbero affrontati, ma sul serio!, possibilmente col contributo di tutti coloro che hanno a cuore le sorti della “poesia” (senza “possessivi” e senza “qualificativi”) – cioè estranei a gruppi, gruppetti e consorterie variamente assemblate e avariatamente autoreferenziali. Il problema è che questi “tutti”, oggi, sono quattro gatti – e il panorama intorno, nonostante il profluvio di “proposte”, è desolante.

    A una quantità impressionante di pubblicazioni (nella stragrande maggioranza inutili e impresentabili), fa da controcanto lugubre il vuoto pneumatico di una quasi totale assenza di critica, di lavoro sui testi, di “selezione”.

    Uno dei nodi è proprio lì – e, sinceramente, la vedo nera sulle possibilità, a breve, di un salutare cambio di rotta. Quello che colgo in giro, a palate, è una demenziale corsa all’apparire, che ha trasformato anche la rete – nonostante i suoi indubbi meriti – in un immenso acquitrinio dove naufraga, spesso e volentieri, anche quel poco o molto di buono che comunque si produce.

    Sì, il libro è insostituibile, anche per me: ma che senso, che valore ha, in un universo dove tutto è pubblicabile?

    Io non ho ricette, ma penso che un primo passo da farsi in rete (visto che comunque “qui” sono), soprattutto da parte di quei (ormai) pochi blog o siti “indipendenti” che mirano alla qualità, è di rifiutarsi di partecipare al gioco al massacro dell’ammasso di fuffa in forma di versi o altro che sia.

    Ma quanti sono disposti a farlo? Quanti sono disposti a correre il “rischio” di vedersi un domani rifiutare una recensione o un passaggio? Quanti sono disposti a dire addio alla “cricca” di riferimento e vivere finalmente da uomini e autori liberi, a rischio dell’ombra, della solitudine, dell’oblio?

    Secondo me, li conteresti sulle dita di mezza mano…

    fm

  30. cari, la situazione editoriale italiana è sul patetico. faccio un esempio chiaro, Fabio cita la casa editrice Transeuropa (suppongo la nuova di Massa), ecco, chiesi alla citata editrice con tutta timidezza un primo approccio, la risposta da mail fu “non prendiamo in considerazioni nuove autocandidature”; bene, niente da aggiungere, però un dubbio viene, qualcuno legge qualcosa? come scelgono i libri? si scelgono gli autori…? risposi (forse un po’ indispettito, anch’io ho un narciso!) che avrei cercato per una prossima volta qualche amico (importante) che mi (rap)presentasse. una prossima volta che mai avverrà, ovviamente. non mi hanno risposto…
    allora, il problema è un non-problema; dobbiamo fare della poesia il luogo della propria rappresentazione (nominale e visuale)? è la poesia qualcosa per me? (mi metto nei panni dello scrittore).
    io penso che sia un dare, una cooperazione, uno stare nella nostra assenza con chi ci sa ascoltare e con chi può apprendere quell’ascolto (mi sembra chiaro il senso pedagogico). che cosa fa la poesia? ogni pensiero poetico è sempre, ovunque e in qualsiasi lingua un pensiero in rivolta. ci pare poco?! allora è un continuo rieducarsi alla cultura dell’intendere noi e gli altri e anche loro (quelli che non ci piacciono). il mio nome non è nell’ultima antologia? domani ce n’è un’altra… e neanche lì ci sono? che sappiano bene quelli che cercano il quarto d’ora di Andy Warhol che di noi (e saprete scusarmi l’insolenza) fra qualche decina d’anni non ci rimarrà neppure il ricordo. quante migliaia di poeti c’erano al tempo di Leopardi? ebbene… non è che mi venga in mente una lista lunghissima che accompagni il poeta di Recanati.
    vedo molti -quasi sempre gli stessi- nomi nei molti-soliti posti. se hanno bisogno di quello, beh sono liberi di autorappresentarsi e credersi divinità poetiche. a me personalmente interessa poco, meglio, per niente. scelta con le sue conseguenze. molti dei poeti /davvero ottimissimi!/ che frequentano questo spazio non sono presenti nelle citate antologie e affini. un dubbio viene, non hanno ‘amici’? può darsi… oppure è un’altra storia…
    poi possiamo pure scegliere (normalmente si sceglie sempre ciò che ci impongono, ma non voglio fare il Franti della situazione) le modalità, la carta il video il sonoro… ma alla fine sono le parole, meglio i versi, meglio i testi, o meglio ancora la poesia che ci conquista, e quanto ci piace perdere!

    un abbraccio

    ps: ancora sul mio nome per ft e fm e tutti

  31. vedo ora i nuovi interventi e cerco a mia volta di scrivere qualcosa in nottata o (spero) domani. scusate la latitanza, gli esami stringono!

    un caro saluto a tutti,

    f.

  32. Caro Alessandro, dietro ogni blog-rivista-antologia-piccola editrice-media editrice-festival-lettura pubblica-rassegna-premio letterario-pagina culturale c’è un sodalizio, una congrega, un interesse minuscolo o grande coltivato con estrema cura. Ne fanno parte anche persone fino a ieri insospettabili e il cerchio si allarga, sospinto dal vento dell’effimero, dell’apparire, dell’esserci ad ogni costo. Vi si accede solo per cooptazione, e ad un’unica condizione – da rispettare scrupolosamente: parlare, in ogni occasione utile, su carta e in rete, contro i sodalizi, le congreghe, gli interessi, i premi, gli accomodamenti etc. etc. etc.

    Le eccezioni ci sono, ma il numero si riduce a vista d’occhio ogni giorno che passa…

    fm

  33. caro Francesco, come sai meglio di me ciò che dici è grave. non per una supposta qualità del testo (che anche quella!) ma soprattutto per la fine di un ragionamento sulla poesia e sul poetico. dobbiamo abituarci al poetafacebook che lascia la propria poetica(?) a quattro signori figliocci del capitalismo più crudele della Silicon Valley, e alla ricerca sfrenata di avere più “amici” da sfoggiare (e c’è che ci guadagna dei soldi… con l’amicizia). avere un certo numero di amici è un elemento tipico americano.
    definirsi poeta è più o meno gratis: un libretto, o qualche cosa scritta su un blog, rivista… un paio di amici che aiutino alla diffusione del credo poetico; e il gioco è fatto. cosa fare? non avere timori delle conseguenze delle proprie azioni-idee. con la serenità che se non siamo-saremo presi in considerazione dai capetti delle antologiche italiane, vuol dire che va tutto bene.

    un abbraccio

  34. carissimi, trovo un minuto per intervenire.

    proprio perché anch’io son persuaso della necessità di rifiutarsi al gioco al massacro (Francesco) che troppo spesso contraddistingue la “società letteraria”, e perché come voi non voglio che si faccia della poesia il luogo della propria rappresentazione nominale e visuale (Alessandro), vorrei evitare questo genere di polemica cui ho involontariamente dato l’abbrivio.

    a me sembra che i blog e le riviste svolgano *tutti-e* un lavoro importante e, non dimentichiamolo, *non impositivo*. magari è una mia percezione ingenua dovuta anche all’età, non so, o al non aver ancora avuto esperienze “editoriali” come quella più su descritta da Alessandro. certo è che mi giovo del lavoro e delle proposte di ognuno e ognuna, e davvero dalla Dimora a Nazione indiana, da GAMMM ad Absolute Poetry, da Blanc de ta nuque a Poetarum silva etc.

    si può discutere poi (appunto) del portato estetico-politico di ogni blog o redazione, e dunque mettere a confronto anche sul piano del “giudizio di valore” le rispettive proposte, i risultati, le visioni. su questo livello, meno allusivo, credo ci si possa muovere con maggior profitto.

    insomma: le vere o semi-vere camarille (le quali ho comunque la sensazione siano ben altrove e ben più astute di noialtri “navigatori”) facciano pure ciò che credono. il tempo, in poesia, è più spesso gentiluomo.

    si può poi nell’immediato restare isolati, ma la rete dà a tutti noi la possibilità di non vivere un isolamento al modo in cui ciò può dirsi, ad esempio, di un Calogero. e in ogni caso, il valore della poesia, di un poeta, viene ad affermarsi – credo sia sempre stato così – innanzitutto nei e coi poeti *a venire*: in coloro che riconosceranno valore in A, fuffa in B. (vedasi Campana-Papini, ad esempio). (o, per dirne anch’io una più militante, vedasi Giuliano Mesa rispetto a molti suoi celebrati coetanei).

    lo stesso credo valga anche per le antologie, che sono una proposta utile proprio perché falsificabile e contestabile, e (a mio avviso, anche e soprattutto le scolastiche, ché son quelle con l’incidenza maggiore) sempre e comunque militante. nemmeno io sono d’accordo con tutte le scelte e i criteri, mettiamo, di Vincenzo Ostuni nella recente Poeti degli anni zero (immagino sia a questa che ci si sta riferendo), e accanto a 7-8 poeti che mi convincono in assoluto, metterei la mia lista sostitutiva “personale” e che però, come ognuno di noi con la propria, mi picco di ritenere “obiettiva”. non avrebbe senso, almeno per me, che non conferisco valore alla parola “canone”. ma, volendo, non mi sarebbe vietato lavorare a una contro-antologia; più in generale, sarei felicissimo se ne uscisse fuori una all’anno, soprattutto contenente poeti che non conosco bene, perché in ogni caso me ne gioverei in stimoli e conoscenza.

    Viceversa, se dovessi basarmi sui “lanci” mondadoriani, mettiamo, della recente primavera, (nonché sui 4/5 degli ultimi anni di “specchio”), potrei solo dedurre che la poesia italiana è stramorta. e con questo voglio dire: chi sta sui margini, me compreso, fa troppo spesso l’errore di considerare come “centro” altri punti più o meno vivibili dello stesso margine, mentre intanto nel “centro” reale continuano indisturbati le loro faccende.

    questo, per dire la mia con chiarezza sulle questioni sollevate.

    un caro saluto, e un abbraccio a voi!

    f.

  35. Caro Fabio, la mia era una semplice constatazione, una percezione affatto personale del “panorama” nel suo complesso. Le tue affermazioni sulla “utilità” della rete, esempi compresi, non possono non trovarmi d’accordo.

    Ma è il complesso delle “dinamiche” in atto, la natura perversa del non detto il dato che mi lascia più perplesso. Il fatto che in un letamaio ci siano dieci gemme, secondo me non lo rende più “abitabile”.

    Non pensavo certo all’accademia, ai suoi rituali, ai suoi intrallazzi, alle sue coperture e fetenzie varie quando scrivevo il precedente commento: la mia paura nasce dall’osservazione della deriva – proprio in “quella” direzione – di alcune realtà che ritenevo immuni dal contagio…

    fm

  36. caro Francesco, sto anch’io discutendo in tutta tranquillità e so che nelle tue parole e in quelle di Alessandro, dettate innanzitutto da un’esperienza notevolmente più comprensiva e vasta della mia, c’è con tutta probabilità, circa il complesso delle dinamiche in atto, *più ragione* di quanta possa albergare nella mia forse troppo fiduciosa replica.

    fondamentalmente, in questa, ho cercato giusto di far emergere un punto, che più di una volta a me è sembrato lampante scorrendo i vari thread o alcune clamorose litigate (cui anch’io ho partecipato) scaturite da talune pubblicazioni. l’impressione mia, cioè, è che – fuori dalle “battaglie estetiche”, o di idee, di poetica, sempre lecite e anzi benvenute e produttive – troppo spesso ci si faccia, senza magari accorgersene, la “guerra tra poveri”.

    detto questo, la “deriva” che noti è sempre in agguato e possibile (e penso che ognuno di noi abbia aneddoti in abbondanza, a riguardo); né, ed hai ragione, poche o pochissime realtà di pregio possono da sole riscattare un letamaio che parte dalla rete e finisce in parlamento. teniamo gli occhi aperti, dunque ;-)

    un caro saluto, ancora

    f.

  37. Fabio, hai dato, così come fai spesso e volentieri, un ottimo contributo di idee e di pacata e proficua riflessione anche in questa (non estemporanea) digressione che ci siamo concessi.

    Un caro saluto a te.

    fm

  38. Allora ti tiro su il morale.

    Ricordi “oggi ho visto il futuro del rock and roll etc.”?

    Ebbene, oggi ho visto l’Italia degelminizzata: era una fanciulla diciannovenne che commentava e discuteva in tedesco, con grande capacità argomentativa e comunicativa, testi tratti da “Morgue” di Gottfried Benn. In un liceo italiano!!!

    fm

  39. cari ft e fm, se può essere d’aiuto morale nella università spagnola (assai poca attenta alla letteratura italiana) ho avuto miei alunni che discutevano sulla poesia visiva di Emilio Isgrò; e queste sì che sono soddisfazioni!

    un abbraccio

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