Tempo di mutezza

Marco Ceriani
Vladimír Holan

Di seguito troverete le prime pagine di un ragguardevole saggio di Marco Ceriani su Vladimír Holan, unitamente a una selezione di testi poetici dell’autore ceco. Tutto il materiale presentato è tratto dalla rivista “Istmi“, per la precisione dal numero 21-22 del 2008, “Tempo di mutezza“, interamente dedicato a Holan. Il volume contiene, oltre al citato saggio, una biografia, curata da Vlasta Fesslová, e 53 poesie da “Předposlední” (“Penultima“), la più parte tradotte da Ceriani in collaborazione con Giovanni Raboni.
Questo post vuole essere anche un augurio di buon proseguimento rivolto allo stesso Ceriani, impegnato in un immane lavoro critico-filologico-traduttologico sull’intero corpus dell’opera di Holan – lavoro sul quale spero, quanto prima, di poter dare ulteriori ragguagli. (fm)

 

Una notte a Kampa. Novena per Holan

 

1. Degli emblemi, delle entelechie

    

Del «verticalismo e della laidezza», ossia delle «due opposte ampolle d’una stessa clessidra», come ebbe a scrivere in un bel saggio che premise alla prima edizione italiana de Una notte con Amleto il grande slavista, e poeta, Angelo Maria Ribellino, nessuna traccia sembra permanere nell’ultimo Holan, che aspirerà da un certo punto in poi (e massime riannodati i legami con la sua notte originaria, questa tavola pitagorica dello spirito) a essere l’artefice dell’armonia atonale, a scostare dal sepolcro la pesante lastra di pietra verticale, a essere l’artefice del dissolvimento d’ogni gerarchia tonale, ma il piccolo sasso dai bordi di un campo o dal ciglio d’un sentiero non spostare, per paura che ne fuoriesca «un serpe, uno scorpione, un popolo di vermi», suprema rinuncia e castità della sua pronuncia e dopo gli anni proprio in cui dal violento scorpione del barocco fu egli preso e vinto. Intendendo nell’uno, il “verticalismo”, riferirsi al tratto vertiginosamente metafisico di quest’arte, giusta anche nei caratteri dei suoi juvenilia la predilezione per metafore sontuose e accidentate, vere e proprie ghiottonerie della sua barocca immagineria, laide e sconce partite a dadi con il nulla e che sembrano volersi impossessare dell’indicibile, strappare al fogliame della primavera la spirale del canto più imprendibile, ascoltare lo scricchiare cubistico del disgelo, accordarsi al diapason dell’autunno più funereo, e nell’altra, la “laidezza”, riferirsi invece alla febbre violenta e alla declinazione oscenamente purulenta, con tutta l’attenzione rivolta ai suoi cadaveri minuziosamente esaminati come nelle tavole di un nero obitoriale, e alle pentecostali ardenti fiamme dei suoi cimiteri, alle pompe funebri coi loro vestiboli maleodoranti di trucioli di bara, immagini queste che sembrano richiamare le strategie di certo espressionismo tedesco, da Georg Heym a Gottfried Benn, l’insigne studioso metteva l’accento sulla stratificatissima cultura del nostro, sulla sua letteratissima e come raggiante da un crocevia-ombelico pragheità: tutta la statuaria e la golemica attrezzeria di Praga, dai romaneta di Jakub Arbes alla luna del San Giovanni Battista delle lettere ceche, Mácha, componendovisi in una torbida torba di miscele visionarie. Ma Ripellino rivelava anche come, in questa Ur-Praga dettata quasi da un suo amoroso in-folio, tutto lo Shakespeare vi aggiogasse il suo strumento, e accanto a lui i metafisici inglesi come il Donne degli emblemi e delle entelechie in testa, e il barocco alchemico di Góngora, su su fino a Mallarmé, a Rilke e ai grandi russi novecenteschi, pionieri di un secolo forse irripetibile: Chlebnikov con cui ha in comune l’ardore fonetico o l’inesausta forgia delle perfette leghe semantiche (si veda La preghiera della pietra in Na Postupu [In progresso]), Pasternak, fraterno per le metafore tetragone e l’implacabile contrappunto degli incastri, e, insolitamente taciuto, Mandel’štam, che a noi tuttavia sembra essenziale per il tracciato della sua fisionomia, alla cui voce terrosa e celeste, scafo nero sfuggito alle risacche del gran catalogo omerico, egli doveva pensare come alla voce di un poeta neo-greco.

 

2. Nelle colonie penali di Eschilo

    

Gli anni 1940-50 sono gli anni cruciali della svolta per Holan. A contatto con gli orrori della guerra e dell’occupazione nazista della Cecoslovacchia prima, e con l’orrore politico dell’immane perché mostruosamente fuori scala e silente crimine staliniano poi, il poeta opterà per una decisa abiura della vita, per una sua clausura feroce e senza scampo, strapperà «il magistrale fogliame delle multicolori parabole [e troverà] i semplici cerchi della solitudine che non conosce scuse». Sono gli anni della sua maturità più piena. Scrive, anche se vedranno la luce solo negli anni sessanta, le raccolte Bez názvu (Senza titolo), Na postupu, Bolest (Il dolore), oltre a Noc s Hamletem (Un notte con amleto), sua summa. Tre, tra i molti, tasselli a comporre il poderoso segmento della transizione all’ultima stagione, che qui si vuol documentare, della vecchiaia senza appello del vaneggiamento oracolare, dell’ascolto del terribile udito della notte, della stretta nel pugno ferrato di un unico ardimento seriale dell’afa e del gelo, della arruffata primavera e del lamentoso autunno, insomma sempre i suoi eterni temi, ma distillati dall’eloquenza, senza ipocrisia e senza artificio, del purissimo pensiero, della pura partitura inscritta nella pietra. Nasce il “Poeta murato”, nasce la più potente concisione, la quotidianità scavata dal tarlo dell’analisi, scavata fino al bisbigliare più diafano. E allo specillo da laboratorio si sostituisce lo scalpello che cava il marmo nelle colonie penali di Eschilo. Ma questa torsione a trecentosessanta gradi non avviene per caso o improvvisamente, piuttosto passando attraverso un momento del lavoro che sembra privilegiare la ricerca di uno stile magniloquente e semplice, epico e arioso. Alla polifonia più snervata e alla strematamene barocca, al gelo dell’alchimia più astrusa e contorta, al trascorrere di immagini figurali ammorbate, nella loro perfezione, come un arazzo di Góngora, subentrano ora le incarnazioni narrative dell’Holan panegirista e salmista che celebra i “Soldati rossi”, artefici della liberazione della Cecoslovacchia dal giogo nazista in una prima fase (nella raccolta Rudoarmějci, ma anche in Dík Sovětskému svazu [Grazie all’Unione Sovietica]), mentre solo più tardi, nel cuore dei suoi folti anni quaranta, nascerà l’Holan della “memoria”, autore di raccontini tragici e angustiati, che sul crinale del proustiano rammemorare, ma crinale di un proustismo misteriosamente rovesciato, manifestatesi non nella circolarità ma nella dissenziente e ossimorica contiguità, e sul filo dell’intermittente affabulare, in colori impastati alla macina dell’idillio campestre o silvano, guizzerà e si accamperà il coagulo della clausola-enigma, si incisterà e staglierà il fermaglio della clausola-ossimoro che vuole arbitrare ed abbattere, col suo meticciato figurativo e tonale, e di fatto abbatte, nel palpito di una chiusa così sibillina, nella stringatezza di una formula ipso facto ragionativa, ogni sviluppo consolatorio di racconto, spezzare l’osso del collo all’aneddoto raccontato intorno al fuoco. […]

 

 

Testi

 

Versi I
(Verše I)

No, no, e sia per silenzio o per vendetta,
non è di lontananza che si tratta, non è del fatto
che noi ci scordiamo
in vista del ricordare… Perduto
nel futuro per mezzo del futuro,
così è l’amore… Anche
l’innocenza muove a danza
soltanto i senza nome…

 

Igitur I

Perché la sua solitudine
possa parlare, dovrebbe
conoscere il silenzio.
Perché l’armonia scelga
tra quel che precedette,
non dovrebbe la testa dei suoi frutti
condannare la radice del sesso.
Ma lui oggi intanto
ha rinunciato alla vita per
essere quel che rimarrà
nell’estinguersi…

 

Introitus vaginae I

Se penetra il fiume nel mare,
il mare fa ritorno alla sorgente.
In noi non c’è che retrocessione, ma solo
dagli inferi, i quali sono
in angustie, mentre i nostri istinti
così possentemente quaggiù dimorano
che quasi si sognano… E’ così che l’ora
dell’incertezza si fa madre-ora.

Devastantemente generosa è la vita…

 

Che
(Že)

Che il sogno nel sogno col sogno faccia l’amore
e non perdoni niente alla coscienza
che vuole contemplare ciò che accade,
finché l’assenza non riconosca se medesima.
Che qualcuno condivida il destino col destino.
Che al solitario restino gli elementi.
che se siamo immortali
è solo fino all’istante in cui nasciamo…

 

Igitur III

          A Jaroslav Seifert

Questo pare possibile. l’attesa
in corridoi dove si lesina
sul gas, dove si tira
per le lunghe ogni cosa,
dove nessuno ha la minima scusa –
convinto in fin dei conti
di incontrarsi almeno due volte
con se stesso da solo…

E irrigidirsi, poi, per il terrore?
Oh, non fa niente! Giacché anche la statua,
pena il cadere, non può
perdere la voglia di vivere!

 

Libertà
(Svoboda)

Sognare l’impossibile senza odio
è mai possibile? Forse
solo a uno prosptrato nello spirito,
ma neanche lui ha il coraggio
dell’integrità, o di convincersi,
da ultimo, del contrario.

Fuori tuona. Tempo propizio
per il movimento della mutezza
e per niente di simile…

 

Ma in voi
(Ale ve vás)

Non penso che siate nel giusto
a sostenere che un ramo bruciacchiato
vale quanto un ramo tutto bruciato,
ignara come siete che ciò che dite
lo dite proprio qui, in questo vicolo
senza illuminazione, vicolo
dal quale girerebbe alla larga
lo stesso destino-autodidatta!
Ma in voi e più forte ancora
di quello che intendete
la cattiveria fino alla beatitudine monta.
E l’anima quella cattiveria ben volentieri dà
in pasto al corpo!

 

Speranza? I
(Naděje? I)

Disobbedienti a modo d’autunno
alberi riluttano, pur nel più forte vento,
a voltarsi uno contro l’altro… Solo
che dal primo vibrare fino al raggelarsi
o allo spezzarsi dei rami
sono qui
anche per non volersi sopravvivere.
In cosa hanno fiducia? Che cosa osano?
Da che pienezza?

E profondamente sotto, in solforosa giallezza
e pozzanghere amaramente estranee
se ne va l’uomo, poiché
non può altrimenti… Ma anche così,
allontanandosi, non sarà ancora solo…

 

Speranza? II
(Naděje? II)

Uno di quei miserabili, e nelle miserie
invecchiato, senza soddisfazione,
senza difesa, senza misericordia,
anche se casuale, uno di quelli
il cui volto è sfregiato
da uno sconforto allo stremo,
eppure uno a cui
di tutto può ancora accadere!

E, come se ne avesse sentore, mirando
oltre il fiume, laggiù, fino al mare, mi disse:
“Vive il bambino di speranza? Gli è necessaria?

 

Con i barbuti brividi
(Při)

Con i barbuti brividi e le sbigottite
larve delle Ceneri, con il ladro di cavalli
portato via in una botte, con i cernecchi
della fuliggine e le azzimelle del disgelo –
anche l’identico è diverso… E forse proprio per questo
la figlia di Dante fa un lungo giro
ed erra lontano dalla lettura e dunque lontano
dalle canzoni intrecciate alle tirelle dei versi
per sostare accanto alla lievità del suo cuore
e vedere come i ragazzi ubriachi
s’arrampicano sulla torre e con la scopa spostano
le lancette dell’orologio…

 

Non si chiesero
(Neptali se)

Non penso che ci fossero arrivati.
La pioggia (quasi a mezza voce)
li ha costretti a ripararsi
in una cappella o in una locanda.
Forse in una locanda, dove un oste
gridava: “Non perché sono bambini,
ma perché tutto è per loro!”
e dove anche di un uomo vecchio
potevano tutti rallegrarsi.
Potevano rallegrarsi
e non si chiesero, lì al banco della mescita,
se anche la sete patisce la sete.

 

 

 

***

12 pensieri su “Tempo di mutezza”

  1. Allora preparati per l’anno prossimo, quando avrai la possibilità di entrare, con tutti gli strumenti adatti allo scopo, in uno dei sancta sanctorum – finalmente aperto al pubblico in tutte le sue stanze – della poesia contemporanea.

    fm

  2. Attendo ansioso.
    Ma che gioia rileggere Holàn, e tradotto da uno dei rari poeti italiani di cui apprezzo la straordinaria prosa…

    m

  3. Io ho visto il “tavolo da lavoro” (il “Poeta al suo tavolo”?) e ne sono rimasto incantato, Marco. Un po’ come visitare il laboratorio di un alchimista d’altri tempi. Ho anche imparato qualche altra parola della lingua ceca (pronuncia compresa) :)

    Lode anche al piccolo (“grande”) editore che si è accollato l’onere di sostenere un’opera del genere!

    fm

  4. Ti ringrazio infinitamente, Francesco, per questo Hòlan che ci hai proposto qui e….resto un trepidante attesa,anch’io.
    lucetta

  5. mi sembra giusto ricordare anche che l’eccellente, sempre stimolante quanto rigorosa, Istmi, è messa su da Eugenio De Signoribus, Enrico Capodaglio e Feliciano Paoli. Il prossimo numero, se ben ricordo, dovrebbe essere dedicato al dimenticato Giorgio Cesarano

  6. Livio, come vedi qui non manca nulla: basta cliccare sui link inseriti e subito, come sempre, viene dato a cesare quel che è di cesare…

    Se non sbaglio, poi, “Tempo di mutezza” è ancora disponibile per chi avesse intenzione di farsi un gran bel regalo.

    fm

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