Ragna e Nils

Hans Henny Jahnn

    

C’era un giovane pescatore di nome Nils. Possedeva una bella nave libera da ipoteche. Una nave robusta in legno di quercia. Di rame e di ottone a bordo ve n’era moltissimo. Da ciò si poteva comprendere che i talleri tintinnanti nelle sue tasche non erano di latta. Nella cabina, sopra la cuccetta (quella superiore; in quella inferiore soleva dormire un ragazzo, un giovane timoniere), era attaccato un ricciolo di capelli rossi. Nils aveva una donna. Erano in cinque. C’erano cinque uomini sulla nave di Nils. Quando il momento era propizio, stazionavano nelle acque intorno all’Islanda e pescavano.  Poteva accadere che il proprietario della nave interrompesse il lavoro all’improvviso e scendesse in cabina a guardare i capelli rossi. Cosa molto insolita per quell’ambiente. Non riuscivano a tollerarla, gli altri. Benché intrepidi erano superstiziosi. Una volta che ebbe di nuovo gettata l’ancora nella baia del paese natio (era una baia tranquilla e poco profonda, la spiaggia era battuta dal sole, non più di un paio di case si affacciavano sul mare), e giunse a terra per motivi di affari e per amore del suolo in cui venne alla luce e su cui aveva mosso i primi passi, Nils non percorse subito la strada verso nord, lungo il lido, menante alla casa della donna in sua attesa – eppure la nave in legno di quercia coi due alberi gialli e le vele marroni era arrivata –; si fece beffe della consuetudine, angustiando colei che lo attendeva. Recò visita a suo fratello in montagna, dove questi conduceva un podere. Gli disse: «Sulla spiaggia abita una donna dai capelli rossi.  Ma noi siamo nelle baie del nord a pescare. I nostri pensieri sono forti, ma non sempre della miglior lega. Spesso non sono sereno mentre lavoro. Mi farebbe piacere se di tanto in tanto volessi servirti, durante la mia assenza, del sentiero che guida alla spiaggia». Solo dopo questo discorso si recò dalla fidanzata. La trovò gonfia di pianto. Non era difficile capire che si amavano molto. La nave portava il nome della ragazza, Ragna. Cosa che lei riteneva ingiusta. Era lui che meglio si prestava al confronto con l’imbarcazione. Era saldo sui suoi muscoli. Lo chiamava «Orso». Ma lui non si chiamava Björn, il suo nome era Nils. Lo guardò. Era tanto alto. Un albero enorme. Era tanto bello. Buon legno di quercia, finiture in rame e ottone. Gli chiese di ribattezzare la nave. Nils era il nome che si doveva leggere a prua. O Björn per lo meno. Egli si rifiutò di scrivere Björn. Disse: «Forse qualcun altro si chiama Björn. Mio fratello si chiama Björn». Fu molto afflitta dal fatto che avesse un fratello di nome Björn. Non lo sapeva. Non gli aveva mai chiesto dei suoi parenti. A tal punto lo amava. In tutta calma egli le disse che questo fratello Björn era un’invenzione. Scesero alla spiaggia. Navigarono sullo specchio verde della baia. Fu un bel momento. Salirono a bordo della nave. Ella non riusciva a trattenersi dalla felicità. Questa nave e quest’uomo. Era una bella nave. Odorava di pesce, di pesce islandese. L’Islanda era molto lontana.   Il nome e l’odore dei pesci la resero triste. Ma prevalse la felicità. Nils aveva delle lettere lucenti che componevano il suo nome. Le tirò fuori da un cassetto della cabina. Le posò sul tavolo. Si potevano fissare a prua con delle viti. Doveva essere ora. Prese alcuni attrezzi. Si legò una robusta corda di canapa attorno alle cosce e al petto. A Ragna toccò farlo librare sull’acqua con le sue mani, dal ponte alla prua. Ove si mise al lavoro. E lei non lo vedeva. Era sorretto dalle sue mani, strette, e da alcuni lacci che correvano intorno a due sbarre di ferro. Il lavoro era duplice: dritta e babordo. Dovette anche passargli un secchio di colore. Terminato il lavoro salirono sulla scialuppa e fecero un giro intorno alla nave. Sullo sfondo scuro si leggevano le lettere dorate: Nils Nils. Tornarono a bordo per prepararsi un caffè. Ma a Nils sembrò più importante un’altra faccenda. Tirò fuori dalla tasca le lettere che aveva staccato, un po’ vecchie e patinate. Le attaccò sopra al suo giaciglio, vicino alla ciocca di capelli rossi. E dopo pochi minuti si poteva già leggere: Ragna Ragna. Lei si commosse e disse: «Vorrei essere il tuo letto per sempre». «Adesso tutto è al posto giusto», rispose lui. Il loro matrimonio doveva essere prossimo, perché il loro amore era immenso.
     Partì un’altra volta. Il suo ritorno ebbe del miracoloso. La nave si era quasi rotta per la grande quantità di pesci.  Approdò alla baia nativa spinto dalla nostalgia. Diede disposizioni per la grande festa della sua vita. Poi navigò verso sud.  Per vendere il bottino a un buon prezzo. La gente del paese diceva: «Questo Nils è un uomo ricco. Ha una nave. Non si sa dove l’abbia presa». Si erano dimenticati che era uno di loro, anche perché aveva tenuto loro nascosto il fratello che abitava in montagna. Sebbene i suoi genitori fossero morti, una piccola lapide vicino alla chiesa bianca recava testimonianza della vita che avevano trascorso lì. Ma la chiesa era a un’ora di cammino dalla spiaggia. Tutti si rallegravano al pensiero del prodigo banchetto nuziale. Calcolavano: entro una o due settimane, forse tre, questa gioia diverrà realtà.
     Il Lendsmand era dello stesso parere. Passarono le settimane. Nils non faceva ritorno. Doveva essere andato molto a sud. I menagramo spaventarono gli altri, sostenendo che doveva essere accaduta una disgrazia. Così cambiò radicalmente l’opinione che si aveva del pescatore. Le mogli e le fidanzate dei quattro uomini che erano con lui vivevano nello stesso luogo. Fu l’angoscia che le portò ad accusare l’uomo, la cui innaturale passione per la ragazza dai capelli rossi scatenava le potenze dei naufragi. Quindi era lui il colpevole. E ancora di più la ragazza per averlo stregato (diventarono davvero spregevoli, la chiamavano l’orfanella, la mantenuta di Nils il ricco). Era la grande angoscia che originava tali considerazioni. Le settimane e i mesi furono molto lunghi. Arrivò il tempo in cui bisogna prepararsi di nuovo per la pesca in Islanda. Quando, una mattina, la nave Nils fece la sua comparsa sullo specchio nero e verde della baia. I cinque toccarono terra sani e salvi, ridendo, pieni di gioia incontenibile. Portavano sulle spalle cesti e casse. Nils conosceva il mondo. Aveva venduto i pesci in Spagna. Il pagamento non era avvenuto in talleri d’argento: oro, oro sonante, custodito con cura in sacchetti. E l’aveva condiviso con i quattro, come avevano stabilito nel contratto d’ingaggio. Ridevano i cinque, e con loro le mogli, le fidanzate e i figli. Anche il Lendsmand si sfregava le mani, partecipando bonario alla loro felicità. Tra gli abitanti regnava invece il silenzio, il silenzio della delusione. Era rabbia per aver avuto torto. Era invidia per la grande ricchezza che gli altri avevano acquisito. Ragna pianse a lungo sul petto di Nils. Non gli raccontò dei suoi patemi d’animo, ma del male che le era stato inflitto. Voleva solo sentirsi dire di essere amata. Il matrimonio fu celebrato in modo molto diverso rispetto alle aspettative. Furono invitati i quattro, l’equipaggio della nave, con le loro mogli e fidanzate. Il fratello di Nils non si presentò. Quest’uomo, il proprietario della nave, era andato a trovare il fratello. Non si sapeva che i due avevano parlato, che avevano stipulato un accordo. Si voleva credere a un loro dissidio. Fu l’ebbrezza di fare la cosa in segreto che portò Nils ad agire come poi agì. «Ti regalo duecento talleri per comprarti un cavallo», disse, «mi sposo. È una festa per due persone, non per tanti. Preferirei non invitarti. Non lo faccio per inimicizia nei tuoi confronti, anzi, ti chiedo di essermi amico e di garantirmi questa libertà senza portarmi rancore». Ragna preparò la torta nuziale: un chilo di farina, un chilo di burro, un chilo di zucchero, trentasei uova. Era una ricetta antica, molto buona. E i quattro vennero al banchetto. Due con le fidanzate, due con le mogli: erano dieci in tutto. Ma nella notte solo cinque letti si scaldarono. Nils restò in casa otto giorni. Poi partì per il mare. Con i quattro. Nel salutarla diede alla giovane sposa ciò che possedeva affinché lo custodisse. E, memore della paura che ella aveva avuto quando era rimasto via a lungo, pronunciò queste parole: «Qualsiasi cosa dicano di noi, io farò ritorno da te».
     La nave era partita da tre giorni quando Ragna sentì il fiore rosso sbocciarle in grembo. Si vide assai umiliata e cominciò a piangere. Aspettò un mese. Quando il sangue si ripresentò, le si gonfiò il cuore di tristezza. Andò dalle quattro donne per sapere se anche a loro fosse successo di non essere state benedette. Giunse dalle donne sposate. Erano gravide. Osò recarsi dalle fidanzate. Erano gravide. Come le donne sposate. Ragna pianse sulla spalla dell’ultima. Dovette accontentarsi della magra consolazione che una breve settimana di piacere può cadere nel periodo di minore fertilità. Non le rimasero che le sue parole: «Farò ritorno da te».
     Arrivò in paese una notizia molto brutta. La trasmise il telegrafo. Era una notizia vaga. Diceva che probabilmente la «Nils» era naufragata con l’equipaggio intorno all’Islanda a causa di una tempesta. Il Lendsmand si recò dalle cinque donne in punta di piedi. Lesse con voce smorzata ciò che stava scritto sul telegramma. Il suo raccolto fu uniforme: lacrime. Vide che coloro che piangevano erano incinte, le donne sposate e le fidanzate. Consolò le fidanzate quanto meglio poteva, dicendo che i bambini avrebbero avuto dei nomi rispettabili. Solo Ragna, la ragazza dai capelli rossi, non versò una lacrima. Ascoltò l’uomo sino alla fine. Poi disse: «No. Si tratta di un errore. È una notizia falsa, come quella dello scorso anno. Nils mi ha promesso che sarebbe tornato. Tornerà». Questa fu la sua risposta. Ma quando il funzionario se ne andò, un timore recondito avvolse il suo cuore. Pensò con invidia alle quattro donne gravide. Nils avrebbe anche potuto essere morto, se solo avesse avuto in grembo un figlio suo. Si agitava in lei una grande confusione.  Passò il tempo. La nave era parecchio in ritardo rispetto al previsto. Forse era davvero naufragata. Ma che importanza aveva la nave? Nils sarebbe tornato. Nils sarebbe tornato da lei attraversando la vastità delle acque. Con molto ritardo.  Un lungo tragitto. L’avrebbe messa incinta. Poi forse l’avrebbe lasciata di nuovo. Per lei era lo stesso, se solo fosse venuto a portarle qualcosa in dono. Fu un brutto inverno. Ogni gioia fu soffocata. Il paese fu colpito da una punizione. Nessuno sapeva chi ne fosse la causa. Nessuno osava pronunciare il nome della ragazza dai capelli rossi. La lezione dell’anno precedente era ancora fresca. La speranza non era perduta irrevocabilmente.
     Il fratello di Nils scese alla spiaggia. Voleva scambiare due parole con la cognata. Era il fratello del morto, sebbene lei non lo conoscesse. Non aveva preso parte al banchetto nuziale. Quella segretezza si vendicò. Essendo troppo vigliacco per vedere le lacrime, aspettò che si facesse sera. Bussò alla porta. La stanza era buia. Tuttavia gli fu permesso di entrare.  Qualcuno gli si attaccò al collo e lo baciò con ardore. Non aveva mai sentito labbra come quelle. Egli avvampò. Si vergognò. Volle balbettare. E comprese che in quel luogo un tormento era passionale quanto il mare assassino. Si sentì bisbigliare nelle orecchie: «Nils, Nils». E si spaventò. Voleva gridare di essere il fratello, non il morto, di essere carne, non fantasma. Che non aveva fatto ritorno dalle acque. Ma le parole gli si spensero in gola. Indugiò di fronte all’assalto dell’amore. Si limitò a sussurrare, per restare leale: «Sono Björn, mi chiamo Björn». Ma la sua voce sembrò non avere effetti. La risposta non gli parve incongruente con le sue parole: «Tu sei il mio orso, il mio orso. Ora la nave non si chiama né Ragna, né Nils, Björn è il suo nome». Lo portò nella stanza buia. Lo avvolse col suo corpo. Non aveva mai provato una cosa simile, sebbene avesse una moglie e un figlio. Lo conturbò. All’improvviso la carne della donna era tra le sue braccia. Le mani palparono la sua assoluta nudità. Gli si riscaldò il cuore alle forme che percepiva con le mani. Ma la voce di lei supplicò: «Non andartene, non tornare al mare prima che il mio grembo sia stato benedetto». Il letto si scaldò al calore dei loro corpi. Egli sgattaiolò via prima che facesse giorno. Lei sembrò consapevole di non poterlo trattenere.  Prima che se ne andasse, la voce di lei sussurrò: «Una breve notte di piacere può avermi trovata in un periodo di minore fertilità. Ti aspetto tra quindici giorni». Ed egli tornò. E trovò un giaciglio la cui dolcezza non aveva eguali. La voce disse: «Vorrei essere il tuo letto per sempre». Le quattro donne partorirono. I bambini delle fidanzate ebbero un nome rispettabile perché i loro padri erano morti. Il puerperio fu un periodo di grande sofferenza. Ragna visitò le quattro donne, indicò sé stessa con le mani e disse: «Anch’io ho concepito». Sorridendo. Non le credettero. E ne ebbero compassione, perché sembrava malata nello spirito. Le tendevano delle trappole e le chiedevano: «E quando partoriresti?». E lei contava sulle dita in quale mese avrebbe avuto luogo il parto. Una donna incapace di trattenersi sibilò: «Da quando i morti visitano il letto nuziale?» Ragna annuì sorridendo e rispose: «È venuto. Me l’aveva promesso. È venuto due volte». Il mese dopo diede alla luce un bambino, come aveva calcolato. Le donne del paese dicevano: «La cosa puzza». E si domandavano: «Una donna può rimanere incinta quindici mesi? E non era forse stato provato che non aveva concepito nel letto nuziale?». Ma nessuno era in grado di fare il nome dell’amante segreto. La madre perseverava nel dire che il padre del bambino fosse Nils. Il Lendsmand diede al neonato il nome del padre perché il parroco, dopo aver parlato a lungo con Ragna, si era raccomandato di fare così. Era immensamente felice. I suoi seni erano due fontane, bianche e con venature sottili. Quando il bambino dormiva, ella pensava che per colui che era venuto due volte dal mare, non sarebbe stato difficile farlo una terza volta . E lo chiamava col cuore. Certa che egli la udisse. E che fosse già in procinto di mettersi in viaggio. E che presto avrebbe varcato la soglia. Ed egli arrivò. Disse solo una parola: «Il bambino». Ed ella rispose: «Il nostro bambino». Lo condusse alla culla perché potesse toccarlo. Lo sentì trattenere il respiro. E singhiozzare. E le sembrò di avvertire tra le mani una lacrima dei suoi occhi. Gli aveva preparato il letto. Ma egli fu recalcitrante. Riuscì a convincerlo con la morbidezza e il profumo del suo corpo e la dolcezza della sua promessa. E il viandante cedette. E promise di ritornare. Non venne meno alla parola data. Quando il ventre di Ragna si arcuò per la seconda volta e le sue labbra dissero nuovamente che era stata benedetta da Nils, la gente iniziò a sputarle veleno addosso. Le gridavano dietro: «Puttana». Il parroco andò a farle visita a casa. La interrogò assai cristianamente ma severo. Lei sorrideva. Disse: «Nils è giunto a me dalle acque». Il Lendsmand si alternò al parroco. La levatrice tentò di estorcerle una confessione. Si avvisò il medico del distretto. La rampognò: sperava forse che anche lui credesse alle favole?. La sua ira non riuscì a ottenere nulla di più della solerzia degli altri. La dichiarò mentalmente ritardata. «Infermità cerebrale», sbraitò all’ufficio di polizia. «Innocua, ma pazza. Se solo si riuscisse ad acciuffare il suo amante! Era un ribaldo. Una bestia». Quando nacque il secondo bambino, il Lendsmand dovette registrarlo all’anagrafe. Non si riusciva a stabilire chi fosse il padre; prese il nome del defunto Nils. Vi erano nel paese alcuni creduloni che iniziarono a considerare Ragna una santa. Andavano a casa sua a discutere del miracolo con l’eletta (tale la consideravano). Si inginocchiavano estasiati davanti ai bambini e magnificavano un evento che ai loro occhi non era se non un presagio.  Rinvigorirono Ragna nello spirito. Di là dalla culla del secondo bambino, quand’era sola, invocava Nils affinché venisse a lei dalle acque. Perché il suo grembo era di nuovo un frutto fresco. Lo dovette pregare più volte prima che egli ne udisse la voce. Il suo percorso doveva essere diventato assai faticoso. Aveva dovuto peregrinare molto a lungo. Allora si insinuò in lei il timore che fosse disperso per sempre.
     Stringeva al petto i bambini, gli occhi pieni di lacrime. Quand’egli obbedì finalmente al suo richiamo. Arrivò. Molto cambiato, così le parve. Più stanco. Con molti sospiri in petto. Tuttavia questo terzo connubio avvenne senza resistenza. Fu una lunga festa nuziale. Colmò le notti di un mese. Finché una notte fu l’ultima. Era obbligato a tornare sulle acque.  Ella l’aveva presentito. Egli pianse. Il suo respiro si fece greve. Come se la separazione dovesse durare per tutta l’eternità. Pianse con lui. Ed egli le disse, spezzandole il cuore, che non sarebbe potuto tornare mai più. E scomparve nell’oscurità scivolando sull’acqua. In quel momento il morto trovò pace. Ella divenne assai debole. La nave robusta e solida dalle assi in legno di quercia era naufragata in Islanda. Nils era affogato nei flutti. Cinque uomini erano affogati. Ma uno aveva dovuto mantenere la sua promessa: «Qualsiasi cosa dicano di noi, io farò ritorno da te». Adesso era una vedova come le altre. E sopportava la sua condizione meno delle altre. Accusava il morto di saper misurare il tempo. Maturava infatti dentro di lei il terzo bambino. Quando la cosa fu di dominio pubblico, un brutto silenzio si fece strada nei cuori. Si astennero dal parlare. Innanzitutto si doveva aspettare che partorisse. Poi però avrebbero ordito una punizione. Gli abitanti del paese andavano fieri del male che volevano arrecare. Si sentivano offesi, presi in giro, vilipesi. Ma prima che i tempi fossero propizi, l’orrore venne alla luce altrove. Ebbe luogo un crimine raccapricciante. Un giorno questo Björn uccise a colpi di scure la moglie e il figlio. E se ne conosceva addirittura il motivo. La causa era chiara come un libro aperto. In un impeto di tristezza la donna era corsa in strada gridando: «Björn ha messo incinta Ragna». Allora era avvenuto l’assassinio. Con una scure. Questo Björn, fratello di Nils, dopo aver tirato fuori dalla stalla un cavallo senza sella, gli era saltato in groppa, ricoperto di sangue, con le mani insanguinate, quasi ignudo, e si era lanciato al galoppo.  Giù nella baia. In acqua. Cavalcando. L’urlo per ciò che aveva commesso era stato più veloce del cavallo. Alcune barche navigavano nella baia. Una mano lo afferrò per i capelli. Il cavallo andò alla deriva, affogò. Ma la testa dell’uomo non annegò. Era una testa di valore, la testa di un delinquente, il cranio di una canaglia. Tirarono fuori il corpo dall’acqua salata. Bastonarono questo corpo. Lo legarono con corde di canapa nuove. Lo portarono nell’ufficio del Lendsmand. Già nel pomeriggio arrivò una barca a motore con dei soldati a bordo. Lo spinsero nell’imbarcazione. Sarebbe stato murato in prigione per tutta la vita. Quando Ragna seppe che cosa era successo, le si impietrì il volto, si fece bianco come la calce. «Era Nils», disse, «perché mi amava. Voleva fare ritorno a me attraversando le acque». Stava ancora piangendo quando arrivò il terzo bambino. Lo partorì in piedi. Cadde sul pavimento. Lo sollevò. Nessuno le era accanto. Lo lavò, sebbene stesse per crollare. Così c’erano tre bambini nella capanna. Tutti molto belli e robusti; ma con un nome che li destinava a una vita difficile. Si chiamavano Nils, Björn, Ragna. Ma colei che era la loro madre era impietrita. Non riusciva a ridere, sebbene amasse i suoi figli. Poiché Nils era affogato ed era stato murato in prigione a causa sua.

 

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Hans Henny Jahnn, 13 storie inospitali
A cura di Domenico Pinto
Traduzione di Elisa Perotti
Postfazione di Andrea Raos
Con un saggio di Ferruccio Masini
S. Angelo in Formis (CE), Lavieri Edizioni
Collana “Arno”, 2010

 

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11 pensieri su “Ragna e Nils”

  1. Questa storia, la seconda, mi sembra, proposta qui delle 13 del volume di Hans Henny Jahnn, ha l’impatto di una Kalendergeschichte. Conto di ordinare il libro, la lettura si annuncia feconda, anche di collegamenti a tradizioni narrative, soprattutto, ma non solo, in lingua tedesca.

  2. Ti farai un gran bel regalo, Anna Maria, perché è un libro meraviglioso tradotto stupendamente. La molteplicità di echi che vi sentirai risuonare, ti costringerà a tirare fuori parecchi libri, per nuove letture o riletture. Per dirtene una, io ho “dovuto” riprendere Ludwig Klages, che non leggevo da trent’anni.

    C’è anche la ciliegina sulla torta: il ripescaggio (da Pinto ce lo si può aspettare) di un saggio “perfetto” di Ferruccio Masini.

    Siamo “in famiglia”, come vedi :)

    fm

  3. chi di questi tempi non ha sulla coscienza qualche libro anche splendido lasciato a metà? è il mio caso con questo autore interessantissimo, che ignoravo, la cui scoperta mi ha molto colpito, ma le cui storie inospitali contavo di completare in un momento di maggior libertà (magari per scriverne…) che non è arrivato ancora… quel che ho letto di jahnn mi ha trasmesso un’idea di intelligenza, complessità, follia nordica, fatalità, sconnessione ossessiva, affastellamento, crudezza, erotismo carnale e gelido, discontinuità… insomma, molte cose che andrebbero messe in ordine, per cui mi fermo qui…

  4. Il libro, ordinato e acquistato, è arrivato oggi. Ho appena letto la “Storia dei due gemelli”. Impressiona, oltre alla vicenda, che solo apparentemente ripropone il noto tema del doppio, l’uso delle originalissime coppie di aggettivi.

  5. Uno scrigno delle meraviglie, Anna Maria. Ne dovessi scegliere uno, impresa quanto mai ardua, opterei per “Il tuffatore”: (probabilmente) un racconto “perfetto”.

    fm

  6. Un saluto agli amici e ai lettori che hanno raccolto l’offerta di dialogo, per usare una formula di Frisch, delle 13 storie inospitali.. Buona parte dei destinatari di questo libro, ne sono persuaso, si trova qui, nel blog di Francesco.

  7. Domenico, l’augurio di tutta la “Dimora” è che tu possa continuare a fare libri del genere. Qui troveranno sempre, oltre all’ospitalità, anche il *grazie* sincero di chi si ostina a credere che l’arte e la letteratura abitino ancora in questo paese.

    Ciao, un caro saluto.

    fm

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