Ciò che sopravvive all’apocalisse

Enzo Campi

Ciò che sopravvive all’apocalisse
è il relitto che anticipa l’avvento morendosi

Se pure scandita per lessemi
impronunciabili rinviene chiara
al lobo la sentenza che il coro
dissemina, da giorni, nell’intero
intorno: ciò che sopravvive
all’apocalisse è il relitto
che anticipa l’avvento morendosi

Per questo il viandante può approdare
solo naufragando e rivendicando
l’ascesa, la caduta, la sospensione
e gli affabulanti fraseggi in cui
montare e smontare la serie dei
feticci. Ecco, questo è l’aspetto
trascendentale del sacrificio.
E tutto si pone in attesa,
come se lo stallo fosse l’unico
escamotage capace di lenire il peso.
Certo, il coro aiuta non poco,
lavora di fino, con ago e ditale
e replica, puntuale, colpo
su colpo, vanificando le schegge
che tentano di travalicare
il rituale in cui annullarsi. Così,
tanto per recitare di getto la sterilità
del dato di fatto, che non si fa,
non si disfa mai da solo, ma rinnova
l’insipienza che regola il gesto coatto
di rendersi allo speco, e il viandante,
non curandosi di ciò gli si para dinanzi,
inciampa nel sasso e imprime, nel limo,
lo stampo del suo corpo, poco affine
a qualsiasi declinazione temporale.

Questo è il verbo del tempo, una cosa
tra le cose
, ripete fino allo sfinimento
il coro, e in un solo istante tutto diventa
labile e si forgia nell’evanescenza
di un soffio impossibilitato ad agire
e reagire. Così, a mezza via tra l’algida
febbre e lo spasmo contratto, quel viandante,
troppo umano per essere reale, si sovrappone
al simulacro, si sistema nella gabbia
e si pone all’ascolto di quell’irritante
brusio che recita la litania del passaggio.
Non disdegna il salto sul posto, ma non si
sposta neanche di un centimetro. E pure
s’interra, ogni volta di più, innervandosi
nello spasmo, come se la sua sola ed unica
preoccupazione fosse quella di sprofondare,
di stabilire un regime di prossimità con
quelle radici più volte ripudiate, non per
libera scelta, ma solo per quella tacita e
pacifica consuetudine che non può ridursi
alla mera ripetizione di ciò che può essere
verificato nel breve volgere di un battito
di ciglia. E anche il coro, in segno di lutto,
non può far altro che recitare il mea culpa
e osservare un minuto di religioso silenzio

Se pure sussurrata per oscure
glossolalie risuona chiara
al lobo la profezia che il coro
incide, da sempre, levando
lo scalpello: ciò che sopravvive
all’apocalisse è il relitto
che anticipa l’avvento morendosi

Per questo il viandante muore
solo scrivendosi. Del resto c’è
un solo humus da riplasmare, ma
sono infiniti i lapsus da perpetuare.

 

 

Per disunite latenze

Quali ibridi di sema
laviche implosioni e disincanti
si aggirano circonvolando
i margini di questo bianco
da cui tracima il seme
della programmata apocalisse?

Si direbbe perpetuo
il moto della sapida spuma
che deterge e ricopre le nude caviglie
nell’andirivieni delle alghe
che narrano di un mondo sommerso
in cui rendersi all’evento del silenzio.

Si direbbe immoto il passo
che si offre al circolo
e cerca l’algida pietra
espunta dall’arco primigenio
che un tempo designava l’accesso
per carpirne la radianza e il riflesso.

Per quanti ascessi
dobbiamo ancora differirci?

Quali fasci di fibre slabbrate
dobbiamo ancora immolare
al peso del verbo?

Quante sfumature di luce
da attraversare
prima dell’abbacinamento?

Si difetta la parola
e giunge tronco il suono
l’occhio cieco
si consegna all’erranza
e guida la mano
a incidere il segno
dell’amigdala
nell’incauto solco
che divide la duna
dall’oasi in cui vanirsi
all’avvento dell’inconosciuto.

Non è viltà
quella che mi spinge
a praticare le anse al limite
non è follia
frequentare ambedue le rive
dell’aporia
né ribadire carta su carta
e rilanciare tre volte la posta
in fiumi d’inchiostro
può alleggerire la soma
delle bordature
in cui inscriversi e quietarsi.

Se l’eco dell’utopia si affievolisse
se le formiche cessassero
di sfilare in processione
sul nudo costato
tatuato dall’incedere del tempo
se la violenza d’una lingua
che non può appartenere
all’incoscienza dell’immediato
urlasse la sua innata mancanza
se la foga del nostro inesausto girovagare
ci costringesse al riposo
sotto quell’arco di duro granito
riusciremo forse
a urlare il senso dell’attesa
soffiandone l’essenza
come un grano di sabbia
dal palmo di una mano
che svanisce nel momento stesso
del suo più intenso splendore.

 

(Enzo Campi, Inediti, 2011)

 

______________________________

Due note critiche su “Per disunite latenze”

 

Marzia Alunni – Il logos ricreante di Enzo Campi

Una lettura critica della poesia di Enzo Campi rappresenta sempre un’esperienza affascinante, per le aperture cosmiche evocate, per i silenzi che svelano scenari d’apocalisse, nell’attimo che precede lo splendore balenante dell’ultima favilla di luce. Adeguarsi alla sottigliezza delle metafore di questa poesia, riscoprirle, come stupore d’incanto primigenio, è fondamentale alla comprensione di ogni elemento, evocato perché occupi uno spazio, lo riempia con la sua presenza, denotando tutto il resto come alterità sfuggente. L’analisi diviene un’occasione per ripensare la parola stessa, collocarsi, rispetto alla propria dimensione esistenziale, entrare in rapporto con quella dal poeta. E’ un porsi in ascolto, senza operare vivisezionamenti nel corpo del testo, ma cogliendone l’ologramma d’insieme. La parola si presenta dunque quale mediazione, il sogno del medium più perfetto che l’uomo aspirerebbe mai a guadagnare, ammesso che il tentativo sia nelle possibilità umane, non un volo di Icaro. Da questa fiducia assiologica nella parola, nasce il senso ultimo del valore ineliminabile della poesia. Campi, che non possiede mai il suo obiettivo splendido, ma si avvicina a rimirarlo, sfiora, denota, indica, come se potesse focalizzare l’attenzione su un orizzonte, lontano, eppure lungamente agognato.

Il testo “Per disunite latenze” respira questo clima, suscita “…il senso dell’ attesa…”, c’è un graduale crescendo di emozioni, raffinate e filtrate, attraverso la rete dei rimandi, impliciti ed espliciti, alla tradizione culturale filosofica.

La sensazione residua che lascia nel lettore è quella di un’urgenza che spinge a salvare la scrittura dall’aggressione del nulla, dal disastro, anche linguistico, delle troppe apocalissi paventate, ma, forse in un certo senso, pericolosamente oggetto di fascinosa contemplazione. La parola è quindi il luogo metafisico, anche terapeutico, dell’incontro periglioso e impossibile, essa commuove perché non aspira dichiaratamente a farlo. Lascia infatti al corpo, presente in raffinate suggestioni, l’arduo compito di rappresentare la fisicità mancata dell’incontro, dell’unione appagante, simbolica ed umana. La si attende come un miracolo, che dia significato all’esistenza, ben sapendo che si procrastinerà all’infinito la fusione impossibile.

Gli scenari evocati meritano perciò di essere al centro dell’analisi, vi compare il senso di un umano peregrinare, incessante, ai margini di continenti tellurici, o tra le onde fluttuanti che insidiano i passi… La terra, metonimicamente ricreata nei versi, è corpo primordiale, proteso verso i propri confini, nello slancio di comunicare, sorprendere, con i termini di un linguaggio non adusato, intenso ed elegante, nei suoi esiti formali, si veda, ad esempio, questa breve citazione: “se le formiche cessassero / di sfilare in processione / sul nudo costato / tatuato dall’incedere del tempo…

Parola e suo limite, uomo e donna, finito e infinito, dialogano, ma senza il contatto, in una tensione rarefatta, eppure a suo modo intensa e viva. Perciò si direbbe che il destino di questa voce contemplante, sullo sfondo dell’assoluto, sia svanire “nel momento stesso / del suo più intenso splendore”. Un perdersi, finalizzato a raggiungere “in fieri” il proprio confine, secondo la più pura tradizione metafisica, ma per scoprire, infine attoniti, che questo è solo uno dei milioni di mondi paralleli dei quali essere Logos ricreante.

 

Marco Furia – Unibili latenze

Con “Disunite latenze”, Enzo Campi presenta un articolato componimento che, con raffinatezza, coglie appieno l’enigma dell’umano esprimersi.

Riuscire

“a urlare il senso dell’attesa”

sembra, più che un traguardo da raggiungere, un desiderio insoddisfatto.

Il ripetitivo linguaggio quotidiano e l’immediato urlo entrambi falliscono?

Il tono complessivo induce a propendere per una risposta volta a porre in evidenza se non proprio l’ineluttabilità, almeno la ricorrente possibilità di tale fallimento: la sconfitta appare perciò all’ordine del giorno.

Oltre all’idioma quotidiano e all’urlo, tuttavia, esiste un’ulteriore forma di comunicazione, quella poetica: a quest’ultima pare appellarsi il Nostro per via dello stesso svolgersi di un ritmo che richiama con assiduità un quid facendolo vivere quale esigenza insopprimibile.

Facendolo vivere, dunque essere, tramite una lingua intensa, molteplice nei suoi aspetti, capace di porre nel giusto risalto non insignificanti echi e riflessi di certe “disunite latenze”, in grado, insomma, di risultare all’altezza di ardui compiti espressivi.

“Quali fasci di fibre slabbrate
dobbiamo ancora immolare
al peso del verbo?”

resta un interrogativo privo di risposta logica che Enzo Campi riesce, se non a sciogliere, ad avvicinare, con accostamenti sensibili, partecipi, volti ad aderire a una condizione, più che a tentare di spiegarla.

Una feconda tendenza a rapportarsi all’enigma, davvero.

______________________________

 

***

28 pensieri riguardo “Ciò che sopravvive all’apocalisse”

  1. Se l’eco dell’utopia si affievolisse
    ………………….
    se la foga del nostro inesausto girovagare
    ci costringesse al riposo
    sotto quell’arco di duro granito
    riusciremo forse
    a urlare il senso dell’attesa
    ……………..

  2. Penso che la poesia sia frutto di quella goccia persistente che é il pensiero quando sente la lingua divenire impotente. Nel tentativo di avvicinarsi ad un significato condivisibile, la folgorazione di un’immagine, la sua messa a fuoco, restituiscono valore e premiano persino la necessaria solitudine creativa. Magari ho letto altro ma nell’insofferenza verso l’eco di una coralità ripetitiva e nel farne parte comunque, ho ritrovato la condizione del poeta contemporaneo. Presa di coscienza importante: l’innovazione può non essere nello scatto, nel balzo ma nell’interramento che attutisce spasmi ed invoca silenzi. Grazie Enzo.mp

  3. “Immolare al peso del verbo”, essere completamente umani e nello stesso tempo la certezza di altro, e insieme al coro accompagnare e prevedere gli eventi, sapere la fragilità e la forza di quello che si vive. Testi che scavano, con coraggio. Un caro saluto.

  4. Vedo un disegno chiaro (e a me caro) in questi due inediti: nel primo, il contrappunto tra participio presente e passato, tra questo e il gerundio, tra modi finiti e indefiniti del verbo, tra la trama cucita caparbiamente dal coro e l’orma impressa dal viandante che, con altrettanta caparbietà, si avventa e si schianta e “anticipa l’avvento solo morendosi”; nel secondo, un nuovo istoriare, che attraversa, per andare oltre, le cadenze e le domande di Ode su un’urna greca. Non sono retoriche quelle domande, non c’è (auto)compiacimento in quell’oltre, la riflessione, pur nella consapevolezza che “sono infiniti i lapsus da perpetuare” non paralizza, ma si ‘addensa’ in tappe significative e prosegue.

  5. su “Per disunite latenze” c’è una nota di Marco Furia su Anterem che qui riporto

    Unibili latenze

    Con “Disunite latenze”, Enzo Campi presenta un articolato componimento che, con raffinatezza, coglie appieno l’enigma dell’umano esprimersi.

    Riuscire

    “a urlare il senso dell’attesa”

    sembra, più che un traguardo da raggiungere, un desiderio insoddisfatto.

    Il ripetitivo linguaggio quotidiano e l’immediato urlo entrambi falliscono?

    Il tono complessivo induce a propendere per una risposta volta a porre in evidenza se non proprio l’ineluttabilità, almeno la ricorrente possibilità di tale fallimento: la sconfitta appare perciò all’ordine del giorno.

    Oltre all’idioma quotidiano e all’urlo, tuttavia, esiste un’ulteriore forma di comunicazione, quella poetica: a quest’ultima pare appellarsi il Nostro per via dello stesso svolgersi di un ritmo che richiama con assiduità un quid facendolo vivere quale esigenza insopprimibile.

    Facendolo vivere, dunque essere, tramite una lingua intensa, molteplice nei suoi aspetti, capace di porre nel giusto risalto non insignificanti echi e riflessi di certe “disunite latenze”, in grado, insomma, di risultare all’altezza di ardui compiti espressivi.

    “Quali fasci di fibre slabbrate

    dobbiamo ancora immolare

    al peso del verbo?”

    resta un interrogativo privo di risposta logica che Enzo Campi riesce, se non a sciogliere, ad avvicinare, con accostamenti sensibili, partecipi, volti ad aderire a una condizione, più che a tentare di spiegarla.

    Una feconda tendenza a rapportarsi all’enigma, davvero.

  6. “Questo è il verbo del tempo, una cosa
    tra le cose, ripete fino allo sfinimento
    il coro, e in un solo istante tutto diventa
    labile e si forgia nell’evanescenza
    di un soffio impossibilitato ad agire
    e reagire.”

    “Non è viltà
    quella che mi spinge
    a praticare le anse al limite
    non è follia
    frequentare ambedue le rive
    dell’aporia
    né ribadire carta su carta
    e rilanciare tre volte la posta
    in fiumi d’inchiostro
    può alleggerire la soma
    delle bordature
    in cui inscriversi e quietarsi.”

    Credo, sempre più fortemente, che il poeta -proprio come ieri e come domani- porti in grembo tutti i mali, solo perchè li sa ascoltare, grazie ad un’innata sensibilità e sa -in qualche modo- convertirli in disagio. Lo stesso disagio che porta all’estraniamento, al non riuscire ad “agire/reagire” se non mediante la penna. Allora la scrittura diventa fermento e allo stesso tempo rassegnazione.

    Grazie Enzo :)

    1. è difficile definire la rassegnazione.
      non è sentimento specifico, né semplicemente uno stato d’animo.
      è essa stessa movimento,
      forse è il gesto che mette in mobilità l’immobilità.
      la questione verte sempre sul transito e sulle soste che impegnano il viandante tra i due punti-chiave : l’intelligibile e il sensibile.
      tutto accade (anche senza accadere) su questa linea.

      grazie francesca

  7. Si, tracci possibili orizzonti per il poeta, se pure attraverso quel necessario “interramento” che è alla fine altro non è che un estremo, assoluto, autentico modo di riconnersi al tutto, l’unico che consente di restare in ascolto di verità salvate all’assedio delle voci del “coro”. Non leggo rassegnazione, ma movimento, tensione. Grazie Enzo

      1. “Dalla zona purissima della possibilità incamminandosi verso l’atto e l’essere, pur mantenendo inviolabile il movimento e la musica di questo cammino, che cos’altro la fa progredire (la poesia) se non una collaborazione continua con la terra?” (Mario Luzi)

  8. tanto per recitare di getto la sterilità
    del dato di fatto, che non si fa,
    non si disfa mai da solo, ma rinnova
    l’insipienza che regola il gesto coatto
    di rendersi allo speco, e il viandante,
    non curandosi di ciò gli si para dinanzi,
    inciampa nel sasso e imprime, nel limo,
    lo stampo del suo corpo, poco affine
    a qualsiasi declinazione temporale.”

    Innegabile la capacità di Enzo di sondare in profondità di pensiero “quello” che poi diviene verso, in lucidissima e più ampia “visione”. Complimenti davvero per questo lavoro di preziosa precisione, e complimenti anche a Marzia Alunni e Marco Furia per i loro interessanti interventi.

    Doris Emilia Bragagnini

  9. L’energia dei versi di Enzo è quella del “viandante che muore solo / scrivendosi….” Che altro aggiungere a questa che, in ultima analisi (ma le ultime analisi sono aleatorie – dicono i filosofi del linguaggio), appare come una profezia del vero autorivelantesi attravrso la parola? Forse soltanto la consapevolezza che la poesia è fine a se stessa e si presenta da sola. Bravo sempre Enzo e bravi i tuoi commentatori! Marzia Alunni

  10. è movimento, ed è immobilità, è fermare l’attimo in cui l’occhio.. si sofferma sulla goccia che si distende su una foglia allungandosi e contorcendosi fino alla spirale che non vuole non può non deve morire!
    grazie Enzo..
    non sarà mai Catarsi *

  11. la morte si sconta scrivendo.
    mi viene in mente questo gioco verbale dopo la lettura dei due inediti di enzo campi. la coincidenza tra senso e senso, della vita e della parola poetica, mi si spalanca sempre dinnanzi con un vago senso di vertigine. su questi versi in particolare devo meditare, a lungo:

    Non è viltà
    quella che mi spinge
    a praticare le anse al limite
    non è follia
    frequentare ambedue le rive
    dell’aporia
    né ribadire carta su carta
    e rilanciare tre volte la posta
    in fiumi d’inchiostro
    può alleggerire la soma
    delle bordature
    in cui inscriversi e quietarsi.

    con affetto e ri-conoscenza
    l.t.

  12. Ciò che siamo è dentro l’impegno di non dimostrarlo, lasciare che il passo compia l’ingiustizia di essere a prescindere, forse la poesia si veste dell’ineluttabile talvolta, anche in veste che apostrofa l’intento, i giochi che scatenano altri giochi, e lì dentro giacciono risposte mai avvenute, che sia semplicemente musica che odora di zolla a restituire, a ricondurre…ma dove e da chi e perché?
    Il tuo cammino conquista frammenti a comporre, il quadro è per ognuno il suo e lo pone dentro l’incavo di una mano che tende alla poesia e di lei goderne il profumo è già conquista.

    Grazie Enzo al prossimo incontro
    con stima Tiziana

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