Natura morta con ciuffi d’erba e roseti

“tu dici del verbo dovrebbe
segnare l’inizio e alla fine
ultimarsi nel gergo
controllare sintassi di simboli
epigrafici grumi di fango
orme di esistere ai margini
comunione di sguardi tra sangue
e altro sangue
e forse incede
resiste
ci sarà qualche gesto
un solco più fondo
un fiore nell’informe materia
sutura di un grido
un accento di luce scampato
a fluenze
di lacrime
e
merce”

 

Natura morta con ciuffi d’erba e roseti

 

*

s’accende si spegne puttana accogliente
per l’orgasmo di dèi senza occhi e respiro – questo cielo
di lumi di
ceri
votivi
di vite
votate a bagliori di tenebra – oggi è festa io
stasera mi uccido   già morto di trucchi sbadigli finzioni
di voce

          lo schedario trabocca di volti ho perduto
la chiave   declino slabbrate parole correggo un accenno di canto
mi abbasso dai bordi malati   clessidra corrotta
nel bagno nel freddo presenzio un concilio di lampi
la retina
batte qualcosa argille vocali da far crescere erba
                                                                  sul viso

 

**

come un foglio che regge l’uragano dei roseti del giorno
tale l’abisso che si affaccia dai margini   meteora
esplosa sferzando inchiostro mani bocca
con la purezza del sangue rappreso
torbido sole
                gemmato dallo stesso fiotto

(ho sentito le spine   l’umido pantano della lingua
al cominciare della luce –
                                  morte diafane parole
cristallizzate schegge di materia   di chiara polvere
curva

ma il verde che si accende nello sguardo
ha minuti lampi di sabbia   procede a costellare di petali
le marcite
 
             finché non mi ricresce la pelle
                                                      all’improvviso)

 

***

vocazione animale di bevitore notturno   artigli di fiamma
segnano la gola
                     muta
                            ammutolita nel viso
splendore alcolico
di una immagine di sabbia   massa cometa
che radica nella carne
                              l’inferno
                                         il sangue di una rosa –

le palpebre
trafitte di sonno in sonno dall’innocenza di uno specchio
movimentano larve nel riflusso
                                         lento sporgersi di dio
tra buio e buio –

                       e poi il buio

                                       (solo questo l’ora carnale
ti concede   vibratile di fuochi coatti   vuoto senza ordine
spezzato –

               nella tua sostanza reggere ai deserti

riconoscerti in legge di cristalli)

 

(Da: Hairesis, 2007)

 

***

34 pensieri riguardo “Natura morta con ciuffi d’erba e roseti”

  1. Grazie!

    Minare la trama categoriale è un atto sovversivo. E se l’ordine concettuale è lo strumento che veicola le logiche e il discorso del potere, scardinarlo è un obbligo (magari per far brillare, anche solo un attimo, il “pattume” – contro la merce-merda che ci circonda e ci annega).

    fm

  2. “argille vocali da far crescere la pelle sul viso”, “lento sporgersi di un dio tra buio e buio”: la poesia di Francesco ha questo sortilegio tutto suo, di mettere in movimento una metamorfosi di immagini che non lascia mai in pace le parole…

  3. So che è un commento poco tecnico e molto adolescenziale, ma lo scrivo ugualmente. Mi chiedo quale profondità deve avere dentro un uomo per trovare questi percorsi attraverso e con le parole.

    Francesco t.

  4. Sie ‘o meglio, e cerca di postare di più.Mi piace leggerti sulla Dimora. Il pdf l’ho letto tempo fa. Google mi portò sui Feaci e poi qui.

    PS: i miei commenti sono disinteressati (lo faccio notare perchè non manco mai quando ti concedi). A questo conterraneo non interessano pubblicazioni e notorietà (le mie schifezze resteranno sempre in questo vicolo)
    Perdona anche a me i commenti poco tecnici;-)

  5. Quelli sono “i permettete un pensiero poetico per l’occasione”, ormai al macero. Ce ne vuole ancora tempo…

    Buona serata;-)

  6. Una de-composizione che non posa (cioè che nn si mette in posa), oltre che non riposa, come del resto fa la lingua in quel bellissimo passaggio di “verbo” che “ dovrebbe/segnare l’inizio e alla fine/ultimarsi nel gergo”

    è una natura morta che è pasta della propria putrefazione, perché qui la materia suppura (“trabocca”“corrotta” malata), è gonfia, violacea, data, anzi “votata” al “bagliore” di tenebra, come in una liturgia carica, certamente non da morgue asettica, ma dalla quale è cmq distante o avulso qualsiasi dio superiore con fede nell’umano (infatti qui sono “dèi senza occhi e respiro”, ciechi e probabilmente senza godimento nel/del proprio orgasmo creatore),

    semmai il dio è il dio di un infero terreno, la natura stessa che si fa larva in quello stupendo “ riflusso/lento sporgersi di dio/ tra buio e buio”, per fagocitare e risputare riplasmando la propria creazione, perché qui, così come nella lingua – verbo iniziale (ah quelle “argille vocali”!!), sta la rigenerazione, il bagliore (anche quello creativo), “il verde che si accende nello sguardo”, quel di nuovo, all’improvviso, una pelle (“finché non mi ricresce la pelle/ all’improvviso”).

    Versi di linfe, una poesia brulicante (anche nella disposizione dei versi – che si fanno tenui, ora lunghi, ora disposti più sparsi), di sfaccettature metamorfiche eppure ordinate (la “legge di cristalli”), infine non esente da artigli spine, cristalli, …, in sostanza da specchiate, più che virtù, violenze

    un grazie e un caro saluto a tutti

  7. “ma’l vér-de ché s’ac-cèn-de nél-lo sguàr-do”, un endecasillabo relitto che emerge dalla sovversione ritmica a farsi immagine inestesa, visibile – non altrettanto evidente – spazio amorfo/senso (qui) accadono dall’una e dall’altra parte del margine – clarinescenza (ora).

  8. Non vi sfugge niente, c’è poco da fare :)

    Bando agli scherzi, grazie a tutti. In particolare a Margherita che, molto probabilmente, era alle mie spalle, non vista, quando scrivevo questi testi…

    Pier Franco: il solito occhio acutissimo, pronto a catturare ogni più lieve movimento o respiro del “fogliame”…

    fm

  9. Lo stile inconfondibile e la spiritualità “terrena” che qui si fa ancora più materica, irta, fortemente ritmica, grumosa. Si potrebbe leggere come una sintesi lapidaria, a segnare la stanchezza del tutto, non fosse per la grande energia che sprigiona.
    abele

  10. dei tre mi colpisce specialmente il primo passo, per il ritmo, una cadenza che sembra alternare brevi/lunghe come in antichi giambi, poesia aggressiva, da canto di guerra. poi la baldanza si stempera e si spezza. la stessa disposizione grafica mostra i segni, nel terzo momento, di pause come ferite dolenti o saliva da inghiottire a vuoto. c’è un’intimo furore, o un dolore furente sparso nelle parole che si incontrano accelerando, in crescendo, e si allontanano sospirando. poesia che vorrei leggere e interpretare, deformandone con la voce gli strappi, acuendo gli urti, distillando i sussurri.

    1. L’ho fatto in un paio di circostanze pubbliche, Lucy – proprio accelerando e rallentando, a seconda delle pause e dei salti ritmici.

      Ricordo solo che non se n’è andato nessuno – ma non saprei spiegartene la ragione :)

      L’ultima volta che ho letto in pubblico, invece, ho visto distintamente un’ombra in fondo alla sala allontanarsi dopo essersi fatta il segno della croce… C’è da dire, però, che il testo era un altro (“Madre di creature ferite”).

      fm

  11. Presa speciale, e scelta, questa hairesis degli impulsi lanciati da natura morta (stella esplosa che continua a brillare?). La retina li coglie, la pelle sferzata dall’inchiostro, la palpebra trafitta dal sonno. Dinanzi alla violenza – sferza, trafigge, appunto – della natura morta, “tenere gli schedari” è reazione, funzione, grazia forse, o forse solo pausa, sospensione della furia, che si manifesta nel ritmo non più giambico, non martellante, ma da massima impressa nel marmo, della chiusa “reggere ai deserti, riconoscerti in legge di cristalli.”

  12. Tra “grazia” e “furia”, lo spazio della poesia – il luogo dove si impara a “reggere ai deserti”. All’unica condizione di riconoscersi della stessa “sostanza” dei suoi “cristalli”.

    Grazie della lettura, Anna Maria.

    Un saluto a te e a Cristina.

    fm

  13. Buongiorno Francesco. L’ho letta con molta calma e trattenendo il respiro. Esco dalla quotidianità e familiarità domestica di una natura morta di Morandi, per entrare nella “violenza” della tua che sovverte ogni possibile punto di vista ed è morire e rinascere e morire ancora esattamente come un’onda. Mi piace questa tridimensionalità dello sguardo nella tua poesia, questo girare attorno e scrutare in luce e in ombra.

  14. Finalmente riesco a scrivere su questi versi, ho riletto più volte per capire se la prima impressione era vera. (è la prima volta che ti leggo). Sì, mi piacciono. Complimenti. Versi alcolici, che raschiano la gola e lo stomaco, versi pieni di rughe di una lingua scavata dalla vita. Mi piace, qualcuno l’ha già detto, l'”oscillazione”, aggiungo nell’oscillazione le cesure improvvise che obbligano a voli da togliere il fiato per riapprodare alla parola-sabbia (rovente); così leggo anche “nella tua sostanza reggere ai deserti”.
    Spero di leggerti più spesso.

    Elena

  15. “s’accende si spegne puttana accogliente
    per l’orgasmo di dèi senza occhi e respiro – questo cielo
    di lumi di…”

    sto leggendo un testo critico sul femminino greco-romano e questa prova, suggestione?, la trovo timbrica e posta lungo la scia labirintica dell’arcaico..

  16. francesco, dimenticavo di citare il testo, è di eva cantarella: L’ambiguo malanno. La donna nell’antichità greca e romana, feltrinelli editore e in cui la nostra tende ad evidenziare la grandezza del femminile ideativo anche e contro la misoginia imperante all’epoca ma ciò che poi conta per davvero è il cercare radici arcaiche nel fare odierno, in fondo è il senso della mia visione del fare! se permetti vorrei farti un omaggio..
    r.m.

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