Soqquadri del pane vieto

Marina Pizzi

cuore di fuga raggio di malessere
questa bravata d’ansia che rincorre
le cicatrici ataviche del giusto

 

Soqquadri del pane vieto
(2010-2011)

 

1.

è qui l’altrove del rantolo di fame
questo statuto che sa di Colosseo
verso i cani bastardi, randagi quanto
un dì del mese scorso. scorribanda
di eclissi starti accanto io che ti amo
oca di mamma guardarti nel passo.
dove ti ammacchi io so che mi ami
ugualmente lo stesso e senza ansia
bambina darsena col cerchio senza avaria di salto.
viadotto della cometa chiedere asilo
ai quartieri proletari dove i tarli ammucchiano
e le madonne scempiano. io spendo dio
per dirti del canile abbandonato al dolo.
i comatosi stanno zitti e i morenti urlano
come mio padre erto sulla fronte ubriache le guance
gli occhi spicchi di coltelli per la bramosia di pace

 

2.

adesso vorrei piangere un pochino
sulle assurdità che scrivo per liberare
la panchina che mi aspetta vecchia.
stralunare l’ulivo in una reggia
il cipresso in una lancia di voto
per raggiungere la gerarchia del cielo.
è invece limpido solo il sudario
per le strofe che piangono poema
dentro le giare dell’eclisse.
un dolore d’orgoglio m’infetta tutta
dalla mattina alla sera voglio il giglio
di poter volare. la cenerentola del bavero
è il mio ossigeno bacato dalla genia del no.

 

6.

un giorno finisce il tragico s’inerpica
nella palude sciatta del mio corpo.
in realtà il tempo è un forsennato addio
una credenza con le formiche e le briciole
di quando c’era la spesa di una vita.
oggi mi appoggio all’eremo del buio
alla marina sirena delle regie del sale
perché la pendola è ferma da un mare d’anni
la noia piena di salute senza resistenze.
si stenta invece verso la fenice d’alba
questo abituro che assassina il futuro
dentro le scosse di singhiozzi e ceppi.
la terra è chiusa da sicari sicuri
nessuna pietà ospita la lena
di captare oasi la merenda infante.
così clemente è l’ora di guardarti
dentro la darsena della luna piena
alambicco di cristallo il tuo respiro.
piango assai quando qualunque impegno
mi precipita nel legno della cassa
appena morta forse. se ieri volli la regia del sasso
oggi il canestro è il desiderio più lungo.

 

8.

non farò caso alla malia del timbro vuoto
la possibilità di essere chiunque
lo stallo di un ergastolo
la baraonda di un amante
oggi mi basta il fischio della fionda
la dura prova di chiudere a chiave
le inferriate delle lanterne vizze.
in coda all’alamaro della rotta
perdo la spugna per asciugare il sangue
acquisto le nomee di golfi senza attracco.

 

15.

da tempo sta morendo la mia diaspora
quel fannullone intrigo che mi perseguita
in guisa di nullaggine giornata
sotto il gingillo della luce pavida
per un vernacolo d’inedia in far di spada.
D’Annunzio rabbrividisce perché guerriero
Pascoli mi ama perché usignolo
Pasolini m’incoda nel dolore.
la fame è sedata sugli scalini del metrò
dove chi corre è un manipolo d’ascia
un polo di preda per chi è vile
e mozza la cometa della malinconia.
un sudario di madonne l’idroscalo
dove finì la madre Pasolini
e la vergogna è un inguine di tram.
l’ultima uccisa è una bambina bionda
cipresso di se stessa per la felicità
di nascere appresso ancora appresso
una venia per la forca di rinascere.
poi si vedrà chi ha cervello d’anima
per accovacciare i morti resi bambini
in un brevetto di chissà qual senso.

 

19.

nulla sarà questo vanto acerbo
questo dispaccio d’era in fondo al mare
si andò così che la vita tacque
per l’elemosina di copiare il sole.
nessun patema ingaggi l’anfiteatro
ma resistenza al quanto nonostante
sia di panico l’orizzonte e l’afa.
così in silenzio la genia dell’uomo
per la condanna di servire zolle
nomee di ieri che uccisero le vette.

 

24.

la poesia del solo incendio
dove l’acropoli dell’anello crede in dio
e simula nei popoli la bontà
tumefatta sul collo di ruggine.
questa quartina senza senso
si aggira nei viali dell’occaso
per simulare un agguato d’amore
un rigurgito di pianto d’elemosina.
aggiungo che così non c’è girandola
per far impazzire il gatto,
sotto controllo il razzo del vento
la scimmiesca ilarità del sole.
ieri ho avuto la perennità dell’acqua
per lavarmi la faccia
il cigolio del bavero contro il vento
per godermi la frottola dell’indice.
qui sommessamente l’altare è colmo
di fiori per la messa esponenziale al cielo.

 

26.

ho un figlio che mi accudisce il seno
il senso atavico di perdermi comunque
sotto la muta del cancello sempre
provato di non aprirsi. il fato nudo
della risacca comprime la funzione
della nuca che è bambina ripetente.
dove si oscura il fato del mio fato
sono in credito di vita. muore il mio
costato cristologico. l’addobbo
dell’ultimo faro fa il mio natale
buio povero. le eresie labiali della mente
mandano a monte la speranza. il dubbio
mercificato come sabbia sale allo
sguardo. il medico di turno permetta
l’addio e la forbice non faccia più
paura.

 

40.

il cielo basso di piangere per sempre
creatura indaffarata per le elemosine.
non persi dì a rendere soqquadro
questa bravura atavica di morte
ribellione senza rendita giammai.
in mano al letamaio della stirpe
io non vengo a tribolar vendetta
né acredine sul volto faccio soldato.
nella culla del sale i dì futuri
frazionano le melme per i posteri
il fato senza acrobata e malìa.
intanto le girandole fanciulle
danno a credere che ci sia ventura
per le festanze inedite del porto.

 

42.

l’istinto della forca è tra le dita
forsennato anemone albino
senza pietà snatura di cometa.
qui si gioca ad elemosine tardive
quando la madre è morta da caligine
e la civetta giura sopra il ramo
di difendere pargole le rondini.
era amuleto credere le gole
contro l’urlo della morte.
ora invece le gerarchie del fato
ridacchiano le onde che permettono
materne le darsene con le senili ronde.
donne d’epitaffio le madri indimenticabili
più che perenni. la mia fu un furetto fiorentino
imbastito con la lingua di Dante da piccolo.
di lei porterò l’acume e il brodo
insieme alle rendite dei fiori.

 

***

6 pensieri riguardo “Soqquadri del pane vieto”

  1. amo molto l’autrice Marina Pizzi. “poesia del solo incendio” che è anche la sua, ma non solo. poesia dal fitto brivido del sentire tutto, sì come fuoco e con l’istinto anche dell’acqua – un piovere a dirotto dalla terra – e un “cielo basso di piangere” che s’innalza, come a “esasperare tutto” – o sperare tutto, anche l’impossibile.

    leggerò ancora.

    saluti,
    giampaolo dp

  2. Marina Pizzi è davvero uno dei Nomi: il numero non conta, femminile o maschile ancora meno. E forse qui “si rima per un altro secolo”, come un Nome che non nomino (la cui poesia *non era prosa*, e ne aveva l’orgoglio giusto). Forse non è nemmeno poesia *da leggere a mente* – anzi, rileggendola, non credo che sia così [faccio quello che posso, e dico quello che posso – la bocca fa sempre male, l’incidente pesa!]

  3. ho un figlio che mi accudisce il seno
    il senso atavico di perdermi comunque
    sotto la muta del cancello sempre
    provato di non aprirsi……….
    …………….
    donne d’epitaffio le madri indimenticabili
    più che perenni.
    ………
    Molto belle. Complimenti.

    muurizio

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