Diecidita

Jacopo Ninni

Il tempo comprende l’attesa dalla separazione. È un vorticare inesatto sul vuoto della distanza, un lento propagarsi di radici uterine da rimembrare. Così le poesie di Jacopo Ninni si fanno farmaco per l’abbandono e l’imprevista sortita del fato. A contare l’attesa non è solo chronos ma anche – e soprattutto – un liquido disporsi negli anfratti dell’opaca esistenza.

La verità te la succhiano tutti.
È questione di stile e non è poco
Sedersi sopra il ciglio ed ammirare
Il vuoto che vorrebbero lasciarti.

I versi diventano strutture mobili che se da un lato riverberano luci, dall’altro scoprono le ipocrisie dell’essercon-gli-altri. La parola diventa spettatrice dell’incalzante assenza, di un nome che manca all’appello a difendere colori e odori vissuti in contrappunto. Un volto muto è sempre lì a suggerire del resto, a confondere la fisionomia del tuo riposo, e a sollevare quel non detto con sterminati intrattenimenti della ragione. Così la scrittura ripete ciò che è accaduto segnandone un’impressione rinnovata e meno irrespirabile. Il privilegio della traccia, nonostante la severa angoscia, serve al poeta per distinguersi nel mondo, per separare la paura dalla morte radunando l’ora debole con la sua indolente spinta verso il nulla. La qualità di quel segno è polvere che poggia su ciò che è stato: riconoscere alla parola – così come al vetro – la sola possibilità di nitidezza.
Intanto ci si appresta all’immagine che eccede la parabola poetica di Jacopo Ninni. Nelle dita, nei capelli, nelle date da segnare, negli occhi e nelle stelle da sbranare e inondare di intenzioni, il verso procede infatti inesorabile pronunciando l’incanto di quel momento d’essere, di quell’attimo in cui lo sguardo rapisce il futuro e custodisce ciò che è scivolato via. Tutto quel che rimane fuori è ciò di cui apparentemente non si ha bisogno seppure graffi la bontà di rivoli sigillati. Del digiuno si avrà sempre memoria, come di un rosaio che conficca spine generando germogli. Io ho ancora tempo per passare.

(Alessandra Pigliaru, OUTro, in Poetarum Silva)

 

Jacopo Ninni, Diecidita
Prefazione di Natàlia Castaldi
Smasher Edizioni, 2010, n.e. 2011

 

Testi

 

Novembre

Dimmi perché non scrivi più.

La bocca alla finestra aspira
Gli aspri sentieri di nuvole.
Nell’indaco incrocio col passo di storni
tessono trame cineree i fumi.
Le mani in tasca stringono esili
i pochi giochi di sabbia rimasti.
Il vento ha fatto la sua parte
la mia, piccola, è distesa in ogni stanza
dove per battesimo ho sussurrato il nome tuo.
inciso in una mano di nebbia alle luci del vetro.
Fuori si appoggiano foglie
a proteggere ritagli di lacrime.

Dimmi perché non chiami più.

 

Suicidio n°1

Del disprezzo pieno
allo slancio
segue
esile vuotarsi
in stranito sprofondio di mani.

Con distacco
i passeri
tracciano lo stesso volo

 

Rammendi

Ho qui qualcosa che non m’appartiene,
non son le tracce dei tuoi primi occhi
non torna nel conteggio dei dolori,
nell’aspro contendersi dei respiri.
Si mescola alla pelle delle radici
alla parte delicata dei miei nervi
dissolti ad ogni tuo riprendermi
o lasciarmi a seconda dello sguardo.

La logica del tuo canto è un cadere di polvere
la mia paura è un minerale.
E’ un punto di vista non marginale
l’inseguirsi del sudore nelle dissolvenze
Il sangue si dovrebbe bere per ricordo
succhiarlo dalla punta del tuo cuore
sublimarlo ad ogni inizio e ad ogni fine
o marcire abbacinato nel fiele delle assenze.

Evitare il trucco di alcoolici rigurgiti
in periodici memoriali da archiviare.
E’ il metodico annebbiarsi del risveglio
annotare il peso specifico di tachicardie
lavarsi del fastidio di ogni minuto
consumato buio come pasto masticato
E’ solo un tentativo per ricordarne il gusto
e vomitarlo poi ad ogni bivio di preghiera

E’ una litania che nasce dal negarti
l’assenso ad ogni implosione di dolcezza.
Alibi furioso e cieco come bimbo,
affamato di ricordi e di mammelle.
Ho qui qualcosa che non riconosco
tra le mani e l’ipnosi di lavanda
Sarà la perversa luce di Andromeda
che mi orienta ancora incredulo al tuo grembo

 

Agnus (Lei)

Vello di gemma esangue
belato tu, di piedi e mosto
vela i cocci dei tuoi “mi basta”.
Sogno-pelle tra le unghie

Pietra d’angolo la saliva
Luce schiva, tu di paura
Nel silenzio diluito e vaginale
dove m’addormo, tiepido

Indole segreta il tuo sudarmi
indomita tu e la tua ferita acerba.
Cantami la ruggine del sangue
Ricamo e fonte del tuo respiro

Ultima è la paura in tasca.
Svegliati tu, Angelo delle pietre
Benedici al buio i conti fatti,
voglio solo ricordare dove.

E così
Sia.

 

Gocce

Mi dicono di non lacrimare più.
Facile per chi, da stagioni, non percorre,
rimescolii costanti di sentieri
dai passi sospesi come gocce.

Temono di perdere il controllo della sponda.
Io mi ci siedo spesso, lo sai bene.
Specchio la mia mano tra le tue efelidi
nel rosso che si mescola in quel valzer
di onde, di capelli e d’incoscienza.
Io, stanco di mandare fuori tempo
l’urlo della polvere che anche oggi
non sembra trovare il modo di cadere.
Proteggo piuttosto l’eco, al primo strato
di pelle e di destino che hai scalfito,
dal retrattile mio vomitare scalzo.
Ho ancora una tua foto, sai?
Forse nei cassetti che qualcuno mi ha riempito
con le talee dei tuoi passi aggrovigliati.
O forse come sipario al mio cuscino.
a riscattare le forme morbide del sogno.
Dovrei assorbire la tua ombra e il suo respiro.
dietro ogni raggio sputato dal noceto.
affrontare il quotidiano mio cercarti
in ogni respiro di foglie, nelle gemme.
nell’ora in cui il vento spira e il suo colore
sembra virare al canto della preda
e il sanguinare vitreo, lascia tracce sulle pietre.
Hai lasciato la luce accesa sopra il desco?

Io ho ancora tempo per passare.
Scaldare le tue stanze e i tuoi ricordi
Smistare così i ritorni durante la tua assenza.
Spesso conservo gli occhi dietro gli argini
quando mi giro per capire se mi spii
nel sorriso silenzioso di ogni cosa.
tra una vertigine di vicoli e qualche odore.
Schizzato a mano libera sui tuoi appunti.

Modero sempre i miei secondi, sai?
Per contare ogni treno che si annuncia
nel ricordare ogni goccia di respiro
e la tua voce diluita nel mio sangue.

 

Campodimarzo

Smantello l’ultimo mio assedio
Oggi che il cielo si dissapora
E apre crepe alle diaspore, alle usanze
Ai fuochi fatui dei suoi cadaveri inadatti

Colmo le trincee, a brani la divisa
Mi uniformo così all’incostanza degli arcani
Ne sbrano le intenzioni, divoro ciò che resta
Di rimandi ad altre stelle, ad altri fuochi.

Sigillo le Santa Barbara inesplose
Seppellirò le chiavi, tra sogni di traverso.
Mi faccio pioggia per disseminare al vento
Ceneri di nomi ancora caldi.

Divento così l’ acqua di queste pietre sciolte
Tra frammenti esili di sputi soffocati
Fluire via, d’incanto alla giugulare della terra
Stanarne i riflussi la dove ti è proibito il canto

 

***

 

aprile 3011

per O.S.

La mia città si svuota e
sempre più in fretta della tua.
Le case empie ricuciono lo strappo;
solo un sorriso alla cancrena.
prima di piegarsi sui cremisi dell’aiuola.
In pochi si appendono alle strade,
si scoprono antenne alla passione

Io la vedo da qui,
la tua stima svuotarsi sconcia.
In punta di piedi mesce e danza.
Ombra all’iride, ogni cicatrice di
lacrime teppiste, tracciate
lungo un solitario punto di vista.
E’ un collirio asincrono di intenti.
Non sfoca mai nel panico o l’urgenza.

La mia città, di te è oramai purgata.
Di me restano gli sguardi.
Ma non temere oltre e dormi
Puoi lasciarmi il bicchiere sulla porta
io Arrivo domani
di buoncompleanno.
Porto una lettera per te e una
per il tuo indice alfabeto.

Ha sete di polvere
il pendolare del pregiudizio

(Inedito, 2011)

 

***

16 pensieri riguardo “Diecidita”

  1. La scrittura, in continuo divenire, che Jacopo Ninni sottilmente coltiva, ha una sua originale dolcezza, giocata sui caratteri dei versi, lunghi e armoniosi o, a volte brevi, ma sempre lapidari e retoricamente assai efficaci. Si riscontrano nei testi infatti ardite analogie, per così dire, strategiche, quasi un voler svegliare la parola dal suo sonno dogmatico. In tal senso, per esempio, è possibile leggere con piacevole stupore lo “…stranito sprofondio di mani…” del testo Suicidio n°1, di un’ eloquenza indiscutibile. Balza agli occhi inoltre la limpidità di dettato che si evince pure in: “…E’ una litania che nasce dal negarti / l’assenso ad ogni implosione di dolcezza. / (Rammendi). Nella stessa poesia la reiterazione della terza persona del verbo essere da un cadenza tutta particolare all’intero testo.
    Quanto alle tematiche, si nota l’alternarsi di motivi intimi, vissuti con radicale autenticità, con le riflessioni metafisiche. Una simile ambivalenza, per altro equilibrata negli esiti, attribuisce un particolarie gusto a questa poesia, rivelandone l’attitudine segreta alla conoscenza / condivisione della bellezza. E’ un traguardo assai complesso da raggiungere perchè l’apprezzamento del bello non è sempre agevole, nè in accordo con le convinzioni. Occorre svelare, inseguire e sottoporre ad una caccia implacabile i segni contradditori dell’ esperienza estetica fondante. La bellezza può essere ‘amara’ e la verità che ne consegue difficile da reggere, come sosteneva Rimbaud. La poesia di Ninni dunque è drammatizzazione perfetta di questo teso sforzo, sempre in bilico tra l’iperuranio della forma o degli ideali e la pena del vivere, comunicare all’altro / altri quanto ci coinvolgono, anche dolorosamente, nel loro / nostro mondo.
    Sottolinea Alessandra Pigliaru che per il poeta: “… il verso procede infatti inesorabile pronunciando l’incanto di quel momento d’essere, di quell’attimo in cui lo sguardo rapisce il futuro e custodisce ciò che è scivolato via.” E’ il momento della condivisione, un atto di denuncia vissuto anche a tutti livelli: esistenziale, linguistico, ovvero empatico. La tensione dell’esprimere però lotta spesso con la consapevolezza dell’incomunicabilità che solo la poesia può vincere, nei suoi momenti di ombra, luce e trasparenza indicibile. Marzia Alunni

  2. Una nota attenta e rispettosa, questa di Alessandra (che ben si armonizza con la bella prefazione di Natàlia), ad un libro che ho molto apprezzato.
    La voce di Jacopo mi colpisce per il coraggio e per la “fiducia” nella parola, nonostante tutto. Parola che arriva, attraversa, coinvolge profondamente.
    Un caro saluto a tutti, e un abbraccio a Francesco.
    Stefania

  3. Un saluto e un grazie a tutti, in particolare a Jacopo, al quale do il benvenuto, e a Marzia che, come suo solito, lascia il segno.

    fm

  4. Scrittura areale e leggera, di una delicatezza a tratti quasi imbarazzante (e lo dico nell’accezione positiva del termine).
    La poesia che chiude il libro si apre così:

    “L’anima è il respiro della memoria
    soffio che sostiene
    ala di eco”

    L’anima che è il principio dell’arealità (almeno per come la intendo io), il respiro che è ritmo di vita, la memoria che è traccia incancellabile (o cancellabile solo se scritta e poi abbandonata), il soffio che si respira nella pacatezza di tutta l’opera (e che suggerisce una lettura, per così dire, sussurrata), e l’eco, perché alla fine in poesia è sempre una questione di risonanze e dissoluzioni.

  5. Jacopo l’ho conosciuto diversi anni fa ormai, è stato un incontro felice, felice per la sua parola e la “misura” della sua persona.
    Ho seguito questo libro, ne conosco ogni piega, ma ne scopro ad ogni rilettura un nuovo strato tra significato e suono. Un’imbastitura profonda, lavorata, curata minuziosamente, senza maniera, con autenticità che arriva, colpisce e sedimenta.
    Sono felice che questo libro abbia una doppia lettura, una overture e un finale di due donne, per una sinfonia di note, colori e sfumature di senso, che Jacopo dirige e suona con la sapienza di dieci piccole, agili dita.
    un abbraccio a Jacopo, ad Ale, a Francesco.
    natàlia

  6. ah, bene! mi son detto appena letto. Una boccata d’aria fresca, un io che non si guarda l’ombelico, uno che sa quel che scrive, uno che mi ci ritrovo, anche se (ed è questo il bello) forse non scriverei mai così o di questo. Mi scuserete perciò se in questa strana estate in cui ho letto troppa roba “così così” riporto l’accento (poco critico) sulla piacevolezza pensosa di questi versi. Mica poco…
    saluti
    Giacomo

  7. Giacomo, ti ringrazio per il tuo intervento e sono contento che queste poche dita ti abbiano per così dire “rinfrescato” :-)
    ti dico anche che avendo adesso un piccolo netbook, mi sto cecando e così di primo acchito, ho letto piacevolezza “penosa”… Ti avrei ringraziato comunque, perchè il Lettore ha sempre ragione :-)
    Natàlia e Alessandra hanno impreziosito il mio lavoro, e sarò loro sempre grato per tutto ciò. così come a Enzo con cui ho condiviso gioie e dolori dei reciproci parti, attraverso arricchenti esperienze di letture pubbliche che hanno cresciuto non solo la mia lettura ma anche la scrittura. Ribadisco anche io la solidarietà alla mia casa editrice perchè questa situazione di censura, non solo non ripaga ma complica e rovina un lavoro corretto e coraggioso. cosa rara da trovare.

  8. Sono sempre alla ricerca di poesie e poeti. Non sempre ho la for-
    tuna di trovarli, questa volta mi è andata bene: Jacopo Ninni lo
    reputo un poeta, non che io sia un critico d’arte (ci Mancherebbe),
    la sua poesia mi sembra che riesca laddove altri naufragano, a
    scuotere le corde dell’aima. Complimenti. Umberto De Vita

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.