Running on empty

Federico F.

[In una rete letteraria dove imperversa il più becero, pietoso e ipocrita buonismo; dove, rimossa la glassa dell’affettazione e del riconoscimento reciproco di facciata, sono ben visibili e leggibili i segni di una guerra tra bande che, da Tor Bella Monaca alla Comasina, cercano di acquisire fette sempre più consistenti di visibilità o di riposizionarsi in vista di un prossimo “cambio di guardia“, non si sa bene di che cosa né di quale natura; dove intellettualini da oratorio chiamano alla conta generazionale, Continua a leggere Running on empty

American doctors

Antonio Scavone

American Doctors
(Tre film americani)

È inverno, c’è la neve in questa piccola città di provincia non lontana da New York, dove tutto è tranquillo e fermo nel tempo. C’è però una novità: un giovane e già inflessibile anatomo-patologo, David Coleman (lo scontroso Ben Gazzara), viene assegnato al locale ospedale per affiancare e poi sostituire il patologo prossimo alla pensione, il dottor Joseph Pearson (il magistrale Fredric March).
     The Young Doctors – in italiano “Giorni senza fine” – è un film di Phil Karlson del 1961, con la vivida fotografia di Arthur Ornitz (un bianco-e-nero drammatico, degno del compianto Gianni Di Venanzo), le musiche di Elmer Bernstein e sceneggiato da Joseph Hayes da un romanzo di Arthur Hailey (“Diagnosi finale”). Continua a leggere American doctors

Dulcamara per Deml e Weiner

Sergio Corduas
Richard Weiner
Jakub Deml

     Ho scelto questi due scrittori e li ho voluti insieme perché ambedue mordono e fanno male.
     Implacabile la lenta unghia ironica in Richard Weiner. Inesorabile l’affannata zanna scrivente in Jakub Deml. Due dulcamare in aggressione. Oggetto primo dell’aggressione, il ceco. Oggetto secondo, i cechi, i lettori.
     I Cechi essendo degli umani europei e il ceco una lingua, l’aggressione riguarda gli umani che leggono e perfino quelli che non leggono, cioè noi tutti.

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Blanchot, il neutro, il disastro

Giuseppe Zuccarino
Maurice Blanchot

Nel primo dei suoi testi esplicitamente volti a commentare i libri blanchotiani, Emmanuel Levinas esordisce in questi termini: «La riflessione di Maurice Blanchot sull’arte e la letteratura ha le più alte ambizioni. L’interpretazione di Hölderlin, Mallarmé, Rilke, Kafka, René Char, che egli offre nella sua ultima opera [L’espace littéraire], va più in profondità rispetto a qualunque critica vigorosa, e l’opera si situa in effetti al di là di ogni critica e di ogni esegesi. E tuttavia egli non tende alla filosofia. Non che il suo proposito sia inferiore a una tale misura – ma Blanchot non vede nella filosofia l’ultima possibilità». Chi meglio di Levinas poteva sapere che la formazione iniziale di Blanchot era stata quella di un filosofo? I due, infatti, si erano conosciuti e avevano avviato la loro lunga amicizia nel 1926, all’Università di Strasburgo, dove entrambi si interessavano soprattutto di filosofia. Levinas ricorda che le sue conversazioni con l’amico «dipendevano anche dall’interesse che egli ha avuto molto presto per quelle cose fenomenologiche di cui mi sono occupato», e Blanchot riconosce di dovere al suo interlocutore «l’approccio a Husserl e anche ad Heidegger». Continua a leggere Blanchot, il neutro, il disastro

La morte di Tersite

Nevio Gàmbula

“Dopo anni di solo teatro, torno alla poesia, a quello che è il mio cruccio permanente, la mia protesta in versi. E ci torno passando da quella che è stata la mia partecipazione al progetto àkusma, nato tra il 1999 e il 2000 e che è sfociato in incontri, discussioni, un convegno e una pubblicazione. Come scriveva Giuliano Mesa nella presentazione, l’obiettivo di Àkusma «coincide col suo stesso esistere come occasione di confronto, di dialogo fra alcuni autori che hanno accolto l’invito a reinterrogare insieme le ragioni e modi del loro scrivere e del loro agire. E’ la proiezione – in contatti, incontri, letture, e pagine stampate – del desiderio e della volonta’ di ricominciare dalle opere, dalle poesie, la cui conoscenza diretta e’ stata troppo spesso sacrificata al culto delle poetiche aggreganti, dei precetti teorici, al pregiudicante (e pre-testuale) incasellamento di un autore all’interno di una tendenza o contro di essa, nonche’ alla sua collocazione nel risibile e ultracompetitivo “mercato dei versi”». Continua a leggere La morte di Tersite

Il cielo aperto del corpo

Fabia Ghenzovich

Ciò che colpisce al primo sguardo posato su questa raccolta è l’essenzialità della lingua poetica di Fabia Ghenzovich, la pregna asciuttezza temperata di un dire che incarna il proprio oggetto, rivestendolo di una pelle sottile di parole, ridonandolo intero nella sua materialità, per poi rarefarsi e assottigliarsi sul filo del verso teso allo stremo quando l’anima spicca il volo verso l’aperto, oltre i confini del corpo, al riparo da “ogni chiglia aguzza / di pensiero”, da ogni ristrettezza razionalizzante di visione.

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Un’altra Praga (VI)

Sergio Corduas
Francesco Jappelli

Quello di Francesco Jappelli e Sergio Corduas è un percorso inedito, un viaggio non solo fotografico, in una Praga “né magica, né tragica”, ma “altra” dagli stereotipi di una certa retorica letteraria e dall’immaginario collettivo che gravitano da sempre intorno a questa città. 31 immagini scattate tra il 1983 e il 1988 che rivelano una Praga come spazio urbano quasi completamente svuotato dall’elemento umano. Scorci di strade solitarie, edifici decadenti ma integri nella loro antica regalità, inquadrature in bianco e nero, quasi radiografie, dell’anima complessa di una città assorta sotto un cielo onnipresente e diafano. I testi di Corduas [scritti tra il 2009 e il 2010 – ndr], affiancati alle immagini, analizzano con conoscenza profonda e particolare sensibilità quanto la pellicola non può dire, contribuendo a rendere più viva l’interpretazione originale di “un’altra Praga”.

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Non predire il futuro ma il passato

Giuliano Mesa

Il primo giugno 2002, un sabato mattina, Giuliano Mesa fu invitato a parlare ai ragazzi della Scuola Centurione di Genova, delegazione di Sestri Ponente. Classi I e III. Quartiere operaio, scuola quasi periferica. Massimo Sannelli diede una mano con fotocopie e pianoforte, Mario Fancello – insegnante e redattore – registrò tutto, poi sbobinò e pubblicò la lezione, parola per parola, suono per suono, nella rivista scolastica, «Cantarena», numero 22, giugno 2003. Non è stato modificato nulla: il testo sbobinato – riletto e approvato da Mesa – contiene anche i suoni, non solo le note. Le fotografie sono di Mario Fancello: in b/n su «Cantarena», a colori qui. Continua a leggere Non predire il futuro ma il passato

Quaderni di Traduzioni (VII)

Quaderni di Traduzioni
VII. Agosto 2011

39__Lora-Totino_-_La_biblioteca_di_Babele

Yves Bergeret

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Poesie del “Diario del canale” (2011)
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