Un detective di poetiche

Marco Ercolani
Luigi Sasso

Un detective di poetiche

     Talvolta accade che un libro si imprima nella mente del lettore con un’immagine più intensa e persistente delle altre.  Nel caso del libro di Luigi Sasso, Nomi di cenere (Pisa, ETS, 2003), è il titolo stesso, lo stesso nome del libro, a catturare l’attenzione, a suggerire analogie, turbamenti, domande. Nomi di cenere. Come si può conciliare l’icasticità del «nome proprio» con la rappresentazione del suo dissolvimento, con la sua dispersione in cenere? «Il linguaggio trascina con sé il problema del nome, del soggetto che ne parla; ne fa, anzi, una questione fondamentale». Il luogo dell’ontologia, il discorso logico-filosofico, è dare un nome alle cose, è nominare l’essere. Ma si può affermare senza esitazione anche il contrario: «Il nome prevede l’esistenza di un non-nome. Prevede la possibilità della sua assenza, di una sua riduzione a lettera, a pronome, a vuoto rumore di sillabe». Luigi Sasso, dopo I nomi nella letteratura (Genova, Marietti, 1990), in cui indagava le peripezie del nome nella letteratura classica, in Nomi di cenere dialoga con l’avventura del nome proprio nella letteratura contemporanea e ne sottolinea i percorsi molteplici – tragici, paradossali, umoristici, enigmatici – in opere e personaggi di autori dell’Ottocento e del Novecento.
     In questa breve lettura seguiremo la voce di Sasso, che a sua volta scrive mettendosi a ridosso degli autori che tratta, spiandoli nei loro temi – la finzione, l’ironia, l’apocrifo, il senso del tragico – e rivelandone le intenzioni più segrete. In un certo senso, Sasso diventa un detective di poetiche, un critico che narra i rebus del nome con la piacevole persuasività del narratore.
     Inizieremo questa lettura da Marcel Proust. Sasso sottolinea come, in Proust, il nome non sia il luogo dell’immaginario ma possieda la capacità di «trasfigurare la realtà», di fornirne un’immagine «più conforme ai nostri sogni». Nella potenza evocativa del nome trapela una dimensione edenica, una giocosa onnipotenza, uno stupore infantile. Il nome è un atto significativo che conferisce identità all’universo delle non-identità, cifra di una forma al magma indistinto delle percezioni. È «la pietra che infrange le variopinte vetrate dell’immaginazione». Un luogo viene chiamato da Proust Méréglise (nella versione definitiva della Recherche diverrà Méséglise) e queste sillabe suggestive e musicali sembrano alludere alle vetrate scintillanti di una cattedrale (non è forse lo stesso Proust a ricordarci che l’architettura metaforica della sua opera è quella di un libro-cattedrale, in cui si stratificano sensazioni, rifrazioni, riflessi, percezioni, memorie?).  Il nome assume il potere magico di accordare, nominare, evocare, come, nel momento in cui pronunciamo la parola brouillard, ci viene alla mente l’indistinto alone di nebbia evocato dalle magie del pianoforte debussiano, in un labirinto di evocazioni, nostalgie, rispecchiamenti. Ma il nome, ci ricorda Sasso, è anche ritratto. «Il nome può delineare un aspetto del carattere dell’individuo, disegnare la forma del suo corpo, i tratti del suo volto, persino identificarne il destino». Il nome di Mattia, protagonista del romanzo pirandelliano Il fu Mattia Pascal, evoca senza mezzi termini la figura del «matto», che vuole separarsi per sempre da se stesso, mentre Kurtz, nel conradiano Cuore di tenebra, è un personaggio misterioso e infernale il cui nome è già, onomatopeicamente, un grido d’orrore. Guy de Maupassant battezza Horla il misterioso essere fantastico che sconvolge la vita del protagonista del racconto omonimo, facendogli perdere la ragione. «Il fatto che una parola come horla non esista nei vocabolari francesi ha evidentemente finito per autorizzare spericolate e fantasiose operazioni ermeneutiche. Nel 1901 vi è stato chi ha visto in Horla il genitivo e accusativo del russo Oriol, che significa “aquila”; altri, più tardi, hanno pensato a una metatesi sillabica di Lahor; a Horloribo, personaggio di una pantomima; alla voce horsain dal patois normanno che significa “lo straniero”; all’anagramma di alors o di choléra; al nome egiziano (Hor-ka) di Saturno […]. Più ragionevolmente si è supposto che il sintagma Horla potesse essere soltanto una contrazione di hors-là (“fuori-là”), a indicare una presenza esterna, minacciosa e devastante».
     Ma talvolta la presenza minacciosa che incombe nella scrittura può essere il linguaggio stesso, le parole scritte fisicamente su pezzetti di carta, come nell’ossessione di Strindberg – quelle parole scarabocchiate a caso, appuntate su fogli casuali, stropicciate, buttate via. Julien Sorel, il protagonista dello stendhaliano Il rosso e il nero, vede sulla panca di una chiesa un foglio strappato e vi legge la notizia dell’esecuzione di un condannato a Besançon. La data dell’esecuzione è illeggibile, ma egli si accorge che il condannato ha un cognome simile al suo per il suono: Jenrel. La misteriosa assonanza basta a suscitare, nell’animo di Sorel, il presagio di un destino sventurato e infelice, di una catastrofe imminente per la sua vita. «È un’identità inquieta e lacerata, che trova non a caso modo di manifestarsi nella metafora del foglio strappato o nella forma dell’apocrifo, visto soprattutto come una strategia della finzione. L’autore si ritrae per nascondersi dietro una scrittura di citazioni, dietro la maschera dello pseudonimo, in un approccio alla pagina che sembra cancellare il volto, sgretolarlo, ridurlo all’impalpabile consistenza della cenere».
     Sasso evidenzia, capitolo dopo capitolo, nome dopo nome, un clima di tenebre, di dissolvimento, di fascinazione del vuoto. Le sue peregrinazioni nell’enigma del nome diventano la ricapitolazione di alcuni fra i temi principali della letteratura novecentesca: la maschera, lo pseudonimo, l’apocrifo. Dove si è nascosta la magica autorità della nominazione? Non nei nomignoli strambi e grotteschi, da Clov a Hamm, da Nagg a Nell, da Godot a Knott. Non nella sinistra K., sigla dei personaggi di Kafka (nel suo celebre racconto Un sogno, Josef K., giunto al cimitero, vede degli operai che collocano una lapide e un artista che esita a scrivere il nome su di essa, riuscendo a farlo solo quando K. capisce che il nome che si tratta di scrivere è il suo, e dunque accetta di finire sottoterra). Non nell’ossessione di Josef Kyselak, assistente al registro presso la camera di corte a Vienna, che, come ricorda Claudio Magris, incide il suo nome in qualunque luogo si trovi a passare, viaggiando a piedi sulle rive del Danubio. Non negli eteronimi di Fernando Pessoa, fantasmi costruiti dalla meticolosa follia dello scrittore portoghese. E neppure nella voce del mitico Monsieur Teste di Valéry, che può dire: «L’Io è il senza volto, senza età, senza nome, e un altro Io ha il mio nome, il mio volto».
     Forse nei personaggi apocrifi delle Operette morali leopardiane, come il fantomatico Stratone di Lampsaco, cui si attribuisce il Frammento apocrifo, o il filosofo solitario Amelio, autore dell’Elogio degli uccelli, troviamo una chiave. La visione apocalittica ed estrema di Giacomo Leopardi, nella finzione apocrifa delle Operette, non è troppo distante dall’idea che domina il libro di Sasso. L’autore, attraverso le peregrinazioni del nome, arriva nelle terre perturbanti del «non-nome», come se Odisseo, alla fine del suo lunghissimo viaggio, scoprisse di non avere nessuna identità, di essere proprio un signor Nessuno. La menzogna da lui detta a Polifemo per salvarsi la vita si rivela essere la sostanziale verità dello scrittore. Tomaso Landolfi, nel suo racconto Faust ’67, descrive un personaggio il cui nome è Nessuno e che definisce se stesso «un buco d’uomo». Aldo Palazzeschi, in Issimo, parla di un individuo che vuole sparire dalla comunità dei viventi per nascondersi da tutte le identità, per essere soltanto un non-uomo.
     Rumeno, ebreo, poeta in lingua tedesca, Paul Celan è uno dei protagonisti del mistero del nome proprio. Celan è uno psedonimo: il suo vero nome era Paul Antschel. Ma il poeta, coerente col suo tragico destino, ha voluto spogliarsi di quel nome, disfarlo, addolcirlo in un quasi-anagramma, «tramutarlo in cenere», come i forni dei lager nazisti hanno incenerito genitori e amici del poeta. Scrive Celan: «I NOMI DETTI, a / l’inverso, tutti». E l’idea di pronunciare un nome a rovescio non può che rinviare a una misteriosa resurrezione dai morti, che sconfigga il destino presente.
     Sasso lascia aperte tutte le domande. Non fa del suo libro un’apologia della cancellazione e del dissolvimento, benché le avventure del nome portino invariabilmente alla tenebra, alla cenere, al vuoto. Pur strappato, cancellato, invisibile, ridotto a non-nome, diventato pseudonimo o apocrifo, il nome resta un segno, una voce essenziale. Cioran si augurava di vivere e di morire in terza persona, esiliato da se stesso, dissociato dal suo stesso nome, ma all’esasperazione dello scrittore rumeno Sasso risponde con la pietas di questo libro che vuole ricucire, pietosamente e amorosamente, i frammenti del nome. «Che significato ha, in una pagina letteraria, un nome proprio? Le sillabe di un nome sono la sintesi delle caratteristiche e del destino di un personaggio? Sono il luogo in cui si sedimenta, e si rivela, la poetica di un autore, il senso di un’opera?».
     L’io dell’autore – nascosto o dissolto nella finzione del racconto fantastico, nelle strategie dell’apocrifo, nelle parabole metafisiche – è come uno schermo bianco dove non accade più nulla. Sono i fantasmi e le ombre che popolano questo schermo, come nel cinema, a trasformare un silenzio sterile e vano in un silenzio denso di ombre vive, in una molteplicità che appartiene alle forme del fantastico. Sasso, attraverso le macerie del nome, evidenti nella scrittura del Novecento, ripropone, mediante gli strumenti della metamorfosi e del sogno, l’enigma di un’identità ancora possibile. L’autore, il personaggio, l’eroe, diventa tutti e nessuno. Il nome è solo un fumo, un flatus vocis, che perde d’intensità e di peso, leggero come il nome del palazzeschiano Perelà, uomo di fumo. Cosa significa Perelà? Non potrebbe essere soltanto il suono di un ironico sberleffo? Pe-re-là. Qualcosa-qualcuno traversa l’identità, ma è subito altrove. Non hors-là, ma Pe-re-là. Quelle tre sillabe sembrano irridere, con stramba e lunatica leggerezza, alle regole della società civile da cui Perelà, dopo la sua breve esperienza tra le idiozie del mondo umano, si distacca, tornando ad essere fumo, soffio, eresia.
     Il nome è, talvolta, proprio un atto di eresia. Ogni personaggio della letteratura contemporanea potrebbe ironicamente dire di sé, come quel professore siciliano di metasofia nel romanzo fantastico Gog di Giovanni Papini: «Non penso, dunque non sono». Ma il nome continua ad esistere. Restano significative le parole di quella donna, nel racconto La sconosciuta di Villiers de L’Isle-Adam, quando rivela all’amato che non vuole più rivederlo «perché è sorda». Non può sentire il nome di lui pronunciato dalla sua voce, potrebbe leggerlo soltanto in un biglietto. Rifiuta questa ipotesi. Le sembra sterile, crudele. Quindi è costretta a dirgli addio.
     Dall’itinerario nel dissolvimento, affiora la necessità di trovare i sensi umani, il bisogno di un’interezza possibile. Come in una favola iniziatica, l’avventura del nome riacquista ora un suo senso. In un lungo racconto di Pascal Quignard, Il nome sulla punta della lingua, una giovane donna di nome Colbrune vuole ricamare una cintura per l’amato Björn, ma non riesce a ricamarla come lui vorrebbe. Arriva a casa sua un cavaliere, uno straniero, che ha con sé una cintura come quella richiesta da Björn e volentieri gliela cede. In cambio, le chiede soltanto di non dimenticare il suo nome: «Mi chiamo Heidebic de Hel», dice. Spiega che tornerà fra un anno e, se Colbrune non riuscirà a ricordare quel nome, dovrà essere sua per sempre. La giovane, felice, accetta la cintura, la regala a Björn, si sposa con lui, dimentica lo straniero. Ma, dopo nove mesi, quando ricorda che lo straniero potrebbe tornare, scopre di non ricordare più il suo nome. Ce l’ha sulla punta della lingua ma, sconvolta dal terrore, non riesce a rammentarlo. Allora Björn, per salvare il loro amore, si mette in viaggio, affronta mille e pericolose peripezie, e alla fine trova il castello di un uomo che si chiama Heidebic de Hel (in Normandia, dove si svolge la storia, Hel significa inferno). Felice, Björn torna a casa, il trentunesimo giorno del dodicesimo mese, e rivela il nome a Colbrune. Quando il cavaliere appare e chiede alla donna di pronunciarlo, lei lo pronuncia. Lui, deluso, scompare nel buio.
     Il nome viene detto, il destino della coppia viene salvato, le tenebre si cancellano. Dopo l’inferno del dissolvimento ritorna la possibilità di «dare un nome» all’inferno, di delimitare un progetto, una storia, un sogno. Non accettando che tutto sia sommerso e perduto, ma lavorando perché qualcosa emerga e trovi forma. Intorno a questa utopica speranza, Luigi Sasso conclude in modo commosso e preciso il suo libro: «La favola di Quignard ha una morale. Essa ci mette in contatto con l’essenza stessa della letteratura, con il movimento che ogni scrittore compie alla ricerca dei nomi e delle parole, con l’ansia di chi deve afferrare un vocabolo che danza sulla punta della lingua, sulla soglia della memoria, prima di dissolversi al di là dei confini del mondo. Scrivere è seguire questo itinerario avventuroso, è una discesa agli inferi, l’accedere un’altra dimensione, nel regno della morte. È riportare alla superficie un frammento di linguaggio, un pezzo di foglio strappato, è il tentativo di dare un senso alle cose. Ogni storia narra di questo percorso perché scrivere coincide con lo svolgimento di questo percorso. Ogni pagina scritta è il racconto di questo viaggio».

 

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Luigi Sasso, Nomi di cenere
Pisa, Edizioni ETS, “Nominatio”, 2003

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6 pensieri riguardo “Un detective di poetiche”

  1. saggio di notevole spessore: più che una “recensione tecnica” mi da idea di appassionato e appassionante viaggio in tematica linguistica che, personalmente, apprezzo moltissimo..
    r.m.

  2. Ho cercato di descrivere, in modo quasi narrativo, un libro che per me costituisce un ottimo punto di risonanza con la mia idea di letteratura. Credo che ogni indagine critica di un certo interesse nasca dalla seduttività che nasce fra autore e lettore, che si incontrano proprio nella forma del libro. Le tematiche di “Nomi di cenere”, di Luigi Sasso, anche se ben saldate nella poetica novecentesca del dissolvimento, sono anche un atto di speranza nel potere e nelle magie della parola..

    m

  3. Adoro questo saggio di Ercolani sul libro di Sasso.
    L’etimologia di un nome, fantastico o reale che sia, è la radice che ci riporta al suono originario delle cose, alla musica ancestrale della lingua. Le letterature, la poesia, sono spartiti di note ordinate, per le più differate danze, che indagate ci rivelano “la sensazione che quel suono deve evocare in noi”.
    Leggere un dizionario etimologico è leggere un romanzo: a tratti poetico, come per il verbo “nubere”: sposarsi: le nozze in latino sono le nuptiae, ma hanno la stessa radice di nubes “nube”, perchè la sposa veniva velata, come fanno le nubi quando coprono il cielo e la luce.
    Un libro che rilegge il nome in questa chiave si pone ad un piano secondo rispetto alla lettura dei libri cui fa riferimento, divenendone a sua volta riferimento e legenda.

    Grazie Ercolani e Sasso.
    Saluti a Francesco a alla dimora.
    Francesca

  4. Luigi Sasso: uno dei più seduttivi e persuasivi narratori di poetiche che ho avuto la fortuna di leggere e conoscere personalmente.Seduttivo anche quando parla in pubblico: con discrezione, delicatezza e sobrietà veicolati da una voce adeguata sempre al tema e ai temi da lui esposti. Autore di alta qualità semisconosciuto ai più.Ma questo non sembra preoccuparlo troppo.Ignora l’autopromozione e continua a scrivere libri splendidi con aristocratica “sprezzatura” ( che non è disprezzo ma distacco da certe cose che niente hanno a che vedere con la scrittura).
    lucetta frisa

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