Frammenti di una poetica infelicità

Marco Ercolani
Marco Amendolara

“I piedi non indovinavano
la terra, e la tua mente
ti illuminava a intermittenza,
come un mirabile neon consumato.
Rovinando, formulavi
una domanda vana.
Rimorso o minaccia, lo sguardo
colpiva per annullare
papaveri, centocchi, serpilli.
Nessuna dolcezza,
e deserti i dintorni della persona.”

Frammenti di una poetica infelicità

Per Marco Amendolara

1

Nella prefazione al libro di Marco Amendolara Le tentazioni poliedriche. Artisti-scrittori del Novecento Mario Fresa scrive: «Anche il libro che state per leggere è multicolore e trasversale. La scrittura di M. A. conosce la felicità di uno stupore infinito. Poiché la divisione dei saperi è, qui, saggiamente ripudiata come stolida e infelice regressione». Da questo ripudio partirò per analizzare l’opera pulviscolare e sfuggente di Marco Amendolara (1968-2008), un poeta tra i più significativi della sua generazione. “Analizzare” è un termine improprio per questo scrittore intransigente e malinconico, che a soli sedici anni, con lo pseudonimo di Omar Dalmjrò, scrive La musa meccanica: mascherato da pamphlet che inneggia alla poésie comme ivresse, sulla falsariga beffarda di uno pseudoKhayyam, è uno fra i più originali trattatelli di poetica degli anni ottanta-novanta, ed è stato ammirato da Luciano Anceschi e Rubina Giorgi.
Non ci saranno tracce di analisi filologica, nei miei frammenti critici, ma l’esame appassionato di questo ripudio. Nella commistione tra impetuoso slancio anarchico e pensosa raffinatezza intellettuale si muove con sapiente leggerezza un poeta complesso e infelice.

2

Marco ha scritto una preziosa e vasta serie di “librini” per stampe precarie, di cui richiamo, senza un ordine preciso, alcuni titoli: Rimmel; Taverne e fantasmi; Vascelli, tatuaggi, selve e saette; Allegoria di Oscar Wilde; L’amore alle porte; La bevanda di Mitridate; L’alfiere amoroso; Stelle e devianze; La passione prima del gelo. La sua opera, disseminata e sfuggente, fluttua nei territori dell’aforisma, della sentenza, della poesia breve, della metatraduzione, del microsaggio critico, senza voler trovare una sua sosta e una sua rotta. Sembra indifferente alla canonizzazione di una poetica personale, all’evoluzione cosciente di un percorso. Ripudia questa coscienza lasciando che la sua voce resti antica e libera, permettendo al suo multiforme e svagato talento di frequentare territori diversi e inattuali, pervasi da somiglianze trasversali, all’insegna di una leggerezza metafisica, di un touche irridente e malinconico. Nel già citato La tentazione poliedrica, libro di saggi dedicato a figure anomale della letteratura come Tofano, Masini, Zavattini, Michelstaedter, le parole dedicate proprio al filosofo suicida Michaelstadter in Sfugge la vita preannunciano una precisa volontà di autocancellazione. Ed Elio Grasso scrive, nella postfazione a uno dei primi libri di Marco, I misteri di Seymour, queste parole involontariamente profetiche: “Se un giorno egli ingoierà se stesso, per troppa passione, sarà arduo raggiungerlo oltre un probabile muro già oltre il tempo della fine”. Arduo, ma non impossibile.

3

L’opera di “traduttore” di Marco Amendolara ha una sua eco nelle teorie dell’amico-poeta Alessandro Ghignoli:

“Cercare le lingue, la loro fuga, il mistero del vuoto, tutto lo spazio dentro. L’uscita rimasta.
Nel narrante: il poetare. Nel dire: transducere, attraverso la fessura lasciata respirare. Così ridarsi.
Semplicemente ricevere”.

Quando Amendolara traduce (o metatraduce) per noi Catullo e Ausonio, trasmuta il suo io attraverso le maschere di altri poeti, e ci restituisce una poesia antichissima e contemporanea insieme, come per suggerirci che la sola ars poetica possibile oggi è quella funeraria ed epigrammatica di un presente assoluto, che finge di essere presente ma che è già passato. Al lettore dei suoi libri resta un’impressione di acutissima malinconia e di leggera extravaganza, aperta e dolente come una ferita inguaribile. Lo testimonia il Carme 9 di Catullo, che con straziata tenerezza parla di un tema caro ad Marco, il mistero della vita ultraterrena:

Veranio, fra innumerevoli conoscenze
amico mio,
sei tornato finalmente dai tuoi Penati?
Ai fratelli concordi, alla tua vecchia madre?
Sei tornato. Che notizia meravigliosa!
Riapparirai incolume, racconterai
dei luoghi ispanici, dei fatti, dei popoli,
come è tuo costume
E io ti abbraccerò
E bacerò il viso ridente e gli occhi.
Chi più lieto e più sereno di me,
fra quanti sono beati?

Come scrive Ghignoli intorno a uno dei libri di Marco, La passione del gelo: «Amendolara si pone in una posizione – paradossalmente – ricettiva rispetto alla parola, non solo di ri-scritture o di mascheramenti si tratta ma di rivestiture, d’impasti che con i vari Lucrezio, Catullo, Virgilio, Orazio, Tibullo, ecc. dialoga in una comunicazione poetica per arrivare fino alla creazione di un domino-sostituzione dell’io poetico. […] Non solo è rilevante l’originalità di questa scrittura […] ma la capacità che Amendolara ha di portarci in queste in-versioni attualizzate sempre con garbo, con sottile e intelligente ironia, ma al contempo inquietanti nella fredda lucida visione di una realtà tanto più vera quanto più dura».
L’”eleganza aulica e raffinata” e l’”abbassamento prosastico e realistico”, di cui parla giustamente Mario Fresa, caratterizzano queste traduzioni-riscritture in cui gioco e dramma, dolcezza e crudeltà, sapienza e furore, gelo e passione, non si alternano ma convivono con “sprezzature” malinconico-dandystiche.

4

Fu quella sola volta,
seduto al tavolo,
che avesti la sensazione
di vivere sempre,
finché il vino rimase
nel bicchiere.
Dopo, un sapore di ferro
e di sangue invase la bocca,
ti assediò,
e i fantasmi continuarono
una losca frequentazione.

Quando non hai corpo ti conosci meglio,
scorre e dice l’acqua
mentre si specchia in te;
quando non sei corpo
susciti ogni meraviglia
e, meravigliato, sei sbigottito
della conquista.
La natura ti annulla, è niente,
e tu sei natura.

Il corpo diventò rosso, febbrile,
e ogni pensiero svanì nel delirio.
L’ossessione era sopravvivere,
con l’inferno che bussava,
orribile come si dipinge.

Le poesie di Amendolara non possiedono una cifra costante, riconoscibile, autoriale. Non abitano né il regno prevedibile dell’avanguardia né quello tradizionale della poesia lirica. Estraneo a ogni “paradiso” per poeti, Marco registra, con epigrammi, riflessioni, monologhi, calembours, scanditi da un verso spietato, semplice, mite, quasi prosastico, una malinconia inconsolabile, sempre pronta a travestirsi di e con nuove maschere, vivendo/rivivendo l’avventura adolescente dell’identificazione. La sua poesia, mai sibillina, più spesso colloquiale o spiazzante, vagabonda attorno a un pensiero laterale e oscuro, dove scrive/riscrive se stessa. Tutto è remoto, pervaso da un’ansia dolente e musicale, da un malessere da cui è impossibile svegliarsi come da un incubo. In una poesia dal titolo Sudario scrive: “Se non fosse reale, / sarebbe tutta una storiella, / un film comico”. Questa semplice epigrafe è un pensiero che non da’ scampo al lettore ed emerge attraverso un understatement che ripudia il pieno della voce, la tristezza gridata, il furor esibito.

5

I pronomi si rimpiattano in un vortice d’ombra,
in abisso,
e non sai più con chi parli,
se parli,
anche se uno specchio
conforta e ammonisce.

Il non detto è la prigione della lingua
E le superfici róse, le apparenze
Che non ingannano, si fanno
Come niente specchi del destino.
Nell’enigma degli occhi il poeta
Diviene esteta, profeta degli dèi
Fedifraghi del proprio essere.
Nello schianto delle tempie,
Emozione che il cielo non contiene,
Celato il filo d’oro si dipana,
Crea nella mente nuovi magmi.
E’ nostro augurio
Che il vestibolo sia questo.

I piedi non indovinavano
la terra, e la tua mente
ti illuminava a intermittenza,
come un mirabile neon consumato.
Rovinando, formulavi
una domanda vana.
Rimorso o minaccia, lo sguardo
colpiva per annullare
papaveri, centocchi, serpilli.
Nessuna dolcezza,
e deserti i dintorni della persona.

Penetrare una poesia che racchiude la sua sostanza tragica in stacchi leggeri, in varchi fulminei, in lievi divertissements, è arduo. Lo stesso Marco ci ricorda, in una prosa teorica, che cosa l’arte significhi per lui: “Un’arte che prenda favola come si dice fuoco, e che possa fottersene di altro che del suo intreccio, della sua voce, dell’avvicinare col tu gli uomini, aprire azzurri in umiltà, riavvicinare sensi, creare armonie, semmai progettare sempre, non offendersi nei sogni, ma neanche piegarsi a ciò che appare”. Quindi un’arte mai riconciliata, ironica e obliqua, tesa verso l’altro da sé, anche se sono “deserti i dintorni della persona”, anche se permane “Tutto questo freddo da quando /sei nato; forse è la fine / che viene a liberarti, / si spera nel segno della salvezza”. Salvezza e fine sembrano coincidere, ma in punta di penna, sotto il guscio della maschera. E sempre con l’illusione felice/straziata del vino libato, dell’ebbrezza. “Liquidare quel corpo / fra brindisi e risate. / E tu, fra questi dèi, / dove sei?”. Una domanda solo apparentemente paradossale.

Lentamente
scrivo sulla sabbia lievemente
con dita poco appuntite, dolcemente,
(par délicatesse) forse, scrivo
parole di cenere per farmi intendere
con più certezza di morire

6

Amendolara sembra comporre, con il suo “dire breve”, al vetriolo, un deforme, infelice autoritratto. Il più intenso ci appare questo:

Sta in un solo rigo, la salvezza,
come in una vocale di piacere.
Si torna alla lallazione, finendo.
Nomade, nessuno, taciturno zombie.

La vocazione ossessiva all’autodissolvimento si contrappone all’uso della frase corta, folgorante, definitoria.

(VITA)

Perché fermare
questo sangue
se è scritto
che deve scorrere?

Ma le sue poesie sono anche tableaux di un’esistenza anonima, marginale, insidiata dallo spleen.

Chiamare amico se amore non è aprire
perché una parola è tutto e tu sei
maestro di gesti, un lungo fuoco orientale
a notte, portatore di fiori,
non avrai altro corpo che quello
e basterà per sempre,
nessuno troverà il nome.

Quello che scrive, per quanto si sa,
potrebbe essere anche lì a bere birra
o a leggere l’ennesimo poeta francese.
O un servo, un attore col sigaro acceso.
Insomma un cadavere quanto altri
pronto all’incendio alla forza pregante
in cerca di messaggi senza parole
tutto consumato nel buio dell’indecenza.

Non smette, questa voce, di scaturire da un classico “buio dell’anima”; sembra appartenere al destino possibile di ogni poeta, come le sue poesie “dedicate a” (in A Barbara ingloba anche i versi dell’amato Mandels’tam, evocato come “uno che dice”); leggendo Amendolara, si ha la sensazione che continui a scrivere citando, come se dentro di lui si affollassero scritture già scritte, all’interno di una tomba ricca di epigrafi e di segni che evocano, con nostalgia, la vita di coloro che li hanno tracciati. Il tono del poeta è quello di una conversazione postuma a bassa voce e senza lirismi, un impasto di colloquio, sentenza, sogno, sarcasmo, riflessione. Nel libro curato da Mario Fresa, Mio caro Marco…, è facile notare, in tutti coloro che ricordano o gli incontri con lui o i suoi libri, un tono sorpreso e sospeso. Al di là del rimpianto per la morte tragica e prematura del poeta, a nessuno può sfuggire la segreta bontà, la tenera ironia e la disperata innocenza di un uomo che non voleva entrare negli orrori dell’età adulta e ha lasciato noi a riflettere su questo passaggio.

A Barbara

Ma i giorni si sono rinnovati nella ricerca,
e più vicini agli angeli perché più umili
i corpi sembrano contenti di vivere
e di bere, ameranno scardinare porte,
chiedere un po’ di celeste sui soffitti;
poi, senza fare baccano in lettura,
suggerire a chi più gli piace i versi
di uno che dice:
“E quanta voglia ho di lasciarmi andare,
di fare un po’ di chiacchiere, di dire la verità,
di mandare lo spleen alla nebbia, al diavolo, alla forca,
di prendere qualcuno per mano e: Sii gentile,
dirgli, visto che andiamo per la stessa strada…”

A Guido

In incendio dal centro un corpo
è chiamato alla lotta, fra veglia
e veglia, fra sosta e sosta,
sotto la pioggia, in gara,
accanto alla forza delle parole,
nel vino, nel vivo, fra rosso e gelo,
fra amici nel grido o nel buio
una voce giusta chiamata in silenzio
lo sguardo.

7

La pungente dissacrazione ironica, la scelta del verso breve e sentenzioso, alimenta da sempre questa poesia, che si pone “al limite dell’invettiva, propria della tradizione epigrammatica” (Umberto Maffei). Ma l’invettiva è incrinata quasi sempre da una generale amarezza esistenziale, come in: “Saggezza è fare / continui sgambetti / alla propria follia” (Inciampare); o in: “Due sorti ottimali / mai nati o immortali” (La mente esce dal corpo). La tristezza umana e personale: “Il ragazzo che sei stato / ti guarda dai tuoi occhi, / credendosi inosservato” (Anacronismo) si trasforma nella sentenza finale: “A questa velocità / tutto finirà presto” (Choc).
Il risultato è un impercettibile, disincantato sprofondare nel “non-essere”. Un testo intitolato Cosmo porta solo questa frase: “Come possiamo parlarne?”. Dentro questa disarmata e raffinatissima ingenuità il lettore capisce che il poeta è arrivato al limite del suo dire, al cattafiano ’”l’osso, l’anima”, oltre il quale è possibile solo la notte che Marco stesso evoca con le parole di Langston Hugues: “Così io mi tuffai dentro la notte / e la notte era nera, anche la notte).
Qui vorrei fermare la mia scrittura frammentaria e non sistematica intorno ai suoi testi, senza aver raggiunto nessuna conclusione e nessuna verità, condividendo con lui la fluttuante/impossibile condizione del poeta: quella di essere sempre, in modo più o meno assoluto, composta soltanto dalla materia dei propri incubi. Penso al titolo di un suo libro che non ho letto, Doppio magma. Posso solo immaginarlo, da critico postumo. Ma immaginazione e sogno spalancano nuovi varchi, consentono sempre fughe ulteriori, “fra amici nel grido o nel buio”.

Esodo

Non è come voce scrittura è più santa
e puttana è di chi legge o riscrive
è di chi in parola e in sguardo vive
le indecenze e le stelle, le forze
che il centro di me hanno aperto
alla fuga.

______________________________
Opere di Marco Amendolara (Salerno, 1968-2008):

Rimmel (Extravagantes & Dal Fiore, 1986)
Misteri di Seymour (Altri Termini, 1989)
Stelle e devianze (La fabbrica felice, 1993)
La musa meccanica (Pellicanolibri 1994, già edito in Ripostes, 1984, con lo pseudonimo di Omar Dalmjrò)
Allegoria su Oscar Wilde (Ripostes, 1994)
Taverne e fantasmi (Le coccinelle, 1996)
Apparizioni a mezzogiorno. Interventi sull’arte contemporanea (Tesauro e La fabbrica felice, 1999)
Vascelli, tatuaggi, selve e saette (Marocchino blu, 2001)
Tinture disumane. Arte mista ad altro (Tesauro e La fabbrica felice, 2001)
Doppio magma. Arte e scrittura in Soffici, Savinio, De Pisis, Cremona (Tesauro, 2002)
Catulliane e altre versioni (ibidem, 2002)
Mani addosso (Marocchino blu, 2002)
L’alfiere amoroso (Ripostes 2004)
Parole variopinte. Figure e scritture in Bartolini, Montale, Conti, Zavattini, Buzzati, Morante, Pasolini. Masini, Weller, Lanuzza, Tofano (Tesauro, 2004)
Epigrammi (Tesauro e la fabbrica felice, 2006)
L’amore alle porte (Plectica & Bishop, collana Lapsus, 2007)
La passione prima del gelo (Marocchino blu-Ripostes, 2007)
La bevanda di Mitridate (ibidem, 2008)
Mio caro Marco… (a cura di M. Fresa, con interventi di Mario Fresa, Alfonso Amendola, Mariella Bettarini, Giuseppe Campagnuolo, Domenico Cara, Olga Chieffi, Luigi Compagnone, Alessandro Ghignoli, Rubina Giorgi, Attilio Lolini, Gabriella Maleti, Rino Mele, Francesco Napoli, Marcello Napoli, Alfredo Nicastri, Innocenzo Orlando, Corradino Pellecchia, Raffaele Perrotta, Paolo Romano, Daniele Santoro, Antonello Tolve, Carlo Villa), Edizioni l’Arca felice, 2008
La tentazione poliedrica. Artisti-scrittori del Novecento (ibidem, 2010)
______________________________

Ringrazio Mario Fresa per avermi procurato alcuni dei libri preziosi e introvabili di Marco, Alessandro Ghignoli per l’amicizia e la passione con cui ha condiviso questa mia ricerca sulla sua poesia, Elio Grasso per i preziosi suggerimenti bibliografici. (M. E.)

***

20 pensieri su “Frammenti di una poetica infelicità”

  1. Con marco a., in un periodo in cui la poesia voleva dire sperimentarla ogni giorno con scrittura e costruzione tipografica di riviste (altro che le abbondanti fornicazioni para-letterarie presenti ogni giorno su facebook), siamo stati amici di penna e avventura.
    Dopo anni di silenzio è bene che anche questa storia qui vada rimessa in circolazione, e incrementi quel fantomatico libro contenente la “vera storia della poesia italiana”.

    -elio

  2. Non conoscevo i versi di questo fine e profondo autore.
    Emozione e malinconia, come è stato detto, abitano queste stanze intime; mi ha colpito molto l’illuminazione breve e forte di”Vita”, con l’attacco davvero potente (Perché fermare/questo sangue).
    Come è chiara l’ispirazione, quando viene da luoghi nudi di ogni orpello; e come ne risulta scorrevole (qui, inoltre, ricchissimo) il linguaggio.
    Ringrazio Francesco Marotta per aver pubblicato questo post.

  3. Sai marco, ho conosciuto la poesia di Marco Amendolara proprio qui e subito ne sentii il rimpianto di non averla conosciuta prima. Dei pochi versi ne apprezzai il pudore di quest’infelicità di cui tu dici, il garbo di chi vorrebbe celarla alle parole stesse, ai versi, la delicatezza quasi a scusarsi di non poterne farne a meno. Sono tornata spesso a rileggere quei versi e i pochi altri trovati in rete e ogni volta ho inveito contro quel potere oscuro che lascia nell’oblio un tale poeta, del quale come tu dici è impossibile trovarne i libri.
    Non mi stupisce che sia tu a scriverne oggi e Francesco a ospitare questo tuo magnifico testo. Credo che per un poeta non ci sia giorno più felice di quello in cui dimentica se stesso e offre la sua voce ai “sommersi”.
    Io non so come funzionano queste cose, non so cos’altro debba servire se non una voce poetica che si alza sulla mediocrità di tante altre, ma ecco spero proprio che si riesca a ripubblicare questa voce di cui vorrei conoscere molto di più.
    Per qualsiasi iniziativa che possa far pressione in tal senso anche nella sua città d’origine mi rendo disponibile a far da tramite.

    grazie
    lisa

  4. @Elio:
    dovresti iniziarla a scrivere tu, anche a frammenti, con la tua memoria storica di poeta, qualcosa sulla storia della “vera poesia italiana”. Quasi vedrei un’antologia… Ma so che ormai gli stimoli sono flebili…

    @Fiorella. Vero che, in Marco A., scorrevolezza e ricchezza convivono naturalmente.

    @Lisa. Vorrei anch’io che di Marco si potesse leggere almeno un buon volume antologico di versi e traduzioni. Mario Fresa ha curato un bellissimo volume di omaggi, “Mio caro Marco…” ; speriamo che, in futuro, nascano altre pubblicazioni.

    Questo saggetto è nato dal desiderio, per me naturale, di rendere “omaggio” a chi non può più restituire nulla, se non, sempre, la bellezza della sua opera.

    m

  5. non conoscevo questo autore, poeta finissimo e mio co_regionale -campania (in)felix! -, ma lo trovo assolutamente moderno e dai suoni acutamente antichi, non a caso e con acume intelligente, marco ercolani scrive criticamente: “,,,Non abitano né il regno prevedibile dell’avanguardia né quello tradizionale della poesia lirica…” e ne percepisco colori…
    r.m.
    ps: un saluto a Voi tutte e tutti e a risentirci per mio rientro dopo un periodo di ferie nel mio circeo ove sirene arcaiche ancora cantano_suonano liriche arcaiche dal suono contemporaneo…

  6. grazie, r.m.

    grazie, roberto

    ho imparato a conoscere Marco qui nella Dimora, ma in anni lontani avevo ricevuto alcuni dei suoi primi librini che mi avevano colpito, ma poi il tempo passa e ci si dimentica…

    Ora siamo in pieno agosto, nel cuore delle ferie, ma spero che chi ha conosciuto Marco passi presto di qui e lasci un segno. Sarebbe importante.

    m

  7. Sì, Marco, sarebbe importante, come sarebbe importante, nei limiti del possibile, non far cadere l’idea di Lisa.

    Un saluto e un grazie a tutti.

    fm

  8. Con grande commozione ho letto questo indispensabile ricordo-omaggio dell’indimenticabile Marco (Amendolara), e ne ringrazio di tutto cuore Marco (Ercolani) e Mario (Fresa). Nonostante il periodo estivo, non è possibile dimenticare voci come questa. Anzi, sono convinta che le cosiddette “ferie” possano (e debbano-dovrebbero) essere una straordinaria occasione per ripensare, rammentare, rivivere, rileggere autori, poeti, voci che ci hanno toccato (e continuano a toccarci) nel profondo. Grazie!

  9. Sono molto felice di questo sensibilissimo e illuminante contributo critico di Marco Ercolani dedicato all’opera di Marco Amendolara, un uomo sensibilissimo e un artista straordinario. Il suo testamento poetico e critico è ricordato e stimato da tutti, con estrema commozione. Aggiungo una nota dolente: la famiglia ha deciso di donare, generosamente, la biblioteca di Marco (oltre quattromila volumi) al Comune di Salerno, col proposito di istituire un fondo: ciò avveniva nel 2008. Da allora, tutto tace e niente è stato fatto. I libri sono gettati chissà dove, senza che nessuno se ne occupi. L’ultima motivazione (scusa) ufficiale per la mancata archiviazione è che non ci sono scaffalature sufficienti per ospitare i libri. Queste cose riaprono ferite su ferite. E Salerno, dopo aver ignorato Marco durante la sua vita, continua a offenderlo anche dopo la sua morte. Saluto e ringrazio tutti gli amici intervenuti e lo stesso Francesco Marotta della sua ospitalità. Mario

  10. Quello che dici mi addolora e mi indigna, Mario. Sì, l’offesa continua. Ma se all’offesa in vita si può resistere, l’offesa post mortem è ancora più iniqua. Spero che si riesca, nonostante tutto questo, a realizzare un libro antologico dei suoi testi ormai sparsi e introvabili. Impegniamoci tutti. La vera salvezza delle anime comincia (e per me finisce) proprio in quello che riusciamo a fare sulla terra per chi qui ha sofferto e fatto cose.

    m

  11. Credevo che qualcosa fosse cambiato, o potesse cambiare, a “casa mia”, ma, a quanto sembra, quando si parla di libri e di cultura siamo sempre al disinteresse e al disprezzo più totali elevati a uniche regole d’approccio e d’azione. Posso ben immaginare quante perle e rarità sia possibile trovare tra quei quattromila libri, costretti forse a marcire in qualche scantinato. Fossi nei familiari di Marco, ne chiederei la restituzione immediata e lancerei un appello a chiunque – privato o istituzione – voglia allestire una sala per la conservazione, la lettura e la pubblica consultazione, perché quel lascito sia proprio quello che dovrebbe essere, esattamente come la poesia: un patrimonio di tutti.

    fm

  12. Tra i quattromila libri sono presenti, inoltre, non pochi manoscritti, dattiloscritti e appunti inediti di Marco (nonché una scelta del suo vasto epistolario). Pensavamo, speravamo che fosse possibile rendere questo materiale accessibile a tutti, ma per ora (e chissà per quanto tempo) il Comune non lo permette. Mi sento ancora più indignato e deluso se penso che i libri costituivano, per Marco, il suo unico bene. Cambiando discorso: prima di comporre un’antologia, vorrei pubblicare l’ultima raccolta inedita di Marco, intitolata “Il corpo e l’orto” che rappresenta, forse, il vertice di tutto il suo itinerario poetico. Qualche poesia tratta dalla silloge l’ho già fatta pubblicare su riviste (“Gradiva”, “Caffè Michelangiolo”, “Atelier”, “Capoverso”, “Tuttolibri-La Stampa”). Sono, insieme con i familiari, in cerca di un buon editore; ma c’è da dire che gli editor contattati tendono a nicchiare. Lo sappiamo bene, purtroppo, che un poeta morto non può ricambiare favori. Che tristezza. Mario

  13. grazie Marco E. per questo tuo sforzo di sentire nelle parole i suoni della poetica di Marco A.
    il tentativo è aperto, un cammino -dei possibili- è stato intrapreso, e allora ancora grazie per tenere viva, non solo nella memoria /dannatamente personale/ ma nella storia, la scrittura di Marco A.

    un abbraccio /nel ricordo/

  14. Cari Francesco e amici de “La dimora”, partecipo con ritardo – ma non senza quella passione e quel vivo interesse che ho sempre nutrito per l’amico Marco, prima ancora per il poeta – a questo corposo e illuminante saggio di Ercolani e Ghignoli. Quanto scritto non può che trovarmi in accordo, in sintonia con le loro pertinenti, acute osservazioni. Sì, Marco era davvero “uno scrittore intransigente e malinconico” e aveva uno spiccato, pressoché insolito oggigiorno, senso dell’etica, vuoi innata vuoi dovuta alla frequentazione genuina e alta degli scrittori della nostra migliore tradizione e della letteratura latina di cui, peraltro, era – e non sorprende – un ottimo “traduttore”. Ma la sua energia sconfinava ben lungi la strada maestra della poesia. Era un intellettuale poliedrico, coscienzioso e fine; spaziava in ambiti diversissimi e in ognuno di essi sapeva apporre il sigillo di un “multiforme e svagato talento”. Preferivo di Marco-poeta soprattutto il dono dell’epigrammistica, il piglio mordace, lo scatto veemente con cui sapeva – ebbi a scrivere recensendo il suo libro “Epigrammi” – “rendersi interprete dello spirito dei suoi tempi e, condensando l’invettiva in poche battute, prendere di mira l’ipocrisia, i vizi e i peccati, le umane bassezze fatte di calcolo, presunzione e ignoranza, il meretricio intellettuale, le ideologie e i falsi moralismi che animano il mondo e in particolare il mondo della cultura” che è da sempre e oggi, forse più di allora, una piaga dolente, una cancrena ben manifesta agli occhi di tutti. Sapeva tuttavia essere delicato, elegante nel tratto, finanche elegiaco, come la sua anima melanconica gli suggeriva senza difficoltà, quasi – aggiungerei – per “propensio animi”. Sete di conoscenza, ansia di dire, raccontare/raccontarsi animavano i suoi molti interessi culturali: la poesia, la saggistica, la traduzione o piuttosto la “metatraduzione”, come rileva Ercolani con un’acuta terminologia. Bene ha fatto il curatore di questo saggio a ricordarci alcune delle anomale figure indagate dal Nostro: Tofano, Zavattini, Michaelstadter, ma si potrebbero menzionare ancora Bartolini di “Ladri di biciclette”, Montale disegnatore, Pasolini critico d’arte e autoritrattista (figure alle quali Marco ha dedicato con fervore alcune intelligenti pagine di “Parole Variopinte”); insomma, mera dimostrazione di una concezione alta e non curtense di intendere la cultura, quando rifugge i compartimenti stagni, quando invece si apre ad esperienze “altre”, “tangenziali” a quelle più comodamente canonizzate.
    Felici ho poi trovato le teorie sulla traduzione di Ghignoli, espresse sotto forma di poesia (e il ricordo va allora agli struggenti, commossi testi di “Tristitia” che l’autore pesarese ha dedicati a Marco): “Cercare le lingue, la loro fuga, il mistero del vuoto, tutto lo spazio dentro. L’uscita rimasta”. Già! È proprio così: nella traduzione ci si ridà sempre, continuamente. Ci si rinventa, ecco anche perché, personalmente, preferisco piuttosto il termine “adattamento” che l’improprio, riduttistico vocabolo “traduzione”. Meglio ancora, come tu stesso dici, Alessandro, “rivestitura, impasto”, giacché dall’estro di Marco i testi uscivano nuovi, rinnovati, motivati certo dal fatto che li sceglieva secondo i dettami della congenialità, della corrispondenza d’amorosi sensi pur senza che il senso (mi si permetta il bisticcio) snaturasse o venisse mai meno. Prendo a testimonio, per fare solo un esempio, la metatraduzione del carme 9 di Catullo, quivi riportato; nel rileggerlo, mi è venuto da riflettere sul suggestivo adattamento del sintagma latino “omnibus e meis amicis” che il Nostro rende con il più efficace, isolato “amico mio”, tale da occupare l’estensione di un intero verso, con una resa di stringatezza e al contempo di dilatazione semantica, per effetto della sineddoche (singolare per il plurale); una sorta di reductio omnium ad unum, un ricondurre il molteplice, il dispersivo alla preziosità del singolo, dell’uno, e dunque al “raro” dell’amicizia. Ma quanti esempi ancora si potrebbero riportare! Concludo questo mio commento ancora con una citazione, definitiva. Di Marco che ho conosciuto – e che attraverso la sua scrittura sempre più impareremo a conoscere – No che non può sfuggirci “la segreta bontà, la tenera ironia e la disperata innocenza di un uomo che non voleva entrare negli orrori dell’età adulta”. Spetta solo a noi, a noi che restiamo, ora “riflettere su questo passaggio”. E “Semplicemente ricevere” la bellezza e purezza del suo lascito.
    Grazie di questo dono, cari Marco e Alessandro. E un grazie a voi tutti. ds

  15. Grazie, Daniele, per questo nuovo tassello, tra memoria e critica, che aggiunge note all’intelligenza di un’opera che ci sta particolarmente a cuore.

    fm

  16. @ Daniele, grazie del passaggio. Sei una persona che ha ricordato e scritto di Marco, quindi per me preziosa. Il saggio, per essere precisi, è solo mio, anche se cito ampiamente Alessandro, ma è bello che tu lo abbia visto come un saggio a due. Forse hai visto più giusto del singolo autore – cioè di me medesimo.

    @Alessandro. Che dirti? Mi manca molto non avere conosciuto personalmente un uomo e un poeta come lui. Sarebbe stato un ottimo ricordo in più.

    m

  17. Mercoledì 25 gennaio alle 10.30 presso l’Archivio Comunale di Salerno, il Sindaco Vincenzo De Luca, l’Assessore alla Cultura e all’Università Ermanno Guerra ed i docenti Alfonso Amendola e Rino Mele dell’Ateneo salernitano presentano alla cittadinanza il “Fondo Librario donazione Marco Amendolara”.

    Con questa donazione, continuano le acquisizioni di fondi librari presso l’Archivio Comunale ed arricchisce, ulteriormente, le iniziative culturali e progettuali del Centro di Documentazione per le Politiche del Lavoro e del Mezzogiorno.

    Il “Fondo librario Marco Amendolara” raccoglie oltre 3500 volumi su temi inerenti l’arte e la letteratura (con importanti ed originali lavori di saggistica, narrativa e poesia, monografie e cataloghi d’arte ed una folta selezione di libri rari ed introvabili). Il “Fondo librario Marco Amendolara”, inoltre, vuol essere un modo per ricordare e diffondere l’opera del giovane poeta e critico d’arte salernitano, scomparso nel 2008. Infatti presso l’Archivio storico, del prolifico scrittore, saggista, traduttore, giornalista, organizzatore culturale e pluripremiato poeta, saranno conservate anche le sue opere, i diari, i manoscritti originali e gli epistolari di oltre vent’anni d’attività culturale.

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