Congedo

“Voi, signori, non avrete profili, non ci sarà dimora, non ci sarà luce, e infine il mondo, il mondo in cui vivrò come ora vivo in questo, sarà un globo di tenebre, di deserto, di assenza di ogni significato.”

Giorgio Manganelli

Congedo

     Signori,
     la condizione in cui ci troviamo è talmente preziosa, drammatica e rara, che desidero non esserne del tutto indegno. Noi stiamo per separarci; più esattamente, io sto per allontanarmi da voi, con i quali sono vissuto, per quel che rammento, da sempre, e andare a sorte che non conosco. In questo momento in cui io sono ancora in grado di distinguere ad uno ad uno i vostri volti, e riconoscervi, e potrei ascoltarvi e parlarvi, so quale terribile privilegio sia stata la mia infima presenza, quale grazia la convivenza che mi è stata accordata. So anche che la mia separazione da voi fa parte di questo privilegio, ed anzi ne è senso e culmine. Tuttavia, mentre sono ancora immerso in questo spazio di luce, ancora soggiorno in questa dimora della chiarezza, dell’ordine, del senso, della devozione e della pace, io non posso non sentirmi, insieme, perfettamente felice e, mi perdonerete, profondamente infelice. So che, da sempre, era nei patti; so che questa medesima esperienza che io chiamo infelicità è a sua volta una grande, difficile, onorevole rivelazione. E tuttavia quanto mi ripugna disertare la dimora del mio essere, il nostro colloquio, ed affrontare ciò che, per definizione, per accordo, per vostra deliberazione e mia scelta, deve essere ignoto.
     Signori, non intendo ringraziarvi, perché nessun mio ringraziamento può giungervi se non come atto di indebita confidenza; ma intendo ribadire quanto sia stata grande, decisiva, la chiarezza, la pace, la sensatezza che ho conosciuto. E tutto questo io dovrò, ora, perdere. No, non vi siete ancora allontanati, e non mi avete fatto cenno di allontanarmi. Capisco che, mentre mi ascoltate, sebbene dimoriate nel vostro consueto, perfetto silenzio, voi interiormente assentite alle mie parole, e mi comprendete, anche se la vostra comprensione esclude qualsiasi esenzione dal compito che mi aspetta. So che, mentre parlo, consumo attimi insostituibili, che non mi verranno mai più restituiti, e quindi sono del tutto consapevole che, qualunque cosa io dica, essa è misera, povera, codarda, anche se in essa ancora perdura intatta la perfetta devozione dell’amore. Con quieta ansia contemplo la chiarità dei vostri volti, giacché io so che verrà il momento in cui cominceranno ad oscurarsi, a fluttuare, per sparire infine. Ancora mi afferro alla dolce coerenza dei vostri profili, ancora li misuro, quei lineamenti che mi furono eterni, e so che ancora, per frammenti sempre più fragili di tempo, io sono con voi, protetto da voi, governato da voi.
     Mentre parlo avverto dentro di me un lento, costante crescere della paura; qualcosa di oscuro, che non ho mai conosciuto, ha principiato a nascere dentro di me; cresce lentamente; ho ancora modo di indugiare, anche se sono consapevole che il mio indugio, per quanto possa essere protratto, è destinato a finire. Ora ho il primo senso di quella fine, di cui fino ad oggi avevo una nozione del tutto mentale. Ora so che, veramente, il mio soggiorno in questa dimora si avvia alla sua conclusione.
     Signori, in questi momenti lenti e perfetti, pur nella loro angoscia, avverto che nuovi sentimenti si insinuano tra quelli che già vi ho professato; ora so che sono destinato a perdere pace, ordine, senso, onore e amore. Io gusto e stringo ancora a me questa intatta e imperitura pace, ed intanto io non solo so, ma avverto che essa principia a lasciarmi. Ora conosco da presso, con la mia pelle, la prossimità della paura, del disordine, del disonore, del disamore. Tuttavia mentirei se dicessi che questa, che ancora lentamente sale, sia l’angoscia massima che mi consuma. Io temo, io avverto i brividi dell’affanno, e la pena del disamore: ma ancora sono con voi, anche se in qualche modo da voi più separato di quanto non sia mai stato; tuttavia vi riconosco ad uno ad uno, e potrei parlarvi, e se voi mi rivolgeste la parola, io potrei ascoltarvi, assentire, ubbidire. La dimora non è quello che sarà poi, il luogo per eccellenza estraneo, il luogo di cui tutto si ignora, forse la sede della paura e della persecuzione. Nulla di ciò che soffro veramente ora, davanti a voi, in questo luogo, nulla mi pare paragonabile alla sofferenza prospettica che mi attende, e il cui sgomento, le cui dimensioni, il cui orrore, signori, non hanno confini, non paragoni. Perché, signori, io dimenticherò voi, e la dimora, e la vostra luce. In prima dimenticherò i vostri profili, e i nomi; ma forse perdurerà per qualche tempo una memoria abbagliata ma non dubbiosa della dimora, e di coloro che la governano. Poi prenderà a dissolversi anche quella memoria di taciturna luce; ma tenterò di sapere che essa esiste. Poi, signori, dimenticherò tutto: non solo i vostri profili, non solo la dimora, e la luce, ma il fatto stesso che vi siano profili e dimore luminose. Non rammenterò più nulla. Alla fine, io non dubiterò, non crederò di sapere, ma saprò veramente che voi non esistete, non siete mai esistiti, siete il nulla. Saprò, alternando orgoglio ed orrore, che il governo di ciò che è appartiene al disonore e al disamore.
     Forse supporrò che esistiate, una fantasia della mente, magari affidata a sogni, a cabale, a numeri ricorrenti; e, signori della chiarezza e dell’amore, io vi odierò, ed avrò paura di voi, e fuggirò temendo che voi mi possiate scorgere, e se penserò alla vostra dimora, la immaginerò luogo di oscurità e di dolore. Ma col trascorrere del tempo, questo è soprattutto probabile: che io cessi di pensare affatto a voi, che vi consideri o blandamente nemici, o nulla affatto. Voi, signori, non avrete profili, non ci sarà dimora, non ci sarà luce, e infine il mondo, il mondo in cui vivrò come ora vivo in questo, sarà un globo di tenebre, di deserto, di assenza di ogni significato.
     Se avrò figli, insegnerò, incredulo, a temere la dimora, come luogo di tortura, e insegnerò a pensare a voi come esseri malvagi, iracondi, immagini di insondabile sporcizia. Conoscerò la pioggia, la neve, la malattia, l’amore della carne, il tradimento mio e altrui, la menzogna, l’ira, la paura, la fuga, la fame, il rancore, la solitudine irreparabile, perché nulla, se non ciò che ora sta in questa dimora, potrebbe medicarla. Cercherò il sentiero angusto tra disperazione e assenza di speranza, e tenterò di uccidermi, tenendo a freno sia l’odio che l’amore, per quella che allora non potrà essere più che la fantasia della dimora. Passeranno anni indegni di essere vissuti, e mentre la vecchiaia mi spingerà verso la mia conclusione, io, vedete, comincerò ad avere paura. Mi porrò, da quel vile che sono, domande sull’esistenza dei profili, e sull’esistenza e natura della dimora, e sulla luce, e sul modo in cui voi, se esistete, mi accoglierete. E alternativamente io cercherò di sapervi inesistenti, sperando temerò la vostra esistenza. Avrò orrore del nulla, e paura di voi. Resterò sveglio di notte, io che ora ancora vi scorgo, e porrò domande alle tenebre; cercherò di vedere fantasmi delle creature inutilmente amate che avrò perduto, e quando li avrò visti ne avrò orrore, e li negherò e rinnegherò. Signori, la via che sta per cominciare avrà come scopo supremo, come guida, questo appunto, quello di rinnegarvi, di pensarvi come nulla o come delittuosi. E quando accadrà finalmente quell’inevitabile momento mortale, quando tutto il gomitolo di errori si sarà così incomportabilmente intricato da dover essere non più sciolto, ma distrutto, ed io verrò sospinto, suppongo, di nuovo, verso questa dimora, signori, non ci riconosceremo più, in nessun modo. Io, l’allievo che avete avuto caro e obbediente seguace, vi apparirà niente più che un tenebroso fantasma di paura, di ribrezzo, di disprezzo di sé, di attesa della catastrofe, di disperazione; il mio mite volto sarà il fantasma di una carogna, e voi vedrete con orrore qualcosa che vi sembrerà non ignoto, ma che non potrete ravvisare, né vorrà essere ravvisato. E la vostra luce mi abbaglierà, e svelerà la mia insondabile e faticata bruttura, quella cosa che per troppi anni ho chiamato “io”.
     Non conoscerò i vostri profili, i vostri nomi saranno infami alle mie orecchie infami, e infine saremo vicini come siamo ora, e saremo irreparabilmente separati, estranei, perduti.
     Non so quel che accadrà in quel momento solenne e terribile in cui voi, intatti, quali ora siete, incontrerete me, fatto deforme da una vita che non avrò potuto non vivere. Signori, voi mi mandate nella vita perché questo io vi riporti, qui, davanti a voi, nella vostra dimora perfetta: le tenebre, la paura, l’ignoranza, la disperazione. Perché, come io ho, ed avrò sempre, sete e fame della vostra placida grandezza, forse in voi si nasconde la brama di conoscere, di ospitare in questo luogo ciò che non potete acquistare se non mandando me a vivere. Io tornerò come male, come immedicabile dolore, come sfregio; anche se, col tempo, prenderò a conoscere i vostri profili, non li vedrò più come ora, sul momento del congedo; ma oscuramente pensosi, avvolti nel dolore di un silenzio incomprensibile; e questa luce sarà diversa, quanto potrà renderla diversa la mia ombra incancellabile, l’ombra nata e cresciuta con me, per una vita. Signori, questo non è solo l’ultimo momento in cui io conosco voi e voi conoscete me; questo è l’ultimo momento del nostro amore. Dall’inizio della mia vita, voi sarete angoscia insondabile e segreta; e dalla mia morte sarò nuovamente io di fronte a voi; ma reciprocamente incomprensibili, ignoti, io per sempre governato dalla paura, e voi dal tenero orrore che si può dedicare ad una cosa straziata e deforme, e che non poteva essere salvata, in nessun modo esentata dal suo compito di esistere. Signori, il frastuono che mi viene addosso alle spalle ormai mi assorda; per la prima volta i miei occhi sperimentano il buio; addio, io cado, io vi perdo, io nasco.

(Giorgio Manganelli, Congedo, in Tutti gli errori
Milano, Rizzoli Editore, “La Scala”, 1986)

***

10 pensieri riguardo “Congedo”

  1. in questo congedo colgo la grazia e l’impotenza di un essere umano.
    e la piccolezza del mio commento.
    tant’è.

    tornerò a leggerlo, anzi, lo salvo in una confusione di bit, dove forse domani andrò a cercarlo ancora èer rileggerlo.

  2. bellissimo testo questo Congedo .La caduta attraverso la nascita nell’oblio,nel dolore, nella separazione.
    “Io tornerò come male,come immedicabile dolore,come sfregio. Parole forti che colpiscono.

  3. segnalo l’ennesima iniziativa della diletta lietta:

    Un sogno comune da realizzare

    Da tempo stavo pensando a un raduno di manganelliani, un fine settimana durante il quale studiosi, studenti, amanti e appassionati di Manganelli a qualsiasi titolo e livello, potessero incontrarsi, conoscersi, scambiarsi pareri e conoscenze, visionare trasmissioni televisive ormai storiche, ascoltare trasmissioni radiofoniche spesso dimenticate; insomma, un incontro durante il quale ognuno possa raccontare il “suo” Manganelli.
    Molte sono state le risposte positive che mi hanno spinto a cercare di realizzare concretamente questo progetto. Dalla fine di Agosto un esperto del settore si occuperà di reperire una location a costo zero. Ora però è necessario conoscere il numero delle adesioni, per poter iniziare a programmare il tutto.
    Se vi interessa, se volete partecipare, scrivetemi o contattatemi attraverso Facebook.
    Grazie.
    Lietta Manganelli

    http://manganelli.altervista.org/

  4. “CONGEDO”, forma e metafora che avverto mi appartiene, grazie a g.m., grazie a f.m. che ha avuto idea geniale di pubblicare questa pagina..
    r.m.

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