Parlando con lingua di pupille

Parlando con lingua di pupille
(Materiali per una lettura di Tiresia di Giuliano Mesa)

Solo la lingua che nel fango impasta la sua voce, è seme che matura nel tempo volti fraterni liberi dalla morsa dei sogni. Uno spazio dove ancora si parte la vita in tante mani, e nel passaggio si fa dimora. Per la lacrima venuta ad abitare l’occhio ammutolito del presente.

“prova a guardare, prova a coprire gli occhi”

Essere pupilla nell’ascolto. E risalire alla dicibilità del mondo stringendo tra le labbra un suono che non si fa parola. Un grido che dalle radici frana l’universo in calchi di silenzio. Che la maceria è un monito, un coagulo di sillabe e di sangue che non si lascia afferrare. Costringere tra le pieghe di una storia già scritta da millenni. Custodire come una reliquia tra le pagine impietrite di memoriali e breviari di pietà. Ridurre a rituale che consola, che piega il caos all’ordine immutato che lo crea. Glifo di vento e pollini, si leva dalla terra come una luce impensata, al cui chiarore è deserto ogni alfabeto conosciuto. La sua ombra ferita, il segno nomade che il dolore iscrive nei giorni, respirano linfe di futuro, fanno a pezzi il cielo. E chi vi tende lo sguardo, stando al riparo nella schiera degli eletti, sente le sue certezze naufragare, volare in cenere sulle ali del mattino. Un soffio di polvere a pelo di corrente senza moto. Solo la lingua che nel fango impasta la sua voce, è seme che matura nel tempo volti fraterni liberi dalla morsa dei sogni. Uno spazio dove ancora si parte la vita in tante mani, e nel passaggio si fa dimora. Per la lacrima venuta ad abitare l’occhio ammutolito del presente.

 

“tu, se sai dire, dillo, dillo a qualcuno”

Le parole non sanno. Per significare, per esistere, farsi materia e filo che riannoda, il loro corpo deve dilaniarsi. Lo sguardo rovesciarsi. Il senso diventare l’indicibile che la lingua reca in sorte, come un dono, all’insaputa dei suoi stessi accenti. Un cammino sempre da inventare. Un movimento semplice che sospende l’orizzonte tra intercapedini di fiamma. Dove nel volgersi in spazi di pensiero, il mondo brilla e si conosce alla sommità di un grido, di un dolore che accende in ogni astro pupille di rivolta, visioni di sete da placare. Un volo, senza fine e senza meta, ad ali annodate contro il cielo. Come di membra tese, ad arco, senza nessun sigillo. Verso una nascita, un delirio, dove si cresce l’uno dentro l’altro. Inconoscibili alla lama che recide il nodo. All’occhiodifalce di guardia all’arsura delle fonti. Che solo allora, allevati dalla mano che veglia dentro il sonno, la legge del respiro è un ponte tra le ombre. Una siepe di voci rifiorite nella luce assente. E in quegli specchi, nel riverbero dell’eco, riscrivere il nome delle cose. Il proprio nome. Il primo. La libertà di essere e passare.

 

“la luce, questa luce, non sarà mai la tua”

luce levigata in
curvi tracciati di
candele d’aria, terrestri
veleni
graffiati dalle labbra
in cifre
millenarie di
silenzi: si aspetta,
naufraga, una
parola
che levi al sangue
la densa ala
dei minuti, l’arsa
onda di
foglie, di radici
e scopra alla
pupilla, ispessita di
notti, l’acre, carnale
lontano
albeggiante di una
fonte

(2007)

 

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