Preghiere

Emilio Coco

(Da: Preghiere, 2011, inedito)

 

PERDONAMI Signore
se stamattina in chiesa
mi sono sconcentrato
per via d’un fondoschiena portentoso
che m’ha turbato ai miei settantun anni
mentre accoglievo l’ostia consacrata.
Sia lode e gloria a te ho mormorato
per questa meraviglia che ci hai dato,
la prova più provata
della magnificenza del creato.

 

*

 

SEMPRE ho desiderato
possedere una casa tutta mia
un pezzo di giardino dove scrivere
al flebile chiarore della luna
i miei versi più belli.
Ma vivo in un oscuro condominio
e il mio studio s’affaccia sulla strada
lacerata dall’urlo delle macchine.
Sempre ho sognato un albero
non importa se un salice o una quercia
alla cui ombra sedermi
per comporre romantiche poesie
col trillo degli uccelli in sottofondo
e il soave sussurro delle fronde.
Ma esco sul balcone e solo vedo
cassonetti stracolmi d’immondizia
e pneumatici vecchi accatastati
di fianco all’officina del gommista.
Scruto il cielo slavato
e niente mi commuove
nemmeno quella nuvola sfrangiata
che occhieggia dietro il monte.
Si scatenasse almeno una tempesta
con lampi e tuoni e bare scoperchiate,
m’ispirerebbe un canto ineguagliabile.
Tutto trascorre invece banalmente.
Ti ringrazio Signore
di avermi risparmiato tanto scempio.

 

*

 

MI CHIAMO Emilio Coco
e vivo in un palazzo al terzo piano
di via La Piscopia 89.
Ho insegnato francese per circa quarant’anni
ma ho amato sempre e solo lo spagnolo
e ho lasciato la scuola senza molto rammarico.
Non ho urgenza di sveglia la mattina.
Mi sorbisco un tazzone d’acqua calda
e faccio colazione
con caffellatte e fiocchi di frumento
che assicurano – è scritto sulla scatola –
un pieno di benessere.
Poi vado in bagno a fare le mie cose,
mi siedo al tavolino e mi spremo il cervello
cercando un verso bello
presto desisto, è meglio concentrarmi
su qualche messicano
cileno o uruguaiano,
da un anno a questa parte
non m’intrigano più i castigliani.
Dopo cena, mi allungo sul divano
e m’addormento
a ogni trasmissione
sia fiction, annozero o porta a porta.
Il sabato non faccio più la doccia,
assolvo ai miei doveri coniugali
non settimanalmente
ma come e quando posso
né mi creo problemi se fallisco
ho perso anche la voglia
di accarezzarla sotto le lenzuola.
Al buio ricostruisco
il suo giovane corpo
le invento seni turgidi e capezzoli
con la giusta durezza
per i miei denti finti,
poi torno su quel verso mal tradotto,
questo contare sillabe sul petto
mi ruba il sonno, m’alzo,
dieci gocce di lexotan,
biascico le preghiere della sera
e spero che la notte mi sia lieve.
Nei tuoi imperscrutabili disegni
Signore mi hai assegnato
una vita da piccolo poeta.
Ai grandi non s’addice un’esistenza
così piatta e volgare.

 

*

 

MI HAI detto: queste notti in ospedale
sono servite a conoscerci meglio.
Fatichi a respirare senza ossigeno,
hai i piedi gonfi, il cuore sconquassato
e un catarro insistente che ti strema.
Ti sistemo i cuscini, t’alzo il letto,
t’arrotolo il lenzuolo per poggiare
le tue gambe di pietra ma non trovi
la posizione giusta e infastidito
dondoli con il capo sopra il bordo.
Sul comodino ho messo due bicchieri
uno per bere l’altro per spurgarti,
basta allungare il braccio, ti confondi
e chiedi sempre qual è quello buono.
Ti recito il rosario, leggo i salmi
e le notti le passo sulla sdraio
a controllarti il sonno tormentato,
pezzi di dormiveglia fra i lamenti.
Se questo serve a conoscerci meglio,
fratello, non ti posso dar ragione.
Di te so molto poco, quasi niente.
La morte di zia Gina ha diradato
i nostri incontri. E tu li scoraggiavi
con le scuse più strane: inviti a pranzo,
corsi di teologia, impegni vari.
Le rare volte che ci vedevamo
trascorrevamo le poche ore insieme
a correggere bozze e metri zoppi.
E io volevo parlarti dei miei figli,
conoscere più a fondo i tuoi problemi
– ma quelli li hai affidati sempre agli altri –.
La badante veniva a ricordarti
che manca poco all’ora della messa.
Mi sentivo un intruso. Un freddo bacio
e tanta fretta di tornare a casa.
Avrei voluto odiarti, eppure mai
t’ho amato tanto come queste notti.

 

*

 

GRAZIE Signore
per questa nostra doccia
coi vetri trasparenti a portafoglio.
Ci piaceva così, fuorimisura,
novanta per novanta e la comprammo
per starci entrambi dentro.
Che meraviglia d’acqua
scrosciante sopra i nostri corpi nudi
che, mista al bagnoschiuma, disegnava
cirri paradisiaci.
E saremmo rimasti
a vivere lì dentro
se il letto non ci avesse convocati
nella complicità
dei nostri giovani anni
odorosi di talco.
Lontane quelle notti in cui la carne
fremeva sotto i colpi del piacere,
guardo le forme incerte
dietro gli stessi vetri
velati dagli spruzzi del vapore
mentre allo specchio abbraccio con il filo
i miei denti posticci.
Proviamo a far l’amore?, ti propongo.
Fingi di non capire e mi sorridi
compassionevolmente,
spalmandoti la crema
sopra le cosce tremule.

 

*

 

IL BIANCO graffia e arde sopra i muri
a strapiombo sui ripidi gradoni,
si aggrappa in linea retta fin sul monte
sperdendosi tra i fossi e le macerie.
Costruito a pane e ulive e quartabuono
s’incunea e si srotola in discesa
verso il mare sognato dietro i boschi.

Nella via Cappellini le comari
ricamano sull’uscio delle case.
Ma il sole non t’illumina la carne
inquieta sotto un lutto millenario
e con mani di calce mi trattieni
i capelli dal vento scarmigliati.

Grida la sera e a frotte si riversa
nella piazza di sotto a Santa Chiara.
Con il buio si schiodano le travi
e la lugubre tromba delle botti
spalanca gli occhi e asciuga la saliva.

Sono salito fino alla via nuova.
Dietro il muretto i tetti di San Marco.
Ho i pantaloni corti con le toppe
e lo sguardo imbronciato.

 

*

 

È SQUILLATO il telefono alle sette.
Viene César a darci la notizia:
dice tu hermano que la tía ha muerto
lo siento mucho, vado a prepararmi,
proprio così, con quello stesso tono
con cui diresti ho fatto colazione
vengo all’ora di pranzo vi telefono
se faccio tardi o esco con gli amici.
Poche parole, senza alcun commento
forse un po’ di fastidio, la tua morte
non ci può rovinare una giornata
così speciale. In chiesa il sacerdote
dice por una vida que se apaga
hay otra que se enciende ante el Señor
le ragazze coi loro fidanzati
scattano foto quante foto scattano
sorrido per il gruppo di famiglia
nella cucina fuma la paella
con la verdura e l’altra coi mariscos
vieni gli aperitivi sono pronti
come hai potuto farmi questo torto
non dovevi zia Gina abbandonarmi
senza un ultimo bacio e la carezza
che ti facevo sulla guancia stanca
col nudo corpo flaccido sbattuto
dall’una all’altra sponda e ti scusavi
che brutta malattia m’è capitata
non posso perdonarti in questa casa
non mi lasciano piangerti m’aspetta
il cava nella flûte. Che bella festa!

 

*

 

S’AFFACCIAVA Ninetta alla finestra
della casa più sotto di un gradone
di fronte a quella nostra. La guardavo
incollato alla rete del balcone
della stanza di sopra. Non poteva
vedermi tanto fitta
era la maglia con i nodi rotti
dalle impazienti dita
all’altezza degli occhi.
Con il seno poggiato al davanzale
stendeva reggipetti
e mutandine nere
tenute da mollette che sembravano
uccellini venuti a riposare
su quei fili di ferro
ammorsati a due sbarre.
Oh, mi fossi trovato lì appuntato
ad annusare il fondo delle coppe,
bere l’ultima goccia
dell’impudica seta.

Ninetta che cantava le canzoni
di Natalino Otto
con i lunghi capelli alla Rita Hayworth
– lo diceva Michele
che già a quattordici anni conosceva
i nomi e i volti delle più famose
attrici americane –,
vi passava le mani
per dargli più volume
arricchendo di riccioli le punte
e ammiccava sensuale come a dirmi
esci fuori Gigino, t’ho scoperto,
se mi vieni a trovare qualche sera
t’insegno a pettinarli.
E mi spossavo dentro lo stanzino
pensandomi nell’atto d’ingoiare
la sua fluente chioma
con fervore suicida.
Lei aveva vent’anni e io solo dieci.

Erano tre sorelle rimaste orfane
di entrambi i genitori.
Alfreda la più piccola
con i nastrini neri sulle trecce
cullava la sua bambola di pezza
sull’uscio del portone.
Avevo gli stessi anni di Bambina.
Un giorno nelle scale
giocò con me a fare l’infermiera
e m’infilò la mano nei calzoni
tirandosi la veste sopra il petto.
M’accarezzava l’innocente pelle
spingendomi a succhiare i suoi boccioli.
Chiamavamo quel modo di conoscerci
“cose di porcherie”.

 

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Nota biobibliografica

Emilio Coco (S. Marco in Lamis, 1940) è ispanista, traduttore ed editore. Tra i suoi numerosi lavori, ricordiamo i più recenti: Antologia della poesia basca contemporanea (Milano, 1994), tre volumi di Teatro spagnolo contemporaneo (Alessandria, 1998-2004), Poeti spagnoli contemporanei (Alessandria, 2008), Antologia della poesia messicana contemporanea (Foggia, 2009), La parola antica (Poeti indigeni messicani contemporanei) (Alessandria, 2010). In Spagna ha pubblicato diverse antologie di poesia italiana, tra le quali El fuego y las brasas (Poesía italiana contemporánea) (Madrid, 2001), Los poetas vengan a los niños (Madrid, 2002) e Jardines secretos (Poesía joven italiana) (Madrid, 2008). Nel 2010 è uscita in Messico un’ampia Antología de la Poesía Italiana Contemporánea (Ciudad de México). Come poeta, ha pubblicato, tra gli altri: La memoria del vuelo (Madrid, 2002), Fingere la vita (Caramanica, 2004), Contra desilusiones y tormentas. Antología personal (1990-2006) (Città del Messico, 2006), Il tardo amore (LietoColle, 2008), Il dono della notte (Passigli, 2009) e alcune plaquette in italiano e in spagnolo.

Per notizie più complete e dettagliate si rimanda a “Quaderni di Rebstein”, numero XXVII, agosto 2011.

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10 pensieri su “Preghiere”

  1. un quotidiano che mostra la carne viva (poesia viva) con tutta la sua instabilità congenita e peritura
    sicché la “preghiera” è nella sua stessa offerta, non diafana come un’ostia (pardon se son blasfema), ma come una porcheria (mortale,ancorché, anche non sempre, deliziosa deliziosa )

    un caro saluto a tutti, un grazie

  2. Quando ho letto queste poesie per la prima volta, mi è affiorato naturale alle labbra un “bellissime”.

    Lo so che il termine non significa niente dal punto di vista critico, ma esprime in pieno il mio stato d’animo e mentale ogni volta che le rileggo. Mi affascina la capacità del poeta di reggere i fili di un’ironia sottilissima che non teme nessun disincanto ma apre, anche a fronte del dolore più cupo, squarci di autentica conoscenza, di umanissima partecipazione-liberazione.

    fm

  3. Ottime osservazioni. Anche a me ha colpito la spudoratezza di questi versi insieme alla loro lancinante presenza, che “mostra” senza inibizioni il soma-mente dell’autore.

  4. la prima strappa un sorriso, le altre ti lasciano appeso al senso del tempo, all’abitudine, alla routine ed all’osservazione dei gesti e delle sensazioni e riflessioni che ne conseguono. Resta un’umanità profonda, radicata, vera e piena di vita, un dolore che sa accettare se stesso, con coraggio. Mi ricordano una frase di Strand, in generale mi richiamano il suo modo di denudare il quotidiano, raccontando “sempre la stessa vecchia storia, quella sui minuti che muoiono e le ore, e gli anni, la storia di me stesso, di te, di tutti”.

    e qui il tuo “bellissime”, Francesco, ci sta tutto.

  5. A volte non bisogna aver timore
    o giustificare ciò che affiora alla bocca
    come parole infistolite, per dirla con Jolanda Insano
    bisognose di uscire
    e dire: bellissime.
    o del tedio quotidiano irrinunciabile.

  6. Sì, sono belle, anche per me, volevo dirlo appene lette ma non l’ho detto per non sembrare la solita ignorante. oggi che è domenica sono andata a ricercarmele per rileggermele, mi sono rimaste dentro quando ormai tutto mi scivola. Belle perchè vere, perchè sincere e piene: concordo totalmente con Francesco riguardo la sottile e dolorosa vena d’ironia che però apre alla conoscenza. Vorrei manifestare la mia gratitudine nei riguardi di questo poeta per la sua grande generosità, per questo darsi tutto senza nascondimenti, a differenza di tantissima poesia ARIDA che si legge – anche di poeti/e osannati/e – dove manca totalmente il sentimento, il vero sentire, che fanno la fictionpoesia, la poesia vacua. Questo poeta mi viene d’accostarlo al Leopardi, non so bene perchè, sarà per via dell’immagine della Ninetta, del suo canto e della finestra, per le comari che ricamano sull’uscio della casa. buona domenica antonella

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